Davide Rondoni da Tempi.it

L’hanno ridotta a una monade che dovrebbe reggere gli urti della vita e del tempo restando sospesa al millesimo piano di un condominio di estranei. Lui, lei, un figlio, un cane, le fette biscottate del Mulino Bianco

L’uomo è fatto per la tribù, più che per la famiglia. Anche la donna, naturalmente. Quando lo affermo mi guardano strano. Ma in fondo sanno tutti che è così. Dicono: ah, la famiglia. Dicono così, e hanno ragione. Dedicano convegni, ritrovi, leggi. Ma devono stare attenti, i predicatori del “viva la famiglia”. Perché l’idea che oggi è in voga di famiglia è indifendibile. E fatalmente destinata a tramontare. La famiglia è importante. Lo si vede anche dai guai che provoca, o dalle fatiche che genera. Se non fosse importante, chissenefrega. Invece, si torna sempre lì, nel bene, nel male. Lo sapeva pure Marx che indicava nella famiglia l’icona della Sacra Famiglia da abbattere per costruire la sua società degli eguali – con quali risultati, s’è visto.

Siamo fatti per la tribù. Nessuna famiglia può davvero essere viva e luogo di vita se non sta dentro una tribù. Chiamate la tribù come vi pare – clan parentale, comunità, fraternità eccetera. Invece l’hanno ridotta a una monade, a una specie di organismo a se stante, che dovrebbe reggere gli urti della vita e del tempo restando sospesa al millesimo piano di un condominio di estranei, o sperduta in un reticolo di strade, in una composizione che ormai è cristallizzata: lui, lei, un figlio (se va bene), un cane, le fette biscottate del Mulino Bianco. Un organismo mostruoso. Una specie di liofilizzato “Buddenbrock” (la famiglia borghese del romanzo di Thomas Mann). È naturale che prima o poi lui morda lei o il cane morda lui o il figlio o la figlia si sfoghino sulle fette biscottate. In crisi c’è questo modello mostruoso di famiglia. La famiglia borghese, autosufficiente, monade, autofondata, e isolata. Preda di ogni moda e di ogni “riflesso pavloviano” indotto dai media e dal potere dominante. Quale ragazzo o ragazza sana di mente e di corpo potrebbe avere come ideale di andare a infilarsi in questo cubicolo asfittico? E infatti lo evitano come la peste. Magari a parole lo amano, se ne hanno avuto qualche resto di esperienza positiva. Ma via, alla larga. Vogliono aria, preferiscono la famiglia “allargata” a cui la tv di Stato continua a dedicare fiction carucce e astute. Allargata “male” con seconde mogli, figliastri eccetera ma pur sempre ombra e simulacro di quella che era la famiglia tribù, un organismo vasto dove stavano non solo zii rincoglioniti e nonni a traino, ma anche parenti vari, consanguinei di vario grado. E dove l’amicizia di una tribù collaborava a dare sostegno, ad alleviare, stemperare, consolare, accudire.

Non che manchino esperienze di questo genere. Credo che le famiglie che reggono lo debbono tutte a una sorta di appartenenza a una tribù. Se si richiama il valore della famiglia ma non si richiama il necessario legame con una tribù, si fa del danno. Ovviamente non sto mettendo in discussione il fondamento teologico della famiglia. Non sono né teologo né sposo e padre perfetto. Anzi. Ma ho gli occhi e il cuore. Vedo che le molte asfissie che schiantano molte famiglie dipendono dalla loro solitudine – e intendo la solitudine dei singoli, che non appartengono più a nulla se non a quel microorganismo il quale se non vive dell’aria e delle tempeste del mare, non può che essiccarsi. Ci sono naturalmente delle eccezioni – il mondo è bello per le sue continue eccezioni, no? Capita di vedere famiglie che paiono così concentrate su se stesse da escludere quasi il mondo. Ma il più delle volte si tratta di persone che hanno per così dire a tal punto interiorizzato una dimensione di tribù che grazie ad essa “sopportano” e anzi si gustano la vita familiare. Capita ad esempio nel caso di imprenditori molto dediti alla tribù delle loro aziende, o a professionisti molto esposti nel servire con il loro lavoro una comunità reale. Viva la famiglia, dunque. Se c’è la tribù.