di Andrea Sartori (Insegnante) dal blog Protagonosti Per L’Europa Cristiana

La moglie di Mohamed Game resta incredula dinanzi al gesto del marito, il quale da qualche tempo frequentava la moschea di Viale Jenner. Ecco come l’odio può avvelenare i cuori

Ci sono cose che i numeri e le statistiche non  possono spiegare, ma che il ragionamento per analogia può aiutarci a comprendere: una è come una persona apparentemente normale possa trasformarsi in fanatico: è il caso di Mohamed Game, l’uomo che ha cercato di farsi esplodere alla caserma di Santa Barbara.
La moglie dell’attentatore è italiana. In questi giorni, interrogata dagli investigatori, ha ripassato l’ultimo anno della sua vita. E ha continuato a ripetere “adesso capisco”: l’improvvisa conversione del marito all’islamismo radicale, la cellula nata in cortile, le lunghe assenze. Forse per fabbricare una bomba. Forse per pregare in Viale Jenner.
Della microcellula solo un nome era noto all’antiterrorismo, quello di Mohamed Israfel, che si era fatto notare per qualche frase un po’ troppo accesa. Ma sia Game che il suo amico “l’idraulico, quello del terzo piano” come lo chiama la moglie, vale a dire Mahmoud Kol, l’antiterrorismo non aveva notizia. Ma Game si era fatto notare ultimamente nei disordini che avevano coinvolto l’onorevole Daniela Santanché, ed è considerato il più esaltato dei tre.
Il più esaltato. E’ quanto la moglie italiana non riesce a spiegarsi. “Come è potuto arrivare a questo?” si domanda. Questa invece è la reazione più naturale nei “convertiti”. Mohamed Game ha rispettato i precetti del ramadan per la prima volta lo scorso settembre. Da non praticante è arrivato a frequentare la moschea più estrema di Milano, quella di Viale Jenner, dove è stato notato dallo stesso presidente Abdel Hamid Shaari.
“Penasava soltanto ai suoi figli” dice la moglie, sottintendendo che dava più importanza ai figli che alla moglie, comportamento tipicamente islamico. Prostrato dai debiti, senza lavoro, Game chiedeva aiuto. E si è attaccato sempre più alla religione, che, parafrasando Karl Marx, si è realmente trasformata nel suo oppio. Mohamed teneva la sua compagna all’oscuro di tutto.
E poi sappiamo come andata a finire. Una persona non particolarmente religiosa ha frequentato per un po’ Viale Jenner, si è esaltato a prediche infuocate ed è arrivato a quello che è arrivato.
Ma sarebbe riduttivo sostenere che i burattinai dell’odio sfruttano solo i miserabili per ingrossare le loro fila. Anche persone colte, beneducate e istruite sono terroristi.
L’idenitikit del miserabile è più tipico di un certo shahidismo di stampo palestinese: al Qaeda invece spesso pesca tra le persone istruite.
Basti pensare al capo degli attentatori dell’11 settembre, l’egiziano Mohammed Atta, laureato in architettura ad Amburgo.
Il predicatore d’odio islamico fa leva sull’orgoglio. Nel caso di Game offre un’affermazione d’orgoglio di tipo “basso”: l’uomo si indottrina, letterlamente si “droga” di radicalismo religioso per sopperire alle sue difficoltà finanziarie. Nel caso di Atta fa leva su qualcosa di più complesso: l’orgoglio nazionale o culturale schiacciato da potenze considerate culturalmente ostili.
Non solo in ambito islamico hanno successo i predicatori di odio: ovunque vi siano condizioni di umiliazione i predicatori di odio hanno successo. Basti pensare al successo di Hitler in una Germania umiliata dalle sanzioni e schiacciata dalla disoccupazione. Il Fuhrer fa leva sul sentimento di riscossa dei tedeschi e trova bersagli su cui scaricare l’odio (ebrei, democrazie, eccetera). Il problema è quando questi predicatori di odio ottengono successi sociali indiscussi: Hitler sconfisse realmente la disoccupazione. A questo punto a pochi importava del destino degli ebrei.
I gruppi integralisti islamici agiscono molto sul sociale, creando la Umma. A questo punto molti sono disposti a barattare la propria libertà per una sicurezza.
Al peggio fornsicono una motivazione di riscatto a gente che sente di non perdere nulla. E questo scattò nella testa di Game, che passò da non praticante a kamikaze