L’evoluzione della vita sulla Terra
di Fiorenzo Facchini
Tratto da L’Osservatore Romano del 16 gennaio 2011

Anticipiamo ampi stralci di uno degli articoli che saranno pubblicati nel prossimo numero della rivista “Vita e Pensiero”.

La storia dell’universo registra una crescita di complessità a partire dal Big Bang. Dalla “zuppa cosmica” (radiazioni, particelle cariche elettricamente) dei primi quattrocentomila anni si formarono atomi, molecole, aggregati di materia che portarono a miliardi di galassie.

Anche l’evoluzione della vita sulla Terra è segnata da una crescita di complessità a partire dalle forme ancestrali, i procarioti, di 3-4 miliardi di anni fa.

La formazione dei primi unicellulari forniti di nucleo 2 miliardi di anni fa è stata un passaggio fondamentale. Lo sviluppo della vita non è stato un cammino lineare.

Negli ultimi 530 milioni di anni si sono formate le diverse direzioni evolutive. Molte si sono estinte, altre sembra si siano arrestate a un certo livello e sopravvivono. Fra queste c’è quella degli ominidi che ha portato alla umanità.

Di fronte al fenomeno della crescita della complessità si possono porre due tipi di domande: quali cause l’hanno determinata? Quale senso o finalità può avere? La prima domanda è di ordine scientifico, pur con qualche implicazione filosofica, la seconda è di ordine filosofico.

La teoria di Darwin riconosce nelle innovazioni genetiche casuali e nella selezione operata dall’ambiente il meccanismo con cui si è accresciuta la complessità della vita. È esclusa qualunque intenzionalità esterna. Alla selezione naturale viene riconosciuta una funzione direttiva.

Questo modo di vedere ammette però qualche principio finalistico, sia pure intrinseco alla natura. La relazione tra struttura e funzione, i programmi genetici che si formano e regolano lo sviluppo dell’embrione rispondono a un principio finalistico. Monod non lo negava, ma preferiva parlare di teleonomia. Ayala utilizza il termine di teleologia interna, connessa con la natura. Entrambi escludono qualunque intenzionalità esterna. I programmi si formano, senza che nessuno li abbia pensati.

D’altra parte il carattere aleatorio delle mutazioni non comporta di per sé che l’organizzazione della vita avvenga senza regole o non sia dipendente da proprietà ben definite che consentono le necessarie relazioni a livello atomico, molecolare, cellulare.

La teoria darwiniana dell’evoluzione viene fortemente criticata da Piattelli Palmarini e Fodor in un loro recente saggio (Gli errori di Darwin, 2010). Molti scienziati ammettono che essa non appare adeguata e richiede delle integrazioni. La questione deve considerarsi aperta.

In ordine alla complessità vi sono poi implicazioni di carattere filosofico a partire dall’armonia della natura. La razionalità con cui funziona il sistema della natura fa pensare a una mente superiore o a un Lògos ordinatore, ha osservato Benedetto XVI.

Questa deduzione non è di tipo scientifico, ma è un’argomentazione razionale che evidentemente ricollega la realtà a una causalità superiore, identificabile con Dio, e alle sue intenzioni. La questione del fine o significato della creazione non è di ordine scientifico, ma filosofico. Ma come può essere inteso il rapporto causale di Dio con l’universo? E gli eventi casuali come possono accordarsi con questo modo di vedere?

La causalità divina e le cause seconde non possono mettersi sullo stesso piano, non agiscono allo stesso modo. La causa divina, o causa prima, agisce attraverso le cause seconde (proprietà della materia, inanimata e vivente, fattori della natura). Ma la sua azione non va intesa come un agente esterno che si affianca a quelli naturali e guida gli eventi genetici o geologici o li integra nel loro esito.

Le novità biologiche si realizzano attraverso le cause seconde, senza che si debba pensare a interventi esterni di tipo direttivo. Va riconosciuta un’autonomia alle cause seconde, che operano per le loro proprietà o regole o meccanismi, che non conosciamo ancora pienamente.

Non è necessario disturbare la causalità divina per supplire o guidare in modo diretto i cambiamenti della natura, come sostiene la teoria dell’Intelligent Design. Di fatto si realizzano novità di ordine biologico che acquistano senso e rientrano nel piano di Dio.

Un esempio potremmo vederlo nella formazione del rift africano una ventina di milioni di anni fa, un evento che è stato molto importante per favorire un ambiente aperto idoneo per il bipedismo e lo sviluppo degli ominidi. Ma non si deve pensare che Dio con la sua azione diretta abbia provocato il sollevamento delle montagne del rift e i successivi cambiamenti di ambiente nelle regioni orientali. Vi sono stati movimenti tettonici connessi con la deriva dei continenti.

La causalità divina si può dunque conciliare con i fattori della natura che regolano eventi sia di tipo deterministico, sia del tutto casuali. Causalità e casualità si possono intrecciare.

Il caso è incluso nella realtà creata ed entra nel progetto del Creatore, che noi vediamo a posteriori, a differenza di Dio a cui tutto è presente. Sia gli eventi casuali sia quelli di tipo deterministico sono voluti attraverso le cause seconde e possono assumere un significato.

Ma se tutto va ricondotto a Dio, sia pure attraverso le cause seconde, quale può essere l’intenzione? Quale senso può avere la crescita della complessità? È il problema di una finalità generale che la scienza empirica non è in grado né di affermare e neppure negare, perché la questione di un fine generale non entra nei suoi orizzonti.

Possiamo cercare la risposta guardando ai vari livelli dell’evoluzione della vita sulla terra e alla loro successione nel tempo. Per 2 miliardi di anni era limitata a forme batteriche. A partire dai 2 miliardi sono cambiate le cose, l’ossigeno si è notevolmente accresciuto nell’atmosfera, ed è stata possibile una vita aerobica con gli eucarioti.

Nel corso di molti milioni di anni si sviluppano le diverse serie evolutive in una successione che corrisponde alle classi dei viventi che oggi conosciamo. La vita intelligente è relativamente recente, è degli ultimi 2 milioni di anni. Dal fiorire della vita alla comparsa dell’uomo si ha l’impressione di un movimento ascensionale nella direzione dei mammiferi e dei primati per culminare nell’uomo. Essa è caratterizzata da una cerebralizzazione crescente. Con l’uomo l’evoluzione si prolunga nella cultura e nella intensificazione dei rapporti sociali (Teilhard de Chardin).

Riconoscere nell’uomo il senso più alto del movimento evolutivo contrasta radicalmente con la visione del darwinismo che vede nell’uomo un evento puramente fortuito, come in qualunque specie. Ma questo unico modo di vedere l'”evento uomo” non soddisfa una lettura dello sviluppo della vita nel suo insieme e il successo della specie umana.

Con l’uomo si apre la grande avventura di un essere che è fornito di pensiero e di libertà, rivela una trascendenza rispetto all’animale e rimanda a una causa trascendente. Il senso o il fine dell’evoluzione può essere visto nell’uomo.