di Roberta Vinerba da www.lanuovabq.it

Fabiana, la ragazza uccisa

“Anche lui è una povera vittima”. Siamo abituati ad udire queste parole in bocca ai genitori dell’assassino. Poco invece sulle labbra della madre della vittima. Ho sobbalzato nel leggere le parole della madre di Fabiana, la sedicenne di Corigliano massacrata da quello che le cronache chiamano “fidanzatino”. Ho sobbalzato perché in un tempo nel quale i genitori di un ragazzo che si macchia di delitti anche efferati sogliono sempre scusarlo, il dolore che si colora di compassione, diventa uno schiaffo in pieno viso a noi, uomini e donne eredi di quei cattivi maestri che ci hanno insegnato che il peccato non esiste, che l’uomo nasce buono e che è la società che lo peggiora, che con una buona teoria si può costruire sulla terra il paradiso.

Sì, ascoltando le parole di quella donna mi sono chiesta: di cosa è vittima questo ragazzo? La tragedia è talmente grande, il mistero del male che racchiude il fatto è talmente profondo che qualunque contributo, sociologico, pedagogico, psicologico è ben accolto. Eppure sento che le spiegazioni che si possono dare – pur tutte lecite perché contengono una scintilla di verità – non colgono l’abisso, non attingono a quel “pozzo dell’abisso” che è il cuore umano.

Cosa nasconde in sé un ragazzo che ha la freddezza di dire ai coetanei di dover andare a comprare la benzina sapendo in cuor suo della ragazza agonizzante sulla quale l’avrebbe cosparsa? È sufficiente ragionare di valori che mancano? Ci basta parlare della scuola che latita? E ancora: la solita argomentazione, giusta certamente, della crisi della famiglia?
Non c’è forse qualcosa di più profondo, di più oscuro, di più antico e originario che sta all’uomo come una ferita putrescente dalla quale si sprigionano gas sulfurei, dolore, cancrena che prende possesso di tutto il corpo fino a farne una enorme massa decomposta?

La questione è tutta qui: ci stupiamo ogni volta della profondità dell’abisso della malvagità umana perché ci dimentichiamo che l’uomo è ferito nella libertà, nella volontà, nella conoscenza. Dimentichiamo, perché ci fa comodo crederci onnipotenti, buoni, liberi, adulti, emancipati, che l’essere umano è un poveraccio che ai piedi dell’albero del bene e del male ha scelto il male. Vogliamo dimenticarci che il peccato originale esiste, che agli albori del mio essere vi è una impossibilità, quella di amare, di essere libero per amare.

Senza la rivelazione della redenzione operata da Cristo che come una lama di luce incide la realtà del peccato e la mostra nel mentre l’annienta; senza la grandezza inaudita di un Dio che muore, non potremmo mai intuire – non dico comprendere, ma almeno intuire – l’enormità della ferita del peccato che spinge l’uomo alla malvagità e alla distruzione.

Se Dio è diventato peccato per annullare nella sua carne il peccato, vuol dire che vi è nell’uomo una forza che lasciata a sé lo annienta. Senza questa verità sull’uomo, non si capisce l’uomo. Senza attingere alla natura ferita e redenta, ferita ma redenta, come è possibile tenere insieme, ad esempio, il realismo e la speranza educativa? Come la colpa e la redenzione? Come il delitto e il riscatto? Come la giustizia e il perdono? Solo il realismo cristiano che conosce il Nuovo Adamo, sa trattare col vecchio Adamo.

Il ragazzo di Corigliano è vittima, sì, nel modo più radicale e atroce: vittima del peccato. Vittima e carnefice, ma carnefice perché vittima. L’uomo è questo: ogni carnefice è tale perché prima è vittima. E se è vittima è anche riscattabile, anzi, già riscattato. Da qui si apre il discorso sulla responsabilità: prima di tutto personale, poi familiare e sociale. Ma se non ammettiamo la grandezza di una coscienza ottenebrata dal peccato non ammettiamo neppure la grandezza della possibilità del riscatto. Se non si scende negli inferi di quello che si è commesso, se non si guarda senza pietà fin dove ci si è spinti, come potrà emergere l’altra grandezza, quella che risplende nella croce del Signore che vuole salvare anche questo ragazzo, anche lui, figlio Suo?

E infine, non posso parlare di questo assassino senza dire di me. Non posso stare davanti allo schermo a guardare, come se questo fatto non riguardasse anche me, non fosse una tragica ma concreta possibilità anche per me. L’antropologia cristiana, così cruda, così tragica, così magnifica, dice a me che la bestia dorme anche dentro di me. Dice che non ho nessuna assicurazione che mai si sveglierà. So anzi, molto bene che sbuffi del suo sonno leggero ne odo a volontà: le mie ire, le mie avarizie, i miei tradimenti, il mio orgoglio, la mia lussuria, la mia ipocrisia, la mia pigrizia, che cosa sono se non i segni della presenza della bestia in me? Devo guardarla negli occhi e non rifuggirla, chiamarla per nome e non negarla. Dai miei inferi posso allora dire: siano rese grazie a Dio che mi salva, mi ha già salvata da me stessa, dal mio inferno personale. Lui, diventato vittima per me. E mai come quando mi inginocchio davanti a questa Vittima – riconoscendo il mio peccato nel Suo perdono – divento grande, risplende la bellezza della natura umana nella sua verità.