di Fabrizio Proietti da Svipop

Quando il 7 dicembre aprirà i lavori del Vertice di Copenhagen sui cambiamenti climatici, Rajendra Pachauri ci dirà che siamo ormai sull’orlo del precipizio e che per evitare il disastro globale dovremo necessariamente sottometterci a regole molto rigide. Chiederà quindi tasse pesanti sui viaggi aerei, che da soli rappresentano il 2-3% delle emissioni totali di CO2, oltre al bando dell’acqua da frigo nei ristoranti (non è uno scherzo, l’ha già annunciato) e altre misure draconiane. Il problema è che ci sono molte possibilità che Pachauri  venga accontentato, essendo il segretario dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), l’organismo dell’ONU che da circa 20 anni detta la linea ufficiale in materia di clima. Contrariamente a quanto spesso si legge, Pachauri non è un insigne climatologo, ma un ingegnere meccanico, esperto in ferrovie, che grazie a un notevole opportunismo politico si è trovato a capo dell’organismo internazionale più influente degli ultimi anni. A dimostrazione, ce ne fosse stato bisogno, che l’IPCC è un ente politico e non scientifico.

Il 7 dicembre ci chiederà anche di rinunciare a mangiare la carne almeno un giorno alla settimana, un piccolo sacrificio per salvare il clima e il pianeta. Già, un piccolo sacrificio, ma solo per noi. Perché lui, Rajendra Pachauri, in realtà è vegetariano e non farà alcun sacrificio, come è tipico di tutti questi nuovi farisei che – come quelli originali  – “legano pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito”.
Così tutti noi saremo costretti a ridurre le emissioni di anidride carbonica con le buone o le cattive, ma Pachauri e co. continueranno ad emettere CO2 in quantità industriale.

Come per il vertice di Copenhagen, che da un punto di vista dei risultati politici non ha molto da dire, visto che i giochi veri sono già fatti da tempo. Malgrado ciò nella capitale danese confluiranno da tutto il mondo almeno 20mila persone per uno show che ha soprattutto uno scopo propagandistico: guadagnarsi il consenso dell’opinione pubblica (o almeno vincerne la resistenza) per misure che limiteranno la nostra libertà. Capi di governo, funzionari dell’ONU, lobbysti di ogni genere, attivisti dei movimenti ecologisti: tutti a Copenhagen.

E allora facciamo i conti a questi signori, usando lo stesso calcolatore di emissioni che viene consigliato a noi poveri peccatori per misurare il nostro peccato (www.carbonify.com): tenendo conto che in media ognuno dei 20mila percorrerà mille chilometri in aereo (2mila considerando il ritorno) per recarsi a Copenhagen, solo di aereo avremo emissioni pari a circa 12.500 tonnellate di CO2. Aggiungendo un 40% per alberghi, consumi, spostamenti locali e così via, arriviamo intorno a 17mila tonnellate di CO2. Per arrivare a tale livello di emissioni, tanto per fare una comparazione, bisognerebbe percorrere 55milioni di chilometri con una piccola macchina, o 74milioni di chilometri in treno.

Ma soprattutto consideriamo che ciascuno di noi, ci dice l’Unione Europea, in un anno emette circa 9 tonnellate di CO2. Vale a dire che questi signori, solo per andare a Copenhagen produrranno le stesse emissioni che in un anno intero produce un intero paesino di 2mila abitanti.

Secondo il “Sunday Times” le emissioni globali provocate dal summit di Copenhagen arrivano addirittura 41mila tonnellate di CO2 (verranno posati 900 chilometri di cavi per computer e 50mila metri quadri di tappeti), l’equivalente delle emissioni dell’intero Marocco nel 2006. Dati questi numeri, quando un giornalista ha chiesto  perché non fare un incontro in videoconferenza, un portavoce del summit ha risposto: “Per questo accordo, le persone hanno bisogno di incontrarsi e negoziare faccia a faccia. Le video conferenze sono molto utili ma non hanno la stessa efficacia del ‘tocco’ personale”. Forse che pensano di convincere i più riottosi con le minacce fisiche? O semplicemente è molto più comodo farsi un bel viaggio in Danimarca a spese dei contribuenti?

Oltretutto molti di questi “salvatori del pianeta” non vanno solo a Copenhagen: girano tutto l’anno in aereo andando da un capo all’altro del mondo per convincere la gente ad andare in bicicletta, a non lavarsi, a usare carta riciclata  e così via.
Un carosello cui non possono mancare le celebrità dello spettacolo, che in fatto di eco-ipocrisia non hanno niente da imparare. A cominciare da Bono degli U2, un’icona del terzomondismo e dell’ambientalismo: l’ultimo tour mondiale degli U2, con lo spostamento di tre giganteschi palchi, ha realizzato emissioni pari a quelle annuali di 6500 famiglie italiane o a un viaggio Terra-Marte andata e ritorno con un’astronave. E Harrison Ford, vice-presidente di Conservation International, instancabile attivista contro la deforestazione, ha come hobby quello di pilotare aerei, con una piccola flotta personale a disposizione. Un hobby condiviso da altri eco-ipocriti: John Travolta, che si è rivolto recentemente ai cittadini britannici chiedendo loro di fare ognuno il proprio dovere per fermare il riscaldamento globale, possiede 5 aerei privati, tra cui un Boeing 707. Soltanto nel 2006 – calcoli di Carbon Trust – il suo hobby ha provocato 800 tonnellate di emissioni, cento volte quelle di un cittadino europeo medio.

E’ anche grazie a loro che già paghiamo eco-tasse sui nostri viaggi aerei, e sempre più ne pagheremo dopo Copenhagen.