L’idea di fondo della Cedu è chiara: una volta riconosciuta legittimità alle convivenze omosessuali, il passo verso la piena equiparazione a quelle etero è breve. Figli compresi.

di Assuntina Morresi da www.tempi.it 

Il pensiero unico dell’in-differenza sessuale conquista ogni giorno nuove posizioni nel cuore dell’Europa, dalle fiction televisive fino alle favole per bambini, e sta invadendo le istituzioni più significative del vecchio continente, mutandone irreversibilmente i connotati. Dopo il parlamento britannico e quello francese, impegnati nell’approvazione della legge che ammette al matrimonio anche coppie di persone dello stesso sesso, la settimana scorsa è stata la volta di due sentenze definitive emesse da importanti tribunali: la Corte dei Diritti umani a Strasburgo (Cedu) e la Corte costituzionale tedesca. Al di là delle specificità dei casi esaminati, entrambe le corti hanno stabilito sostanzialmente che qualora una legge nazionale legittimi le convivenze omosessuali, per queste devono valere le stesse regole previste per le coppie eterosessuali, anche in merito all’adottabilità di bambini.

FIGLI, “BENI” COME GLI ALTRI. Non è obbligatorio per i paesi che hanno sottoscritto la Convenzione europea sui Diritti umani ammettere le coppie omosessuali al matrimonio, così come non è obbligatorio consentire l’adozione di bambini alle coppie conviventi: questo ripete la Cedu e questo significa che la sua sentenza non tocca l’Italia, dove il matrimonio omosessuale è contrario alla Costituzione e l’adozione è accessibile solo a coppie sposate di accertata stabilità. Ma l’idea di fondo della Corte di Strasburgo – che per una coincidenza fortuita ma significativa è stata emessa lo stesso giorno di quella, analoga, della Consulta tedesca – è chiara: una volta riconosciuta una qualche legittimità alle convivenze omosessuali, il passo verso la piena equiparazione a quelle eterosessuali è breve. E i figli sono inclusi, al pari di qualsiasi altro “bene” che si condivide. Anzi, a maggior ragione: perché è proprio tramite i figli che si rendono equivalenti una coppia omo e una eterosessuale, fingendo cioè per legge che un bambino possa avere un padre e una madre o anche due padri o due madri, e nascondendo, sempre grazie alla legge, l’esistenza di un genitore, ridotto a un “contributo biologico” estraneo.

NUOVA DISTINZIONE DELL’UMANITA’. L’in-differenza sessuale divide artificialmente l’umanità in esseri indistinguibili: anziché uomini e donne saremmo eterosessuali e omosessuali, differenti solamente per le personali pratiche sessuali. E poiché i comportamenti sessuali sono aspetti della vita privata, non possono certo essere considerati dallo Stato per attribuire diritti e doveri, tanto meno per accedere a istituzioni come il matrimonio o l’adozione, o alle nuove tecniche di procreazione. Per questo in Francia hanno coniato lo slogan “il matrimonio per tutti”: se essere uomo o donna non conta più, se non è essenziale e sostanziale della natura umana ma è solo una delle tante caratteristiche individuali, come il colore dei capelli o la statura (è il messaggio di certe pubblicità governative italiane delle Pari opportunità), un dettaglio che ognuno volendo può pure cambiare, perché farne un criterio in base al quale escludere qualcuno dal matrimonio o dal “diritto al figlio”? Il motivo è evidente: sbiadire il più possibile l’immagine del matrimonio inventando qualcosa di sostanzialmente differente (le nozze fra due persone dello stesso sesso) ma formalmente identico.

TUTTO HA UN PREZZO. L’unico limite è nel numero: le nozze per ora sono accessibili solo a coppie di individui. Ma niente vieta, in nome dell’affetto reciproco, che un giorno ci si possa sposare in tre o quattro o più, considerando non solo la tradizione poligamica di tanti popoli, ma anche le tecniche di fecondazione assistita, che già hanno permesso ad alcuni giudici di stabilire che un bambino può far riferimento legittimamente a tre genitori. È anche vero che a quel punto il matrimonio non esisterà più: ci saranno piuttosto individui legati da contratti di tipo economico, magari rinnovabili nel tempo, con cui ci si impegna a provvedere al reciproco sostentamento con modalità diverse a seconda del contributo dato da ciascuno alla “collaborazione procreativa” (un termine che già esiste), una sorta di cooperativa degli affetti e della riproduzione sessuale, insomma. Si valuterà quanto valgono liquido seminale e ovociti e quanto un utero in affitto; si stimerà il prezzo della realizzazione del desiderio di un figlio e a quanto ammonta la spesa per mantenerlo. Si calcolerà insomma quanto è costato produrlo, quel figlio, e in quanto tempo il costo sarà ammortizzato, chi deve pagare chi e chi ha il diritto ad avere cosa.

TUTTO IL RESTO È UN “DETTAGLIO”. Non è fantascienza, ma uno scenario già attuale: basta vedere la modulistica dei contratti nei centri di fecondazione in vitro che offrono tutte le combinazioni possibili di gameti, corpi e desideri. A questo punto il fatto di essere uomo o donna, da soli oppure in due o in cinque, è solo un “dettaglio”. Ma come si fa poi a dire che queste scelte non c’entrano con l’economia, con le politiche sociali, sanitarie, con lo sviluppo di un popolo, con il volto della nazione? Piaccia o no, su tutto questo incidono le sentenze della settimana scorsa. Piaccia o no, è questa la direzione che si è scelto di seguire, o di evitare, avendo votato, domenica e lunedì scorso, un partito anziché un altro. Piaccia o no, è questo il cuore della questione antropologica di cui la Chiesa, sempre più in solitudine, va predicando da tempo.