Sulla spinta dello “scandalo pedofila” che sta coinvolgendo diversi membri della comunità ecclesiale, in vari paesi del mondo, vorrei rendere la mia testimonianza “pro veritate”.

Sono nato a Roma, 47 anni fa, sono sposato e padre di due figli di 14 e 11 anni. Da molti anni lavoro in Rai, prima per Raiuno e poi per Raitre, ai programmi per ragazzi.

Dall’età di 10 anni, come penso molti altri della mia generazione, ho frequentato oratorio e parrocchia. Nel mio caso si trattava di luoghi affidati alle cure dei padri Salesiani, in uno dei popolari quartieri romani.

Sono stato chierichetto, poi, a 14 anni sono entrato in quello che potremmo definire “Seminario”, anche se il percorso di formazione previsto per chi desideri entrare in una congregazione religiosa (i Salesiani, appunto, nel mio caso) differisce un po’ da quello che è comune per gli aspiranti al sacerdozio nelle diverse diocesi.

Fino all’età di 22-23 anni ho effettivamente pensato di diventare prete, salvo poi maturare una scelta differente.

Ho conosciuto moltissimi sacerdoti, avuto molti compagni, provenienti da tutta l’Italia ma anche da alcune nazioni dell’allora “oltre cortina” e dall’Armenia.

Diversi di loro oggi sono preti. Credo anche bravi preti. Con qualcuno ci sentiamo ancora. Un siciliano, di Gela, ha celebrato le mie nozze e battezzato la prima figlia. Un ligure, di Varazze, ha invece battezzato il maschietto più piccolo.

Ho girato dal nord al sud d’Italia, ho vissuto anni in grandi case dove si dormiva in camerate con i servizi in comune. Ci si alzava presto, lavandoci in fretta, specie d’inverno, perché faceva freddo, di corsa si andava in cappella per la Messa, poi la colazione e la scuola. Le bellissime partite a pallone dopo pranzo, le lunghe ore di studio (quanto studio in quelle scuole e in quei licei!), la preparazione di commedie da portare in teatro, le prove di canto, le lezioni di galateo, i racconti della meravigliosa vita di Don Bosco, la scoperta di quel piccolo, meraviglioso ragazzo che fu Domenico Savio, poi Madre Teresa, M.Luther King, John Kennedy, Ghandi, Papa Giovanni, Giorgio La Pira e tanti altri grandi che ho avuto la fortuna di conoscere grazie a quegli straordinari insegnanti che sono i Salesiani.

A poco a poco  iniziai anch’io a collaborare alle attività di formazione nei confronti dei ragazzi più piccoli: animazione in cortile, catechesi, incontri nelle carceri minorili (ce ne erano ancora nei primi anni ’80), campi scuola. Migliaia di ragazzi incontrati, in gran parte appartenenti a classi sociali popolari, oppure in condizioni di disagio e affidati ai salesiani dai servizi sociali comunali o regionali.

Ricordo la partita Italia Brasile, ai mondiali di Spagna ‘82, vista insieme ai ragazzi ospiti di un istituto nei pressi di Catania. Che caldo! Che odore terribile in quella stanza! Che gioia però, dopo la vittoria della Nazionale con centinaia di ragazzi, compresi noi seminaristi, in cortile a festeggiare. C’era un affetto fra noi e quei ragazzi, molti dei quali avevano padre e madre in carcere, che difficilmente può essere compreso da chi non abbia vissuto analoghe esperienze.

Sono debitore per quegli anni, coincidenti con il mio liceo e poi con l’università, di un tesoro di esperienze, di incontri, di un serio e approfondito studio, di una formazione spirituale e umana della quale vado fiero, perché mi ha dato la capacità di ragionare con la mia testa e fare delle scelte responsabili, provando a essere, pur con i miei tanti limiti, un “buon cristiano” e anche un cittadino onesto.

Posso affermare che mai, lungo tutto quel periodo, mi sia capitato di incappare in situazioni non dico di deviazione a sfondo pedofilo ma neppure di velata morbosità in materia di sesso.

Certamente, come era giusto fosse, ci veniva trasmesso il valore della castità ma senza fraintendimenti o ipocrisia. Per noi e per tutti i ragazzi, da parte dei formatori, degli insegnanti e assistenti c’era un assoluto rispetto.

Potrei citare i nomi di tanti di loro e ricordare i tanti gesti di gentilezza, di simpatia, e di amicizia: a partire dai quei buonissimi pesciolini di liquirizia, che uscivano con una magia dalle tasche della talare di Don Longo. Lo vedo ancora oggi, seduto, con i piedi che non toccavano terra, piccoletto com’era, su uno dei grandi stalli di legno di quella grande e luminosa sacrestia. Lo trovavamo sempre li, nei pomeriggi dopo il catechismo, sorridente e gentile, sempre ordinatissimo e pulito, anche se la sua talare mostrava evidenti i segni di un lungo periodo di onorato servizio. Era veramente un mistero come potesse contenere nelle tasche quella quantità di dolcetti, caramelle, liquirizie, che sembravano non finire mai. Don Longo, oltre a insegnare nella scuola media, teneva in piedi un gruppo numeroso e preparato di chierichetti che spesso, durante l’Anno Santo 1975, fu invitato a prestare servizio nella Basiliche Patriarcali di Roma. Fu lui che accolse me, timido ragazzino di 9 anni e, con il suo affetto e la sua amicizia, mi fece tanto stimare quella sua figura che pensai anch’io di diventare come lui. Quando, tanti anni fa ormai, partecipai al suo funerale, piansi in lui il più caro amico della mia fanciullezza.

Per questa che è stata la mia esperienza, credo condivisa da moltissimi altri, sono rimasto prima incredulo, poi sconcertato e ferito nel constatare quanto fosse subdolamente diffuso il crimine pedofilo, anche in ambiente ecclesiale. Certo, questa è una società nella quale, spesso, le pulsioni, anche perverse e abiette, si spacciano per bisogni e poi diritti. Forse, in questa temperie, si è appannato quel senso di vigilanza contro il male, al quale è tenuto ogni cristiano e in particolar modo chi avesse responsabilità pastorali. Eppure mai avrei pensato a un fenomeno tanto grave. Che Dio abbia pietà chi ha compiuto crimini a danno dei più indifesi! Penso a quei bambini e a quelle bambine che avrebbero dovuto incontrare nel sacerdote un padre premuroso e invece hanno scoperto mostri pronti a tutto, pur di soddisfare le loro voglie inconfessabili.

Tuttavia, il tentativo sistematico di gettare fango ovunque, fa spavento. Cosa si vuole dimostrare? Che nella Chiesa ci siano infedeltà e tradimenti è storia nota da 2000 anni. Simone, che pure era la “pietra” sulla quale Cristo volle poggiare la comunità dei credenti, rinnegò tre volte il Salvatore, nelle ore terribili nelle quali tutto sembrava perduto. Eppure, grazie a questa comunità, composta da uomini e donne, ciascuno con le sue grandezze a le sue miserie, abbiamo ricevuto un patrimonio che non ha prezzo e costituisce oggi la Speranza per oltre 1 miliardo di persone. Questi uomini e donne, oggi, in molti paesi, sono perseguitati, imprigionati e uccisi, per la loro testimonianza di Fede e per la loro attività in favore di chi ha più bisogno. Lo scandalo prodotto da alcuni non può offuscare il bene che ogni giorno, senza clamore, la Chiesa tutta, compie in tutto il mondo!

I grandi mezzi di comunicazione hanno un ruolo decisivo, nel raccontare i fatti per quello che sono. Credo debbano essere responsabili e rispettare, sempre, la verità.

Danilo Leonardi

da il Messaggero (15 aprile 2010)