Ai ferri corti con l’Irlanda sullo scandalo pedofili, la Santa Sede ha richiamato il suo ambasciatore a Dublino. Intanto in America, come già in Austria, esplode la lotta al celibato di sacerdoti e “sacerdotesse”
di Paolo Rodari
Tratto da Il Foglio del 26 luglio 2011
Tramite il blog PalazzoApostolico.it

La chiesa cattolica naviga da sempre nel mondo, ma in queste ore le acque sono molto agitate. In Irlanda, Stati Uniti, Austria e Italia infuriano le tempeste. Ci sono le accuse al Vaticano di aver coperto gli abusi sessuali dei preti. Ci sono le proteste di parti del clero contro il governo della chiesa giudicato retrogrado sui grandi temi del celibato sacerdotale, dell’ordinazione femminile, della pastorale verso gli omosessuali. Ci sono i dubbi che covano dentro la stessa chiesa sulle ambiziose operazioni finanziarie dei collaboratori del Papa: entrare dentro l’ospedale San Raffaele di Milano sobbarcandosi non solo quasi un miliardo di euro di debiti ma pure i destini di un progetto culturale più relativista e nichilista che cristiano.

Sono cinque anni che nella cattolica Irlanda escono dispacci governativi che inchiodano la chiesa per le colpe dei suoi preti, rei di aver abusato di minori senza che vescovi e cardinali abbiano fatto nulla per impedirlo. Dopo che i rapporti Ferns (2005), Ryan e Murphy (2009) erano usciti ledendo la credibilità della chiesa, l’ultimo report, quello sulla diocesi di Cloyne (luglio 2011), agita le acque in maniera talmente violenta che ieri il Vaticano ha richiamato a Roma il proprio ambasciatore a Dublino: una misura “cui raramente la Santa Sede fa ricorso” e che “denota la serietà della situazione”, ha detto a caldo il numero due della sala stampa vaticana padre Ciro Benedettini.

Cloyne è la diocesi governata dall’87 al 2010 da monsignor John Magee. Non un vescovo qualunque. L’“orco di Cloyne”, come l’hanno battezzato i giornali del Regno Unito, è stato segretario personale di Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II. Contro la sua condotta, “omertosa” per chi lo accusa, tenuta anche dopo il 2001 – dopo le nuove norme che l’ex Sant’Uffizio diretto da Ratzinger ha emanato per combattere la pedofilia – ha tuonato nelle scorse ore Enda Kenny.

Il primo ministro irlandese ha annunciato un progetto di legge che, se approvato, obbligherà i sacerdoti a riferire notizie su abusi di minori anche se apprese in confessione. Se non lo faranno, rischieranno cinque anni di prigione. “Una proposta assurda e irricevibile”, ha detto al Foglio monsignor Gianfranco Girotti, numero due della Penitenzieria apostolica.

Parole che confermano una situazione tesissima. Il Vaticano replicherà ufficialmente con uno statement sul quale stanno lavorando segreteria di stato e Dottrina della fede. Ma l’impressione è che sarà difficile convincere delle proprie ragioni: secondo il quotidiano Irish Independent il 72 per cento della popolazione è favorevole alla rottura delle relazioni diplomatiche con il Vaticano.

E non mancano anche dentro la chiesa proposte choc. L’autorevole teologo irlandese Vincent Twomey, ex allievo di Benedetto XVI e docente al seminario irlandese di Maynooth, ha detto: “Tutti i vescovi nominati prima del 2003 diano le dimissioni. E’ l’unica strada per garantire la trasparenza nello scandalo-pedofilia”.

E’ anche per rispondere a un mondo sempre più inferocito per i peccati commessi dai preti che 157 sacerdoti statunitensi chiedono al Vaticano la “liberalizzazione” del sacerdozio: sì alle donne prete e stop al celibato sacerdotale.

A loro dire, a scatenare le peggiori depravazioni è la “sessuofobia” che impregna chi guida la chiesa. I 157 si schierano dalla parte di un prete, Roy Bourgeois, il cui ordine missionario minaccia di dimetterlo dopo che, in disobbedienza alle autorità, ha benedetto l’illecita ordinazione sacerdotale di una donna della Roman Catholic Womenpriests.

I 157 dicono di essere dalla parte dei 300 preti austriaci di “Iniziativa parroci” che con un manifesto chiamano alla disobbedienza sul sacerdozio femminile, sul celibato sacerdotale e sulla comunione ai divorziati risposati.

A loro ha risposto via lettera l’arcivescovo di Vienna Christoph Schönborn che ha parlato della necessità dell’“unità con il Papa” e ha ricordato che “l’obbedienza cristiana è palestra di libertà”.

Quella stessa libertà che rivendicano oggi in Vaticano coloro che intendono entrare anima e corpo nel mega progetto dell’ospedale San Raffaele di don Luigi Verzé. La missione dichiarata di don Verzé era ai limiti del possibile: non curare ma guarire, costi quel che costi, comprese, come ha scritto Sandro Magister, le “ricerche svincolate dai criteri etici affermati dal magistero”. Il Vaticano comprando il San Raffaele insegue il sogno del più grande polo ospedaliero cattolico del mondo. I dubbi di parte delle stesse gerarchie risiedono proprio qui, se sia possibile far divenire cattolico il San Raffaele.