Dall’occupazione turca dell’isola, negli anni Settanta, il patrimonio bizantino versa in uno stato di totale incuria: più di 500 chiese saccheggiate o trasformate per usi diversi, dai porcili ai night club. Al prossimo meeting di Rimini una mostra farà giustizia
di Lorenzo Fazzini
Tratto da Avvenire del 22 agosto 2009

Più di 500 chiese saccheggiate o trasformate per altri usi (porcili, night club,  moschee). Circa 20 mila icone rubate e poi smerciate sul mercato nero del collezionismo d’arte internazionale. Affre­schi strappati dalle pareti dei luoghi sacri e rivenduti all’estero. Ancora: manoscritti, paramenti sacri, arredi religiosi trafugati e poi commer­cializzati. Se la cultura e l’arte sono l’anima di un popolo, si può di cer­to affermare che l’occupazione turca a Cipro ha cercato di strappare al­la comunità cristiana locale la propria identità spirituale. Che è una del­le più antiche della storia della Chiesa: il cristianesimo fu qui portato da Paolo e Barnaba nel 45 d. C. Da quando – era il 1974 – Ankara ha in­vaso il 37% del territorio di Cipro, insieme ad un’occupazione politica si è assistito ad una colonizzazione cultural-religiosa. Che ha portato a­vanti una meticolosa scristianizzazione dell’isola del Mediterraneo. Si è verificata così un’operazione di furti religiosi e sottrazione culturale che ha spogliato le chiese e i monasteri bizantini della propria storia ar­tistica. Esempi? A bizzeffe: a Osaka, in Giappone, è stato individuato un

bemòthyron (il portale che dà sul presbite­rio nelle chiese bizantine) appartenente al­la chiesa di Aghìa Paraskevì di Peristerona; negli Stati Uniti sono stati rinvenuti dei mo­saici staccati dalla chiesa Panaghìa Kanaka­rià di Lythràngomi. Alla Menil Foundation, una collezione privata in Texas, si sono ri­trovati gli affreschi della chiesa di Sant’Eu­femiano di Lysi. «Tutte queste opere del no­stro patrimonio religioso sono parte di noi, un pezzo della nostra anima, una compo­nente del nostro esistere, una prova del no­stro essere come ellenismo cipriota», afferma l’arcivescovo di Cipro Cri­sostomo III. «Senza di esse la nostra esistenza e presenza nel mondo non hanno senso e sono incomplete. Qualcosa ci manca». Qualcuno però sta provando a fare giustizia: Ioannis Eliades è il direttore del Museo bi­zantino della Fondazione Arcivescovo Makarios III di Nicosia. È lui il cu­ratore della mostra Cipro occupato dalla Turchia. Il traffico illegale del­le opere d’arte che si tiene al Meeting di Rimini. «Questa mostra tratta un caso specifico del saccheggio di opere d’arte fatto a Cipro: quello di 300 pezzi ritrovati a Monaco di Baviera 11 anni fa e che ancora oggi si trovano in Germania in attesa di una decisione del tribunale» spiega E­liades. Di tali oggetti, 169 sono stati riconosciuti come appartenenti al patrimonio cipriota, fatto che ha aperto la strada del loro ritorno in pa­tria. Che però ancora soggiace alle lungaggini burocratiche, tanto che Crisostomo III li definisce ‘ostaggi in Ger­mania’. «Abbiamo organizzato tale esposi­zione fotografica per sensibilizzare il pub­blico italiano su questo grave danno alla ci­viltà culturale di Cipro e per far sì che si fac­cia qualcosa per riparare – dice Eliades –. Sappiamo che l’Italia di recente ha recupe­rato alcune opere d’arte dall’estero. Speria­mo si possano rimpatriare a Cipro quanto ve­nisse scoperto di rubato da noi e portato in Italia». Tra le 300 opere d’arte rinvenute in Germania vi sono manoscritti, affreschi, i­cone, mosaici, pezzi datati tra il V fino e il XIX secolo. «Nella mostra – annota Eliades – mostriamo il caso di 50 chiese depredate dei loro te­sori: si vedrà come si presentavano un tempo e come invece sono ri­dotte adesso». Il direttore del museo di Nicosia ne approfitta per de­nunciare la terribile situazione delle chiese a Cipro: «Al Nord di Cipro le autorità turche non danno il permesso di ristrutturare le chiese, che crollano una dopo l’altra».