La vergogna di cui non si parla
di Assuntina Morresi
Tratto da Avvenire del 2 novembre 2010

Il polverone sul ‘caso Ruby’ rischia di far scomparire quello che dovrebbe essere il primo obiettivo di questa faccenda, e cioè la tutela di minori in difficoltà: a scanso di equivoci, preciso di parlare come madre con l’esperienza personale di un figlio in affido, e conoscendo quella di amici che hanno aperto le porte di casa per accogliere ragazzi problematici. Non mi interessa, insomma, il rilevante aspetto politico della vicenda, quanto il lato umano del piccolo-grande caso di una ragazza dalla vita complicata. Sono allibita da come è stata trattata dai media, e mi chiedo a chi veramente interessi aiutarla, e invece chi si occupi di lei solamente per biechi fini di strumentalizzazione.

A cominciare dal suo nome, che non è Ruby, ma Karima, un nome pubblicato insieme al cognome, data di nascita e domicilio su uno dei maggiori quotidiani italiani, il giorno prima del suo diciottesimo compleanno, quando la legge ne doveva ancora tutelare l’identità. Da giorni sui quotidiani e nel web impazzano le sue foto, da ieri, primo giorno della sua maggiore età, in versione originale: il suo viso e la sua persona sono dappertutto, ammiccano ovunque, nelle pose più allusive e ambigue. Senza alcun rispetto, e senza pensare che in questo modo lei e ragazze come lei possano facilmente sentirsi lusingate da tanta improvvisa notorietà: se Karima ha raggiunto facilmente le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, se d’ora in poi sarà ricercatissima a ogni festa, nei locali che ‘contano’, nelle trasmissioni televisive, perché dovrebbe cambiare? Per quale motivo dovrebbe decidersi a cercare un lavoro normale, o mettersi addirittura a studiare?

Qualcuno ha pensato al danno che lei subisce, in questo modo? Ci chiediamo dove sia finito il garante della privacy. E sarà bene non nascondersi dietro il consenso dato alle foto, tutte scattate quando Karima era minorenne.

Abbiamo letto ieri, in un dettagliato articolo di un grande quotidiano, che «in serata si allontanava dalla comunità protetta di Sant’Ilario e, rossetto pesante e tubini neri, animava le serate dai cubi del Fellini, dal privé dell’Albikokka, dalle terrazze di Arenzano. Accanto ha sempre avuto Luca Risso […] nome e volto notissimo delle notti genovesi».

Se tutto questo è vero, e se, come sicuramente sarà accaduto, i responsabili delle comunità hanno comunicato puntualmente tutto alle autorità giudiziarie, allora dovrebbe essere già iniziata da un pezzo una grande inchiesta sulla prostituzione minorile genovese, e non solo, che sicuramente ha investito tutti i soggetti indicati: dai locali che ingaggiano minorenni a tutte le persone coinvolte, comprese le squadre di calcio cui si fa riferimento, e i proprietari dei ristoranti menzionati. E quando Karima si è allontanata ‘in vacanza’ sullo yacht per quindici giorni contro il parere del tribunale dei Minori, come viene scritto nello stesso articolo, sicuramente lo stesso tribunale si sarà attivato per identificare le persone con cui Karima è stata in compagnia: chi si è fatto carico di quella minorenne, quest’estate? Quale compagnia ha frequentato? Se, legittimamente, si indaga su un suo affido temporaneo, tanto più si dovrà capire chi in questi mesi l’ha tutelata e protetta e chi invece l’ha sfruttata. Insomma: c’è stato un interessamento insistente a questa ragazza, ci sono state segnalazioni ai Tribunali competenti, o tutto si è attivato solo quando la sua vicenda ha lambito il presidente del Consiglio in carica?

Da ultimo, il più triste regalo di compleanno a Karima: l’intervista a suo padre, che ha dichiarato di provare vergogna. Una vergogna che dovrebbe provare piuttosto chi, in situazioni come queste, mette pubblicamente un padre contro una figlia, senza il minimo rispetto per la situazione dolorosa di quei genitori, e per una ragazza che da oggi sentirà la sua famiglia ancora più estranea.

Comunque, non è mai troppo tardi per chiedere a tutti un’attenzione non strumentale ai «minori in difficoltà».