La condizione della donna, scriveva Simone de Beauvoir, è stata molto immiserita dall’avvento del cristianesimo. Quest’idea, diffusa con insistenza da una parte del mondo femminista, dalla stampa, dalle rivistine in vista sul tavolo del parrucchiere, da molti testi scolastici, ha ormai radici piuttosto profonde ed è quindi un luogo comune accettato spesso anche all’interno del mondo cattolico, spesso ignaro della propria storia. Su Wikipedia, l’enciclopedia in Internet consultata da milioni di persone, alla storia delle donne sono dedicate poche righe. Nulla sulla condizione femminile, umiliante a dire poco, nell’antica Roma, o in Grecia, o sotto l’islam, o nell’Induismo, sia in passato sia oggi.
L’unica frecciata velenosa è dedicata al cristianesimo, con accuse invereconde, neppure supportate dalla citazione di fonti. Si legge: “Una delle più grandi (sic) discriminazioni nei confronti della donna è operata dalla chiesa cattolica… Questo atteggiamento è confermato dai vari concili ecclesiastici: a Macon, a Laodicea, ad Aquisgrana, a Trento si discute ‘se la donna appartenga al genere umano’ e ‘se la donna abbia un’anima!’”. Così il lettore medio impara che per secoli, sino al Concilio di Trento, sino al XVI secolo, la chiesa avrebbe messo in dubbio l’anima delle donne, quindi la loro dignità, e non di rado, purtroppo, finisce per crederci. Perché più grossolane sono, le menzogne, più trovano proseliti e ottengono fortuna secolare.

Lo storico francese Jean Pierre Moisset, nella sua “Storia del cattolicesimo” (Lindau), ricorda come questa calunnia così ridicola fu proposta per la prima volta dal calvinista Pierre Bayle, nel suo “Dizionario storico e critico, nel XVII secolo”. Essa, nota il Moisset, fu avidamente ripresa, ampliata e propagandata come vera da molti polemisti anticattolici, nonostante la sua patente assurdità. Ma come erano andati i fatti? Al II concilio di Macon, nel 585 d.C., un vescovo aveva detto ai suoi confratelli che la “donna non poteva essere chiamata uomo” (“dicebat mulierem hominem non posse vocari”). Il problema, spiega Moisset, era di ordine linguistico: “Era il caso di applicare alla donna il termine generico homo, che designa l’essere umano, o bisognava chiamarla femina o mulier? Dal momento che l’evoluzione del latino parlato tendeva ad assimilare homo (essere umano) a vir (essere umano di sesso maschile), l’oratore chiedeva che si prendesse atto del nuovo uso, riservando homo all’essere umano di sesso maschile. Gli altri vescovi non erano di quell’avviso e hanno risposto che bisognava cercare di esprimersi, oralmente e soprattutto per iscritto, in buon latino, di conseguenza era giusto continuare a chiamare homo la donna”.

Tutto qui. Eppure la calunnia permane tutt’oggi. Facilitata senza dubbio, come si diceva, dalla terribile ignoranza storica propalata nelle nostre scuole superiori, in cui spesso vengono adottati manuali in cui mancano del tutto i riferimenti alle grandi donne del cristianesimo: alle varie martiri dei primi secoli, venerate da tutto il popolo cristiano con immensa devozione (Agnese, Tecla, Cecilia, Margherita, Blandina…); alle donne colte dei monasteri; alle donne nobili o meno dedite alle opere di carità (Pulcheria, Eudoxia, Galla Placidia, Olimpia, Melania…), così pure come alle donne che hanno cambiato la storia dei loro regni come le principesse Clotilde, Teodolinda, Berta Di Kent, Olga di Kiev… Omissioni su omissioni, che derivano sia dalla misconoscenza di una grande storia, quella del cristianesimo, a cui si preferisce fare ogni volta un processo, sia, dalla frequente incapacità della mentalità contemporanea di ritenere che l’ambito di realizzazione della donna potesse essere, allora come oggi, diverso dall’ambito di realizzazione dell’uomo.

Per questo l’epopea delle donne che fondarono i primi ospedali, da Elena a Fabiola, così come le vicende delle donne che hanno creato, in ogni secolo, ordini religiosi dediti all’educazione dei fanciulli, dei poveri, degli orfani, è anch’essa ignorata, forse perché le si considera legate a un ideale di donna ormai sorpassato. Eppure, sia la condizione della donna moderna, codificata ogni giorno sui giornali, sulle tv, e non solo, sia lo studio della storia, dovrebbero favorire qualche riflessione più profonda sull’effettivo ruolo che il cristianesimo ha avuto nel mutamento della condizione femminile.
Se infatti studiamo la storia prima dell’avvento di Cristo, troviamo che la donna è assolutamente secondaria e marginale nel mondo greco, in quanto conduce vita ritiratissima, le è quasi vietato uscire di casa, ed è giuridicamente incapace; si trova sotto perpetua tutela dell’uomo, padre e marito, nel mondo romano; è ostaggio della forza maschile presso i popoli germanici; passibile di ripudio e giuridicamente inferiore nel mondo ebraico; vittima di infiniti abusi e violenze, compreso l’infanticidio, in Cina e India; forma inferiore di reincarnazione nell’induismo tradizionale; sottoposta alla poligamia, umiliante affermazione della sua inferiorità, e al ripudio unilaterale, nel mondo islamico e animista; vittima presso diverse culture di una patente inferiorità giuridica e di vere e proprie mutilazioni fisiche; sottoposta al ripudio unilaterale del maschio, in tutte le culture antiche.

Nella Roma pagana, ad esempio, “la donna, senza esagerazione né paradosso, non era soggetto di diritto… La condizione personale, i rapporti della donna con i suoi genitori o con suo marito sono di competenza della domus di cui il padre, il suocero o il marito sono gli onnipotenti capi… la donna è unicamente un oggetto” (Régine Pernoud, “La donna al tempo delle cattedrali”, Rizzoli, p. 19). Similmente, per stare in Europa, nelle culture germaniche al tempo delle invasioni barbariche, alla donna, che non è “in grado di portare armi”, “viene riconosciuta una inferiorità cronica nei confronti dell’uomo. Nessuna donna può vivere nel regno longobardo da libera, senza essere cioè soggetta al mundio, che sia del marito o del padre o dei fratelli, o in caso estremo del re, né può vendere o donare beni senza il consenso del mundualdo (Rotari, cap.204)” (mundio è istituto di diritto signorile germanico, che si esercita attraverso lo scambio tra protezione maschile e sottomissione femminile). Eppure la “donna è temuta per la sua capacità di combattere con armi subdole (la malizia, il veleno) contro l’uomo… la donna è nelle leggi longobarde considerata più come oggetto di diritto che non come soggetto dello stesso: l’offesa recata a una donna viene riparata in quanto recata ad un possesso dell’uomo” (“Storia d’Italia e d’Europa”, Jaka Book, Milano, 1978, vol. I, p. 161).

Con l’avvento del cristianesimo cambia tutto. Donna è la Vergine Maria, cioè la madre di Dio stesso; numerosissime sono le donne con cui Gesù parla, scandalizzando anche i suoi discepoli: l’emorroissa, la samaritana, la prostituta condannata per legge alla lapidazione, tutte incontrano lo sguardo affettuoso e l’attenzione di Gesù. I primi secoli del cristianesimo sono segnati dall’incredibile numero di donne che si convertono alla nuova fede e che spingono anche i loro mariti ad abbracciarla. San Paolo menziona nomi di donne che in Roma “faticavano nel Signore”. Non per nulla i polemisti anticristiani di quest’epoca, da Celso a Porfirio, deridono nei loro libelli la nuova religione, cui aderiscono non tanto uomini colti e filosofi, quanto “donnette”, “donne sciocche”, “schiavi” e “ragazzini”. Il fatto è che il Vangelo proclama apertamente l’uguale dignità di tutti i figli di Dio, mentre san Paolo sconvolge tutto il pensiero antico, proclamando che “in Cristo non c’è più né giudeo né greco, né maschio né femmina, né schiavo né libero” (Gal 3, 28).

Quali sono le conseguenze, storicamente parlando, di questa nuova concezione? Basterebbe indicarne tre. La prima: il cristianesimo è l’unica religione in cui il rito di iniziazione e quindi di ammissione alla comunità, cioè il battesimo, è uguale per uomini e donne. La seconda: il cristianesimo, condannando l’esposizione dei bambini e l’infanticidio, limita drasticamente una pratica presente in tutto il mondo, dall’antica Roma, alla Cina e all’India di oggi: l’infanticidio, molto più spesso quello di bambine. Il terzo: il matrimonio cristiano è imprescindibilmente monogamico e indissolubile. Esso quindi sottintende e implica anzitutto la pari dignità degli sposi: non è lecito ad un uomo avere più mogli, nel suo gineceo o nel suo harem! Non è lecito, in virtù della sua maggior forza, ripudiare la moglie, come fosse un oggetto, né sostituirla con delle schiave! E neppure, ovviamente, il contrario. Tutta la storia della chiesa, per quanto riguarda la morale coniugale, tende a salvare proprio questa pari dignità: vietando ovviamente ogni antico diritto di vita o di morte dell’uomo sulla donna; tutelando il più possibile il libero consenso degli sposi, già partire dai primi secoli quando Agostino ricorda che “l’intervento dei genitori non è di diritto divino”, cioè non è necessario, come per gli antichi, e aggiunge umoristicamente che “altrimenti Adamo avrebbe dovuto essere presentato a Eva da suo Padre”; innalzando l’età del matrimonio della donna (che per i romani erano sovente i dodici anni) e quindi la sua responsabilità e libertà; ostacolando il più possibile la possibilità dei genitori di violare la libertà dei figli, e in particolare ai padri di decidere il marito della figlia; combattendo l’abitudine dei matrimoni combinati, soprattutto tra i nobili; contrastando in ogni modo i matrimoni forzati, in cui solitamente era la donna a fungere da vittima; impedendo, in questo caso a tutela della salute dei figli, i matrimoni tra consanguinei…

Ha scritto il celebre storico del medioevo Jacques Le Goff: “Credo che tale rispetto della donna sia una delle grandi innovazioni del cristianesimo; pensiamo alla riflessione che la chiesa ha condotto sulla coppia e sul matrimonio, fino a giungere alla creazione di tale istituzione, ora tipicamente cristiana, formalizzata dal quarto concilio Lateranense nel 1215, che ne fa un atto pubblico (da cui la pubblicazione dei bandi) e, cosa fondamentale, un atto che non può realizzarsi se non con il pieno accordo dei due adulti coinvolti. Ciò che mi pare rilevante nelle disposizioni del concilio Lateranense è il fatto che il matrimonio diventa impossibile senza l’accordo dello sposo e della sposa, dell’uomo e della donna: la donna non può essere data in matrimonio senza il suo consenso, essa deve dire sì” (Avvenire, 21/1/2007).

Per capire quanto il matrimonio cristiano muti la condizione femminile basti considerare l’atteggiamento nuovo proposto dalla chiesa dinanzi alla sterilità della donna, all’infedeltà del maschio o alla vedovanza. Tradizionalmente, nel primo caso, in tutte le culture antiche, l’infertilità di coppia veniva addossata alla moglie e giustificava il ripudio o il ricorso del marito ad altre donne, per ottenere il figlio desiderato. Si pensi ad esempio che le donne romane dovevano mettere al mondo almeno tre figli “per poter un giorno, alla morte del padre, essere libere da ogni tipo di tutela sui beni” (“Storia delle donne”, a cura di Georges Duby e Michelle Perrot, vol.I, Laterza, Bari, 1993, p. 349, 342). Ancora nel Settecento intellettuali come l’illuminista Diderot considereranno le donne sterili degne di essere allontanate dal consorzio civile. Nel cristianesimo, invece, “è l’accordo di coppia che costituisce l’essenza del matrimonio e non la fecondità: in esso, infatti, non è più motivo di separazione la sterilità, che nelle società antiche era vissuta sempre come malattia femminile” (M. Pelaja, L. Scaraffia, Due in una carne, Laterza, Bari, 2008, p. 15). In altre parole: un cattolico che si sia sposato e scopra che la moglie non riesce a concepire, non ha mai il diritto di ripudiare o abbandonare la propria consorte, che dunque non perde affatto nulla della sua dignità anche se non può divenire madre (sterilitas matrimonium nec impedit nec dirimit).

Quanto all’adulterio, all’infedeltà coniugale, essa è proibita sotto pena di peccato mortale per entrambi i coniugi: “Nella società romana, al contrario, la legge puniva severamente le adultere mentre l’infedeltà dei mariti non era soggetta a sanzioni penali né a una seria disapprovazione morale. Era anzi pienamente accettato che l’uomo intrattenesse rapporti sessuali con gli schiavi di entrambi i sessi presenti nella casa. Rifacendosi alle radici bibliche, Agostino scrive, sulla traccia di Paolo (I Corinzi, 6, 12-20), che l’eccellenza di una unione fedele è così grande che i coniugi diventano membra stesse di Cristo, per cui mancare alla fedeltà significa prostituire le membra stesse di Cristo” (M. Pelaja, L. Scaraffia, op. cit., p. 17). Eadem a viro, dice infatti la legge della chiesa, quae ab uxore debetur castimonia (c.4, C. XXXII, q. 4).

La battaglia della chiesa per la fedeltà coniugale, per il pudore, per l’autocontrollo soprattutto maschile, per la santità del matrimonio, oltre che liberare l’uomo da una concezione animalesca del rapporto sponsale, ebbe anzitutto l’effetto di nobilitare e liberare la donna. Scrive Aline Rousselle: “Gli uomini (romani, ndr) non venivano allevati nell’idea di dover esercitare un certo autocontrollo. Per il ragazzo era normale guardare con occhio concupiscente le giovani schiave di casa. Ve ne erano sempre di giovanissime da usare per il proprio piacere. La frequentazione delle prostitute introduceva inoltre un elemento di varietà nei divertimenti amorosi del giovane”. Così anche “le mogli dell’alta società romana non avevano difficoltà ad accettare le relazioni del marito con schiave o concubine. Talvolta erano esse stesse a scegliere queste ‘socie’”, sin dai tempi della Repubblica, dimostrando così di non ritenere neppure loro iniqua una sorta di poligamia (Storia delle donne, op. cit., vol. I, p. 346, 348). Le donne schiave poi, oltre che per il piacere del maschio, venivano utilizzate, esattamente come animali, per la riproduzione di manodopera servile, ma al di fuori del matrimonio, che il diritto romano, sino alle modifiche apportate dagli imperatori cristiani, non concedeva come diritto degli schiavi.

L’opera della chiesa e dei cristiani contro siffatte ingiustizie non toglie, chiaramente, che la maggior forza dell’uomo e le antiche consuetudini, nonostante la predicazione evangelica e il divieto di Costantino agli uomini sposati di possedere concubine, abbiano potuto continuare in qualche modo a sopravvivere; né che alcuni cristiani laici o ecclesiastici abbiano compreso solo in parte o solo col tempo questo insegnamento.
Però è innegabile che con la concezione cristiana di matrimonio la storia delle donne prenda una strada totalmente nuova. Scrive ancora Jacques Le Goff: “Si dice spesso che in caso di adulterio non vi è uguaglianza fra uomo e donna. Ora, in un certo numero di casi molto particolari, e spesso molto famosi, l’uomo è stato severamente condannato dalla chiesa, pensiamo al re di Francia Roberto il Pio o a Filippo Augusto. Roberto il Pio, nei primi anni dell’XI secolo, dovette separarsi dalla seconda moglie, Berta di Blois, poiché il clero lo considerava bigamo (la prima moglie era ancora viva) e incestuoso (i due erano consanguinei in terzo grado). Il papa Innocenzo III, invece, eletto nel 1198, lanciò l’interdetto contro il regno di Filippo Augusto, che aveva ripudiato nel 1193 la moglie, Ingeborg di Danimarca, e aveva sposato Agnese di Merania. Negli statuti urbani del XII secolo in Italia e del XIII in Francia, si trovano articoli sulla punizione dell’adulterio che prevedono dure pene sia per gli uomini che per le donne. Così, ad esempio, le Consuetudini di Tolosa del 1293, che raccomandano e illustrano in un disegno la castrazione di un marito adultero”.

Quanto infine alla vedovanza, i primi cristiani fecero il possibile per riconoscere alle vedove la loro dignità, senza imporre loro di sottostare immediatamente al dominio di un nuovo marito, come invece volevano le leggi di Augusto. Per fare questo venivano in aiuto anche economico a quelle di loro che avessero voluto rimanere tali. Così a Roma, nel 251, il vescovo Cornelio assiste millecinquecento vedove e poveri della città.
Un simile atteggiamento, che noi diamo per scontato, non lo è affatto, neppure oggi. Si pensi soltanto all’India induista, dove, sebbene abolita in linea di diritto nell’Ottocento dagli inglesi, esiste ancora qua e là l’abitudine di bruciare le vedove sulle pire dei mariti (sati), e permane comunque una discriminazione orrenda nei loro confronti (Corrado Gnerre, “La religiosità orientale”, il Minotauro, Roma, 2003).

Repubblica del 13 luglio del 1999 titolava: “La città delle vedove d’India che rifiutano il suicidio. A Vridavan si rifugiano le donne che non accettano di togliersi la vita alla morte del marito come impone la tradizione”. Nell’articolo si legge tra il resto: “In molte regioni dell’India la donna che perde il marito dice addio per sempre ai diritti di un essere umano. Non ha più proprietà, perché le pretendono i figli, non può comperare né vendere, perché nel peggiore dei casi viene dichiarata la morte presunta. Un tempo si davano fuoco sulla stessa pira del marito. Oggi, per fortuna sempre meno spesso, restano vittime di misteriosi incidenti domestici, il più delle volte provocati dai parenti del marito che non vogliono più avere a che fare con loro”.

Qualche anno dopo il Corriere della sera scriveva: “Le più coraggiose vi arrivano da sole, sognando di raggiungere moksha, il paradiso, dove saranno liberate dal ciclo della morte e della rincarnazione. Ma la maggior parte viene accompagnata, o meglio ‘scaricata’ a sua insaputa, dalla famiglia del marito, ormai defunto. Con lui del resto hanno perso tutto, persino il cognome da sposate: diventano dasi, discepole di Krishna, così come vuole la religione indù. Eppure a portare a Vrindavan migliaia di donne ogni anno non è tanto la fede, ma la disperazione. Questa cittadina dell’Uttar Pradesh, 150 chilometri a sud-est di Nuova Delhi, da 500 anni è un rifugio per le donne spogliate di tutto che qui vivono, se va bene, di elemosine e offerte, cantando per ore negli ashram, comunità consacrate a Krishna. Proprio in questo luogo il ‘dio dell’amore’ fece una promessa: ‘Fortunato chi muore qui perché rinascerà libero dai peccati’. Non ultimo quello di sopravvivere al proprio marito. Un lungo purgatorio in terra, un viaggio senza ritorno verso l’oblio: a casa non arriverà neanche la notizia della loro morte. Vrindavan, una città santa quasi tutta per loro: su 56 mila anime, quasi 15 mila sono vedove. Un abitante su quattro. Cinquemila in più rispetto a dieci anni fa…” (Corriere della sera, 20/8/2007).

di Francesco Agnoli  © 2009 – FOGLIO QUOTIDIANO