di Massimo Introvigne da www.lanuovabq.it

Nell’udienza del 6 febbraio 2013, proseguendo le sue catechesi del mercoledì sul Credo, Benedetto XVI ha proposto una sua meditazione sulla proclamazione di Dio come «Creatore del cielo e della terra». Qui il Credo riprende le parole stesse con cui inizia la Bibbia: «In principio Dio creò il cielo e la terra» (Gen 1,1).
È molto significativo, ha spiegato il Papa, che nel Credo si dica prima che Dio è Padre e poi che è Creatore del Cielo e della Terra. Infatti Dio «come un Padre buono e potente, si prende cura di ciò che ha creato con un amore e una fedeltà che non vengono mai meno». E la creazione ha tra i suoi scopi quello di essere per noi «luogo in cui conoscere e riconoscere l’onnipotenza del Signore e la sua bontà».

Troviamo tutto questo nel Credo perché si tratta, appunto, di un contenuto essenziale della fede. «Per fede – leggiamo nella Lettera agli Ebrei – noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sicché dall’invisibile ha preso origine il mondo visibile» (11,3). «La fede implica dunque di saper riconoscere l’invisibile individuandone la traccia nel mondo visibile». Certamente già leggendo «il grande libro della natura» la ragione è in grado di arrivare all’esistenza di un Creatore di tutte le cose. Ma «è necessaria la Parola di rivelazione, che suscita la fede, perché l’uomo possa giungere alla piena consapevolezza della realtà di Dio come Creatore e Padre. È nel libro della Sacra Scrittura che l’intelligenza umana può trovare, alla luce della fede, la chiave di interpretazione per comprendere il mondo».

Come sappiamo il Libro della Genesi, il primo libro della Bibbia, afferma che la creazione fu compiuta in sette giorni: in sei giorni Dio crea il Cielo e la Terra e il settimo giorno, il sabato, si riposa. Che cosa significano queste immagini? Il Pontefice ne ricava che «il primo pensiero di Dio era trovare un amore che risponda al suo amore», e il secondo «creare un mondo materiale dove collocare questo amore, queste creature che in libertà gli rispondono». Nel Libro della Genesi troviamo delle ripetizioni che non sono inutili, ma significative. Così una frase – «Dio vide che era cosa buona» – si ripete sei volte. La settima, dopo la creazione dell’uomo, cambia leggermente, per sottolineare l’unicità della persona umana tra tutte le creature: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (1,31).

Un’altra espressione – «Dio disse» – ricorre non meno di dieci volte. «È la parola, il Logos di Dio che è l’origine della realtà del mondo e dicendo: “Dio disse”, fu così, sottolinea la potenza efficace della Parola divina». Lo ritroviamo anche nel Salmo 33: «Dalla parola del Signore furono fatti i cieli, dal soffio della sua bocca ogni loro schiera…, perché egli parlò e tutto fu creato, comandò e tutto fu compiuto» (33,6.9). «La vita sorge, il mondo esiste, perché tutto obbedisce alla Parola divina». Il Papa sa di averci portato in un mondo, quello biblico, che è lontano dalla mentalità corrente. E dunque si chiede: «nell’epoca della scienza e della tecnica, ha ancora senso parlare di creazione?». Certamente «la Bibbia non vuole essere un manuale di scienze naturali; vuole invece far comprendere la verità autentica e profonda delle cose».

Dietro i simboli emerge una verità fondamentale: che «il mondo non è un insieme di forze tra loro contrastanti, ma ha la sua origine e la sua stabilità nel Logos, nella Ragione eterna di Dio, che continua a sorreggere l’universo. C’è un disegno sul mondo che nasce da questa Ragione, dallo Spirito creatore». Fa differenza conoscere la verità sulla creazione per noi? Sì, risponde Benedetto XVI. «Credere che alla base di tutto ci sia questo, illumina ogni aspetto dell’esistenza e dà il coraggio di affrontare con fiducia e con speranza l’avventura della vita».
Sapere che «l’origine dell’essere, del mondo, la nostra origine non è l’irrazionale e la necessità, ma la ragione e l’amore e la libertà» cambia la nostra vita e ci libera dalle paure che assalgono chi pensa che la nostra esistenza sia priva di senso.

Il vertice della creazione è l’uomo, l’unica creatura – secondo il Concilio Vaticano II, citato dal Papa – «capace di conoscere e di amare il suo Creatore» (Gaudium et spes, 12). C’è qui un mistero, già intuito dall’autore del Salmo 8: «Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?» (8,4-5).
«L’essere umano, creato con amore da Dio, è ben piccola cosa davanti all’immensità dell’universo; a volte, guardando affascinati le enormi distese del firmamento, anche noi abbiamo percepito la nostra limitatezza. L’essere umano è abitato da questo paradosso: la nostra piccolezza e la nostra caducità convivono con la grandezza di ciò che l’amore eterno di Dio ha voluto per lui».

Se vogliamo entrare in questo «misterioso ambito» dobbiamo ancora rivolgerci al Libro della Genesi, dove leggiamo che Dio formò l’uomo con la polvere della terra (2,7). Questo passaggio è molto importante: «significa che non siamo Dio, non ci siamo fatti da soli, siamo terra; ma significa anche che veniamo dalla terra buona, per opera del Creatore buono». Lo ricordiamo in Quaresima: «tutti gli esseri umani sono polvere, al di là delle distinzioni operate dalla cultura e dalla storia, al di là di ogni differenza sociale; siamo un’unica umanità plasmata con l’unica terra di Dio».

Segue un secondo passaggio: l’essere umano ha origine perché Dio soffia il suo alito di vita nel corpo fatto di terra (Gen 2,7). Dunque tutti «portiamo in noi l’alito vitale di Dio». Se è così, allora «ogni vita umana sta sotto la particolare protezione di Dio», e abbiamo trovato il fondamento ultimo per «l’inviolabilità della dignità umana contro ogni tentazione di valutare la persona secondo criteri utilitaristici e di potere».
La Scrittura ci dice anche che siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio, indicando così pure che «l’uomo non è chiuso in se stesso, ma ha un riferimento essenziale in Dio». Continuando a leggere il Libro della Genesi troviamo due elementi, l’uno di aspetto vegetale e l’altro animale, immortalati dagli artisti di tutti i tempi: il giardino con l’albero della conoscenza del bene e del male e il serpente.

Il giardino «ci dice che la realtà in cui Dio ha posto l’essere umano non è una foresta selvaggia, ma luogo che protegge, nutre e sostiene; e l’uomo deve riconoscere il mondo non come proprietà da saccheggiare e da sfruttare, ma come dono del Creatore, segno della sua volontà salvifica, dono da coltivare e custodire, da far crescere e sviluppare nel rispetto, nell’armonia, seguendone i ritmi e la logica, secondo il disegno di Dio».
Il serpente «è una figura che deriva dai culti orientali della fecondità, che affascinavano Israele e costituivano una costante tentazione di abbandonare la misteriosa alleanza con Dio». È questo paganesimo intriso di orgoglio e sensualità che parla quando, astutamente, il serpente «non nega Dio, ma insinua una domanda subdola»: «È vero che Dio ha detto “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino?”» (Gen 3,1). Così «il serpente suscita il sospetto che l’alleanza con Dio sia come una catena che lega, che priva della libertà e delle cose più belle e preziose della vita. La tentazione diventa quella di costruirsi da soli il mondo in cui vivere, di non accettare i limiti dell’essere creatura, i limiti del bene e del male, della moralità; la dipendenza dall’amore creatore di Dio è vista come un peso di cui liberarsi».

Anche per noi oggi «questo è sempre il nocciolo della tentazione. Ma quando si falsa il rapporto con Dio, con una menzogna, mettendosi al suo posto, tutti gli altri rapporti vengono alterati. Allora l’altro diventa un rivale, una minaccia». Succede subito: «Adamo, dopo aver ceduto alla tentazione, accusa immediatamente Eva (cfr Gen 3,12); i due si nascondono dalla vista di quel Dio con cui conversavano in amicizia (cfr 3,8-10); il mondo non è più il giardino in cui vivere con armonia, ma un luogo da sfruttare e nel quale si celano insidie (cfr 3,14-19); l’invidia e l’odio verso l’altro entrano nel cuore dell’uomo: esemplare è Caino che uccide il proprio fratello Abele (cfr 4,3-9)».

La lezione da ricavarne è che «andando contro il suo Creatore, in realtà l’uomo va contro se stesso, rinnega la sua origine e dunque la sua verità; e il male entra nel mondo, con la sua penosa catena di dolore e di morte. E così quanto Dio aveva creato era buono, anzi, molto buono, [ma] dopo questa libera decisione dell’uomo per la menzogna contro la verità, il male entra nel mondo». Un ultimo aspetto sottolineato dal Pontefice è che «il peccato genera peccato e tutti i peccati della storia sono legati tra di loro». È questa la realtà, tanto «difficile da comprendere», che va sotto il nome di peccato originale.

Per capire di che si tratta, dobbiamo partire dal «considerare che nessun uomo è chiuso in se stesso, nessuno può vivere solo di sé e per sé; noi riceviamo la vita dall’altro e non solo al momento della nascita, ma ogni giorno. L’essere umano è relazione: io sono me stesso solo nel tu e attraverso il tu, nella relazione dell’amore con il Tu di Dio e il tu degli altri». Che cos’è il peccato? È «turbare o distruggere la relazione con Dio, questa la sua essenza: distruggere la relazione con Dio, la relazione fondamentale, mettersi al posto di Dio».
Turbata questa relazione, tutto va in rovina. Ma «se la struttura relazionale dell’umanità è turbata fin dall’inizio, ogni uomo entra in un mondo segnato da questo turbamento delle relazioni, entra in un mondo turbato dal peccato, da cui viene segnato personalmente; il peccato iniziale intacca e ferisce la natura umana».

Da questa situazione nessun uomo può uscire da solo. Solo Dio può liberarci dal peccato in Gesù Cristo. «La Croce di Cristo diventa così il nuovo albero della vita». «Il male, con il suo carico di dolore e di sofferenza, è un mistero che viene illuminato dalla luce della fede, che ci dà la certezza di poterne essere liberati: la certezza che è bene essere un uomo».