La libertà nel radicalismo individualista

Tra i tanti modi di definire la libertà, uno mi colpisce in modo particolare: quello radicalmente individualistico, che fa coincidere la libertà con la compiuta realizzazione di una pretesa: quella di essere lasciati soli. Si tratta di una pretesa presente in tutte le religioni e che è in genere connotata da forti riferimenti mistici; nella modernità, però, si è secolarizzata, producendo esiti imprevisti. Oggi si pretende di restare soli non per potersi meglio orientare verso l’assoluto e verso Dio, ma per potersi esprimere, decidere, scegliere: in una parola riassuntiva, per vivere in assoluta libertà, senza condizionamenti trascendenti.

Chi è solo è libero, perché non è giudicato se non da se stesso. Chi è solo non subisce interferenze, pressioni suggestioni altrui; è libero di potersi costruire autonomamente la propria vita, è libero di essere esclusivamente se stesso. Si ha il diritto di essere lasciati soli (così si sostiene) per la profonda valenza umana e il forte portato morale della solitudine: come individui, possiamo anche mescolarci alla folla, ma non siamo riducibili ad essa. Abbiamo il diritto di essere lasciati soli e di diffidare da ogni forma di aggregazione comunitaria, perché ogni istituzione, che pretenda di omologarci ad altri individui, ci considera in definitiva alla stregua di meri numeri, per realizzare finalità funzionali, che anche se sono spesso utili o addirittura preziose, sono comunque sempre massificanti e quindi pericolose.

La pretesa di essere lasciati soli coincide con quella che gli americani hanno riassunto e per dir così condensato nella categoria della privacy, facendone uno dei cardini psicologici, politici e addirittura costituzionali della loro società civile: anche se non è formalmente assimilabile a un diritto umano fondamentale, quello della privacy opera esattamente come tale. Con una differenza rilevante, però: se ogni altro diritto trova il suo fondamento nelle singole dimensioni in cui si struttura il bene umano, come bene universale e oggettivo, la privacy, come cortina che vela la percezione esterna dell’intimità personalissima di ciascuno, non possiede oggettività, perché nessuno è legittimato non solo a sapere, ma nemmeno a ipotizzare quali stili di vita si nascondano dietro questa cortina. Per chi aderisce (consapevolmente o no, è irrilevante) a questa prospettiva, la privacy finisce con l’identificarsi con il sacrario intimo, prezioso e nascosto, della coscienza. La coscienza non chiede di essere giudicata; essa si limita ad esigere di essere rispettata, quali che siano le sue indicazioni. E’ in questo senso che Robert Spaemann ha percepito, nel modo moderno di concepire la coscienza, una sorta di slittamento: da organo di orientamento verso la verità e verso il bene (come era pensata nella prospettiva “classica”), essa viene di fatto, nella prospettiva “moderna”, concepita come un oracolo: l’unica autentica dimensione di trascendenza che sembra sopravvivere in un mondo secolarizzato.

Che la libertà abbia bisogno della privacy e che questa abbia profonde radici cristiane è indubbio: non è nella sua rivendicazione, ma nella sua esasperazione, che si condensa tutto il problema della modernità. Se infatti è vero, agostinianamente, che solo nella interiorità coscienziale di ciascuno di noi alberga la verità, è altrettanto vero che la nostra interiorità non si autoalimenta, ma cresce e si forma attraverso le innumerevoli dinamiche relazionali che ci costituiscono come soggetti e come persone. Il tu viene prima dell’io  ed ogni tentativo di chiudere l’io al tu, è non solo psicologicamente improponibile, ma moralmente inaccettabile. Quella della privacy è solo una dimensione, per quanto preziosa, della nostra verità personale: non è né quella costitutiva, né quella determinante. Nel mito greco il folle amore che Narciso ha per se stesso va di pari passo con la sua disumana incapacità di rispondere al sincero amore che nutre per lui la ninfa Eco: è da questa duplice distorsione (cioè dal dire di sì esclusivamente a se stessi e dal dire di no all’altro) che scaturisce l’esito tragico, cioè né più né meno che mortale, della vicenda. Fuori dal mito e da ogni metafora, è realmente mortale ogni forma di capitalismo selvaggio, di razzismo, di fondamentalismo etnico-religioso, di gestione privatistica del corpo (aborto, eutanasia, manipolazioni genetiche, commercio di organi): tutte quelle esperienze, individuali o collettive, nelle quali la percezione dell’alterità viene rimossa o offuscata. E’ contro la tragica miopia del moderno modo di percepire la libertà che deve indirizzarsi ogni nostro sforzo.

Francesco D`Agostino * da Più Voce

*Ordinario di Filosofia del diritto
Università Tor Vergata