di Alison Milbank
Tratto da Il Sussidiario.net il 13 giugno 2009

Chesterton è noto a chi è interessato di sussidiarietà per il suo impegno con Hilaire Belloc nel movimento politico conosciuto come “distributismo”, o per dirla alla sua maniera, il movimento dei “tre acri e una mucca per tutti”.

Accanto ad un’ampia distribuzione della ricchezza e della proprietà, i distributisti sostenevano anche che le decisioni dovevano essere sempre prese al livello più locale e dalle comunità più piccole possibili.

Stratford Caldecott, in Il fuoco segreto. La ricerca spirituale di J. R. R. Tolkien, sostiene che pratiche distributiste sono presenti tra gli hobbits della Contea nel Signore degli Anelli. Nel mio libro (Chesterton and Tolkien as Theologians: The Fantasy of the Real – T & T Clark/Continuum, 2007) cerco di identificare un progetto teologico comune in Chesterton e Tolkien diretto a fornire la base per una terza via nell’economia e nel localismo.

Chesterton è, oggi, forse più conosciuto per le storie poliziesche di Padre Brown, nelle quali un prete grassottello e tranquillo usa della sua conoscenza delle segrete motivazioni umane per risolvere misteri. Pur rispettando le modalità realistiche tipiche del genere, ogni crimine mette in scena una situazione fantastica, come un uomo ucciso apparentemente da una freccia proveniente dal cielo, o un altro assassinato dal suo robot, ma poi la storia procede mostrando come la situazione sia del tutto naturale. L’esempio più famoso è “L’uomo invisibile”, che risulta essere la visibilissima, ma inosservata, figura del postino, che rimuove il corpo con il suo sacco della posta. Chesterton ci pone di fronte situazioni ai limiti della credibilità e che sembrano completamente fantastiche, solo per farci scoprire che, invece di essere impossibili e sovrannaturali, sono spiegabili razionalmente. In ogni modo, più che rendere il fantastico reale, Chesterton rende il reale fantastico: egli riporta il sovrannaturale nel suo proprio luogo, in ciò che appare reale.

Per Tolkien, nel suo saggio On Fairy-stories (Sulle fiabe), Chesterton non va abbastanza oltre. Egli è d’accordo che la sua sia una strategia riuscita per rendere nuova la percezione, «per far notare la bizzarria di cose che sono diventate trite, nel momento in cui sono improvvisamente viste da una diversa visuale» ed è convinto che ciò ci insegni a essere umili di fronte al mondo al di là di sé. Tuttavia per Tolkien la fantasia non dovrebbe esaurirsi nell’accertare la realtà del mondo oltre sé, ma la sua indipendenza. Lo scopo dovrebbe essere «il recupero di un chiaro punto di vista: io non dico “vedere le cose come sono” e coinvolgermi con i filosofi, bensì posso avventurarmi a dire “vedere le cose come noi siamo (o eravamo) fatti per vederle” – come cose staccate da noi stessi».

Tolkien considera lo scrivere di fantasia come il liberare un tesoro racchiuso di parole e cose per farlo diventare qualcosa di nuovo. Più che fuggire dalla realtà, il fantastico la interpreta diversamente, mostrando che noi non possediamo il mondo. Nelle fiabe, noi leggiamo di mele d’oro, o di alberi che camminano, e quando torniamo a vedere mele e alberi normali, noi li vediamo come dotati di una nuova realtà e fascino. Il mondo non è più in nostro possesso, secondo un modo idealista di percepire, ma partecipa alla realtà come noi.

Il mondo delle ”fate” è allora un mondo di mediazione tra il naturale e il sovrannaturale, tra il sé e il mondo.

Chesterton e Tolkien sono nati in un’Inghilterra che cominciava ad essere cosciente di essere un luogo preciso e non più il centro di un Impero. Era il periodo in cui veniva fondato il National Trust, con lo scopo di conservare la terra e gli edifici che gli erano affidati come una risorsa comune. Nella produzione poetica sul paesaggio inglese di quel tempo erano spesso presenti fate e custodi della “alterità” della terra. Edward Thomas ha scritto di “Lob”, uno spirito che mantiene liberi i sentieri e difende la libertà a girovagare.

Tolkien, nel Signore degli Anelli, ha inserito come una di queste figure l’insolito Tom Bombadil. Egli è “Il più anziano” e precede la storia, vive in un habitat particolare ai bordi della Contea, è il “Padrone” proprio perché non possiede gli alberi o gli animali, che appartengono tutti a se stessi. Però, è il loro custode e protegge l’integrità della zona, come protegge gli hobbit che passano per la “sua” terra e li salva dagli Spettri dei Tumuli.

Tom vive un rapporto non alienato con il suo lavoro, che appare più come un gioco che un lavoro, e il suo sistema economico è basato sullo scambio di doni. Gli hobbit, in effetti, lo incontrano mentre sta portando delle ninfee in dono a sua moglie, Goldberry. Tom parla in poesia, non in prosa, e quindi sempre in rima. Diversamente dagli altri abitanti della Terra di Mezzo, Tom è impenetrabile al potere dell’Anello, perché dispone del mondo in tutta la sua alterità e considera la proprietà come insita nelle cose stesse. Perciò, la sua è una visione della realtà del tutto “distributista”, nella quale il potere è devoluto localmente nel modo più esteso. Questo non significa, tuttavia, un individualismo atomizzato, ma una vita fondata su reciprocità, ospitalità e scambio di doni.

Tom Bombadil è un ideale, ma il suo personaggio è evocativo di uno spirito e di un modo di vivere che Tolkien rende completamente reale. Tolkien ha capito perfettamente i poteri dell’Anello e tutto ciò che vuol dire centralizzare l’autorità e spogliare la famiglia e la comunità locale di potere e integrità. Il Signore degli Anelli finisce con la stessa Contea corrotta, ma Tolkien indica il valore della fedeltà al luogo immediatamente intorno a noi come il punto di partenza per un cambiamento e la necessità di una mediazione “incantata” tra il sé e il mondo, se non si vuole finire nel grigio deserto di Mordor.