di Ferdinando Camon
Tratto da Avvenire del 3 novembre 2009

Uno è assassino quando ha superato un test complesso, che consiste nel reggere il delitto con la mente e con i nervi, prima, durante e dopo l’esecuzione.

Diana Blefari, la brigatista rossa che s’è impiccata nel carcere di Rebibbia, aveva superato questo test? Purtroppo sì. Aveva programmato, insieme con altri, l’uccisione di Marco Biagi, aveva eseguito personalmente la ricognizione dei luoghi, aveva aspettato la vittima nella sera dell’operazione, l’aveva seguita in bicicletta (la sua vittima era anch’essa in bicicletta), fino al momento dell’esecuzione, sotto casa. E questo è il compimento del delitto. Non tutti quelli che reggono questa fase reggono le fasi successive. Quando il delitto si svela per quello che è: la massima delle colpe che l’uomo possa compiere. Ma Diana passò anche i test successivi: ospitò la cellula di assassini, scrisse e spedì la rivendicazione, e molto più tardi ribadì che l’uccisione era stata giusta, e che se aveva una colpa era di aver mancato di crudeltà: la vittima, prima di ucciderla, bisognava torturarla. Questo lei non l’aveva fatto. E di questo si pentiva.
I capi delle cellule terroristiche sanno che il momento del crollo è quello che segue all’esecuzione. Perciò loro preparano e addestrano gli assassini. Nell’antica Sparta, i giovani avevano libertà di girare di notte e uccidere gli schiavi, non venivano perseguiti per questo. In Dostoevskij, i capi dei nichilisti, prima della strage rivoluzionaria, provavano con qualche delitto singolo, e osservavano le reazioni dei compagni di cellula (uno crolla, e il capo esclama: «Che porcheria, questa gente!»). Diana non crolla. Molto tempo dopo, si dice pronta a ripetere l’omicidio, alzandolo al quadrato.
Dunque, il test dell’omicidio lo ha passato. L’espiazione e la redenzione sono un contro- test. Chi ha ucciso ed è ‘ passato di là’, nel campo opposto alla nostra morale, deve ‘ tornare di qua’, nella nostra morale. Deve condannare ciò che approvava prima, e lavorare per la nuova morale, affinché prevalga.
Perché tutto questo sia possibile, bisogna (qui sta la prova) che l’assassino senta come giusta la propria condanna. In ‘Delitto e castigo’ la redenzione comincia non quando l’assassino entra in carcere, ma quando accetta il carcere, accetta di fare tutti gli anni che gli restano da fare, e anzi soffre e piange perché, in confronto alla sua colpa, gli sembrano pochi. Anche il personaggio di Dostoevskij aveva dichiarato, appena scoperto: «Mi uccido, rifiuto la vita». Ma chi l’aveva scoperto gli ribatteva: «Che cosa sapete voi della vita? Cosa sapete del futuro? Come potete rifiutare ciò che non conoscete?». È questo il principio sul quale si basa l’ergastolo come superamento della condanna a morte: la condanna all’ergastolo invece che a morte non è soltanto l’impedimento allo Stato di uccidere, ma anche al condannato di uccidersi.
Chi è condannato all’ergastolo, è condannato a non- rifiutare la vita, ad attendere ciò che la vita può offrire, magari negli ultimi anni o negli ultimi giorni. O l’ultimo in assoluto. In Dostoevskij l’assassino uccide per l’applicazione coerente di un principio folle. Nei nostri terroristi è lo stesso. Chi li ammira (purtroppo ce ne sono, anche su Facebook) ammira la coerenza, dimenticando la follia che sta nel principio. Chi non soffre per il loro suicidio, perché soffre per la morte di Biagi, non sente che le sofferenze sono ambedue possibili, e dimentica che chi ha ucciso ‘ ha il diritto’ di essere condannato e chi è condannato ‘ ha il diritto’ di espiare: se la disorganizzazione delle nostre carceri ha una responsabilità nel suicidio di Diana Blefari, allora le nostre carceri non sanno attuare il diritto all’espiazione, che è la ragione per la quale esistono.