Davvero troppa cultura a volte fa male. Anzi, fa sicuramente male quando questa cultura è guasta. Una prova ci viene da un articolo dal titolo Human Engineering and Climate Change pubblicato di recente sulla rivista scientifica Ethics, Policy and Environment da tre professori universitari: Matthew Liao docente di bioetica alla New York University, il neuroscienziato Anders Sandberg e la filosofa Rebecca Roache docenti presso la Future of Humanity Inst. dell’Università di Oxford. Insomma tre cervelli non da poco, verrebbe da dire. Quali tesi hanno partorito cotali menti? L’articolo propone soluzioni a dir poco eccentriche al problema dell’inquinamento ambientale e dei consumi energetici.

Si parte dalla costatazione che l’inquinamento è prodotto anche dagli allevamenti animali perché mucche, maiali e pecore producono gas serra, mangiano vegetali e per aver pascolo si è costretti a deforestare. Ora è chiaro che fino a quando la gente vorrà consumare carne gli allevamenti continueranno a prosperare e di conserva ad inquinare. Dunque ecco la soluzione: occorre indurre le persone a non mangiare carne somministrando a queste ultime pillole che provochino avversione alle proteine animali oppure modificando il sistema immunitario in modo tale da aver nausea solo al pensiero di uno spiedino arrosto o di una salsiccia al vino rosso.

Il secondo intervento a beneficio dell’amato pianeta terra è ancora più drastico. Anche qui si parte da una premessa corretta per poi approdare ad una conclusione bizzarra. La premessa è questa: più una persona è grassa, anzi: grossa, più consuma. Il rimedio è talmente semplice che a scriverlo il lettore si darà del cretino per non averci pensato lui per primo: basta abbassare l’altezza delle persone. Più saremo bassi meno volume occuperemo, meno consumeremo. I tre cervelloni iper-laureati di cui sopra hanno infatti stimato che se le prossime generazioni doneranno alla causa ambientalista un 15 cm della loro altezza, la massa corporea diminuirà del 21% e di conseguenza i tassi metabolici – e dunque i consumi – di un bel 15-18%. Per ridurre l’altezza le soluzioni passano dalla Fivet, a cure ormonali, ad interventi sul genoma umano.

Poi l’articolo propone un’altra soluzione per ridurre gli sprechi, degna della Marvel, la casa editrice che pubblica Spiderman e Batman: occorre modificare la capacità visiva dell’uomo affinchè possa vedere anche al buio come i gatti. Se modifichiamo la struttura dell’occhio rendendolo capace di vedere anche nell’oscurità non dovremmo accendere così tante luci alla sera. Gli “scienziati” sono assolutamente espliciti sul punto: “Se ognuno avesse occhi di gatto, non sarebbe necessaria tanta illuminazione e si potrebbe ridurre l’uso di energia globale considerevolmente”. Il discorso non fa una piega.

E’ quanto mai evidente che le soluzioni proposte fanno a pugni con il buon senso, ma, sotto altra prospettiva, sono assolutamente coerenti con il dogma di carattere apodittico che precede queste soluzioni e che mai bisogna contestare: si deve preservare l’ambiente costi quel che costi. Se il prezzo da pagare è quello di non mangiare carne, di assomigliare a dei nani e di strabuzzare gli occhi allora l’umanità è obbligata a compiere questo sacrificio in onore della Dea Terra.

I rimedi inventati da questi tre accademici allora non sono stravaganze di chi vuol mettersi in luce (o in ridicolo), ma si inseriscono con ferrea logica in un piano ben strutturato della ideologia ambientalista: prima la foca e poi l’uomo. Perciò le trovate ecosostenibili dei tre proff. in questa prospettiva non sono panzane grandi come una casa, effetti patologici di menti bizzarre, bensì inevitabili e fisiologiche conseguenze di premesse errate.

E la premessa errata è questa: l’uomo è il cancro del pianeta da estirpare quanto prima. Il 18 Novembre 2009 l’Unfpa nel suo rapporto annuale sullo stato della popolazione mondiale suggeriva che l’unica strada è quella della diminuzione delle nascite perché sono gli uomini che producono la tanto temuta CO2. Il rapporto faceva eco ai risultati di una ricerca del professor Thomas Wire della London School of Economics, commissionata dall’Optimum Population Trust, pubblicata nell’agosto del 2009. Questa indagine affermava che per ogni 7 dollari spesi in contraccezione ci guadagniamo in ecologia: ben una tonnellata in meno di anidride carbonica emessa nell’atmosfera grazie al fatto che i contraccettivi impediscono la nascita di bebè produttori di CO2. Il rapporto del prof. Wire lo faceva capire chiaramente sin dal titolo: “Meno emettitori, emissioni più basse, costi minori”.

Sulla stessa falsa riga si è mosso Rajendra Pachauri, il segretario dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), che aprì nel dicembre del 2009 i lavori del Vertice di Copenhagen sui cambiamenti climatici. Pachauri suggerì di aumentare le tasse sugli aerei, dato che da soli emettono il 2-3% di CO2 di tutto il pianeta, e di eliminare le bottiglie di acqua da frigo dai ristoranti.

Ancor più fantasioso il progetto proposto dall’Ong peruviana Glaciares e vincitore sempre nel 2009 del concorso “100 idee per salvare il pianeta” indetto dalla Banca Mondiale: dipingere di vernice bianca le montagne del Perù. Il bianco riflette il calore e in tal modo i ghiacciai non si scioglieranno e così preserveremo una risorsa preziosa dell’ecosistema.

In terra nostrana come non ricordare poi l’uscita di Fulco Pratesi, presidente del WWF Italia, che nel 2007 suggerì di lavarsi poco per risparmiare acqua: “Un solo bagno il sabato mattina consente di risparmiare molta acqua, senza pregiudicare l’odorato dei vicini. Un rapido esame della biancheria consente di giudicare quale capo debba essere cambiato. Le camicie, meglio non bianche e non strette da cravatte, mi possono durare anche tre giorni. Le mutande durano anche qualcosa in più dei tre giorni. La canottiera resiste da un sabato all’altro. Quanto alle calze, d’inverno possono aspettare tre giorni”. E così scoprimmo che il sudiciume è a basso impatto ambientale.

Gli esempi a voler continuare – è proprio il caso di dirlo – si sprecherebbero e andrebbero come abbiamo visto dalla geo-ingegneria, che vuole modificare-preservare l’ambiente, all’ingegneria umana che vuole invece impedire che nuovi esseri umani vengano alla luce con la contraccezione o con l’aborto oppure addirittura vuole modificare il suo DNA perché sia ecosostenibile. L’uomo è dunque l’unico essere vivente da non preservare.

Ma il minimo comun denominatore di tutte queste proposte è sempre quello: l’inversione della gerarchia dei beni. Non è più il creato ad essere a servizio dell’uomo, ma è l’uomo ad essere schiavo del creato. Da qui il paradosso: a leggere i tentativi degli ideologi di verde vestiti con gli occhiali del pensiero illuminista – madre di tutte le ideologie e quindi anche di quelle ambientaliste – l’uomo ha sudato sette camicie perché la scienza e la tecnica portassero l’umanità ad affrancarsi dai pericoli della natura, perché l’uomo sfuggisse alla fame, alla povertà e alla fatica davvero bestiale dei lavori pesanti e approdasse sulle rosee spiagge del benessere, inventando vaccini, medicine, nuovi metodi di coltivazione e allevamento e macchinari ipersofisticati. Ed ora, dopo tutto questo, ci vengono a dire che ci dobbiamo lavare meno, che non possiamo più mangiare carne, che dobbiamo rinunciare ai piaceri della tavola per pesare meno e soprattutto alla felicità di avere dei figli. Più che un mondo verde ci pare un mondo molto grigio.
di Tommaso Scandroglio da La Bussola Quotidiana