di Aldo Vitale
Tratto dal sito Ragionpolitica.it il 27 aprile 2009

Per quanto siano legittimi i dubbi sulla veridicità della notizia, ancor più legittime ed intatte sono le perplessità che sorgono a seguito dei problemi etici e giuridici provenienti dall’attività di clonazione umana portata avanti da Panayiotis Zavos in un laboratorio segreto.

Zavos, infatti, ha dichiarato di aver clonato 14 embrioni umani ed averne impiantati 11 negli uteri di quattro donne. Sembra, insomma, aperta la strada verso gli ultimi orizzonti dell’eugenetica: in questa prospettiva la procreazione umana diventa mera produzione, trasformando radicalmente l’essere umano in uno dei tanti prodotti merceologici realizzati in serie a disposizione di esigenti utenti, un prodotto di lusso di cui è possibile stabilire, al momento della fabbricazione o dell’acquisto, le specifiche e le caratteristiche, come il colore degli occhi, il colore della pelle, il sesso, e perfino magari qualche optional, come la branchie, le ali o gli artigli, a seconda del «pacchetto-misto» scelto dal cliente di turno.

Sebbene questo possa sembrare umorismo fantascientifico, l’osservazione della realtà mostra quanto poco ci sia di fantastico, e quanto drammaticamente concreta sia la possibilità, in un futuro sempre più prossimo, della produzione in serie di esseri umani o di mostri né uomini né animali. Nonostante le problematiche siano diverse ed investano l’ambito antropologico, scientifico, filosofico, giuridico, in questa sede ci si limiterà ad osservare solo un paio di urgenti profili.

In primo luogo: con la clonazione riproduttiva, come quella sperimentata da Zavos, e tesa – almeno per ora e nelle teoriche intenzioni – a risolvere per sempre il problema delle coppie che non possono procreare, la natura della donna e dell’uomo, cioè delle due insostituibili componenti dell’umano, viene a tal punto stravolta da privare non solo d’ogni senso la stessa genitorialità, ma d’ogni umanità proprio l’uomo e la donna chiamati ad essere genitori in modo non naturale, anzi, palesemente anti-naturale. Come, tra i tanti, ha notato il filosofo Hans Jonas, che certo è al di sopra d’ogni sospetto di complicità con il presunto oscurantismo cattolico, con la clonazione riproduttiva la donna diventa una semplice incubatrice in cui ospitare l’embrione clonato, perdendo ogni rapporto con ciò che da essa nascerà, cioè non essendo in definitiva sua madre, pur compiendo l’azione finale di quell’alveo di caritatevoli atti che la natura ha racchiuso nello scrigno, ancora per certi aspetti misterioso, della maternità naturale. Destino non migliore spetterebbe all’uomo, che, in prospettiva, potrebbe o essere tagliato fuori definitivamente dall’atto procreativo, o diventare un semplice deposito di tessuto umano da cui saltuariamente raschiare qualche scaglietta di pelle da cui prelevare il materiale genetico necessario per la clonazione, come pare Zavos abbia fatto.

In secondo luogo: con la clonazione, sia riproduttiva che terapeutica, cioè così come viene distinta nell’ambito biologico internazionale, ci si trova dinanzi, oltre che una montagna di problemi etici, scientifici, giuridici, anche e soprattutto un drammatico paradosso esistenziale. Esso consiste nella circostanza che si cerca di effettuare una distinzione (clonazione riproduttiva e clonazione terapeutica) nell’ambito di una tecnica biopoietica che per la sua sostanziale ed intrinseca natura non rende più possibile il concetto stesso di diversità, poiché è interamente basata sulla creazione di una esatta copia genetica di un soggetto, copia che non possiede una sua originalità e una sua individualità che gli consentano di distinguersi dall’originale, il quale, a sua volta, originale più non è, avendo perduto l’esclusività genetica ed esistenziale, fungendo anzi da modello, da stampo, per altri sé privi dell’alterità necessaria per essere davvero altri e dell’individualità sufficiente per essere davvero sé.

Diventa dunque comprensibile la preoccupazione che agita la maggioranza del mondo scientifico e che dovrebbe far tremare le vene e i polsi di tutti a seguito di simili esperimenti. Diventa altresì comprensibile, oltre che estremamente razionale, necessario ed umano, il divieto esplicito di clonazione posto dalla tanto ingiustamente vituperata legge 40/2004 in materia di procreazione medicalmente assistita, che in un certo senso tutela l’ordinamento italiano da simili sperimentazioni disumane, anzi, anti-umane. Tramite la legge 40/2004 si recepiscono del resto le disposizioni contenute in molte carte internazionali sui diritti dell’uomo, e perfino in diverse risoluzioni del parlamento europeo, come quella del 1997 in cui esso, «considerando con ferma convinzione che la clonazione di esseri umani non può essere assolutamente giustificata o tollerata dalla società in quanto essa rappresenta una grave violazione dei diritti umani fondamentali, è contraria al principio di parità tra gli esseri umani poiché permette una selezione eugenetica e razzista della specie umana, offende la dignità dell’essere umano e richiede una sperimentazione sull’uomo… Invita i ricercatori e i medici impegnati nella ricerca sul menoma umano ad astenersi dal partecipare alla clonazione di esseri umani fino all’entrata in vigore di una interdizione giuridicamente vincolante».