di Anna Bono da La Bussola Quotidiana

Permane alta la tensione nella Repubblica Democratica del Congo per l’arresto di tre sacerdoti e di due religiose avvenuto il 16 febbraio durante la marcia dei cristiani, una manifestazione indetta nella capitale Kinshasa dal Consiglio dell’apostolato dei laici cattolici congolesi, Calcc, per commemorare i cristiani uccisi nello stesso giorno del 1992.

Allora la guardia presidenziale e altri reparti militari aprirono il fuoco, sparando ad altezza d’uomo, per reprimere una protesta pacifica organizzata per chiedere la riapertura della Conferenza nazionale sovrana, un organismo istituito per introdurre la democrazia nel paese e che l’allora capo dello stato, il dittatore Sese Seko Mobutu, aveva deciso di sospendere. Un milione di persone avevano risposto all’appello dei promotori dell’iniziativa. Il bilancio delle vittime fu tragico: centinaia di morti, migliaia di feriti e, nei giorni successivi, altre centinaia di persone sparite nel nulla. 20 anni dopo le forze dell’ordine si sono “limitate” a disperdere la folla con i gas lacrimogeni. Inoltre, accampando motivi di sicurezza, le autorità hanno oscurato l’emittente radiotelevisiva cattolica Elikya e altre quattro emittenti private espressione dell’opposizione politica.

A distanza di 20 anni, dunque, l’ex Zaire di democratico continua ad avere soltanto il nome. Il dittatore Mobutu, sconfitto più dal cancro che dagli avversari in armi, ha ceduto nel 1996 la leadership a Laurent Désiré Kabila, un avventuriero, noto come tale fin dai tempi di Che Guevara che nel 1965, per avergli dato credito, rischiò la vita mentre tentava di esportare la rivoluzione in Africa. Assassinato nel 2001, Laurent Kabila è stato rimpiazzato dal figlio Joseph il che di fatto ha trasformato quella presidenziale in una carica ereditaria, come poi è successo anche in Togo e in Gabon. Le elezioni presidenziali e legislative del dicembre 2006 sono infatti state caratterizzate da brogli in favore di Kabila e del suo schieramento ed è stato ancora peggio in quelle svoltesi lo scorso 28 novembre: a Kinshasa, ad esempio, dove il leader dell’opposizione Etienne Tshisekedi gode di ampio sostegno, sono andati persi i voti di quasi 2.000 seggi, pari a un quinto del totale, e in diversi distretti del Katanga quasi tutti i voti sono andati a Kabila, ma si sono registrati inverosimili tassi di astensione addirittura del 99%. In vista del secondo appuntamento con le urne, Joseph Kabila aveva per di più ottenuto la soppressione del doppio turno per le presidenziali e questo gli ha consentito di vincere con soltanto il 49% delle preferenze.

Tanta arroganza nel violare apertamente le regole democratiche spiega come mai nessun capo di stato abbia presenziato alla cerimonia ufficiale di insediamento, il 20 dicembre scorso, ad eccezione di Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe. Quanto alle legislative, i risultati ufficiali, ma non ancora completi, sono stati pubblicati soltanto il 1° febbraio e naturalmente la vittoria è andata alla coalizione che sostiene Kabila. Benché ci siano un centinaio di ricorsi da esaminare e in diversi distretti si debbano ripetere le consultazioni a causa di irregolarità troppo vistose per essere ignorate, il parlamento si è riunito per la prima volta proprio il 16 febbraio nonostante la decisione dei due maggiori partiti d’opposizione di boicottare la seduta.

Contestare l’esito del voto, palesemente manipolato, era quindi il secondo obiettivo della marcia dei cristiani che, partendo da diverse parrocchie cittadine, avrebbe dovuto raggiungere la chiesa di Matonge dove, oltre a ricordare le vittime del 1992, il Calcc intendeva rilanciare le critiche espresse l’11 gennaio dalla Conferenza episcopale congolese in un coraggioso documento in cui i risultati del voto sono stati giudicati “non conformi alla realtà e alla giustizia” al punto da invalidare l’intero processo elettorale. Vale la pena di ricordare che, malgrado le sue immense risorse naturali, il Congo è il paese più povero del pianeta, un primato che si deve senza ombra di dubbio ai leader che si sono succeduti alla sua guida: dal dittatore Mobutu, che non faceva mistero della propria ricchezza, acquisita grazie alla propria carica, a Joseph Kabila che da solo si ritiene abbia già dilapidato 5,5 miliardi di dollari. Nel 2002, all’unisono per una volta, i politici congolesi risposero alle accuse di una commissione delle Nazioni Unite che stava indagando sullo sfruttamento e sul cattivo uso delle risorse nazionali da parte della leadership al potere: “Noi siamo congolesi e quindi possiamo fare quel che vogliamo del nostro paese, le sue risorse ci appartengono, non si può dire che le stiamo saccheggiando”.

Resta un mistero, a questo proposito, il criterio in base al quale, tuttavia, la Repubblica Democratica del Congo è stata inserita nell’iniziativa di cancellazione del debito estero dei paesi poveri, nota come HIPC, avviata nel 1996, alla quale l’Italia contribuisce con un fondo pari a 4,78 miliardi di euro. Proprio per questo nel 1996 un gruppo di congolesi cattolici inviò una lettera alla rivista del Pontificio Istituto Missioni Estere Mondo e Missione. Il parroco di un villaggio aveva riunito i membri del suo consiglio parrocchiale per informarli che dalla capitale era arrivato un documento da sottoscrivere per sollecitare le nazioni ricche ad annullare appunto il debito estero di quelle povere: anche il Papa – disse – stava intercedendo presso i governi occidentali per coinvolgerli nel progetto. Ma i consiglieri non vollero firmare il testo e invece scrissero quella lettera, per spiegare: “Se chiediamo e otteniamo l’annullamento di questo debito, si otterrà solo di accrescere i capitali in mano ai nostri leader e noi cittadini non vedremo un soldo. Aiutateci piuttosto a liberarci dei nostri capi politici”.