di don Antonello Iapicca

UN LIBRO CHIUSO

Cinque anni, e, nonostante la tempesta mediatica di questi tempi, ci sentiamo più sicuri. E’ questa l’esperienza di cinque anni vissuti con Benedetto XVI. Sicurezza e certezza di camminare sui passi di Gesù, ben saldi nella fede capace di vincere il mondo, la fede della Chiesa. Attraverso Benedetto XVI, Gesù in persona si è fatto nostro compagno di viaggio, accanto ai nostri dubbi, agli sbandamenti, alle speranze deluse. Le ha raccolte tutte, una ad una, disperse tra i rivoli del relativismo. Ci ha preso per mano e ci ha condotti al cuore della Chiesa, il Corpo e il Sangue del nostro Salvatore. Benedetto, un Pastore secondo il cuore di Dio.

Abbiamo ancora quei giorni vivi nella memoria. Impresso negli occhi è un libro chiuso. Un Vangelo afferrato dal vento, folate a voltare le pagine, un tocco, deciso, e così, in un amen, sul legno dolce di una bara, quel Libro s’è chiuso. Come la corsa terrena del Grande Papa, nella Piazza del Primo degli Apostoli, dinnanzi a milioni di uomini, testimoni dell’autenticità di quel Vangelo incarnato per lunghissimi anni in chi aveva combattuto la buona battaglia e aveva conservato la fede. Il cielo s’era dischiuso all’infaticatibile Papa crocifisso, e noi, in quella Piazza, come il discepolo Eliseo dinnanzi al carro di fuoco di Elia che si inabissava nel cielo, siamo rimasti con gli occhi fissi su quel Libro chiuso. “Cocchio d’Israele….” . La fede nella quale il Papa ci aveva confermato tante volte, sì, la fede faceva risuonare in noi le sue stesse parole, l’incoraggiamento a non aver paura. Eppure un brivido ci tramortiva, lo stesso di Eliseo. Il nostro Papa lo avevamo visto entrare nel cielo attraverso le porte della Basilica, Totus Tuus sino alla fine; nel cuore conservavamo la promessa del Signore. Ma quel mantello, su chi sarebbe caduto? E poi, si sarebbero rinnovati i prodigi di cui eravamo stati testimoni? Per una settimana, il fiato sospeso; attoniti e sereni, come presi in un’attesa piena di speranza. Ma quel Libro chiuso ci ipnotizzava occhi, cuore e mente. Un grido ci premeva nel petto, lo stesso che rieccheggia nell’Apocalisse: “Chi ci strapperà i sigilli…..”

E scrutavamo il Cielo, cercando ancora la mano benedicente di Karol. Il suo amico, quel fidato collaboratore che ci aveva parlato così amorevolmente del nostro grande Papa, ce lo aveva indicato. Guardate lassù, e vedrete, e sarete benedetti. Ha implorato il Papa per noi: “Sì, ci benedica, Santo Padre”. E la mano del Papa Santo non s’è fatta attendere; il miracolo più atteso, la sua benedizione è scesa dalla casa del Padre sulla Sistina: lo Spirito Santo, ne siamo certi, ha suggerito; il Papa Santo, ne siamo altrettanto certi, con la sua mano ha guidato la mano dei cardinali. E noi, lì fuori, scorgendo il fumo bianco sbuffare dal tetto, danzavamo di gioia al suono delle campane: in un baleno avevamo il nuovo cocchiero. Ed era lui. Proprio quel suo amico umile, quel semplice e mite Joseph nel quale tutti ci siamo sentiti amici nell’amico. Lui che aveva celebrato l’ultima pasqua del Grande Papa come se l’avesse fatto al posto di tutti noi. Proprio come l’avremmo voluta celebrare noi. Quelle parole, ce le aveva strappate dal cuore e dalle labbra. Ed ora era lì, stretto in quel bianco mantello, affacciato su migliaia di storie in attesa di una nuova benedizione. Joseph Ratzinger, il Cireneo di Karol Woytila lungo il cammino difficile e “inaudito”, la via della Croce di ogni Vicario del Crocifisso. Ha visto. Ha imparato. Ha condiviso. E in quel momento quella Croce era passata nelle sue mani. Sulle sue spalle. Quando è apparso sulla loggia che sembrava un diamante incastonato nello splendido tramonto romano, il suo sorriso rassicurante avvolto nella magnifica stola, tutto era certo: la Provvidenza aveva scelto lui, il mantello di Giovanni Paolo II era passato sulle spalle di Benedetto XVI. Non restava che partire e incamminarsi verso i prodigi che Dio aveva preparato.

Il primo, la sua tenerezza nel salutarci. “Un umile operaio della vigna del Signore”. Operaio d’opere sante. Quelle che annunciano al mondo la Verità e la Bellezza dell’amore di Dio. Lui, Prefetto del dono più grande, difensore della purezza della fede, custode del tesoro depositato nello scrigno della Chiesa, sapeva d’essere ormai donato alla Chiesa intera. ”Il nostro ministero è un dono di Cristo agli uomini, per costruire il suo corpo – il mondo nuovo. Viviamo il nostro ministero così, come dono di Cristo agli uomini! Ma in questa ora, soprattutto, preghiamo con insistenza il Signore, perché dopo il grande dono di Papa Giovanni Paolo II, ci doni di nuovo un pastore secondo il suo cuore, un pastore che ci guidi alla conoscenza di Cristo, al suo amore, alla vera gioia” aveva infatti detto ai Cardinali e al mondo intero introducendo il Conclave presiedendo la Missa Pro eligendo Romano Pontifice.

Apparso su quella finestra così impegnativa, come protetto tra i due “corazzieri liturgici”, con quel sorriso alla perenne ricerca di amici, e quelle braccia alzate come in segno di vittoria, è sembrato un pugile vincente al termine di un combattimento. E di un duro combattimento si era di certo trattato. Per questo levava le braccia, e nel suo viso lo sguardo sereno di chi aveva vinto perché ha saputo arrendersi. Come Giacobbe al guado del torrente Jabbok, anche il mite cardinale bavarese aveva lottato con Dio. Decenni di studio e onorato servizio, età, salute, stanchezza, a nulla son valse le ragioni dell’uomo. La vittoria di Dio è sempre la nostra resa. Per essere forte con Dio occorre che l’uomo vecchio si pieghi dinnanzi all’Uomo Nuovo. Con Dio si vince perdendo, e il Cardinale Ratzinger ha perduto molto di sé nella Sistina; nell’omelia pronunciata nella messa di insediamento ce lo ha svelato :“Il mio vero programma di governo è quello di non fare la mia volontà, di non perseguire mie idee, ma di mettermi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui, cosicché sia Egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra storia”. Potenza della Sistina e del “suo” Spirito Santo, quasi un sacramento capace di trasformare un Cardinale in un Papa, perché la Dottrina della fede sia esaltata in Dottrina dell’Amore. E così è stato, sin dalla prima Enciclica, sino alla Lettera ai fedeli d’Irlanda.

Non solo. Sognava la quiete dopo tante tempeste, lo studio, sonate al pianoforte e sinfonie teologiche. Ma si è dovuto arrendere al Padrone della messe che lo aveva scelto irrevocabilmente. Aveva chiesto di non essere eletto, per lui la Sistina s’era trasformata in un Getsemani, e, come per il Maestro, anche per il discepolo la Volontà del Padre s’era manifestata diversa dalla propria. Il Cardinale Ratzinger ne aveva chiara la percezione già entrando in conclave quando aveva spiegato come “Gesù definisce l’amicizia: è la comunione delle volontà. “Idem velle – idem nolle”, era anche per i Romani la definizione di amicizia. “Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando” (Gv 15, 14). L’amicizia con Cristo coincide con quanto esprime la terza domanda del Padre nostro: “Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”. Nell’ora del Getsemani Gesù ha trasformato la nostra volontà umana ribelle in volontà conforme ed unita alla volontà divina. Ha sofferto tutto il dramma della nostra autonomia – e proprio portando la nostra volontà nelle mani di Dio, ci dona la vera libertà: “Non come voglio io, ma come vuoi tu” (Mt 21, 39). In questa comunione delle volontà si realizza la nostra redenzione: essere amici di Gesù, diventare amici di Dio. Quanto più amiamo Gesù, quanto più lo conosciamo, tanto più cresce la nostra vera libertà, cresce la gioia di essere redenti. Grazie Gesù, per la tua amicizia!”.

Il conclave è stato dunque la fucina decisiva che ci ha consegnato un vero amico di Dio incamminato sulle orme di Abramo nostro Padre nella fede. Il Papa amico di Dio ci ha così subito preso per mano per insegnarci l’amicizia con Gesù, fonte dell’unica e vera gioia. Per questo i giovani già lo amano, in lui vedono i tratti del Papa Santo trasfigurati nel sentimento che amano, desiderano e sperano più d’ogni altro. L’amicizia che a vent’anni è anch’essa giovane e fiera e genuina. L’amicizia, che è il profilo dolce della fede. E che dolcezza e che gioia e che pace si sperimentano nel compiere la volontà dell’Amico. Troppo spesso le trappole nascoste nelle giornate infilzate dalla nostra fretta d’esistere ci fanno perdere la pace dimenticando che il giogo del Signore, la Sua volontà, è leggero e solo ad esso possiamo aggrapparci per trovare pace e riposo per le nostre anime. A noi, al mondo perduto in indaffaratissime corse verso la propria autorealizzazione che così spesso si traduce in autodistruzione, alla folle generazione elettronica che sbuffa se il computer impiega una manciata di secondi di troppo a compiere i nostri voleri, a noi zombi della vita fast-food accartocciata sui propri desideri, a noi il Padre ha inviato Benedetto XVI, un semplice uomo legato al giogo dolce di Cristo, come il Pallio, tessuto in pura lana, che mi viene posto sulle spalle. Questo antichissimo segno, che i Vescovi di Roma portano fin dal IV secolo, può essere considerato come un’immagine del giogo di Cristo, che il Vescovo di questa città, il Servo dei Servi di Dio, prende sulle sue spalle. Il giogo di Dio è la volontà di Dio, che noi accogliamo. E questa volontà non è per noi un peso esteriore, che ci opprime e ci toglie la libertà. Conoscere ciò che Dio vuole, conoscere qual è la via della vita – questa era la gioia di Israele, era il suo grande privilegio. Questa è anche la nostra gioia: la volontà di Dio non ci aliena, ci purifica – magari in modo anche doloroso – e così ci conduce a noi stessi. In tal modo, non serviamo soltanto Lui ma la salvezza di tutto il mondo, di tutta la storia”.

Benedetto XVI dinnanzi a noi come Isacco legato alla volontà di Dio è la prima delle orme che Dio ci ha mostrato. La fede sulla terra è un Padre che sacrifica suo Figlio, il Figlio che si offre al Padre, e l’amico del Figlio che offre la sua vita. La fede si svela in una vita perduta per amore; la fede brilla nell’amore senza limiti del Buon Pastore pronto ad incarnarsi nel Suo Vicario: “Pascere vuol dire amare, e amare vuol dire anche essere pronti a soffrire. Amare significa: dare alle pecore il vero bene, il nutrimento della verità di Dio, della parola di Dio, il nutrimento della sua presenza, che egli ci dona nel Santissimo Sacramento. Cari amici – in questo momento io posso dire soltanto: pregate per me, perché io impari sempre più ad amare il Signore. Pregate per me, perché io impari ad amare sempre più il suo gregge – voi, la Santa Chiesa, ciascuno di voi singolarmente e voi tutti insieme. Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi. Preghiamo gli uni per gli altri, perché il Signore ci porti e noi impariamo a portarci gli uni gli altri”. La fede ha occhi che puntano dritto la storia, ne riconoscono i pericoli, scrutano il male, discernono il bene. La fede non scappa. La fede conosce la volontà di Dio e la compie. Senza paura: “Considero questo fatto una grazia speciale ottenutami dal mio venerato Predecessore, Giovanni Paolo II. Mi sembra di sentire la sua mano forte che stringe la mia; mi sembra di vedere i suoi occhi sorridenti e di ascoltare le sue parole, rivolte in questo momento particolarmente a me: “Non avere paura!”. Insieme con Benedetto XVI la Chiesa intera imparerà, ancora una volta, a non avere paura, a camminare con fiducia verso il destino che il Signore le ha preparato, sentieri di Pace in un mondo di guerra e violenza, e cammini lanciati ai confini della terra in un’infaticabile opera evangelizzatrice che restituisca a ciascun uomo la propria dignità di Figlio di Dio, la bellezza incomparabile di una vita amata. Benedetto XVI, per la Chiesa e per il mondo: “Ho voluto chiamarmi Benedetto XVI per riallacciarmi idealmente al venerato Pontefice Benedetto XV, che ha guidato la Chiesa in un periodo travagliato a causa del primo conflitto mondiale. Fu coraggioso e autentico profeta di pace e si adoperò con strenuo coraggio dapprima per evitare il dramma della guerra e poi per limitarne le conseguenze nefaste. Sulle sue orme desidero porre il mio ministero a servizio della riconciliazione e dell’armonia tra gli uomini e i popoli, profondamente convinto che il grande bene della pace è innanzitutto dono di Dio, dono fragile e prezioso da invocare, tutelare e costruire giorno dopo giorno con l’apporto di tutti…. Il nome Benedetto evoca, inoltre, la straordinaria figura del grande Patriarca del monachesimo occidentale, san Benedetto da Norcia, compatrono d’Europa insieme ai santi Cirillo e Metodio… costituisce un fondamentale punto di riferimento per l’unità dell’Europa e un forte richiamo alle irrinunciabili radici cristiane della sua cultura e della sua civiltà… Di questo Padre del Monachesimo occidentale conosciamo la raccomandazione lasciata ai monaci nella sua Regola: “Nulla assolutamente antepongano a Cristo”. All’inizio del mio servizio come Successore di Pietro chiedo a san Benedetto di aiutarci a tenere ferma la centralità di Cristo nella nostra esistenza”.


UNA DISCENDENZA VIVA NELL’ARENA DEL MONDO


Una promessa. Quella rivolta ad Abramo, anziano come Benedetto XVI, destinatario dell’impossibile perché Dio lo renda possibile. La fede che sposta le montagne, che non guarda alle proprie debolezze. La discendenza di Abramo, la storia luminosa dei santi, degli amici di Dio, la loro preghiera ravviva in Benedetto XVI “questa consapevolezza: non sono solo. Non devo portare da solo ciò che in realtà non potrei mai portare da solo. La schiera dei santi di Dio mi protegge, mi sostiene e mi porta. E la Vostra preghiera, cari amici, la Vostra indulgenza, il Vostro amore, la Vostra fede e la Vostra speranza mi accompagnano. Infatti alla comunità dei santi non appartengono solo le grandi figure che ci hanno preceduto e di cui conosciamo i nomi. Noi tutti siamo la comunità dei santi, noi battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, noi che viviamo del dono della carne e del sangue di Cristo, per mezzo del quale egli ci vuole trasformare e renderci simili a se medesimo”. Assomigliare al Signore, il destino della Chiesa, la meta che il Papa ci sta indicando senza posa. Essere simili a Lui, accorrere a Lui quali benedetti dal Padre. Conoscerlo per essere riconosciuti. Figli nel Figlio. E benedetti nel Benedetto. Vivi in una generazione che vegeta tra piaceri e violenze, vivi in un mondo che trasforma ogni desiderio in diritto.Sì, la Chiesa è viva – questa è la meravigliosa esperienza di questi giorni. Proprio nei tristi giorni della malattia e della morte del Papa questo si è manifestato in modo meraviglioso ai nostri occhi: che la Chiesa è viva. E la Chiesa è giovane. Essa porta in sé il futuro del mondo e perciò mostra anche a ciascuno di noi la via verso il futuro. La Chiesa è viva e noi lo vediamo: noi sperimentiamo la gioia che il Risorto ha promesso ai suoi. La Chiesa è viva – essa è viva, perché Cristo è vivo, perché egli è veramente risorto”. Queste parole risuonano oggi potenti, e trafiggono quest’aria pesante che vuole azzerarla sulle macerie di scandali veri e presunti. La Chiesa è viva, perchè vivo è il suo Signore e vivo e forte e umile è il suo Vicario.


Fratello tra i fratelli, il Papa sa di avere ereditato la stessa promessa fatta ad Abramo. La Chiesa è viva e lui ne è diventato il Papa, il Santo Padre di una discendenza più numerosa delle stelle del cielo. Eccola infatti la sua discendenza, gli occhi come stelle nel cielo d’agosto, migliaia, milioni di occhi puntati su di lui, e lui a puntarli su Cristo: “Nell’intraprendere il suo ministero il nuovo Papa sa che suo compito è di far risplendere davanti agli uomini e alle donne di oggi la luce di Cristo: non la propria luce, ma quella di Cristo”. E’ già accaduto a S. Pietro come a S. Paolo e S. Giovanni, come sarà in ogni luogo, in ogni deserto dove lo zelo “inquieto” acceso dallo Spirito lo condurrà ad assolvere la sua missione, l’essenziale: annunciare il Vangelo.” La santa inquietudine di Cristo deve animare il pastore: per lui non è indifferente che tante persone vivano nel deserto. E vi sono tante forme di deserto. Vi è il deserto della povertà, il deserto della fame e della sete, vi è il deserto dell’abbandono, della solitudine, dell’amore distrutto. Vi è il deserto dell’oscurità di Dio, dello svuotamento delle anime senza più coscienza della dignità e del cammino dell’uomo. I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi. Perciò i tesori della terra non sono più al servizio dell’edificazione del giardino di Dio, nel quale tutti possano vivere, ma sono asserviti alle potenze dello sfruttamento e della distruzione. La Chiesa nel suo insieme, ed i Pastori in essa, come Cristo devono mettersi in cammino, per condurre gli uomini fuori dal deserto, verso il luogo della vita, verso l’amicizia con il Figlio di Dio, verso Colui che ci dona la vita, la vita in pienezza”

“Morte e vita si sono incontrati in un prodigioso duello” canta l’antichissima sequenza di Pasqua. Al crepuscolo d’un giorno d’aprile Benedetto XVI si è affacciato sul mondo, e la sua missione si è infilata dritta nella notte del mondo, come il suo Maestro, in un pomeriggio d’aprile, chiuso in un sepolcro, ha combattuto con il rantolo del principe di questo mondo. Sì, il ministero di Pietro, e con lui la missione di tutta la Chiesa, è lasciarsi calare nel sepolcro dell’umanità, affrontare con il Signore i flutti del male, e spezzarli, ad uno ad uno, con l’amore e il perdono. Ma “La misericordia di Cristo non è una grazia a buon mercato, non suppone la banalizzazione del male. Cristo porta nel suo corpo e sulla sua anima tutto il peso del male, tutta la sua forza distruttiva. Egli brucia e trasforma il male nella sofferenza, nel fuoco del suo amore sofferente”.Un fuoco capace di purificare chi umilmente si pone in conversione, chi cerca l’unità ferita dagli inganni del mondo. Oggi, dopo cinque anni, è ancora il Signore che brucia il male nella sofferenza che, misteriosamente, si trasfigura nella sofferenza di Benedetto XVI.

Soffrire quello che in ogni generazione manca alla Passione del Signore è il destino di ogni Apostolo, di ogni Papa. Per questo egli è la Pietra su cui è fondata la Chiesa, e gli inferi non prevarranno contro di essa. Ma gli inferi esistono, e muovono guerra. All’uomo. Alla Chiesa. Oggi, come sempre. Non si può tirare indietro il Papa. La morte è lì, e il suo odore acre pervade le nostre società. L’orizzonte che si staglia chiaro dinnanzi al Benedetto XVI ha i contorni oscuri di una cultura di morte che il Predecessore aveva identificato con chiarezza. La sfida è lanciata, nichilismo, relativismo, il progetto globalizzato d’un uomo rivestito di un’apparente perfezione abbigliata su di un corpo che senza spina dorsale. Perline e lustrini sul nulla. E un baratro di abomini e sconvolgimenti della verità, tradotti in leggi di molti stati, un agone da far tremare i polsi. Davvero il Terzo Millennio sembra presentarsi come un Colosseo planetario, fiere e belve pronte ad azzannare Dio, la verità e l’uomo. E lui, Benedetto XVI, lo abbiamo visto uscire dal suo personale combattimento consumatosi nel Conclave candido nel suo vestito che brillava di luce pasquale per vederlo ora alla testa della Chiesa pronto per il combattimento escatologico profetizzato nell’Apocalisse; la lotta contro i nemici che s’annidano pericolosi all’interno e all’esterno del Gregge che gli è stato affidato. Pastore disarmato lo vediamo mite e deciso avviarsi sui passi del suo ministero, come Davide dinnanzi a Golia, in mano una fionda e cinque pietre, le cinque piaghe del Signore, i cinque libri della Torah, il Corpo donato del Signore e la Sua Parola, le due mense di vita che alimentano la Chiesa e che sono preparate per la vita del mondo. “Il ministero del Papa è garanzia dell’obbedienza verso Cristo e verso la Sua Parola. Egli non deve proclamare le proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all’obbedienza verso la Parola di Dio, di fronte a tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento, come di fronte ad ogni opportunismo. Lo fece Papa Giovanni Paolo II, quando, davanti a tutti i tentativi, apparentemente benevoli verso l’uomo, di fronte alle errate interpretazioni della libertà, sottolineò in modo inequivocabile l’inviolabilità dell’essere umano, l’inviolabilità della vita umana dal concepimento fino alla morte naturale. La libertà di uccidere non è una vera libertà, ma è una tirannia che riduce l’essere umano in schiavitù”. Di fronte alla tirannia, la libertà che sorge dall’amore. Nel Mistero dell’Eucarestia, “l’amore di Cristo si fa sempre tangibile in mezzo a noi. Qui, Egli si dona sempre di nuovo. Qui, Egli si fa trafiggere il cuore sempre di nuovo; qui, Egli mantiene la Sua promessa, la promessa che, dalla Croce, avrebbe attirato tutto a sè. Nell’Eucaristia, noi stessi impariamo l’amore di Cristo. È stato grazie a questo centro e cuore, grazie all’Eucaristia, che i santi hanno vissuto, portando l’amore di Dio nel mondo in modi e in forme sempre nuove. Grazie all’Eucaristia la Chiesa rinasce sempre di nuovo! La Chiesa non è altro che quella rete – la comunità eucaristica! – in cui tutti noi, ricevendo il medesimo Signore, diventiamo un solo corpo e abbracciamo tutto il mondo. Presiedere nella dottrina e presiedere nell’amore, alla fine, devono essere una cosa sola: tutta la dottrina della Chiesa, alla fine, conduce all’amore. E l’Eucaristia, quale amore presente di Gesù Cristo, è il criterio di ogni dottrina. Dall’amore dipendono tutta la Legge e i Profeti, dice il Signore (Mt 22, 40). L’amore è il compimento della legge, scriveva San Paolo ai Romani (13, 10)”. L’amore seminato nell’odio e nell’egoismo, la Chiesa e il suo Papa come un pane spezzato per il mondo. La vita dove è la morte. Cristo risorto nei cimiteri spirituali che popolano la terra. Li udiamo i passi di Benedetto XVI, decisi, sul cammino di quell’amore che scaturisce da una fede adulta, un dono del cielo per i discendenti di Abramo. L’amore sino al dono supremo della vita, l’amore dei nemici è il cuore di Cristo, affidato al Suo Vicario terreno perchè confermi nella fede e nella verità i suoi fratelli: “In Cristo, coincidono verità e carità. Nella misura in cui ci avviciniamo a Cristo, anche nella nostra vita, verità e carità si fondono. La carità senza verità sarebbe cieca; la verità senza carità sarebbe come “un cembalo che tintinna” (1 Cor 13, 1”).

IN CAMMINO VERSO UNA FEDE ADULTA


Un cammino e una Storia sono le cifre della Rivelazione di Dio. Una Storia di Salvezza e di amore, fatta di parole e di gesti, di segni e di miracoli, di uomini, profeti e santi. E di Papi. Per questo, un Papa non è un’apparizione improvvisa, uno stregone, un leader che si accaparra un potere, un tipo carismatico che si appropria della scena. Un Papa è sempre parte di una storia. Ininterrotta, dalla mente di Dio all’istante presente. Un Papa sale sempre alla stazione che il Padre ha stabilito. Cambiano i conducenti, cambia il paesaggio, ma non cambia il treno. Il compito di Benedetto XVI sarà, anche per lui, in questo tratto di strada che la Provvidenza gli ha assegnato, quello di condurre la Chiesa sui cammini dello Spirito, quelli che ci schiudono il cuore di Cristo. “In Lui, nel Figlio, ci è stato detto tutto, ci è stato donato tutto. Ma la nostra capacità di comprendere è limitata; perciò la missione dello Spirito è di introdurre la Chiesa in modo sempre nuovo, di generazione in generazione, nella grandezza del mistero di Cristo…Non ci conduce in altri luoghi, lontani da Cristo, ma ci conduce sempre più dentro la luce di Cristo. Per questo, la Rivelazione cristiana è, allo stesso tempo, sempre antica e sempre nuova. Per questo, tutto ci è sempre e già donato. Allo stesso tempo, ogni generazione, nell’inesauribile incontro col Signore – incontro mediato dallo Spirito Santo – impara sempre qualcosa di nuovo”.


Il Papa e la Chiesa, il Pastore ed il gregge uniti nell’ascolto, sulle orme della primitiva comunità di Gerusalemme. Assidui nell’ascolto della Parola e nella frazione del Pane, i due cardini del pontificato di Benedetto XVI, i fondamenti della fede. Un cammino di fede si schiude dinnanzi al Popolo di Dio, questo ci sembra dire il Papa, un cammino antico e sempre nuovo, appoggiato sul tripode della Parola, della Liturgia e dei Sacramenti, perché la fede diventi adulta e dia i segni che il mondo aspetta per credere e riconoscere nei Suoi discepoli il Signore risorto e vivo. E nel Signore il Padre che lo ha inviato. Un cammino verso una fede adulta. Camminare nella storia, con Cristo e con l’uomo.il Signore ci chiama amici, ci fa suoi amici, ci dona la sua amicizia. Il Signore definisce l’amicizia in un duplice modo. Non ci sono segreti tra amici: Cristo ci dice tutto quanto ascolta dal Padre; ci dona la sua piena fiducia e, con la fiducia, anche la conoscenza. Ci rivela il suo volto, il suo cuore. Ci mostra la sua tenerezza per noi, il suo amore appassionato che va fino alla follia della croce”.

Per il Papa amico di Cristo nessun segreto. E non ve ne sono neanche per noi, amici del Papa. Lui è un amico che ci parla con parole scelte, perle preziose levigate sull’accento teutonico che conferisce autorità e certezza alla dolcezza dell’amore che dicono. La forza e il vigore del Predecessore sembra si siano cristallizzati nelle sue parole. Papa Ratzinger sa bene che la fede da lui difesa in mezzo ai marosi prorompenti delle rancide derive post-conciliari è donata attraverso la predicazione, sulle orme di San Paolo: “Che cosa lo spingeva ad un simile dinamismo se non lo stesso amore di Cristo che trasformò l’esistenza di san Paolo (cfr 2 Cor 5,14)? Voglia il Signore alimentare anche in me un simile amore, perché non mi dia pace di fronte alle urgenze dell’annuncio evangelico nel mondo di oggi. La Chiesa è per sua natura missionaria, suo compito primario è l’evangelizzazione. Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha dedicato all’attività missionaria il Decreto denominato, appunto, “Ad gentes”, che ricorda come “gli Apostoli… seguendo l’esempio di Cristo, «predicarono la parola della verità e generarono le Chiese» (S. Aug., Enarr. in Ps. 44,23: PL 36,508)” e che “è compito dei loro successori dare continuità a quest’opera, perché «la parola di Dio corra e sia glorificata» (2 Ts 3,1) e il Regno di Dio sia annunciato e stabilito in tutta la terra”.


Da custode ad annunciatore, ecco il cammino dell’umile operaio. La profezia di questo pontificato è tutta qui. Saldo nel deposito della fede che ha difeso strenuamente è ora issato sul pulpito del mondo, la Cattedra di Pietro: “Il Vescovo di Roma siede sulla sua Cattedra per dare testimonianza di Cristo. Così la Cattedra è il simbolo della potestas docendi, quella potestà di insegnamento che è parte essenziale del mandato di legare e di sciogliere conferito dal Signore a Pietro e, dopo di lui, ai Dodici. Nella Chiesa, la Sacra Scrittura, la cui comprensione cresce sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, e il ministero dell’interpretazione autentica, conferito agli apostoli, appartengono l’una all’altro in modo indissolubile. Dove la Sacra Scrittura viene staccata dalla voce vivente della Chiesa, cade in preda alle dispute degli esperti. Certamente, tutto ciò che essi hanno da dirci è importante e prezioso; il lavoro dei sapienti ci è di notevole aiuto per poter comprendere quel processo vivente con cui è cresciuta la Scrittura e capire così la sua ricchezza storica. Ma la scienza da sola non può fornirci una interpretazione definitiva e vincolante; non è in grado di darci, nell’interpretazione, quella certezza con cui possiamo vivere e per cui possiamo anche morire. Per questo occorre un mandato più grande, che non può scaturire dalle sole capacità umane. Per questo occorre la voce della Chiesa viva, di quella Chiesa affidata a Pietro e al collegio degli apostoli fino alla fine dei tempi”.


La voce di una Chiesa viva che mostri nel mondo una fede viva e “adulta”. La società contemporanea reclama testimoni autentici, le parole e gli slogan non servono. Men che meno servono nuovi templi e nuove forme religiose. La svolta epocale che ha segnato l’ingresso nel Terzo Millennio ci ha consegnato una marmellata culturale globalizzata, città trasformate in sale di transito per persone ridotte a pacchi postali, macerie di torri crollate con le nostre certezze. Benedetto XVI ha intravisto la salvezza per questa generazione, ed essa è affidata alla Chiesa. Nella debolezza del pensiero, nella voracità delle mode la Chiesa è chiamata ad una testimonianza chiara, vera, e viva. Essa è il frutto di un “cammino verso la “misura della pienezza di Cristo”, cui siamo chiamati ad arrivare per essere realmente adulti nella fede. Non dovremmo rimanere fanciulli nella fede, in stato di minorità. E in che cosa consiste l’essere fanciulli nella fede? Risponde San Paolo: significa essere “sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina…” (Ef 4, 14). Una descrizione molto attuale! Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero… La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde – gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via. Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore (cf Ef 4, 14). Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. “Adulta” non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo. É quest’amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità. Questa fede adulta dobbiamo maturare, a questa fede dobbiamo guidare il gregge di Cristo”.


Un solo criterio. Gesù Cristo, il Figlio di Dio, il vero uomo, nato, morto e risorto. La Roccia. In nessun altro v’è salvezza, a dispetto di dottrine fuorvianti che tendono a mischiare le carte. In questi anni gli apparenti fallimenti nell’evangelizzazione, soprattutto in zone difficili e particolarmente impermeabili all’annuncio del Vangelo hanno indotto molti nella Chiesa a ripiegarsi su comode conclusioni vagamente neo-protestanti che sanno di abdicazione. Si sono moltiplicate le letture fuorvianti del Concilio nei centri del pensiero teologico progressista dell’Europa e i tentativi di esportarle nei Paesi di Missione con la pretesa di costituire l’unica e vera interpretazione del rinnovamento. Abbiamo assistito ad un vagheggiato appiattimento della Chiesa su neutre posizioni “politically-correct” tradotte in adattamenti liturgici e antropologici piegando il Vangelo alle culture, al punto di stemperare il “peculiare” a vantaggio di un non meglio precisato “generale”. Sincretismi che fagocitano la serietà della vita e della fede, trasformando le istanze profonde del sentimento religioso in aricoli da ludoteca dello spirito: “La fede viene trasferita sul piano del gioco, mentre sinora essa riguardava il piano della vita in quanto tale. La fede come gioco è qualcosa di radicalmente diverso dalla fede creduta e vissuta. Non indica una strada, è soltanto un ornamento. Non ci aiuta né a vivere né a morire; tutt’al più fornisce un po’ di svago, un po’ di piacevole apparenza – ma per l’appunto solo apparenza, e questo non basta per vivere e per morire”.

In diversi Paesi siamo testimoni di una missione “smorzata” e “abortita”, logorata in presunti dialoghi interreligiosi d’una sterilità disarmante, segno di un complesso di inferiorità di alcune chiese locali, che secca le fonti dello zelo missionario. Benedetto XVI conosce il panorama, ne ha sezionato ogni aspetto nei lunghi anni passati alla “Dottrina della fede”. Conosce tutto e per questo ci ripete che “In Gesù, Dio ci ha donato tutto sè stesso – cioè – ci ha donato tutto. Oltre a questo, o accanto a questo, non può esserci nessun’altra rivelazione in grado di comunicare maggiormente o di completare, in qualche modo, la Rivelazione di Cristo. In Lui, nel Figlio, ci è stato detto tutto, ci è stato donato tutto. Ma la nostra capacità di comprendere è limitata; perciò la missione dello Spirito è di introdurre la Chiesa in modo sempre nuovo, di generazione in generazione, nella grandezza del mistero di Cristo.” Il Papa riconosce l’opera di Dio nei Carismi consegnati alla Chiesa. Essi sono doni dello Spirito Santo per introdurre la Chiesa con strumenti e modi diversi e attuali nel Mistero per il quale è presente nel mondo: Cristo. I carismi sono l’aiuto celeste perché gli uomini di ogni generazione possano incontrare Lui, sperimentare il Suo amore, essere salvati da Lui. Benedetto XVI al funerale di Giussani ripeteva l’invito a non cedere alla paura di fronte alle novità di un carisma, e agli sconvolgimenti che esso provoca nella Chiesa: “ma una cosa che non si scontra con nulla è niente, no? Proprio le polemiche dimostrano che era realmente presente una posizione che valeva la pena di difendere, di vivere. Io parlerei di una un’ecclesialità aperta e viva, fuori dalle organizzazioni e dalle strutture consuete, ma totalmente radicata nelle vere radici della Chiesa”. Un albero cresce solo ben piantato attraverso radici solide, vere, certe. Per questo “Lo Spirito non pone nulla di diverso e di nuovo accanto a Cristo; non c’è nessuna rivelazione pneumatica accanto a quella di Cristo – come alcuni credono – nessun secondo livello di Rivelazione. No: “prenderà del mio”, dice Cristo nel Vangelo (Gv 16, 14). E come Cristo dice soltanto ciò che sente e riceve dal Padre, così lo Spirito Santo è interprete di Cristo. “Prenderà del mio”. Non ci conduce in altri luoghi, lontani da Cristo, ma ci conduce sempre più dentro la luce di Cristo. Per questo, la Rivelazione cristiana è, allo stesso tempo, sempre antica e sempre nuova. Per questo, tutto ci è sempre e già donato. Allo stesso tempo, ogni generazione, nell’inesauribile incontro col Signore – incontro mediato dallo Spirito Santo – impara sempre qualcosa di nuovo”. L’eterna giovinezza della Chiesa è l’amore infinito del Suo Signore. “Il ministero del Papa è garanzia dell’obbedienza verso Cristo e verso la Sua Parola. Egli non deve proclamare le proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all’obbedienza verso la Parola di Dio, di fronte a tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento, come di fronte ad ogni opportunismo. Lo fece Papa Giovanni Paolo II, quando, davanti a tutti i tentativi, apparentemente benevoli verso l’uomo, di fronte alle errate interpretazioni della libertà, sottolineò in modo inequivocabile l’inviolabilità dell’essere umano, l’inviolabilità della vita umana dal concepimento fino alla morte naturale. La libertà di uccidere non è una vera libertà, ma è una tirannia che riduce l’essere umano in schiavitù. Il Papa è consapevole di essere, nelle sue grandi decisioni, legato alla grande comunità della fede di tutti i tempi, alle interpretazioni vincolanti cresciute lungo il cammino pellegrinante della Chiesa. Così, il suo potere non sta al di sopra, ma è al servizio della Parola di Dio, e su di lui incombe la responsabilità di far sì che questa Parola continui a rimanere presente nella sua grandezza e a risuonare nella sua purezza, così che non venga fatta a pezzi dai continui cambiamenti delle mode”. Benedetto XVI è diventato la nostra guida. In quest’anno cammino è stato tracciato, ripetuto più volte ai giovani, a tutti: Parola di Dio, Liturgia e Sacramenti. Su questa linea si comprende la predilezione per i Movimenti e le Nuove Comunità, manifestata, tra l’altro, nell’approvazione definitiva e storica degli Statuti del Cammino Neocatecumenale.

LA CHIESA SACRAMENTO DI SALVEZZA CHE DIA I SEGNI DI UNA FEDE ADULTA: L’AMORE E L’UNITA’


Gli amici crescono insieme. Benedetto ha voluto crescere con noi e condurre la Chiesa alla piena maturità. Il Concilio Vaticano II ha come fatto rinascere la Chiesa, preparandola al Terzo Millennio. Il Papa teologo era lì, ha visto concepire, gestare, nascere la Chiesa rinnovata del Concilio. E, durante i molti anni trascorsi ad occuparsi della dottrina e della fede ne ha potuto constatare le inevitabili crisi di crescita. Il Signore lo aveva preparato, e ora è pronto. “Nell’accingermi al servizio che è proprio del Successore di Pietro, voglio affermare con forza la decisa volontà di proseguire nell’impegno di attuazione del Concilio Vaticano II, sulla scia dei miei Predecessori e in fedele continuità con la bimillenaria tradizione della Chiesa. Ricorrerà proprio quest’anno il 40.mo anniversario della conclusione dell’Assise conciliare (8 dicembre 1965). Col passare degli anni, i Documenti conciliari non hanno perso di attualità; i loro insegnamenti si rivelano anzi particolarmente pertinenti in rapporto alle nuove istanze della Chiesa e della presente società globalizzata.


Attuare il Concilio significa innanzi tutto guidare il Popolo di Dio ad una fede adulta nel solco dei vari documenti che hanno indicato la Chiesa come un “sacramento di salvezza”. Fede adulta e certa che dia i segni che attende ogni uomo: l’amore e l’unità. Di essi ha parlato all’inizio del pontificato. “Non è il potere che redime, ma l’amore! Questo è il segno di Dio: Egli stesso è amore. Quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte. Che Egli colpisse duramente, sconfiggesse il male e creasse un mondo migliore. Tutte le ideologie del potere si giustificano così, giustificano la distruzione di ciò che si opporrebbe al progresso e alla liberazione dell’umanità. Noi soffriamo per la pazienza di Dio. E nondimeno abbiamo tutti bisogno della sua pazienza. Il Dio, che è divenuto agnello, ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori. Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall’impazienza degli uomini.” Vi è un luogo dove Dio ricostruisce ciò che l’impazienza dell’uomo distrugge. E’ il luogo della pazienza di Dio. La Chiesa. L’architettura per molti secoli ha disegnato le chiese a forma di croce, collocando l’altare nel punto d’incontro tra la navata centrale e la navata orizzontale. Al cuore della Chiesa il Corpo e il Sangue di Cristo, l’amore sino alla fine. La bellezza delI’arte che ancora oggi ci stupisce ed emoziona è un amore che ci toglie il fiato, l’abbraccio di Dio con ogni uomo nelle braccia distese di Gesù. Le braccia di Benedetto VI spalancate verso ogni uomo. Lui, roccia d’amore, due ali candide di misericordia, il nome della pazienza di Dio. Alcuni anni fa Ratzinger scrisse che la Chiesa è fondata sul perdono, perché Pietro ne ha fatto per primo l’esperienza. Il primato di Pietro è essenzialmente il primato del perdono. Perdonato per perdonare. Un’interrotta storia di misericordia sino a Benedetto VI. Oggi le chiavi della misericordia son passate nelle sue mani, le mani della Chiesa. Alla dittatura del relativismo non v’è che una risposta: la libertà del perdono.

Con l’amore l’unità. “Con piena consapevolezza, all’inizio del suo ministero nella Chiesa di Roma che Pietro ha irrorato col suo sangue, l’attuale suo Successore si assume come impegno primario quello di lavorare senza risparmio di energie alla ricostituzione della piena e visibile unità di tutti i seguaci di Cristo. Questa è la sua ambizione, questo il suo impellente dovere. Egli è cosciente che per questo non bastano le manifestazioni di buoni sentimenti. Occorrono gesti concreti che entrino negli animi e smuovano le coscienze, sollecitando ciascuno a quella conversione interiore che è il presupposto di ogni progresso sulla via dell’ecumenismo. Il dialogo teologico è necessario, l’approfondimento delle motivazioni storiche di scelte avvenute nel passato è pure indispensabile. Ma ciò che urge maggiormente è quella “purificazione della memoria”, tante volte evocata da Giovanni Paolo II, che sola può disporre gli animi ad accogliere la piena verità di Cristo. E’ davanti a Lui, supremo Giudice di ogni essere vivente, che ciascuno di noi deve porsi, nella consapevolezza di dovere un giorno a Lui rendere conto di quanto ha fatto o non ha fatto nei confronti del grande bene della piena e visibile unità di tutti i suoi discepoli”. Il Signore ce lo aveva detto implorandolo al Padre prima di entrare nella sua Passione: “Perché il mondo creda….” Unità tra i cristiani, segno credibile di Dio. Le Parole del Papa, i suoi gesti, l’urgenza che lo muove ci fanno ben sperare. L’enciclica Deus caritas est e le catechesi del mercoledì nelle quali ha cominciato a delineare la sua ecclesiologia hanno sottolineato, senza posa, la centralità di questi che appaiono come i due grandi fuochi del suo pontificato: amore ed unità.

Essi sono i segni d’una fede adulta, patrimonio di una comunità adulta. Stiamo vivendo un momento storico da brivido. Un Millennio si è appena dischiuso, un Papa con le stigmate del Novecento vi ha introdotto la Chiesa. Muto negli ultimi tempi segno della fine di un’epoca. La sua parola aveva cancellato parole di menzogne secolari, il suo silenzio ha zittito grida prometeiche di vaneggiamenti super-umani. L’ultimo saluto, una benedizione stentata e una Croce ad abbracciare il mondo. Una consegna. La Chiesa del Terzo Millennio non potrà che essere testimone della Croce Gloriosa del Signore Risorto. “Cristo risorto ha bisogno di testimoni che Lo hanno incontrato, di uomini che Lo hanno conosciuto intimamente attraverso la forza dello Spirito Santo. Uomini che avendo, per così dire, toccato con mano, possono testimoniarLo. È così che la Chiesa, la famiglia di Cristo, è cresciuta da “Gerusalemme… fino agli estremi confini della terra”, come dice la lettura. Attraverso i testimoni è stata costruita la Chiesa – a cominciare da Pietro e da Paolo, e dai Dodici, fino a tutti gli uomini e le donne che, ricolmi di Cristo, nel corso dei secoli hanno riacceso e riaccenderanno in modo sempre nuovo la fiamma della fede. Ogni cristiano, a suo modo, può e deve essere testimone del Signore risorto. Quando leggiamo i nomi dei santi possiamo vedere quante volte siano stati – e continuino ad essere – anzitutto degli uomini semplici, uomini da cui emanava – ed emana – una luce splendente capace di condurre a Cristo”. Evangelizzare dunque, come ha ripetuto in moltissime occasioni. Annunciare il Vangelo, testimoniarlo nell’amore e nell’unità. E condurre quest’umanità, direttamente o indirettamente poco importa, alle acque del battesimo. Si, le prime parole di Benedetto XVI lanciavano la Chiesa a quello che ci ha annunciato nella sua prima notte di Pasqua da Papa: Vivere in Cristo, immersi nel battesimo, lasciar vivere Cristo in noi. Ecco il destino di ogni uomo, anticipato nel volto gioioso della Chiesa che sorge dalla luce di Pasqua. Cristo Gesù ” Per amore, poté lasciarsi uccidere, ma proprio così ruppe la definitività della morte, perché in Lui era presente la definitività della vita. Egli era una cosa sola con la vita indistruttibile, in modo che questa attraverso la morte sbocciò nuovamente. Esprimiamo la stessa cosa ancora una volta partendo da un altro lato. La sua morte fu un atto di amore. Nell’Ultima Cena Egli anticipò la morte e la trasformò nel dono di sé. La sua comunione esistenziale con Dio era concretamente una comunione esistenziale con l’amore di Dio, e questo amore è la vera potenza contro la morte, è più forte della morte. La risurrezione fu come un’esplosione di luce, un’esplosione dell’amore che sciolse l’intreccio fino ad allora indissolubile del “muori e divieni”. Essa inaugurò una nuova dimensione dell’essere, della vita, nella quale, in modo trasformato, è stata integrata anche la materia e attraverso la quale emerge un mondo nuovo”. Questo mondo si manifesta nel presente attraverso il corpo vivente di Cristo, la sua Chiesa. “È un salto di qualità nella storia dell'”evoluzione” e della vita in genere verso una nuova vita futura, verso un mondo nuovo che, partendo da Cristo, già penetra continuamente in questo nostro mondo, lo trasforma e lo attira a sé. Ma come avviene questo? Come può questo avvenimento arrivare effettivamente a me e attrarre la mia vita verso di sé e verso l’alto? La risposta, in un primo momento forse sorprendente ma del tutto reale, è: tale avvenimento viene a me mediante la fede e il Battesimo…. Il Battesimo è una cosa ben diversa da un atto di socializzazione ecclesiale, da un rito un po’ fuori moda e complicato per accogliere le persone nella Chiesa. È anche più di una semplice lavanda, di una specie di purificazione e abbellimento dell’anima. È realmente morte e risurrezione, rinascita, trasformazione in una nuova vita….” Questa trasformazione è espressa da San Paolo con un’espressione che sintetizza la vita di chi ormai apartiene al Signore: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20). Vivo, ma non sono più io. L’io stesso, la essenziale identità dell’uomo – di quest’uomo, Paolo – è stata cambiata. Egli esiste ancora e non esiste più. Ha attraversato un “non” e si trova continuamente in questo “non”: Io, ma “non” più io. Paolo con queste parole non descrive una qualche esperienza mistica, che forse poteva essergli stata donata e che, semmai, potrebbe interessare noi dal punto di vista storico. No, questa frase è l’espressione di ciò che è avvenuto nel Battesimo. Il mio proprio io mi viene tolto e viene inserito in un nuovo soggetto più grande. Allora il mio io c’è di nuovo, ma appunto trasformato, dissodato, aperto mediante l’inserimento nell’altro, nel quale acquista il suo nuovo spazio di esistenza. Paolo ci spiega la stessa cosa ancora una volta sotto un altro aspetto quando, nel terzo capitolo della Lettera ai Galati, parla della “promessa” dicendo che essa è stata data al singolare – a uno solo: a Cristo. Egli solo porta in sé tutta la “promessa”. Ma che cosa succede allora con noi? Voi siete diventati uno in Cristo, risponde Paolo (Gal 3, 28). Non una cosa sola, ma uno, un unico, un unico soggetto nuovo. Questa liberazione del nostro io dal suo isolamento, questo trovarsi in un nuovo soggetto è un trovarsi nella vastità di Dio e un essere trascinati in una vita che è uscita già ora dal contesto del “muori e divieni”. La grande esplosione della risurrezione ci ha afferrati nel Battesimo per attrarci. Così siamo associati ad una nuova dimensione della vita nella quale, in mezzo alle tribolazioni del nostro tempo, siamo già in qualche modo introdotti. Vivere la propria vita come un continuo entrare in questo spazio aperto: è questo il significato dell’essere battezzato, dell’essere cristiano. È questa la gioia della Veglia pasquale. La risurrezione non è passata, la risurrezione ci ha raggiunti ed afferrati. Ad essa, cioè al Signore risorto, ci aggrappiamo e sappiamo che Lui ci tiene saldamente anche quando le nostre mani si indeboliscono. Ci aggrappiamo alla sua mano, e così teniamo le mani anche gli uni degli altri, diventiamo un unico soggetto, non soltanto una cosa sola. Io, ma non più io: è questa la formula dell’esistenza cristiana fondata nel Battesimo, la formula della risurrezione dentro al tempo. Io, ma non più io: se viviamo in questo modo, trasformiamo il mondo. È la formula di contrasto con tutte le ideologie della violenza e il programma che s’oppone alla corruzione ed all’aspirazione al potere e al possesso”. Con Benedetto XVI siamo così inviati sui sentieri della storia, laddove ci troviamo, nel carisma attraverso il quale il Signore ci ha chiamati, in questa rinnovata missione ad gentes, alle genti di questa generazione che hanno perduto o rifiutato Dio. Cristo vivo in comunità adulte, fatte di cristiani adulti, che vivono e sperimentano l’amore e l’unità, primizie della vita beata che è stata conquistata da Cristo per ogni uomo. Con Benedetto XVI Dio ha detto alla Chiesa e al mondo una parola inequivocabile: solo l’amore può vincere la morte. L’amore di Dio manifestato in Cristo Gesù, incarnato nel suo popolo che cammina tra debolezze e cadute, ma che ha visto Cristo vivo e risuscitato, lo ha visto vivo e di Lui vive. “Io vivo e voi vivrete”, dice Gesù nel Vangelo di Giovanni (14, 19) ai suoi discepoli, cioè a noi. Noi vivremo mediante la comunione esistenziale con Lui, mediante l’essere inseriti in Lui che è la vita stessa. La vita eterna, l’immortalità beata non l’abbiamo da noi stessi e non l’abbiamo in noi stessi, ma invece mediante una relazione – mediante la comunione esistenziale con Colui che è la Verità e l’Amore e quindi è eterno, è Dio stesso. La sempl
ice indistruttibilità dell’anima da sola non potrebbe dare un senso a una vita eterna, non potrebbe renderla una vita vera. La vita ci viene dall’essere amati da Colui che è la Vita; ci viene dal vivere-con e dall’amare-con Lui. Io, ma non più io: è questa la via della croce, la via che “incrocia” un’esistenza rinchiusa solamente nell’io, aprendo proprio così la strada alla gioia vera e duratura. Così possiamo, pieni di gioia, insieme con la Chiesa cantare nell’Exsultet: “Esulti il coro degli angeli… Gioisca la terra”. La risurrezione è un avvenimento cosmico, che comprende cielo e terra e li associa l’uno all’altra. E ancora con l’Exsultet possiamo proclamare: “Cristo, tuo figlio… risuscitato dai morti, fa risplendere negli uomini la sua luce serena e regna nei secoli dei secoli”. Amen!”
. Queste parole chiudevano il primo anno di Pontificato di Benedetto XVI; cinque anni son passati, anni benedetti sulla roccia della fede. Con il nostro pastore, vicario del Signore risorto, entriamo gioiosi nella storia che ci attende, appoggiati sulla certezza, la fede incrollabile, nell’amore infinito di Dio, aggrappati istante dopo istante al Suo dolcissimo Figlio, il nostro unico Salvatore e Signore Gesù Cristo.