di Piero Vietti da Svipop

Secondo uno studio dell’Università del Wisconsin il clima della Terra sta tornando a quello dell’era neoboreale, un periodo di siccità, fame e scontri politici nel mondo. Il cambiamento climatico è iniziato nel ’60, ma in pochi se ne sono accorti. I monsoni africani hanno smesso di soffiare nel ’68, e porteranno i paesi in via di sviluppo alla rovina politica ed economica. Il clima è ora un fattore critico. Il periodo di clima neoboreale è giunto.

Questa, in sintesi, l’introduzione di un rapporto della Cia del 1974 sui cambiamenti climatici. Un rapporto di cui sul Web circolava il solo titolo, non il suo contenuto.

Maurizio Morabito, un ingegnere italiano che vive a Londra e gestisce due blog sul clima (uno in inglese, Omniclimate, e uno in italiano, iltafanoclimatico) lo ha trovato alla British Library in formato microfilm: “In un articolo del Washington Post dell’ottobre 1976 si parlava di questo rapporto della Cia, all’epoca segreto, e in diversi articoli di quegli anni, da Newsweek al New York Times, si faceva riferimento a tematiche simili”. Effettivamente quel rapporto esiste, e Morabito lo ha trovato.

Scorrendo le pagine di “A study of climatological Research as it pertains to intelligence problems” (questo il titolo del documento) ci si imbatte in previsioni e terminologie molto attuali, specialmente in questi giorni, ma trattate dalla parte opposta: guerre, carestie e cambiamenti climatici sconvolgeranno il mondo perché si è entrati in un’epoca di raffreddamento globale. Proprio così: secondo i climatologi più affermati all’epoca (c’è anche il direttore del Cru dell’Università dell’East Anglia, quella a cui pochi giorni fa sono state “rubate” le e-mail che documenterebbero i trucchi dei climatologi per “addomesticare” le temperature) parlano con sicurezza di “trend di global cooling”.

Sembra di leggere un rapporto dell’Onu e della Fao di questi giorni: gli “impatti economici e politici di un cambiamento climatico significativo vanno oltre ogni immaginazione – scriveva la Cia – Ogni nazione che abbia conoscenza delle scienze atmosferiche deve contrastare questo cambiamento”. Ma soprattutto si parla della “possibilità di un conflitto internazionale” dovuto ai cambiamenti del clima entro gli anni 70. All’inizio degli anni 70 – continua il documento – si sono registrati l’aumento dei ghiacci e quello delle precipitazioni nevose fino al 15 per cento, in Canada e Groenlandia si sono susseguiti 19 mesi di temperature sotto la media e ogni nazione è stata attraversata da problemi di questo tipo.

Come oggi si sente dire da esperti e storici che le grandi civiltà furono cancellate da periodi di caldo globale, gli esperti e gli storici dei primi anni 70 spiegavano che le cadute di “numerose e potenti civiltà del passato” sono avvenute in concomitanza con “global cool periods”, periodi di raffreddamento globale. Le previsioni degli esperti – riporta il rapporto della Cia – assicurano che il Canada, la parte europea dell’Unione sovietica e il nord della Cina “saranno coperti di neve e ghiaccio”.

Gli studi che in questi giorni affollano le pagine dei giornali prevedono scenari apocalittici dovuti all’aumento della temperatura di due o tre gradi. Trentacinque anni fa gli studiosi prevedevano che con il semplice abbassamento delle temperature medie di un grado ci sarebbero state praticamente le stesse conseguenze. “Nelle successive decadi la scienza del clima ha fatto progressi – dice al Foglio Guido Guidi, climatologo e animatore del blog scientifico Climate Monitor – le paure e le fobie legate ai cambiamenti del clima evidentemente no”. Le stesse parole, le stesse conseguenze, lo stesso consenso. Nel documento si parla apertamente di “consenso” degli scienziati del clima: vengono citate le principali scuole di pensiero al riguardo e le conferenze sul clima da cui emergeva che gli esperti concordassero sul raffreddamento in atto: “Il mondo sta tornando al regime climatico che si ebbe tra il 1600 e il 1850 – si legge – chiamato la ‘piccola era glaciale’”.

Paradossalmente, il consenso di allora era più credibile di quello attuale: all’epoca non esisteva un Ipcc (il panel intergovernativo creato dalle Nazioni Unite per studiare l’impatto dell’uomo sul clima), per cui il consenso si creava confrontando studi che arrivavano da tutto il mondo senza un ente centrale di controllo (e di censura). I sostenitori del riscaldamento globale causato dall’uomo hanno sempre negato che anni fa ci fosse un consenso tra scienziati sul raffreddamento globale. Questo rapporto della Cia dice il contrario e mostra come lo spauracchio dell’emergenza venga agitato con qualsiasi trend climatico. Gli scienziati che oggi non credono a un pianeta destinato ad arrostire per colpa nostra forse non hanno tutti i torti a dire di pensarci due volte prima di prendere decisioni basate su “certezze” che la storia del clima già ha smontato.