Lo scandalo mediatico-scientifico del Climategate non si è affatto sopito: il rapporto in italiano della GWPF fa il punto
di Guido Guidi
Da www.climatemonitor.it , 26 gennaio 2011
Tramite il sito dell’Istituto Bruno Leoni

I clima-addicted non faranno fatica a capire, per tutti gli altri mi spiego. Novembre 2009, tutti pronti per suonare la carica a CO2penhagen, la capitale danese pronta a diventare anche la capitale del salvataggio del pianeta dal climarrosto. Biglietti aerei fatti, articoli già scritti, piani di distribuzione (e spartizione) delle risorse che circolano già neanche tanto in sordina. Bum! Scoppia uno scandaletto degno dei nostri giorni. Migliaia di mail scambiate tra una ristretta cerchia di scienziati del clima che contano, rese pubbliche da un’operazione di hacking (termine ormai obsoleto, oggi si direbbe leaked e sarebbe pure lecito).

Non proprio uno scambio di amorosi sensi (oggi anche quello sarebbe lecito), piuttosto la prova di un classico dei classici: c’è del marcio in Danimarca. Qualcuno dice che la scienza del clima sia oggi vittima del “group thinking”, beh, da quelle mail è uscito fuori che per difendere il gruppo il gota del clima ne ha fatte di cotte e di crude. Barricate contro la pubblicazione di lavori non conformi al mainstream, reticenza nella cessione delle informazioni necessarie a verificare gli esiti dei propri lavori, omissioni di informazioni, cancellazione di dati sensibili, insomma, un bel casino.

Urge indagare ma non troppo, perché a CO2penhagen nevicava, ma a CAn’tCun potrebbe anche tornare il Sole, per cui, più o meno rapidamente, vengono messe in piedi un certo numero di commissioni d’inchiesta che approfondiscano la questione quel tanto che basta per limitare i danni e lasciare che il tempo (non certo quello atmosferico) sani la ferita. Lavoro prontamente eseguito da tutti gli incaricati, giunti all’unanime conclusione che “non c’è nulla da guardare, circolare per cortesia”.

E invece pare proprio che da guardare ce ne fosse, tanto che negli stessi report delle commissioni sono presenti rilievi tutt’altro che banali, che però non trovano posto nelle considerazioni finali. La GWPF (Global Warming Policy Foundation), che quelle inchieste le aveva volute, fa fatica a digerire il colpo di spugna e così incarica Andrew Montford, autore dell’instant book “The Hockey Stick Illusion” di analizzare gli esiti di queste inchieste e produrre un report che ne chiarisca l’operato. Presto fatto.

Maurizio Morabito, blogger ad ampio spettro, ma particolarmente attento alle questioni di clima e affini, ha tradotto il report per l’Istituto Bruno Leoni, che oggi lo pubblica in esclusiva. Quale il danno maggiore, del climagate prima e degli sforzi per sopirne gli effetti poi? La distruzione dell’interfaccia tra scienza e politica, per aver mostrato “come gli stessi scienziati che scrivevano cautamente i loro articoli su riviste professionali passavano invece a dichiarazioni roboanti nei rapporti IPCC e in altre pubblicazioni politiche e divulgative. L’IPCC stesso è insomma stato, finanche nelle parole di una delle mansuetissime Commissioni d’inchiesta, colpevole di semplificazioni eccessive e di omissioni delle incertezze pur presenti nella letteratura scientifica. Dopo il Climategate la politica non può più fidarsi di una scienza schiava della necessità di essere sempre utile, utilizzabile, sempre corretta, concentrata sulle emissioni di CO2 di origine umana e mai smentita. Tale scienza finisce quindi con il trovarsi in posizione subalterna: come provato dal risultato di Copenhagen e come scritto da Mike Hulme sul Guardian il 16 Novembre 2010?.

Questo e molto altro nell’introduzione che Morabito ha scritto sul report per le pagine dell’IBL. Ve ne consiglio la lettura.

Ah, dimenticavo, naturalmente solo e rigorosamente per scettici, perché color che tutto sanno si limiteranno a dire che è roba vecchia. Può darsi che sia vero, come è vero che certe cose invecchiando migliorano e altre – leggi proiezioni di catastrofi climatiche – invecchiando si rivelano sbagliate.