«C’è chi dice che la vita è una malattia trasmessa per via sessuale, mortale al cento per cento. È questo che si è voluto affermare uccidendo Eluana Englaro?». Per il leader laico di Cl Giancarlo Cesana «negare la carità è negare la libertà di amare»

di Luigi Amicone

È proprio vero che Dio scrive dritto sulle righe storte. Shit happens. È la vita. Le cose brutte accadono. Per esempio, è accaduta per Eluana Englaro l’esecuzione di una sentenza di condanna a morte per fame e per sete. Nella sue ultime ore abbiamo seguito gli aggiornamenti della notizia scorrendo i siti internet. O buttando occhiate di sgomento su giornali e televisioni. Ma cosa accade quando accade qualcosa di vero anche dentro un’immensa menzogna? Secondo chi l’ha fatta morire, Eluana era morta da diciassette anni. Eppure Eluana aveva la tosse. È stato come il sorgere improvviso di una bella giornata di sole. Come la petizione popolare che Roberto Formigoni e gli altri hanno lanciato al presidente Giorgio Napolitano sabato scorso. E già domenica la redazione di Tempi è stata investita da migliaia e migliaia di firme via fax raccolte da gente comune, gente che ha visto per caso questa cosa nel nostro sito, e che l’ha segnalata al vicino di casa o l’ha messa su un bancone di bar o l’ha portata alla Messa domenicale. Non c’è niente da fare, e ciò è la consolazione e la speranza del vivere, anche del vivere in galera o inchiodati a un letto: un’esperienza di verità spegne come il fuoco nell’acqua qualsiasi cosa nello spettro che va dalla pura ricerca alla pura menzogna. È come il ribellarsi autentico dell’animo umano davanti a una disumanità così conclamata e imposta da una folle e ideologica interpretazione della Costituzione italiana, avvalorata dai massimi vertici dello Stato. È l’imprevedibile, imprevisto, grande moto di umanità che si è opposto con la preghiera, la parola, la testimonianza, la lettera, la pietà e la carità popolare al vuoto di pietà, carità, misericordia del potere scettrato. È come la politica autentica. Poiché, come andiamo dicendo da quando siamo nati, la prima politica è vivere. La politica con la P maiuscola: da quell’eroe che è stato il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, a quel gigante che si è dimostrato Silvio Berlusconi e, a seguire, tutto il governo (e caro zio Giulio Andreotti che ti sei unito ai corifei della buona morte, questa volta hai proprio peccato), che contro ogni aspettativa hanno sostenuto fino in fondo la buona battaglia della verità della vita. O, finalmente, accade Enzo Jannacci, l’ateo malinconico, giocoso, poeta, che se ne esce bel bello da sotto i kilt del Corriere della Sera ed è subito aurora: «In questi ultimi anni la figura del Cristo è diventata per me fondamentale: è il pensiero della sua fine in croce a rendermi impossibile anche solo l’idea di aiutare qualcuno a morire. Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo, eccome, però avremmo così tanto bisogno di una sua carezza». (Leggi l’intervista a Jannacci)

Giancarlo Cesana, ti do del tu, siamo amici da trentacinque anni. Ti aspettavi una storia del genere? Dopo tutto non sono passati neanche quattro anni dalla tragedia di Terri Schiavo. Una volta certe cose ci volevano vent’anni perché arrivassero in Italia. Adesso eccoci qua, con un’eutanasia un po’ bestiale, senza neanche una legge sul testamento biologico, un passo avanti a Zapatero. Cosa ne pensi?

Quello che avevo da dire l’ho detto. Sono cristiano, per me la vita è sacra, è un dono di Dio, è un bene di cui non posso disporre come voglio. Dopo di che ci sono due aspetti che secondo me sono troppo poco sottolineati. Primo: il padre che ha voluto porre fine alla vita di questa donna non si accorge che non è solo. Perché le suore l’hanno sempre assistita e dicevano che erano disposte a continuare ad assisterla. Quindi l’atteggiamento di papà Englaro, consapevolmente o meno, ha negato la vita della figlia e la carità di chi l’assisteva. Ma negare la carità è negare la libertà. È l’impronta tremenda di questa società, negare la libertà di amare. Perché, vedi, io potrei capire uno a cui tocca accudire sua figlia nel modo in cui doveva essere accudita Eluana. Posso capirlo, anche se non giustificarlo. Però, che uno neghi il bene che un altro può fare mi sembra proprio disumano. Secondo aspetto. I sostenitori dell’eutanasia sono generalmente anche i sostenitori del dubbio, i cosiddetti “laici”, mentre noi cattolici, sempre secondo questa versione di laicità, saremmo quelli che vorrebbero imporre la loro fede e le loro certezze agli altri. Questa vicenda rivela esattamente il contrario. Di fatto, da una parte viene negata ogni possibilità di dubitare e si afferma la fede certa di che cosa fosse il bene per Eluana. Dall’altra il dubbio e quindi il senso del limite davanti al mistero. Di fatto i sostenitori dell’eutanasia negano ogni possibilità di dubitare su quello che questa donna comprendeva, sentiva, soffriva. E che avrebbe potuto comprendere, sentire e soffrire mentre la uccidevano staccandole il sondino dell’acqua e delle altre sostanze nutritive. Insomma, si sa così poco che per ucciderla hanno dovuto sedarla. Un trattamento che evidentemente dice che i dubbi c’erano. E invece sono andati avanti. Questo atteggiamento mi ricorda la lettera che una signora scrisse al Corriere della Sera per contestare la posizione del professor Giorgio Pardi, medico abortista che poi ho saputo cambiò opinione pochi mesi prima della sua morte (vedi intervista a Tempi del 5 ottobre 2006, ndr). Pardi sosteneva di non sapere se l’embrione avesse o no dignità umana. Ma questa, gli replicò la donna, è la stessa posizione del cacciatore che sente qualcosa che si muove in un cespuglio e, pur non sapendo se si tratti di una lepre o di un bambino, spara lo stesso.

E di Jannacci che dici?

Buon sangue non mente. Dalle sue canzoni traspare una grande umanità. L’assistenza agli ammalati non è cominciata perché li si sapesse curare. Ma è stata fondamentale per arrivare a curarli. Se sotto l’impulso della “carità” e della pietà cristiana non fossero nati luoghi di accoglienza per i malati (anche per quei malati, come i lebbrosi e gli appestati che una volta venivano semplicemente espulsi dalla comunità e lasciati morire ai margini della società), se non fossero nati gli ospitali e poi gli ordini ospedalieri, la medicina non si sarebbe sviluppata nel modo che conosciamo. È un fatto che lo sviluppo della medicina è cominciato dalla carità e dalla pietà, dalla solidarietà umana, non da un moto scientifico. E da una solidarietà che ha iniziato a vedere la sofferenza umana come partecipazione alla sofferenza di Cristo. Cristo che poi redime tutta la sofferenza umana con la sua resurrezione (poiché come scrive san Paolo, se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede, cioè umanamente non potremmo avere speranza davanti alla sofferenza – come ha detto Benedetto XVI, il cristianesimo sarebbe “assurdo”) togliendo così alla morte l’ultima parola. È questa consapevolezza che ha fatto muovere positivamente nei confronti degli ammalati. Se manca, non so come si faccia a sostenere la speranza degli uomini. Shakespeare diceva che la vita è una lunga agonia. Proprio recentemente ho risentito la citazione che definisce la vita come una malattia trasmessa per via sessuale, mortale al cento per cento. È questa la nostra attuale concezione della vita? È questo che si è voluto affermare uccidendo Eluana Englaro? E poi: era in quelle condizioni da diciassette anni, possibile che non si poteva aspettare che il Parlamento approvasse una legge? Possibile che Eluana debba passare alla storia come l’unica italiana uccisa così, per fame e per sete, come nessuna legge, nemmeno la più estremista di quelle sul testamento biologico o addirittura eutanasiche che verranno discusse in Parlamento prevede? Possibile che a nessuno di questi illustri costituzionalisti che hanno consigliato il presidente della Repubblica a respingere il decreto salva-vita di Berlusconi sia venuto il dubbio che forse di incostituzionale c’era non il decreto, ma la sentenza di morte? La prevalenza della legge sull’amore, questo sì è grave.

Massima giustizia, massima ingiustizia. Ormai qui in Italia ci siamo abituati a certe cose. Non credi?

Distinguiamo, intanto, il rapporto legge-medicina e il cosiddetto “giustizialismo” che in effetti imperversa in linea generale ormai da più di un decennio. Quanto al primo corno della questione, è vero, i rapporti tra medicina e legge sono sempre più intensi. Per due ragioni. La prima è che dal punto di vista dell’evoluzione dei costumi di vita la biomedicina è il fattore più rilevante. Pensiamo a cosa hanno prodotto sulle legislazioni le tecniche di fecondazione assistita. Per esempio, fino a ieri era chiaro che “mater certa semper”. Adesso il detto latino e la realtà soggiacente, naturale, normale, scontata fino a qualche anno fa, non è più così chiara. Perché, grazie alla biomedicina, oggi un bambino può avere non una ma diverse madri. Può avere la madre genetica, la madre gravida e la madre nutrice. Insomma siamo entrati in un altro mondo. Ecco quindi la seconda ragione che rende sempre più stringenti i rapporti tra medicina e diritto: tutto questo sviluppo scientifico fa emergere la necessità che in qualche modo si traccino dei confini. Poiché non tutto si può fare, esiste la necessità di regolamentare la medicina, in quanto agli estremi di ciò che è permesso sta ciò che è obbligatorio e ciò che è proibito. Per rispondere al secondo corno della questione, il “giustizialismo”, il problema della legge è che sia ben amministrata e che l’esercizio del potere giudiziario non prevarichi sulle persone e sugli altri poteri. Altrimenti la democrazia si va a far benedire. Ecco, in Italia stenta molto ad esserci questo equilibrio. E come dicevo prima, non da oggi. Mi colpì molto, quasi vent’anni fa, l’aggettivo che don Giussani, in una intervista al Corriere della Sera, usò per descrivere l’Italia: paese “intossicato”. Da questa intossicazione non siamo ancora usciti.

Perché?

Perché con il ’68 è stata pesantemente attaccata la tradizione del paese, cattolica, poiché l’Italia è un paese cattolico, senza che sia emersa un’alternativa. Anzi. L’alternativa rivoluzionaria che anche in Italia si è cercato di costruire a partire dal Dopoguerra e che nel ’68 sembrò a portata di mano, è crollata con il crollo del Muro di Berlino. Ha lasciato in eredità un giustizialismo tanto pervasivo quanto impotente, con la stessa crudele inefficienza della pubblica amministrazione. Mi ha impressionato che l’ex ambasciatore americano Ronald Spogli, lasciando l’Italia, ha parlato di noi come di una «potenza in declino». E pare che nessuno dei presenti abbia reagito… Intendimi, io non penso che sia finita, anzi.

Non è finita perché ti auguri che prima o poi arrivi una religione civile anche da noi?

No. Non è finita perché io faccio un’esperienza umana significativa. E poi perché ci sono tanti amici che la fanno con me. Perciò, la mia speranza è fondata su quel che c’è, non sul fatto che domani capiti qualche cosa che adesso non c’è.

Niente religione civile, quindi?

Il problema è serio. Uno Stato, la sua costruzione come compromesso o accordo tra le sue varie componenti, ha bisogno di un riconoscimento di qualcosa di comune. I padri degli Stati Uniti d’America, nella Dichiarazione d’Indipendenza scrissero «riteniamo che alcune verità siano di per sé evidenti: che tutti gli uomini sono stati creati uguali; che dal loro Creatore sono stati dotati di alcuni diritti inalienabili; che fra questi ci siano la vita, la libertà, il perseguimento della felicità». Noi di comune, a fondamento della nostra Costituzione, abbiamo che «l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro». È un po’ poco.

Allora ha ragione il teologo Vito Mancuso, secondo il quale i cattolici devono portare in dote alla società il seme della loro identità che marcisce nella terra e fa fruttificare, insieme agli altri semi marciti, una nuova religione civile. È così?

No, il seme che marcisce è per dare una certa pianta, quella pianta, non una qualsiasi, dal cui frutto si riconoscerà se è buona o no. Gesù dice che siamo un lievito, non un soluto. Il cattolicesimo è una religione universale, non civile. Però, tenere presente il cattolicesimo, come dimostra la stessa vita della Chiesa cattolica in ogni parte del mondo, aiuta le civiltà a mettersi insieme invece che farsi la guerra. La persecuzione dei cristiani e della Chiesa cattolica è un po’ una cartina tornasole. Facci caso, dove perseguitano cristiani e Chiesa cattolica, poco o tanto, c’è persecuzione del popolo.

Sarai razzista, denuncerai anche tu i clandestini, visto che per decreto adesso i medici possono (non “devono”) farlo?

Il medico, prestando soccorso, compie un atto di compassione e umanità, che non ha come scopo la denuncia ai carabinieri. Se però vede una meningite, uno stupro, un infortunio sul lavoro, deve denunciare fino al livello penale, per proteggere l’ammalato e la società. E questo lo deve fare sia che si tratti di connazionali sia che si tratti di clandestini. Questi ultimi, poi, ovviamente non sono assicurati. Pertanto per prestazioni assistenziali, almeno quelle di una certa entità, si deve fare denuncia o richiesta alla pubblica amministrazione. Mi pare che sulla nuova legge si sia fatto molto clamore per nulla

Giuliano Ferrara. Continui a seguirlo, nonostante le vostre passate divergenze strategiche sulla “lista pazza”?

Sempre. È una delle persone che stimo di più. Ma non tanto per le sue battaglie per la vita, contro la Ru486 eccetera, che ovviamente condivido. Ma perché fa un giornale che insegna a ragionare, che pone le questioni, che sostiene la curiosità e la conoscenza di come stanno sul serio le cose. Infatti ai ragazzi dico sempre che se vogliono leggere un giornale devono leggere Il Foglio. E Tempi, si capisce. Ma il quotidiano da leggere è Il Foglio. Chiaro che sono con lui nelle battaglie per la vita contro il nichilismo dell’epoca. Ma è quando le butta in politica e poi perde che mi dispiace. Noi queste esperienze le abbiamo fatte oltre trent’anni fa, col divorzio e poi con l’aborto. E non è che si era messi peggio di oggi. Al contrario. Allora, penso al referendum sul divorzio, non c’era una lista pazza. C’era la Democrazia cristiana, Amintore Fanfani, la Chiesa, le parrocchie e tutti si aspettavano un trionfo con milioni e milioni di voti. Poi ci fu l’aborto, una cosa gravissima, tutti convinti che sulla vita la gente avrebbe votato bene, secondo coscienza. E invece niente, le abbiamo perse tutte le cosiddette battaglie etiche. Il referendum sulla legge 40 l’abbiamo vinto per l’astensione, non perché c’è stato un moto popolare di convinzione. La verità non si mette ai voti, si afferma e basta.

E allora che cosa fai? Ti ritiri dallo spazio pubblico?

Niente affatto. Però cerco di non andare a schiantarmi contro un muro quando vedo il muro davanti a me.

Giancarlo, il 22 febbraio corre il quarto anniversario dalla morte di don Luigi Giussani? Ti manca il don Giuss?

Sì, Giussani mi manca. Era uno su cui mi appoggiavo. Però c’è anche da dire una cosa: ci ha lasciato molto. Ci ha lasciato la possibilità di andare avanti. In questo senso è stato un vero maestro. Perché ci ha fatto fare un’esperienza. Un’esperienza che dura, che va avanti, che continua. Insomma, ci ha lasciato una speranza.

Una recente nota divulgata dalla segreteria di Stato vaticana sulla drammatica sequenza di polemiche iniziata con le dichiarazioni negazioniste del vescovo lefebvriano Richard Williamson arriva a dire esplicitamente che il prelato «per una ammissione a funzioni episcopali nella Chiesa dovrà anche prendere in modo assolutamente inequivocabile e pubblico le distanze dalle sue posizioni riguardanti la Shoah, non conosciute dal Santo Padre nel momento della remissione della scomunica». La nota, insomma, lascia intendere di un papa molto provato dagli attacchi alla sua persona e alla Chiesa. «Il Santo Padre chiede l’accompagnamento della preghiera di tutti i fedeli». Ma non ti sembra che, al di là del caso Williamson, il papa di Ratisbona e delle lezioni di razionalità, cultura, affetto, sia come sottoposto all’offensiva di un’ostilità preconcetta e militante, quasi come se poteri fuori e dentro la Chiesa si sentissero minacciati e quindi puntassero a depotenziare, indebolire, intimidire, la potenza affettiva e veritativa di questo pontificato?

Sì, sembra che gli rispondano con minor simpatia di quello che ci si aspettava. Però non è solo il caso di questo papa. Succede a tutti i papi. Chi più, chi meno. È successo anche al suo predecessore, Giovanni Paolo II. Noi abbiamo in mente le folle oceaniche ai funerali di Wojtyla. Ma non dimentichiamo gli attacchi che subì per molti anni, fuori e dentro la Chiesa, le critiche feroci. Una volta perché era un conservatore, un’altra perché era amico di Solidarnosc, un’altra ancora perché la pensava un po’ come Reagan e via discorrendo. Tutto ciò non succede perché siamo nel 2009 piuttosto che nel 1985. Succede perché, come diceva Eliot, la Chiesa – e il suo sommo rappresentante – è tenera dove gli uomini vorrebbero essere severi e severa dove gli uomini sarebbero teneri. E questo è un atteggiamento che gli uomini fanno fatica ad accettare.

intervista rilasciata a Tempi