La figura del prete e il suo compito pastorale sono al centro del convegno per assistenti e sacerdoti che l’Unione nazionale italiana trasporto ammalati a Lourdes e santuari internazionali (Unitalsi) ha promosso a Roma dall’11 al 13 gennaio sul tema “Siate imitatori di Gesù Cristo”. Martedì 12 la relazione conclusiva della mattinata è stata tenuta dal vescovo segretario generale della Conferenza episcopale italiana (Cei). Si tratta di una riflessione sullo stile della lectio divina ispirata nel titolo a un versetto paolino:  “Conquistato da Cristo, il presbitero corre verso di Lui per conquistarlo” (cfr. Filippesi, 3, 12). In precedenza il cardinale Camillo Ruini, presidente del comitato per il progetto culturale della Cei, intervenuto sul tema “Gesù Cristo, sorgente e centro della vita sacerdotale”, ha messo in risalto come in un contesto di secolarizzazione “una risposta a tale crisi deve partire dagli stessi presbiteri, che sono chiamati a essere loro per primi dei “credenti sul serio””. La secolarizzazione – ha rilevato il porporato – è un fenomeno che negli ultimi cinquant’anni “ha prodotto anche una certa crisi del sacerdozio ministeriale”. Tuttavia – ha rimarcato – “oggi si può dire che la religione non solo non è tramontata, ma anzi conta forse più che in passato”. La  differenza è che adesso la fede non è più un “dato assodato” e che “oggi il credere e il non credere è possibile a tutti”. Pubblichiamo di seguito ampi stralci della relazione del segretario generale della Cei.

di Mariano Crociata

La mia riflessione vorrebbe svolgersi interamente attorno al versetto paolino citato nel titolo dell’intervento affidatomi, non per farne una esegesi, ma nel tentativo di trarne qualche indicazione teologica e spirituale per la nostra vita di presbiteri. Il testo propriamente è il seguente:  “Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù” (Filippesi, 3, 12). Si coglie subito che il tema proposto inserisce la figura del presbitero al posto di quella di Paolo, volendo suggerire una precisa applicazione dell’impegnativa affermazione paolina. Una tale applicazione è legittima e non impropria, richiede tuttavia di essere circostanziata. È vero infatti che è un apostolo a parlare di sé e della sua esperienza, ma è vero anche che egli parla del suo essere cristiano, credente, in una delle più significative pagine con espliciti richiami autobiografici. Così facendo egli non mette tra parentesi il suo ministero apostolico, poiché anzi scrive la sua lettera in quanto primo annunciatore del Vangelo e fondatore della Chiesa, ma non tratta e non si appella espressamente alla sua autorità di apostolo, come fa invece in altre pagine. Inoltre, egli si rivolge alla comunità di Filippi come tale e quindi alla totalità dei suoi membri senza distinzioni di carismi e ministeri. Quanto san Paolo testimonia, interessa e interpella innanzitutto ogni cristiano, tocca il credente come tale.
In tutto il capitolo terzo della lettera, san Paolo parla di sé per parlare di Cristo. Innanzitutto mette in guardia da coloro che nella comunità portano scompiglio e divisione appellandosi a una perfezione e a una conoscenza superiori, poi espone i motivi di vanto che potrebbe esibire per mostrare di non essere inferiore a nessuno; motivi umani di vanto che tuttavia ha disprezzato ritenendoli spazzatura a confronto con la sublimità della conoscenza di Cristo. Unicamente per la fede in lui Paolo spera la salvezza, per la potenza della sua morte e risurrezione. In questo contesto san Paolo parla di guadagno e di perdita, intendendo che tutti i motivi di vanto di tipo etico e religioso non valgono nulla per giungere alla salvezza; al contrario la fede conferisce al credente la giustizia di Dio, poiché lo schiude alla relazione con Dio fino ad allora insuperabilmente preclusa. Con la morte e la risurrezione di Gesù, Dio giustifica l’uomo che si lascia aprire alla fede e lo stabilisce in un rapporto di comunione con sé. In questo consiste l’unico vero guadagno che merita di essere conseguito; il resto è perdita e merita di essere lasciato perdere.
San Paolo dunque richiama l’esigenza di fronte alla quale s’è trovato, di scegliere che cosa perdere e che cosa guadagnare, che cosa veramente conta, ciò per cui val la pena disfarsi di tutto il resto; egli giunge a rinnegare il suo stesso patrimonio religioso, in quanto sistema chiuso e autosufficiente; e non per sostituirlo con un altro sistema e nemmeno per annullarlo, ma per ritrovarlo pienamente inverato nella nuova relazione con Cristo Gesù, da credente, cioè da uomo reso giusto dinanzi a Dio, grazie al mistero pasquale dello stesso Cristo. Al centro dell’esperienza e della teologia di Paolo si pone l’incontro con Cristo, a partire dal quale tutto si ricomprende e si ricompone nel suo significato e nel suo valore. Spiega infatti Benedetto XVI:  “Solo l’avvenimento, l’incontro forte con Cristo, è la chiave per capire che cosa era successo:  morte e risurrezione, rinnovamento da parte di Colui che si era mostrato e aveva parlato con lui. In questo senso più profondo possiamo e dobbiamo parlare di conversione. Questo incontro è un reale rinnovamento che ha cambiato tutti i suoi parametri. Adesso può dire che ciò che prima era per lui essenziale e fondamentale, è diventato per lui “spazzatura”; non è più “guadagno”, ma perdita, perché ormai conta solo la vita in Cristo” (Udienza generale, 3 settembre 2008).
Nessuna presunta perfezione religiosa, come quella vantata dai giudeo-cristiani o dagli gnostici, può reggere il confronto con il primato e la centralità della persona di Cristo, poiché rivela tutta la sua vanità e inconsistenza di umana pretesa, e anzi pericolosità, tanto da portare san Paolo a chiamare simili seminatori di zizzania “cani” e “cattivi operai”; e ancora nella parte conclusiva del capitolo terzo ne parla come di “nemici della croce di Cristo”, destinati alla “perdizione”, gente che ha per dio il proprio ventre e si vanta di cose di cui dovrebbe vergognarsi.
Se fin qui lo sguardo era stato rivolto al passato dell’origine del dono della fede e della giustizia di Dio in Cristo, a conclusione del capitolo viene orientato verso il compimento futuro definitivo. Paolo vive e invita a condurre l’esistenza terrena nel legame e nel radicamento nell’incontro con l’evento e la persona di Gesù Cristo nell’attesa del suo ritorno ultimo, glorioso e glorificante anche per noi. Ma quale deve essere, tra questi due tempi iniziale e finale, il nostro atteggiamento e il nostro agire?
In primo luogo san Paolo dichiara in tutta onestà, e certo anche per distinguersi da quanti ostentano una presuntuosa perfezione e superiorità, di non aver ancora raggiunto la meta e nemmeno la perfezione. Così dicendo non smentisce e nemmeno sminuisce la grandezza e l’integrità del dono ricevuto con la fede e la giustificazione, ma lascia chiaramente intendere che esse non sono un possesso conseguito una volta per tutte e umanamente inalienabile o irreversibile. Nei confronti del dono ricevuto ci si deve comportare come di fronte a qualcosa che si deve ancora raggiungere e per cui bisogna lottare. L’impegno volto a conquistare e raggiungere la meta è in realtà sopraffatto e anticipato da una conquista compiuta questa volta da parte di Dio nei confronti dell’uomo, di Cristo nei confronti di Paolo, in un vero e proprio sconcertante capovolgimento:  prima di poter conquistare qualcosa, anzi proprio per poter conquistare, il credente ha bisogno di essere conquistato; e in ogni caso, la sequenza ordinata di successione delle iniziative vede al primo posto Dio e il suo Cristo che afferra, ghermisce l’uomo facendone un credente chiamato e abilitato a porsi alla conquista dello stesso Dio e Cristo. Solo l’intera estensione temporale di una esistenza, dal momento della conversione alla sua conclusione con la morte, può contenere la risposta e l’accoglienza umanamente adeguata del dono di Dio in una libertà consapevole.
Ma ciò che vale per tutta l’esistenza si condensa nel momento iniziale della conversione o, meglio, dell’incontro con Cristo e, in lui, con il Dio unico e vero. Quella che sembra nella formulazione paolina una correzione e una precisazione, in realtà contiene e svela una verità più profonda. La riscoperta del primato della grazia, della iniziativa e del dono di Dio in Cristo non può ridurre, né tanto meno cancellare, il carattere originario anche della risposta e della fede dell’uomo.
Alla luce di questi cardini del pensiero e dell’esperienza paolina, propongo tre spunti per la riflessione ulteriore. Quando Paolo parla del suo essere stato conquistato si riferisce all’evento di Damasco, incontro con la rivelazione di Gesù, che ha cambiato profondamente la sua vita legandolo irreversibilmente a lui. Gli interlocutori di Paolo hanno anch’essi un punto di riferimento, ovvero il giorno e l’ora nella quale sono stati raggiunti da Cristo e hanno accettato la professione di fede e il battesimo. Forse nella nostra condizione odierna risulta difficile indicare un evento, un giorno, una circostanza in cui possiamo dire di essere stati conquistati da Cristo, dal momento che il nostro battesimo, ricevuto nella prima infanzia, non si lega a un momento di coscienza in conversione e di orientamento radicale della vita a Cristo. In realtà non pochi hanno vissuto esperienze singolari, non legate necessariamente a eventi sacramentali d’iniziazione cristiana, in cui si è verificata una presa di coscienza e un profondo cambiamento, vera e propria attualizzazione dell’inizio del cammino di fede con il battesimo. Il più delle volte tuttavia il nostro incontro con Cristo s’è dipanato lungo un percorso puntinato di passaggi significativi, che hanno dato al nostro essere conquistati da lui il carattere di un processo di continua e crescente attualizzazione. Ciò che è comunque avvenuto in noi, diciamo pure su un piano ontologico, ha bisogno di essere assunto nella coscienza dell’incontro con Cristo come evento personale, esistenziale, di libera accoglienza e corrispondenza, per maturare e far crescere il senso dell’urgenza di correre per conquistarlo.
Oggi siamo largamente avvertiti – ed è la seconda riflessione – del fatto che il ministero presbiterale, particolarmente nella celebrazione dei sacramenti, secondo la dottrina dell’ex opere operato, non può vantare motivi umani d’efficacia, poiché solo la grazia di Dio giustifica, redime e salva. Così che lo stesso sacramento dell’ordine non dipende dalla dignità e dalla qualità spirituale e morale di chi ne viene investito, ma dalla potenza dello Spirito che viene effuso con l’ordinazione; infatti i presbiteri “sono segnati da uno speciale carattere che li configura a Cristo sacerdote, in modo da poter agire in nome di Cristo, capo della Chiesa”, come dice la Presbyterorum Ordinis (n. 2). E tuttavia, il carattere sacramentale conferito non rimane estraneo alla persona del presbitero ma lo impregna interamente, così che l’essere e l’agire sacerdotale in lui non possono venire separati. Per tale ragione l’ex opere operato non riduce l’efficacia sacramentale ad automatismo o azione magica. I sacramenti, e in qualche modo tutte le azioni pastorali ed ecclesiali, insieme suppongono la fede e l’alimentano, richiedono il coinvolgimento personale di tutti i partecipanti nella celebrazione e nell’intera vita ecclesiale. L’opus operantis esercita una sua incidenza nell’efficacia sacramentale e pastorale dell’azione del ministro, non sul piano ontologico, ma su quello esistenziale e relazionale; e poiché i piani sono distinti ma non separati, l’inadeguatezza e l’infedeltà del ministro rischia di compromettere la pienezza dell’azione della grazia sacramentale e impoverire se non minacciare la qualità dell’intera vita pastorale ed ecclesiale.
La prospettiva paolina, come d’ogni autentica spiritualità cristiana e presbiterale, è però rovesciata, poiché Paolo, come apostolo, è divorato interamente dalla sua comunione con Cristo e dal desiderio che egli regni nel cuore e nella vita dei credenti. L’esemplarità della sua vita non è ricercata a scopo dimostrativo, in uno sforzo funzionale all’esercizio della sua attività, ma scaturisce spontaneamente dalla sovrabbondanza gratuita e generatrice della centralità di Cristo nella sua persona e nella sua vita. Il presbitero allora è, come Paolo, un credente esemplarmente assorbito dalla relazione con Cristo e interamente proteso a conquistarlo. Egli trasmette ai credenti qualcosa che non è suo, anzi si pone a servizio di una relazione tra i credenti e Cristo che lo supera interamente, pur essendo egli interamente al suo servizio; e tuttavia egli svolge questo servizio prima con la sua vita che con le sue parole o le sue attività, nel senso che gli altri vedono plasticamente realizzato nella sua esistenza ciò a cui il suo servizio apostolico intende e ha il potere di condurli.
Infine, i presbiteri non solo s’impegnano a guidare con l’esemplarità della loro vita, ma accompagnano il cammino dei credenti aiutandoli a scoprire il loro incontro storico con Cristo e sostenendoli nel loro tendere alla piena comunione con Cristo. Il nostro ministero ha bisogno di puntare su tre esigenze non raramente trascurate. La prima esigenza è quella di condurre a un incontro personale con Cristo che stabilisca le persone in una capacità di fede personale autonoma di profonda comunione con lui. L’esperienza ecclesiale dovrebbe essere sempre più vissuta come luogo in cui questo incontro personale viene preparato, sostenuto, realizzato. La seconda esigenza è quella del coraggio e della forza di convinzione nel proporre la prospettiva escatologica come propria di un vero credente e della Chiesa. Cerchiamo di tendere a una comunione piena e definitiva che dà senso al cammino terreno senza distrarre da esso, ma anche senza essere distratta a causa dei suoi richiami e dei suoi impegni. C’è nella polemica paolina una vigorosa reazione contro il tentativo di trovare appagamento qui, anche in ragione di una vantata perfezione soddisfatta di sé. La terza esigenza segue da quanto detto, poiché non c’è un modo mediocre e rilassato di tendere alla conquista di Cristo; conquista dice sforzo, tensione, fatica e dedizione ostinata, abnegazione. Tutto ciò non è possibile senza una fede appassionata, senza un cuore innamorato, senza un desiderio vivo di unione con Cristo.
Si ripropone così alla fine la questione che è emersa già nel corso di questa conversazione:  se uno è già conquistato da Cristo, che bisogno ha di tendere a conquistarlo? E, al contrario, se uno non è stato conquistato, non si sente ancora veramente conquistato, può far finta di esserlo cercando a sua volta di conquistarlo? Non dovrebbe forse stare ad aspettare di essere conquistato? La risposta che ho cercato di dare alla prima domanda dovrebbe guidare anche di fronte alle altre. Trovarsi nel circuito cristiano comporta comunque già la cognizione,  o almeno il presentimento, del valore incomparabile di Cristo Gesù, della sua parola, della sua persona. Si tratta di corrispondere a tale percezione iniziale assecondandola in un cammino di ricerca esistenziale che non può pretendere di trovare punti fermi una volta per tutte.

(©L’Osservatore Romano – 13 gennaio 2010)