Un annuncio che fa paura. Il prossimo 31 marzo i sei ospedali psichiatrici giudiziari italiani chiuderanno i battenti. E i malati che fine faranno? Secondo i dati della Commissione parlamentare d’inchiesta, su circa 1.400 malati, circa un terzo potrebbe essere dimesso con un progetto specifico da parte delle Asl. Ma la possibilità finora si è concretamente realizzata solo per 160 persone. E tutti gli altri? L’interrogativo che si pongono i familiari dei malati e le associazioni che li rappresentano è di quelli che non si possono ignorare, soprattutto in questo momento. «Senza una soluzione efficace le persone malate come mio figlio, già emarginate e parcheggiate ai limiti della società, non avranno più alcuna possibilità di riscatto». Poche parole secche, crude, alla fine di un lungo sfogo che mostra anni di sofferenza. Frasi che non riescono a nascondere l’amarezza di aver visto il proprio ragazzo di ventisei anni troppe volte inascoltato, «talmente sedato da non reggersi in piedi e da non riuscire nemmeno ad alzare i gomiti». Ma non c’è alcuna rassegnazione per Daniele, «che più di tutti soffre per la sua malattia».

Angelo e Franca da anni seguono il loro ragazzo negli Opg o nelle comunità di recupero. E tante ne hanno girate dal 2007, quando al loro ragazzo è stata diagnosticata «una schizofrenia paranoide tutta da verificare». Ora aspettano da alcune settimane che dalla struttura di Castiglione delle Stiviere – «la più bella d’Italia» ammettono – Daniele possa tentare per la quarta volta l’ingresso in una comunità terapeutica alla periferia di Milano. Abbastanza vicino alla famiglia che vive in provincia di Como e sufficientemente distante da rendere il suo percorso di cura autonomo.

Sembra essere arrivati a un lieto fine, ma si convive con la paura. «Nel caso nostro figlio non venga accettato, dove verrà spedito? Ancora in Opg? E quando gli Opg chiuderanno?». Daniele «poco loquace» e abituato a «reprimere le sue frustrazioni», ha peregrinato per più dipartimenti di salute mentale, dove le sue «fissazioni persecutorie, in realtà vessazioni da parte degli altri degenti», unite all’uso di stupefacenti, sono state bollate come dipendenza psicologica e curate con pesanti psicofarmaci. Da qui – a parere dei genitori – un grave peggioramento della situazione che ha aperto la strada a un gesto terribile. Daniele, durante una discussione, ha colpito con un coltello un altro paziente di cinquant’anni. Poi, in lacrime, è andato dai carabinieri e si è sfogato: «Volevo ammazzarlo». Il risultato è un’accusa di tentato omicidio aggravato. Così, dalle comunità terapeutiche leggere è stato più volte rimandato nell’ospedale psichiatrico di Castiglione. Ma anche nelle strutture migliori capita che le persone gravemente problematiche siano difficilmente tollerate – raccontano ancora Angelo e Franca – e vengano «rispedite nei servizi psichiatrici, che a loro volta fino a poco tempo usavano gli Opg come valvola di sfogo, come tappeto dove nascondere sotto la polvere».
Questi due genitori determinati e affranti non riescono a farsene una ragione. Perché ragazzi ancora non sopraffatti dalla malattia vengono semplicemente ritenuti folli, matti, pericolosi? Forse perché tutto ciò che non è «perfetto e allineato allo stile di vita ideale viene considerato da scartare o perlomeno da celare?». Una domanda dopo l’altra, come un fiume in piena. «Eppure Daniele nell’ospedale psichiatrico si è preso cura per due mesi di un internato su una sedia a rotelle – aggiungono Angelo e Franca, – com’è possibile che non si possa valorizzare quello che di buono c’è in lui? Perché si deve necessariamente, mortificarlo, considerarlo a priori uno scarto dello società?».

Del resto sono tante le famiglie di malati psichiatrici convinti che il nostro sistema di cura e assistenza per le malattie mentali abbia dimenticato la parola solidarietà. La possibilità cioè che, in alcuni casi concreti, queste persone possano avere una vita dignitosa, anche senza guarire completamente. E le associazioni insistono: esistono «storture» del sistema di salute mentale che vanno risolte al più presto. «Certo non è con la chiusura degli Opg che si risolve la questione», ripetono i familiari dei malati. La preoccupazione del dopo chiusura resta, unita al dubbio che, forse, si ascolta poco gli internati. «La parola di mio figlio è stata tenuta in considerazione quando ha confessato il suo delitto, ma – riprende Angelo – è valsa zero per difendere la sua posizione durante gli arresti domiciliari o i ricoveri». Lui è una persona pericolosa, punto e basta. E questo mamma e papà – insieme a tutti gli familiari dei malati psichiatrici che si trovano nelle loro condizioni – non possono proprio accettarlo.​

Alessia Guerrieri da Avvenire