di Andrea Riccardi
Tratto da cronache di Liberal del 10 giugno 2009

Il pontificato di Pio XII abbraccia un periodo storico drammatico. La chiesa cattolica è sconvolta dalla II Guerra mondiale, provata dalla Guerra fredda e dai regimi comunisti.

In quegli anni tragici, i responsabili vaticani si chiedevano che spazio restasse al cristianesimo, almeno in alcune parti del mondo. Durante la guerra, si aveva in Vaticano la netta sensazione che l’«ordine nuovo» nazista, se vittorioso, si sarebbe risolto in un duro attacco alla chiesa, per lasciare sopravvivere un cristianesimo mutilato. Dopo la guerra, le comunità cattoliche nei paesi comunisti erano languenti sotto la persecuzione. I problemi non mancavano nemmeno in Europa occidentale. Le società, investite dalla crescita economica, mostravano sintomi di crisi a livello di comportamenti collettivi e di adesione ai modelli proposti dalla chiesa. Le difficoltà del cattolicesimo latino-americano spingevano la Santa Sede a profonde ristrutturazioni delle varie chiese. Intanto la chiesa nelle terre coloniali richiedeva rapidi aggiornamenti perché stava per finire il colonialismo, nel quadro del quale si era sviluppata l’opera missionaria tra Ottocento e Novecento. Infine, la divisione dell’Europa in due, con la guerra fredda, mutila un continente decisivo nella missione della chiesa nel mondo. Affrontare gli anni in cui fu papa Eugenio Pacelli è studiare la transizione più profonda del Novecento. Chi vuole ricordare quel periodo, la vicenda di Pio XII e della sua chiesa, trova a disposizione un’abbondante saggistica e storiografia. Papa Pacelli è un pontefice che ha fatto molto discutere. La discussione è concentrata in particolare attorno alla questione dei cosiddetti silenzi sullo sterminio degli ebrei e sulle atrocità naziste. Ne è emersa, anche al di là della storiografia, un’immagine di Pio XII come diplomatico, chiuso al dolore della storia, prigioniero di procedure ecclesiastiche, ossessionato dalla lotta al comunismo. I suoi anni sono essenziali per capire il cattolicesimo novecentesco, senza lasciarsi imprigionare da una logica giustizialista o, al contrario, difensiva. La storia deve fare il suo lavoro. Con il passare del tempo, anche se i drammi non sbiadiscono, si acquista maggiore capacità di comprendere, mentre si può accedere a più ampia documentazione.

IL PAPA DELLA GUERRA La prima grande transizione da affrontare è lo scenario turbinoso dell’incipiente guerra mondiale. Pio XII ha un profilo internazionale, una nota capacità diplomatica e di governo. Ma la situazione è difficilissima per la chiesa, che non vuole rassegnarsi alla guerra. Nei primi mesi di pontificato, il papa si concentra sullo scenario internazionale servendosi del fragile strumento della diplomazia vaticana. Viene eletto il 2 marzo 1939 e il 15 marzo le truppe tedesche invadono la Cecoslovacchia. Tenta di evitare il conflitto. Con gli accordi Molotov-Ribbentrop appare chiaro che non si può scongiurarlo. Allora il papa sceglie un obiettivo più limitato: evitare l’ingresso dell’Italia in guerra. Compie una visita al re d’Italia al Quirinale alla fine del 1939, dieci anni dopo la firma dei patti del Laterano: è la prima volta che un papa ritorna nell’antica dimora pontificia. Mussolini non partecipa all’evento ed è segno tangibile che il tentativo di Pio XII non ha effetto. (…) Pio XII guidò la curia molto da vicino, essendo – come notò un diplomatico americano – segretario di Stato di se stesso, dando centralità alla segreteria di Stato. Scrupoloso, riservato, delicato, finanche timido, era pervaso dal senso di responsabilità del suo ministero. Chi lo conosceva notò una profonda trasformazione nell’uomo con l’elezione al pontificato. Le più diverse pressioni si esercitavano sulla Santa Sede, perché si schierasse nel conflitto da una parte o dall’altra. Grandi dolori e atrocità sembravano reclamare una partecipazione più marcata del papa. Pio XII lanciò un vibrante appello – al cui testo collaborò Montini – nell’agosto 1939: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra». Questa è la visione del papa: evitare che il conflitto si allarghi, favorire una pace negoziata, umanizzare la guerra e rappresentare, come chiesa, uno spazio di asilo e di umanità tra la barbarie della lotta. Il papa non cede alle pressioni naziste per benedire la lotta dell’Asse come una crociata antibolscevica. Non intende, d’altra parte, assumere una posizione vicina agli Alleati. Con gli anni, affluiscono in Vaticano informazioni sulle atrocità naziste, a cominciare dalla Polonia. Ma Pio XII si attiene alla «dottrina» dell’imparzialità, già elaborata da Benedetto XV. È nota la polemica sui «silenzi» di Pio XII, in particolare sullo sterminio degli ebrei. Negli anni Sessanta si registra un netto cambiamento del giudizio su Pio XII in senso negativo, anche se la propaganda sovietica, intellettuali francesi come Mauriac, alcuni settori polacchi da tempo accusavano papa Pacelli di complicità o remissività verso il nazismo. Il fatto sorprendente è anche che Pio XII ebbe consapevolezza del suo silenzio: «Mi chiese», scrive nel 1941 l’allora monsignor Roncalli nei suoi diari dopo un colloquio con il papa, «se il suo silenzio circa il contegno del nazismo non è giudicato male». Infatti Pio XII, nei suoi interventi, richiamò principi generali, applicandoli alla situazione, ma non operò condanne. (…) In un’Europa dominata dai tedeschi, Pio XII era consapevole della fragilità del cattolicesimo a fronte della propaganda e della repressione: «Nelle file stesse dei fedeli, erano fin troppo accecati dai loro pregiudizi o sedotti dalla speranza di vantaggi politici» afferma nel 1945. Il papa voleva evitare ulteriori persecuzioni e percepiva le debolezze dei cattolici tedeschi. Questa situazione da una parte, le pressioni sul Vaticano (sino alla minaccia di deportazione del papa) dall’altra, ponevano seri dubbi sul fatto che Pio XII avrebbe potuto continuare liberamente il suo ministero. Il papa, mantenendo il riserbo, voleva che la chiesa restasse come spazio di umanità nel cuore della guerra. Qui si inserisce l’attività in soccorso alle popolazioni colpite dalla guerra, di asilo ai prigionieri e ai ricercati (in particolare a Roma con l’opera di nascondimento di ebrei e ricercati dai nazifascisti). (…) Il Vaticano era isolato durante il conflitto. I rapporti erano assenti con l’Urss, difficili con la Germania e l’Italia, protocollari con i britannici. Pur in assenza di relazioni diplomatiche, Roosevelt era interessato alla Santa Sede. Durante tutto il pontificato, gli Stati Uniti sono infatti un interlocutore decisivo. L’azione della Santa Sede non ebbe successo da un punto di vista diplomatico, ma il papa, specie sul finire del conflitto, sentì sorgere molta attenzione attorno a lui. Per questo moltiplicò i contatti con i visitatori e soprattutto gli interventi pubblici. (…) La presenza cattolica mostra, dopo la guerra, una nuova vitalità anche sul piano politico, con i partiti di ispirazione cristiana in Europa occidentale. Ma pesa sulla chiesa l’occupazione sovietica nel cuore dell’Europa, con i regimi comunisti in Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Iugoslavia, Albania, Romania e Bulgaria, oltre all’incorporazione dei paesi baltici nell’Urss. La persecuzione è pesante. La Santa Sede vorrebbe tenere aperte le rappresentanze diplomatiche nell’Est, ma non lo consentono i regimi comunisti. L’ultima è chiusa in Romania nel 1950. Due anni dopo, il governo di Belgrado rompe le relazioni diplomatiche a causa della creazione cardinalizia di Stepinac, arcivescovo di Zagabria. I contatti della Santa Sede con gli episcopati dell’Est sono scarsi e difficili. In Vaticano si era convinti che i sovietici avessero un disegno distruttivo del cattolicesimo, mirante prima di tutto a «nazionalizzare» le chiese. (…) C’è infatti una volontà di perseguitare il cattolicesimo e di controllarne la vita infiltrandone le strutture.

L’OCCIDENTE E IL SUD DEL MONDO Pio XII non manca di ammonire l’occidente sul pericolo comunista, registrando con preoccupazione l’affermazione dei partiti comunisti (ed esprimendo contrarietà alla collaborazione governativa con essi). Il papa, però, è attento a non confondere la causa della chiesa con quella politica dell’occidente. Da qui origina qualche sua perplessità sull’adesione dell’Italia all’alleanza Atlantica. In occidente la chiesa rappresenta una grande forza religiosa e sociale, che si esprime con organizzazioni e movimenti di massa. Una delle posizioni politiche più originali di Pio XII è il sostegno all’unificazione europea. È consapevole che l’Europa unita non sarà solo cattolica e comprenderà evangelici e laici, ma è convinto che le ragioni della pace e della lotta al comunismo militino per unire gli europei. Il papa indica nel cristianesimo l’humus connettivo del continente e incoraggia i dirigenti cattolici a impegnarsi nel progetto europeo. (…) Tuttavia, proprio nel mondo occidentale, la chiesa di papa Pacelli registra segnali di crisi, legata alle trasformazioni indotte dallo sviluppo. Un elemento di difficoltà è la persistente forza del comunismo, rivelatrice della lontananza del mondo operaio dalla chiesa. (…) Nel mondo occidentale si avverte una crisi incipiente, di fronte a cui Pio XII moltiplica non solo gli inviti allo di azione pastorale che di impegno sociale.

UN PAPA PROFETA La chiesa di Pio XII sente di dover essere presente nella società, perché per il papa la radice dei mali moderni è l’assenza di un radicamento del mondo in Dio stesso. (…) È convinta (…) di dover proporre una via di civiltà cristiana. La chiesa non è legata a civiltà del passato né a una sola civiltà, non è «inerte nel segreto dei suoi templi», ma cammina guidata dalla «legge vitale», dice il papa, «di continuo adattamento». Pio XII discute di tutto e lo fa per mostrare che niente è estraneo alla chiesa. Lo evidenzia, per esempio, il vasto capitolo sulla vita, il corpo, la salute, le cure, la riduzione della sofferenza (dove ci furono posizioni innovative). Il papa assume su di sé contraddizioni, ricerca di nuove piste, responsabilità di dare impulso e risposte, prefigurandosi non solo come dottore ma anche come profeta. C’è qualcosa di drammatico nell’assunzione diretta la fedeltà, ma quelli alla mobilitazione dei cattolici e a una pastorale più incisiva. Pio XII vuole, con i suoi costanti inviti alla mobilitazione, che la chiesa sia movimento nella società, con un’azione missionaria incisiva. Pio XII guida la chiesa attraverso il mondo comunista e quello occidentale, coeso attorno alla leadership americana. (…) Contemporaneamente intende rafforzare l’azione della chiesa nel Sud del mondo. (…) Il papa è consapevole della debolezza della chiesa nel mondo coloniale di fronte ai nazionalismi, al comunismo e all’Islam. Per questo intende «indigenizzare» le chiese locali e rafforzare l’impegno missionario. Il volto della sua chiesa non vuol essere legato al vecchio regime coloniale, ma attento alle istanze dei «popoli nuovi». (…) C’è in Pio XII la consapevolezza che i cattolici dell’America Latina sono sottoposti a nuove sfide sociali e politiche, con il proporsi di un’alternativa rivoluzionaria. Per questo il papa insiste che il cattolicesimo del continente si attrezzi a tempi nuovi, sia a liveldi tanti compiti. Il senso drammatico viene accresciuto dalla percezione della crisi con la persecuzione, la secolarizzazione, le «cose nuove». Desideroso di adattare e cambiare, ma preoccupato della portata dei cambiamenti, il papa traccia lui stesso la linea, moltiplicando iniziative e interventi. Vuole rispondere ai problemi aperti. La percezione di Pio XII sullo stato della chiesa fu drammatica soprattutto nei suoi ultimi anni, segnati dalla malattia. La guerra fu un periodo difficilissimo, ma il lungo dopoguerra fu di una complessità inedita. La sua eredità umana e dottrinale è stata quella di un papa che si è confrontato con la complessità del mondo contemporaneo alla luce della tradizione, animato dall’ansia di raggiungere la gente. Alla fine del suo pontificato, il bilancio era difficile. (…) Il cattolicesimo, dal dopoguerra, è chiamato a farsi movimento nella società per comunicare il suo messaggio. Negli ultimi anni i problemi – la situazione dell’Est o la crisi in occidente – lo spingono a sottolineare con forza come solo l’aiuto di Dio possa liberare dalle difficoltà. Per un futuro migliore «è necessario rimuovere la pietra tombale con cui si sono voluti chiudere nel sepolcro la verità e il bene: occorre far risorgere Gesù» dichiara. Il papa conclude con l’invocazione: «L’umanità non ha la forza di rimuovere la pietra che essa stessa ha fabbricato, cercando di impedire il tuo ritorno. Manda il tuo angelo, o Signore, e fà che la nostra notte si illumini come il giorno». C’è nel papa il senso che la chiesa poco risponda agli appelli e alla missione. A Pasqua del 1957 egli parla di un «viandante smarrito», «sommerso nell’ombra, ombra quasi di morte»: come ridestare la vita? «Pare che ogni sforzo sia inutile», «la via non si ritrova, le parole si perdono nell’infuriare della procella». L’ottimismo moderno è infondato: «Non è vero che la scienza, la tecnica e l’organizzazione sono divenute spesso fonte di terrore per gli uomini?». Alcuni cristiani hanno tradito. In mezzo alla notte spira un senso cupo. A questo punto il discorso si fa invocazione. È il senso di fine e vanità che caratterizza sempre ogni grande stagione di governo, in cui però l’appello alla fede si fa più forte. Nelle parole del suo testamento si legge la fibra spirituale di un uomo, tenace e fragile, che ha vissuto un periodo tanto travagliato. Pio XII scrive: «La consapevolezza delle deficienze, delle manchevolezze, delle colpe commesse durante un così lungo pontificato e in un’epoca così grave ha reso più chiara alla mia mente la mia insufficienza e indegnità».