Hanno suscitato nervosismo in Occidente le dichiarazioni del presidente del Consiglio Nazionale di Transizione (Cnt) libico, Mustafa Abdel Jalil, circa la volontà di fare della sharia «la fonte del diritto» per la nuova Libia.

Del resto, il timore che nel mondo arabo alla colorata primavera rivoluzionaria dovesse seguire un grigio inverno islamista non ha mai davvero abbandonato i governi e le opinioni pubbliche occidentali.

Dopo aver visto rafforzarsi di mese in mese le prospettive di successo del partito islamista Ennahda nelle elezioni per l’Assemblea Costituente in Tunisia, esserci rassegnati alla possibilità che i Fratelli Musulmani arrivino al potere in Egitto e dovuto preoccupare per la popolarità dei salafiti (sospettati di essere coinvolti nella strage dei Copti del 13 ottobre scorso), le dichiarazioni di Jalil sembrano fatte apposta per dare corpo ai peggiori fantasmi che da mesi agitano i sonni dell’Occidente.

In realtà non è tanto il puro e semplice riferimento alla sharia come fonte del diritto che dovrebbe inquietare, quanto piuttosto il corollario reso esplicito successivamente dallo stesso Jalil: «Ogni norma che contraddica i principi dell’islam non avrà più valore», a cominciare da quelle relative a divorzio e poligamia per finire col divieto di prestare denaro dietro il pagamento di un interesse. La sharia, infatti, è annoverata tra le fonti del diritto nelle Costituzioni di diversi Paesi a maggioranza musulmana: dall’Egitto di Mubarak (avete letto bene) al Sudan, dall’Indonesia al Marocco, dalla Malaysia all’Arabia Saudita, dall’Iran a 12 degli Stati che compongono la Federazione della Nigeria fino al nuovo Afghanistan post-talebano. Evidentemente, quello che cambia radicalmente da caso a caso (e che comporta differenze altrettanto radicali per la vita delle persone, a cominciare dalle donne) è l’interpretazione che si fornisce sia del concetto di «fonte del diritto», sia di quello stesso di sharia, oltre che la sua concreta attuazione.

Il riferimento generico alla sharia tra le fonti del diritto, tra i suoi principi ispiratori, rende infatti omaggio a quella concezione, ampiamente diffusa nel mondo musulmano, che ritiene impossibile per un potere «legittimo e giusto» essere in contrasto col disegno divino. Per più di un aspetto, a fronte del dilagare di forme di potere personali, corrotte e autoritarie che hanno dominato per tanti anni queste società, il richiamo alla legge divina rappresenta qualcosa di simile (ma non analogo) a ciò che nella tradizione occidentale ha significato il richiamo al diritto naturale come ricerca di un solido baluardo contro l’arbitrio dei tiranni.

Detto questo, non può sfuggire che la sharia può diventare (e spesso diventa) uno strumento micidiale di violazione della libertà individuale quando la si trasformi da un’elevata fonte di ispirazione per il legislatore a una legislazione sacrale che prevarica programmaticamente quella dello Stato o a cui quest’ultima deve conformarsi sotto pena di nullità.

Questioni come lo statuto legale della donna, le punizioni corporali, la violazione dei diritti umani e i rapporti economici finanziari rappresentano altrettanti casi di palese attrito tra la concezione contemporanea di giustizia e quella che si ricava dall’interpretazione della sharia più diffusa tra coloro che ne propugnano il ripristino. È quindi motivata la preoccupazione rispetto a quanto ha affermato Jalil, tanto più che in un Paese le cui istituzioni sono state sistematicamente smantellate da Gheddafi nel corso di 41 anni, e dove le strutture tribali tradizionali sono tutt’ora rilevanti, è difficile immaginare che cosa potrebbe frenare la totale «islamizzazione della legge».

Un ultimo punto deve però essere ricordato. La questione della tolleranza religiosa e dell’effettiva tutela legislativa dei diritti delle minoranze e dei singoli individui nei Paesi in cui l’islam è religione maggioritaria non dipende esclusivamente dal ruolo che la sharia occupa nella legislazione: basti pensare al caso della laica Turchia, in cui comunque il proselitismo per religioni diverse da quella islamica è sostanzialmente impossibile.

di Vittorio Emanuele Parsi
Tratto da La Stampa