di Piero Vietti
Tratto da Il Foglio del 9 dicembre 2009

“Mi meraviglio che ci si meravigli dei cambiamenti climatici”.

Folco Quilici da oltre cinquant’anni si occupa del rapporto tra uomo e natura: ha girato il mondo più volte fotografandolo, fermandolo su pellicola e scrivendone in molti libri (l’ultimo, “Terre d’avventura”, è appena uscito per Mondadori). Incontra il Foglio nei giorni in cui a Copenaghen si parla di clima e ambiente come se fossero la stessa cosa e si grida che la soluzione a tutti i problemi è il taglio alle emissioni di CO2. “Il clima è sempre cambiato da quando esiste il mondo – dice il pluripremiato documentarista – Io ho filmato gli insediamenti umani in Groenlandia: abbazie, case e stalle costruite dai vichinghi appena mille anni fa là dove poi in poco tempo le terre sono state coperte da ghiacci alti anche due chilometri”.

Non pensiamo che stia accadendo qualcosa di nuovo sul nostro pianeta, avverte Quilici: “Questo non vuol dire che non dobbiamo tagliare i gas nocivi; ma è una cosa che dobbiamo fare più per la nostra salute che per quella della Terra. Non sono le nostre emissioni che sconvolgono il pianeta”. C’è un allarmismo ingiustificato che rischia di portare in direzioni sbagliate: “Il mio maestro, il professor Marinelli, ai tempi dell’isteria per il buco nell’ozono chiedeva: ‘Sappiamo com’era il buco nell’ozono cento o mille anni fa? Che cosa sappiamo?’. E io aggiungo: com’è che oggi non se ne parla più?”.

Avendo girato il mondo e avendo visto e studiato come nella storia tanti posti sono cambiati non si meraviglia. Oggi però la vulgata racconta che i cambiamenti avvengono in fretta: “Il Sahara era verde ottomila anni fa, non otto milioni di anni fa, e dai resti trovati si capisce che la desertificazione è avvenuta relativamente in fretta”, spiega Quilici. E’ tutto già successo? “Annibale è venuto a combattere con quaranta elefanti, dove li ha presi nell’Africa di duemila anni fa?”. In cinquant’anni passati tra la Patagonia, il Congo, la Groenlandia e altri paesi, non ha notato questa accelerazione di cambiamenti estremi? “Ma no, c’è un’esagerazione su questo tema. Se usiamo come misura la storia del mondo i cambiamenti sono sempre stati velocissimi”. Bisogna smettere di usare l’uomo come misura di tutte le cose: “I tempi geologici sono diversi – spiega Quilici – O veloci (come le eruzioni dei vulcani che modificano l’atmosfera) o lenti”.

Quilici si rende conto che “se non fai un po’ di chiasso è difficile che ti diano retta, ma quello che stanno facendo adesso è contarci balle come si fa con i bambini per non fare loro mangiare la marmellata. E’ fin troppo evidente che ci sono interessi economici e politici enormi”. “Capisco che si esasperino i toni – ammette – anche io all’inizio lo feci parlando dell’inquinamento, ma tutto questo parlare di clima sta facendo dimenticare l’ambiente”. I Cinquant’anni passati a raccontare la “bellezza del creato” hanno contribuito a creare una coscienza più rispettosa dell’ambiente nella gente, ma lo spostare il discorso su CO2 e “lotta al riscaldamento globale” rischia di far dimenticare tutto questo: “I discorsi generali sono pericolosi”, dice. Va benissimo diminuire i gas, ma pensare che questo serva a cambiare il clima di un pianeta che è sempre cambiato rischia di essere miope.

Si legge che i pesci scompaiono e diventano più piccoli per colpa del global warming. Balle, secondo Quilici, che di mare se ne intende: “I pesci scompaiono perché li si pesca in modo dissennato, con delle reti che potrebbero avvolgere un DC-8. Dove abbiamo creato aree protette, i pesci si sono moltiplicati”. Non con meno CO2. Lo stesso dicasi per l’Africa, dipinta come verso la fine climatica, e che Quilici conosce bene: “L’Africa è un continente ricchissimo, pieno di acqua, vegetazione e risorse: fermando i gas non arriveranno acqua e cibo, mentre basterebbe distribuirli”. Molti problemi da risolvere “senza isterismi e mistificazioni. La storia lo insegna: la prospettiva con cui vanno guardati questi problemi è quella del mondo, che è molto più forte di qualunque cosa l’uomo gli possa fare”.