(©L’Osservatore Romano – 23-24 novembre 2009)

Un motivo di “conforto e speranza per tutta la comunità cattolica in Terra Santa”. Così l’arcivescovo Angelo Amato ha sottolineato il significato della beatificazione di suor Marie-Alphonsine Danil Ghattas, avvenuta domenica mattina 22 novembre, nella basilica dell’Annunciazione di Nazareth. Il rito è stato presieduto dal prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi alla presenza del patriarca di Gerusalemme dei Latini Fouad Twal, che ha presieduto l’Eucaristia, dell’arcivescovo Antonio Franco, nunzio apostolico in Israele e in Cipro, delegato apostolico in Gerusalemme e Palestina, di numerosi vescovi, religiosi e religiose, tra i quali il postulatore padre Francesco Ricci e la superiora della congregazione del rosario Iness Al-Yacoub.

Nel messaggio pronunciato durante la celebrazione monsignor Amato ha sottolineato in particolare l’opera svolta dalla religiosa – nata nel 1843 a Gerusalemme e morta ad Ain Karem il 25 marzo 1927 – per far “risplendere maggiormente la dignità e la nobiltà della donna”. Da qui – ha notato – deriva “l’universalità della figura di suor Marie-Alphonsine, che considerava Maria come la vocazione e la misura della femminilità e il modello etico-spirituale della donna in genere e della consacrata in particolare”. “La santità di madre Marie-Alphonsine mostra – ha aggiunto il presule – il radicamento esistenziale del Vangelo nella terra di Gesù e di Maria. La beata aveva un amore speciale per questa terra, la sua terra, la terra benedetta da Gesù. La sacra Famiglia di Nazareth costituiva per lei la sua famiglia, e Maria era la sua mamma celeste”. Le beatitudini proclamate da Gesù in questa Terra “furono da lei vissute in modo nobilmente eroico”. Per questo ella resta non solo “un testimone credibile del Vangelo” ma anche “una gloria della Chiesa cattolica e una perla preziosissima di questa nobile Terra di Gesù”. La sua beatificazione – è stato l’auspicio di monsignor Amato – dia nuovo slancio alla Chiesa locale perché “continui ad aver fiducia nella divina Provvidenza e nella efficace protezione di Maria, la madre che non lascia mai soli i suoi figli”.
Nell’omelia il patriarca ha detto che “Madre Marie-Alphonsine è una immagine preziosa, araba e gerosolimitana ad un tempo, una illustrazione splendida del Vangelo di Cristo”. “Sultaneh Ghattas – ha aggiunto il presule tratteggiando le tappe principali della sua vita – nacque in una famiglia pia e laboriosa di Gerusalemme, una famiglia in cui insieme si lavorava e insieme si pregava. Già dalla sua prima giovinezza Sultaneh comprese che Dio la chiamava a donarsi totalmente e ad abbracciare la vita religiosa. Non appena avvertì il desiderio di questa vocazione, ella si confidò con i genitori, che però si dimostrarono contrari. La giovane ebbe molto a soffrire, soprattutto da parte del padre, che vietò il suo ingresso nella vita religiosa. Egli, infatti, non voleva che la sua figlia tanto amata lo abbandonasse e andasse a studiare in Occidente – unico modo allora previsto per diventare religiosa”.
Entrata tra le suore di san Giuseppe dell’Apparizione, ebbe ripetute visioni della Vergine, che le chiese di fondare “per le figlie del suo paese una congregazione locale di suore, che avrebbero dovuto prendere il nome di suore del rosario”. “Dopo l’incontro spirituale tra padre Joseph Tannous e madre Marie-Alphonsine – ha evidenziato Twal – la congregazione del rosario fu strettamente legata al patriarcato latino. Questo vincolo rimase anche in seguito, costituendo una delle caratteristiche fondamentali della congregazione del rosario, che fu, è e sarà sempre il braccio destro del patriarcato latino nelle scuole, parrocchie e istituzioni. Insieme, generazione dopo generazione, i sacerdoti del patriarcato latino e le suore del rosario hanno testimoniato e testimoniano il Vangelo nella diocesi e negli altri paesi arabi”.
Il patriarca ha poi proposto alcune riflessioni sulle virtù eroiche praticate dalla beata, “virtù che aveva inizialmente ereditato dai suoi genitori”. “È soprattutto la famiglia – ha sottolineato il presule – a seminare le virtù umane e cristiane nel cuore dei bambini. I membri della famiglia Ghattas si riunivano ogni sera attorno alla statua della Vergine, pregando il rosario. Seguiva poi l’ascolto di una meditazione, preparata dal padre, sulla vita di Cristo o della Vergine. È a questa limpida sorgente che Marie-Alphonsine si abbeverava giorno per giorno. Ne ricavò una pietà profonda, un’immensa fede nella Provvidenza ed un’incondizionata e filiale fiducia nella Vergine Maria. Si distinse però soprattutto in due particolari virtù:  per l’amore al silenzio e alla vita nascosta da una parte e per l’amore alla croce e al sacrificio dall’altra”.
A questo proposito, il patriarca ha fatto notare che il silenzio “fu l’espressione della sua profonda santità e della sua incredibile umiltà”. “Una vita senza croce e senza sofferenza è un’utopia – ha concluso -. Madre Marie-Alphonsine non solo accettò, ma amò la croce e la sofferenza. Così scrisse nel suo diario:  “Mi sono abituata a sopportare le prove. Tutto quello che era amaro e doloroso, l’ho trovato delizioso. La solitudine è il paradiso del mio cuore e l’obbedienza è il cielo della mia anima. Ho sempre trovato gli ordini dei superiori facili da seguire”. Praticò l’ascetismo e la rinuncia. Trascorse lunghe ore al Calvario, imparando dal suo maestro come amare il sacrificio e come partecipare alla sua passione. “Sono convinta che la sofferenza e la stessa morte per amore sono state per il buon Dio la migliore prova d’amore””.