Passaparola. Il romanzo di Mila Venturini racconta il  pendolarismo coatto dei preadolescenti senza tragedia, con toni lievi e ironici che danno una fotografia   inedita dei nostri tempi

“Due di tutto e una valigia” figli tra casa di mamma e papà

di SILVANA MAZZOCCHI

Con le separazioni e i divorzi in aumento cresce il numero dei figli costretti a fare i conti con l’affidamento congiunto, migranti tra le case di mamma e papà. Condizione problematica, ma comunque migliore rispetto all’alternativa non peregrina di finire merce di scambio tra genitori in lotta perenne e ostaggi nella coppia in piena crisi di nervi, quando non vittime di ricatti psicologici e di conseguenti vendette o testimoni impotenti di tensioni, scenate e silenzi. E allora ben venga l’accordo tra genitori civili: ai figli non saranno certo risparmiati sperdimento e dolore, rabbia e rimpianto. Ma, a guardar bene, potranno perfino usufruire di qualche vantaggio….

E’ il messaggio di un lieve romanzo di Mila Venturini, sceneggiatrice televisiva e scrittrice che, sullo stato di pendolari coatti dei preadolescenti contemporanei, propone in Due di tutto e una valigia ( in libreria per Nottetempo), il punto di vista di Sara, una ragazzina di nove anni che, con il fratellino Tommi, fa la spola per anni tra un padre apprensivo e onnipresente e una madre indaffarata e pragmatica “… Lunedì e martedì con papà, mercoledì e giovedì con mamma, venerdì sabato e domenica con papà. E la settimana dopo il movimento s’invertiva….”. Con due spazzolini, due pigiami e quella specie di protesi al seguito che erano le loro valigie, s’intende… Sara, prima ragazzina e poi adolescente racconta i vizi e le virtù dei genitori, le trasgressioni, lo sconcerto nello scoprire le debolezze degli adulti. E il suo sguardo ingenuo e beffardo non risparmia nessuno, tanto meno mamma e papà che, seppure con affetto, considera ridicoli in quel loro affannarsi a sistemare la loro vita.

Il bilancio arriva quando, ormai ragazza, Sara si ritrova con Tommi all’ospedale dove il padre, vittima di un incidente stradale, lotta sotto i ferri del chirurgo. Ma non c’è tragedia: il colpo di scena finale è di drammatica comicità e Due di tutto e una valigia si traduce in una fotografia dei nostri tempi che riesce, con humour e leggerezza, a raccontare il lato meno oscuro di una realtà diffusa e inevitabile. E che, dunque, tanto vale affrontare con ironia.

La separazione tra genitori è sempre un trauma?
Non credo sia sempre un trauma, penso dipenda molto dall’età che hanno i figli quando i genitori si separano e da come viene gestita tutta la situazione. Certo, c’è sempre della sofferenza quando ti accorgi che un genitore si allontana dall’altro, anche fisicamente, ma io ritengo che nelle separazioni il vero trauma per i figli sia avere due genitori che li brandiscono come armi per colpirsi l’un l’altro. Pensare che quelle due persone che ami, si odino tanto, questo deve essere davvero destabilizzante e credo infonda una grande insicurezza nei bambini. Sono cambiate le generazioni ma vedo che c’è ancora molta gente che si separa in modo davvero stupido, prima di demonizzare un padre agli occhi di nostro figlio, dobbiamo chiederci se lo merita davvero, perché non ci rendiamo conto del danno psicologico che stiamo procurando al bambino.

Quando ci si separa riuscendo a conservare rispetto reciproco e un rapporto di collaborazione (mi rendo conto che non è facile) i ragazzi riescono ad accettare meglio il fatto che due persone, quando non si amano più, è bene che si lascino. Ritengo sia molto più traumatico per i figli vivere in una casa dove non c’è armonia, è finito l’amore e quello che resta nella coppia genitoriale è soltanto apparenza, vuota esteriorità. E’ un falso equilibrio che nasconde un rapporto ormai finito, conosco ancora coppie convinte che basti rientrare nella stessa casa la sera, perché i figli pensino che in famiglia le cose vanno per il verso giusto, non è così. I figli scoprono sempre quando il rapporto tra i genitori peggiora. Inoltre, con questa ipocrisia, procurano anche un danno educativo, visto che mostrano il matrimonio come un’istituzione fallimentare e triste a scapito della convinzione che, nei matrimoni, (e per fortuna ce ne sono) l’amore può ancora resistere.

C’è ironia in Due di tutto e una valigia. E’ anche autobiografico?
Si, il libro è in parte autobiografico, con le dovute concessioni (sono molte) alla finzione. Il mio ex marito ed io, ci siamo separati circa sei anni fa in modo molto civile. I nostri figli (una ragazza di 14 anni e un ragazzino di 12) da allora passano una settimana con me e una con il padre. La vita in due case è un tipo di organizzazione prevista dall’affidamento condiviso, basta che le abitazioni non siano troppo lontane. Questo continuo spostar valigie è una manovra faticosa soprattutto per i genitori, ma a mio parere in ogni famiglia è giusto risolvere il problema di dove vivranno i figli, in modo diverso. Ci sono padri che non si sono mai occupati dei figli e continuano a non farlo anche da separati, forse in questo caso è giusto che vivano con la madre. Il mio ex marito, invece, è sempre stato un padre molto presente e affettuoso e da quando i figli sono nati, non si è mai tirato indietro davanti alle sue responsabilità. Inoltre i miei bambini avevano nei suoi confronti un grande attaccamento anche fisico. Era impossibile considerare un’alternativa all’affidamento condiviso. Nel libro ho cercato di calarmi nei panni di mia figlia, quando a otto anni le facemmo il discorso sulla separazione, era davvero molto arrabbiata, con me, con il padre e anche con i compagni e le maestre. Quello è stato il mio punto di partenza anche se poi, sia lei che la protagonista del mio romanzo, addolciscono il loro sguardo sul mondo e riescono a prendono la cosa con più filosofia.

Lei è una sceneggiatrice televisiva, ma ha scritto anche racconti e ora un romanzo. Come si riesce a passare da un linguaggio all’altro?
Ho sempre portato avanti i due linguaggi contemporaneamente. Da ragazza scrivevo racconti per alcune riviste femminili, soltanto più tardi, ai tempi dell’Università, ho cominciato ad avvicinarmi alla scrittura di sceneggiature frequentando diversi corsi. Quindi, un linguaggio non è “figlio” dell’altro, ma sono nati insieme sviluppandosi contemporaneamente in diversi settori. Scrivere sceneggiature ti abitua a un metodo, a una struttura, a dei piccoli vizi che a volte, riportati nella narrativa, diventano virtù e generano il tuo stile. Ad esempio, quando scrivi fiction, ti alleni alla sintesi, a non dilungarti troppo prima di arrivare al nocciolo della questione, ad essere precisa nella descrizione, ad apprezzare la sorpresa nel racconto (anche detto colpo di scena) a seguire un punto di partenza, uno svolgimento e un finale che a volte decidi sin dall’inizio.

Tutti questi elementi, li eredito dalla sceneggiatura e li utilizzo quando scrivo di narrativa oltre, naturalmente, ad una certa dimestichezza con il dialogo al quale ho sempre attribuito una notevole importanza. Certo, nel romanzo sei chiamato ad usare un linguaggio più ricco, evocativo, c’è spazio per la descrizione che al contrario, nella sceneggiatura, deve sempre essere essenziale. E mi piace misurarmi con descrizioni di ambienti e situazioni raccontati con umorismo e ironia, questo ha il suo naturale sviluppo solo nella forma narrativa.

Mila Venturini
Due di tutto e una valigia
Nottetempo
Pag 164, euro 14

© LA Repubblica (21 gennaio 2010)