Lo ha detto il capo Julian Carron. E lo ha ripetuto anche il cardinale di Milano, Scola • È la linea di don Giussani. Ma perché evidenziarla adesso?
di Bonifacio Borruso
Tratto da Italia Oggi

L’aveva detto prima Julian Carron, il successore di don Luigi Giussani a capo di Comunione e liberazione, con un’intervista netta e dura al Corriere della Sera, quindici giorni fa. Ha poi rincarato la dose, il cardinale Angelo Scola, in un incontro coi giornalisti, sabato a Milano: «Comunione e liberazione non c’entra con Roberto Formigoni».

Ovviamente, né il sacerdote spagnolo che guida Cl né l’arcivescovo di Milano, che del fondatore, don Giussani, fu uno dei primissimi collaboratori, si sono espressi in maniera così tranchant (come si conviene a due navigati uomini di Chiesa), ma le loro parole, in molti ambienti politici ed ecclesiali, sono suonate esattamente in questo modo.

Scola aveva parlato di sé prima ancora che di Cl. Esortando una platea di giornalisti a scegliere sempre il vero e non il verosimile, aveva usato un esempio singolare per chiarire il suo pensiero: «Scola è di Lecco come Formigoni, e come lui mi si è formato in Cl e sono stati amici per tanti anni. Possibile che Scola non c’entri nulla con quello che fa Formigoni?», si era chiesto retoricamente parlando di sé in terza persona, «Non c’entra: Scola e Formigoni da vent’anni si sono visti sì e no una volta l’anno a Natale».

Carron, invece, aveva rilasciato ad Aldo Cazzullo un’intervista sul Corsera che aveva preceduto di poche ore l’arresto di un ciellino, il vicepresidente della Provincia di Monza, e contenente un passaggio perentorio: «Non ci sono politici di Cl. Questo, prima lo si capisce, e meglio è».

Prese di distanza, secondo alcuni, legate all’inchiesta sul San Raffaele e sulla politica brianzola che hanno messo sotto la lente alcuni uomini considerati vicini al governatore. Ma, a ben vedere, entrambe le dichiarazioni non fanno altro che rinnovare i giudizi che erano propri dello stesso fondatore. Per quanto fosse accusato di integralismo e di quindi confondere volutamente il piano religioso e quello civile e politico, don Giussani aveva sempre tenuto a ribadire che la responsabilità di chi si impegnava nelle istituzioni e nei partiti era assolutamente personale e che, in quanto tali, non esistevano «politici del movimento».

Distinguo che si rese necessario quando, alla fine degli anni 70, dopo aver sostenuto a lungo il senatore Andrea Borruso, dc varesotto che stava fra la corrente di Base e i sindacalisti di Forze Nuove, i ciellini cominciarono a mandare in campo (e in Parlamento) persone che provenivano dalle loro fila, fra cui lo stesso Formigoni, cooptato dalla Dc, con l’assemblea degli esterni del 1981, con cui il partito tentò di rifarsi una verginità cattolica.

E a rafforzare la distinzione, negli stessi anni, fu creato il Movimento popolare, che permetteva ai ciellini più attivi in politica una libertà di azione e di giudizio non impegnando il movimento ecclesiale.

Non che la gente di Cl rifuggisse la politica come accadeva, negli stessi anni, a quelli dell’Azione cattolica, che teorizzavano, con Alberto Monticone, la scelta religiosa che, tradotta in soldoni, voleva dire fine del collateralismo con la Dc. Anzi, nel 1987, all’assemblea della Dc lombarda ad Assago, lo stesso Giussani pronunciò un discorso molto alto, sulla necessità della politica di favorire una concezione autenticamente laica dello Stato. E tutta la sua lezione era imperniata sul cristianesimo come fatto, che abbracciava tutta la vita, inclusa quindi la politica. Ma sulla riduzione del movimento a corrente di partito, lo stesso fondatore non transigeva.

Tanto che, archiviato Mp con la prima repubblica, fu l’ala imprenditrice della Compagnia delle opere a occuparsi di dare giudizi politici nel cui perimetro si poteva iscrivere questo o quel candidato. E che non esistessero «politici di Cl», fu particolarmente chiaro quando i voti cominciarono a indirizzarsi anche a sinistra.

Dal sostegno, a Roma, al democratico Raffaello Fellah, nelle europee del 1989, a quello al sindaco uscente di centrosinistra, Paolo Corsini, nelle comunali di Brescia del 2003, al voto, fra gli altri, al diessino Dario Nardella a Firenze, oggi vicesindaco, nelle amministrative del 2004.

Semmai ci sono ciellini che fanno politica e che non mancano di mandare segnali di sintonia col movimento, come il vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi, che per il suo reclamizzatissimo libro ha voluto utilizzare (scippare secondo qualcuno) un vecchio slogan degli studenti universitari del movimento: La prima politica è vivere.