Nerone “santo subito”. È stata sufficiente una mostra inaugurata il 12 aprile a Roma (durerà fino al 18 settembre) per beatificare l’imperatore romano (37-68 d.c.) salito al potere all’età di 17 anni e morto suicida a 31. Tutta colpa della storiografia contemporanea e cristiana, sentenziava il 12 aprile su La Stampa Silvia Ronchey: gli storici hanno attribuito a Nerone i «bui tratti di molti altri imperatori» e hanno ignorato invece il «raffinato carisma» di un sovrano che sarebbe stato modello dell’ “imperatore filosofo” Marco Aurelio, istruito nella paideia (educazione) greca, campione sportivo, poeta, attore e musicista… Così come sono state oltremodo stigmatizzate, secondo la Ronchey, «le condanne inflitte alla minoranza cristiana dopo l’incendio attribuitole dalla plebe», ma non dal sovrano… E anche Popotus, il pregevole giornale per bambini di Avvenire, il 5 aprile scorso, dedicava all’imperatore un titolone ambiguo: «Piromane forse, di sicuro pompiere», asserendo che Nerone, dopo il famoso incendio del 64, tornò da Anzio nella capitale «per organizzare i soccorsi e limitare i danni, mettendo a disposizione i suoi giardini per fornire agli sfollati un ricovero e assicurare loro i viveri».

Nessuno tocchi Nerone, insomma. Come se fossero stati incidenti di percorso le persecuzioni anticristiane e gli omicidi di cui si macchiò: il fratellastro Britannico, la madre Agrippina, la prima moglie Ottavia, l’adorata seconda moglie Poppea, il maestro Seneca…

Ma chi era davvero Nerone? Alfredo Valvo, docente di Storia romana all’Università Cattolica di Brescia è assai stupito. «Questi articoli non fanno bene alla verità storica, ma la ridicolizzano. Sono colpito dalla lettura di tante inesattezze. Stiamo parlando di un imperatore megalomane che dal 62 fino alla fine, nel 68, si è macchiato di delitti ignobili. Faceva leva sugli strati più bassi del popolo per consolidare un potere autocratico e teocratico. Un’auto-divinizzazione che non ha nulla a che vedere con la paideia greca: perseguitò allo stesso modo gli stoici e i cristiani. Altro che “raffinato carisma”: mise in atto raffinate crudeltà».

Ma si può dire che le prime persecuzioni anticristiane ci furono solo durante l’impero di Domiziano (81-96)?

Non è così. Oltre ad autori cristiani come Melitone, Tertulliano e Lattanzio, sappiamo da fonti al di sopra di ogni sospetto, come Tacito e Svetonio, che Nerone perseguitò i cristiani, ne fu anzi il primo persecutore, a meno di non mettere in discussione fonti autorevoli come quelle citate. Da Tertulliano sappiamo che un Senato Consulto del 35 d.C., quindi dell’età di Tiberio, aveva dichiarato la religione cristiana illecita (superstitio illicita), diversamente dal Giudaismo, del quale i cristiani inizialmente rappresentarono una costola, ed è questo provvedimento, con molta probabilità, all’origine delle persecuzioni. L’atteggiamento di Nerone verso i cristiani fu tollerante fino al 62 quando Nerone decise di solidarizzare con le correnti filo-giudaiche in tutto l’impero romano che vedevano nel cristianesimo un pericolo. Secondo Tacito, che è il solo a collegare la persecuzioni anti-cristiana con l’incendio di Roma, nell’anno 64, la colpa di esso ricadde sui cristiani. Nerone sarebbe stato responsabile di questa “operazione” per allontanare da sé i sospetti di essere l’ispiratore e il regista del tragico incendio. Tacito parla di ingens multitudo di cristiani martirizzati.

A proposito dell’incendio, chi fu il mandante?
Come ricordava Marta Sordi, a parte Tacito che riporta accanto alla responsabilità di Nerone (dolo principis) anche la versione di coloro che attribuivano l’incendio al caso, le fonti antiche concordano nell’imputarlo a Nerone: da Plinio Il Vecchio a Tacito, Svetonio e Cassio Dione. Non si può concludere con certezza che la responsabilità dell’incendio sia stata sicuramente di Nerone, anche perché ancora nel I secolo gli incendi erano all’ordine del giorno in quanto molte case romane erano fatte di materiale incendiabile e non era raro che interi quartieri di Roma andassero a fuoco. Di sicuro, però, Nerone non fece nulla per spegnere l’incendio. È infondata l’ipotesi che si sia adoperato per “limitare i danni”. Anche le fonti che definiscono l’incendio fortuito raccontano che fu alimentato da uomini dell’imperatore il quale era ben contento di dar vita così al nuovo assetto urbanistico di Roma. Progetti come la Domus Aurea o il colosso di Nerone testimoniano la megalomania di Nerone.

È vero che la storiografia e le rappresentazioni di Nerone nel corso dei secoli ne hanno sminuito le sue doti culturali?

L’amore per la poesia, la musica e l’arte faceva parte dell’educazione che veniva data ai principi all’interno del palazzo. Comunque Nerone non era colto quanto Adriano, che era un amante del bello nel senso più elevato, ed era un uomo dotato di grande equilibrio. Se la storiografia è stata ostile a Nerone, lo è stata per il suo comportamento paranoico, per la voglia smisurata di mettersi sempre e comunque in evidenza: era geloso persino dei suoi generali. E soprattutto gli storici hanno sottolineato i delitti di cui si rese colpevole. Poppea venne uccisa con un calcio mentre era incinta. Seneca, suo maestro, stoicamente preferì togliersi la vita. Per non parlare, appunto, delle persecuzioni contro i cristiani: anche Adriano e altri imperatori fecero condannare alcuni credenti ma sicuramente Nerone fu tra i principali protagonisti di esse.

Eppure pare che il popolo lo adorasse…
Ma parliamo degli strati di popolazione più bassi e perciò ricattabili. Il popolino di Roma era una massa informe: bastava una parola d’ordine per allinearsi. Aspettavano la sportula, il necessario per sopravvivere. Erano costretti ad assecondare il padrone. Nerone fu criticato in seguito all’incendio, ma attraverso la sua politica di compiacere il popolo riuscì ad accattivarsi la plebaglia, non tutto il popolo. E il fatto che dopo la sua morte molti si augurassero che ritornasse in vita non vuol dire granché: allora si pensava che tutti gli imperatori ricevessero l’apoteosi e che fossero assunti tra gli dei. E l’attesa di un ritorno, come l’età dell’oro, faceva parte della cultura romana.

Napoleone Bonaparte avrebbe detto che «il popolo amava Nerone perché opprimeva i grandi ma era lieve con i piccoli».
Per fortuna Napoleone non era uno storico. Il culto della personalità imposto da Nerone riguardava tutti. E il fatto che si accanisse contro l’aristocrazia aveva anche un tornaconto economico: tutti quelli che venivano accusati di lesa maestà erano anche spogliati dei loro beni. L’imperatore aveva dilapidato enormi fortune per progetti urbanistici dissennati, tanto che Vespasiano dovette faticare parecchio per rimettere a posto i conti dell’impero.

La Ronchey mette anche in dubbio la decapitazione di san Paolo che invece sarebbe stato assolto da Nerone…

Questi sono errori inspiegabili. Paolo fu dapprima assolto in un processo, ma non per merito di Nerone. Egli venne decapitato nel 63, negli anni in cui imperversava la violenza dell’imperatore. Sono davvero tante le fonti cristiane che lo attestano: Eusebio di Cesarea, Melitone, Lattanzio, Tertulliano e molti altri. D’altra parte, il martirio di Paolo poteva benissimo essere ignorato dalle fonti pagane. La storiografia del novecento ha avvalorato le fonti. Ma c’è ancora, talvolta, un uso improprio, anche ideologico della storia, che tende ad escludere accusandole di partigianeria le testimonianze di autori cristiani. Si cerca di far passare i cristiani come persecutori e non come perseguitati (e gli scritti apologetici, gli Atti dei martiri erano esercizi letterari?) e di riabilitare certi imperatori che sarebbero vittime della storiografia cristiana, in quanto laici. Ma queste ricostruzioni pseudo-storiche non rendono un buon servizio alla verità.

di Antonio Giuliano da La Bussola Quotidiana