di Anna Bono e Pino Locati da www.lanuovabq.it

Donne in attesa all'arrivo di padre Locati nel campo profughi

 Donne che accolgono esultanti con danze, canti e battimani una modesta distribuzione di pacchetti di sapone in polvere e di coperte: succede nel campo profughi Mugunga 3, nel Nord Kivu, una delle province orientali della Repubblica Democratica del Congo che da quasi 20 anni non conosce pace: perenne terreno di scontro tra milizie antigovernative raccolte sotto diverse sigle, gruppi armati Hutu e Tutsi (le etnie antagoniste che popolano i confinanti Rwanda e Burundi), militari governativi e caschi blu Monusco, la più grande e costosa missione di peacekeeping delle Nazioni Unite, forte di oltre 20.000 unità. Prosegue così una guerra, ufficialmente terminata nel 2003, che ha decimato la popolazione congolese: nel 2008 le perdite tra i civili si stimavano in 5,4 milioni, in gran parte per fame, malattia e sevizie. Da allora la strage è continuata e, insieme, l’esodo forzato di centinaia di migliaia di disperati, in fuga dai combattimenti, privi di mezzi di sostentamento, senza più lavoro, casa, bestiame, terra.

Mugunga, diviso in tre sezioni, è uno dei 31 campi allestiti in Nord Kivu per accoglierli, ma vi mancano servizi essenziali, le tende sono ormai logore e non sempre c’è cibo a sufficienza per tutti. Il 26 gennaio padre Pino Locati, missionario dei Padri Bianchi, lo ha raggiunto con il suo carico di sapone e coperte e un elenco di donne in attesa del suo arrivo: in tutto 344, 147 vittime di stupro (la più giovane, una bambina di cinque anni) e 197 ammalate di AIDS, un piccolo campione di una realtà di proporzioni enormi perché in Congo, come spiega padre Locati, “sono loro, le donne, a pagare il tributo peggiore negli ultimi venti anni”.

In loro nome il missionario ha scritto un documento di denuncia dai contenuti sconvolgenti. Parla infatti dello stupro che nel Kivu è diventato – sono parole sue – “una follia quasi collettiva nei soldati”, un “vero disastro umanitario”, un “olocausto al femminile”. “Gli stupri – spiega padre Locati – avvenivano (e avvengono tuttora) durante i combattimenti, le ritirate, le rappresaglie, i rapimenti, nelle zone occupate e libere, sono commessi dai ribelli, dai miliziani, dai soldati regolari e dai civili che hanno perso ogni traccia di umanità” e succede dappertutto: “nelle prigioni, nei campi, alle sorgenti d’acqua, ai mercati e perfino nelle chiese, nelle canoniche e nei conventi” come è capitato nella diocesi di Kasongo “ad opera di militari congolesi e dei loro alleati stranieri”. Come se non bastasse, spesso le vittime, se sopravvivono, vengono lasciate sole, abbandonate e ripudiate dai mariti e dalle famiglie, in preda a sensi di colpa e vergogna.

L’ONU non ha mosso un dito, denuncia padre Locati, benché l’Alto Commissario ONU per i diritti umani abbia pubblicato già nel 2010 il Rapporto Mapping in cui sono documentate le violazioni dei diritti umani commesse nel paese. Si deve aggiungere che neanche la Monusco ha posto un argine alle violenze e, anzi, gli stessi caschi blu vengono non di rado accusati di violare i diritti umani.

Ma neanche i diretti interessati, osserva padre Locati, sembrano disposti a reagire come invece sta succedendo in India dove decine di migliaia di persone si sono mobilitate dopo gli stupri di New Delhi: “Ho posto la domanda nella chiesa di Ndosho domenica 30 dicembre alla Messa, davanti a 3.000 persone: perché gli uomini congolesi non scendono nelle strade a protestare contro le violenze fatte alle loro donne? Goma e il Kivu (di cui Goma è capitale, n.d.a.) detengono l’agghiacciante primato mondiale della violenza dirompente contro le donne! Come risposta ho notato un silenzio di tomba”.

Di qui è maturata la decisione di padre Locati di raccontare qualcosa dell’orrore a cui assiste da anni, sperando che qualcuno pubblichi la sua denuncia e precisando: “Mille libri non basterebbero per raccontare tutte le nefandezze sessuali in Congo”.

La Nuova Bussola Quotidiana risponde alla richiesta di aiuto ed ecco quindi il testo di padre Locati, da cui sono state tagliate solo le poche frasi non narrative.

“Lo stupro nel Kivu (come in Bosnia nel 1992, in Rwanda nel 1994, in Siria oggi), è diventato una follia quasi collettiva nei soldati che restano impuniti! (…) È un “femminicidio” o un “olocausto al femminile”: gruppi politici, economici e militari vogliono annientare le famiglie, le popolazioni locali, un popolo intero tramite l’umiliazione della donna, sposa, madre e figlia! È risaputo addirittura che i vari eserciti d’oltre frontiera con le soldatesche e i miliziani locali sceglievano soldati colpiti dal virus HIV e li mandavano per infettare e uccidere nel grembo materno i germi di un avvenire umano, familiare e sociale. Le donne stuprate erano rimandate al villaggio per contaminare i loro mariti. Doppia efferatezza! Duplice crimine!

(…) Qualche esempio: nel maggio 1997 a Bunia nella Provincia Orientale, l’esercito regolare ha violentato brutalmente le ragazze del liceo Likovi e 7 di queste adolescenti sono morte e ha anche stuprato le donne alla maternità e le religiose in un convento a Bambumines (qui sono vissuto 4 anni nel mio primo soggiorno in Congo). Stupri sono stati commessi da parte degli eserciti ugandese e rwandese durante la lotta per la conquista di Kisangani tra 1999 e il 2000.

Altri esempi di violenza sessuale nella storia recente del Congo: nel Sud-Kivu, in agosto 1998, durante il massacro a Kasika, l’esercito di Laurent Kabila e i suoi alleati rwandesi sono stati gli autori di sventramenti di donne, di stupri bestiali e con bastoni: quante le vittime? Nessuno lo sa! Altrove nel mondo ci sono statistiche precise per questi crimini, in Congo non c’è nessuna inchiesta seria! Solo l’omertà mafiosa  e l’impunità! Avanzo la cifra di oltre un milione di vittime delle violenze sessuali a livello nazionale in questi ultimi venti anni…! Probabilmente la cifra è approssimativa per difetto…

Le storie da raccontare superano l’immaginazione e la capacità di ricezione talmente sono situazioni di orrore assatanato! Nel centro-città di Mwenga nel sud-Kivu, nel novembre 1999, gli stessi soldati che si volevano liberatori del Congo dalla tirannia di Mobutu, hanno sepolto vive 15 donne, dopo averle torturate, stuprate, certune con bastoni e averle sottoposte a trattamenti crudeli, disumani e orribili, alcune di esse sono state obbligate ad andare in giro nude nel villaggio. In tutto il Kivu, tutte le milizie di varia provenienza hanno introdotto bastoni e canne di fucile negli organi genitali femminili. Dopo lo stupro, molto spesso i violentatori hanno sparato agli stessi organi genitali. Ma chi oserà raccontare quelle efferatezze all’opinione pubblica internazionale? E quali sono i giornali che raccoglieranno quelle denunce? E quali governi e quali tribunali daranno la caccia ai criminali che ancora oggi nel territorio dei Grandi Laghi vivono nel loro benestare, tranquilli e indisturbati dalle autorità civili nazionali? Fortunatamente da due anni in qua qualcosa si è mosso con la Corte Penale Internazionale!

Un altro esempio dell’orrore: le donne pigmee nel nord-Kivu hanno pagato il loro tributo di sangue all’arrivo delle varie truppe e milizie verso Butembo e Beni e poi durante la loro partenza. Nel 2002-2003, a causa di superstizioni puerili, magiche e incivili, le donne pigmee sono state violentate, uccise, sventrate e a volte anche mangiate, soprattutto dai miliziani. Le mutilazioni genitali ai loro corpi hanno fornito amuleti e trofei a questi gruppi di criminali armati, tutt’oggi in circolazione nella foresta e impuniti! Lo stupro di una ragazzina guarirebbe dall’Aids (è quanto accade in Sud-Africa dove perfino le bambine di pochi anni sono stuprate per lo stesso motivo)… Quanti oggetti collocati nell’organo sessuale violentato: sassi fino a saturare il ventre materno, coltelli, punte di fucili…!

La violenza sessuale con tutte le atrocità e le conseguenze che ne derivano serve per terrorizzare la gente indifesa, inerme, senza voce e senza diritti! Gli aggressori hanno spesso obbligato i membri di una stessa famiglia ad avere relazioni incestuose fra loro, a danzare nudi o ad applaudire durante lo stupro! Vergogna delle vergogne! Le schiave sessuali, rapite dalle varie milizie, erano (e sono) sottomesse a violenze di ogni genere: psicologico (l’allontanamento e la minaccia sulla famiglia), fisico (maltrattamenti), morale (perdita della propria dignità e identità di donna).

Basta, non riesco più a scrivere altri episodi, ho voglia di vomitare su queste iniquità! Taccio su orrori che sono impossibili a leggere senza rivoltarsi contro gli aggressori: “Meglio sarebbe per questi criminali mettersi una macina al collo e gettarsi nel mare!”. Dal 1993 ad oggi, le donne vittime di violenze sessuali non solamente non credono più nello Stato ma neppure nelle ONG che approfittano della loro tragedia. Sì! Purtroppo è vero, anche le ONG approfittano delle loro sofferenze. Nel Kivu, ci sono non meno di 250 ONG che dicono di occuparsi delle vittime di violenze sessuali. Sulle 250 occorre cancellare dalla lista non meno di 200 ONG! Funzionari che si arricchiscono sulla pelle di quelle poverette senza fare nulla di concreto per loro, tranne i rapporti scritti con parole, parole, parole…! Anche queste ONG disoneste sono complici silenziose del “femminicidio”: senza queste donne martiri, i loro impiegati (stranieri e congolesi) dove potrebbero attingere soldi, e ancora soldi e sempre più soldi e arricchirsi? Sparite dalla circolazione, bugiardi profittatori!”