di Davide Rondoni
Tratto da Avvenire del 17 aprile 2009

Per il parcheggio o per tutta la vita? In­somma, questa ira che acceca e fa al­zare la mano assassina di un uomo su un altro uomo è per la lotta per il parcheggio o perché tutta la vita s’è trasformata in u­na lotta?

Il fatto accaduto l’altra sera a Ro­ma provoca uno sgomento enorme. Mori­re per un parcheggio? Ma è uno sgomen­to, se si può così dire, raddoppiato, molti­plicato per il fatto d’esser stata la violenza micidiale compiuta mentre la famiglia del­la vittima era in auto. E mentre lo era an­che quella dell’assassino. Come se quei due uomini fossero usciti dalla loro vita, dalla loro intera vita, l’amore, i figli, gli affetti, le fatiche, per proiettarsi fuori come lottato­ri. Usciti fuori dalla scatoletta metallica del­le auto che contengono, comprimendole, le intere vite, per lottare.

Ma davvero per un parcheggio? O un’ira così cieca e idiota, così micidiale e dispe­rante scaturisce non dal futile motivo ma da una trasformazione della vita in lotta perpetua, per il parcheggio, sì, ma anche per la strada, per l’auto, per fare quella fa­miglia benedetta e straziata, per il lavoro o per l’aria, forse, persino per respirare. Lo spettacolo estremo e definitivo di uccide­re (e di morire) davanti agli occhi della pro­pria famiglia per un futile motivo è scritta nella scena di quale più vasto copione, tessuto di rabbia e d’insofferenza? In quegli occhi incredu­li nell’abitacolo ve­diamo la vita stessa spalancare lo sguar­do, non credere che possa andare così. In quegli occhi incredu­li nell’abitacolo ve­diamo, contempora­neamente all’orrore, un emblema della vi­ta stessa che muta supplica che non sia vero, che non può fi­nire così, che non si deve vivere e morire per questa rabbia.

Nella scena della strada di Roma, in quegli occhi rimasti senza parcheggio e senza pa­dre, senza marito, vediamo un simbolo che tutti ci riguarda. Se nei fatti che accadono non leggiamo i segni che ci riguardano, non ricaveremo nient’altro da tali fatti se non qualche indignazione o sgomento passeggero. Invece occorre guardare, guar­dare bene. Perché la scena di questo as­sassinio è simile ma anche diversa da mol­te, troppe altre. Perché la famiglia che in macchina fa da quinta, fa da fondale alla scena del sangue, aggiunge qualcosa di tre­mendo. Che ci fa ammutolire. Come se in quei pochi passi che separano l’auto dalla morte si sia perduto tutto. Non solo la lu­cidità di piantarla lì, che non ha senso liti­gare tanto per un parcheggio. Non solo la lucidità, ma anche la coscienza di essere in strada con altri, i primi altri che sono i tuoi cari, di essere non da soli come lupo tra i lupi, ma insieme, in una prima cellula del più generale organismo sociale.

Questo prendersi a pugnalate, a spari, a brani, questo auto-divorarsi dell’organi­smo comune che siamo dinanzi agli oc­chi di quelli che formano la prima cellula della nostra vita, che non è nulla (diceva il poeta Eliot) se non è vita in comune, è un segno estremo. Da leggere senza riparare gli occhi dietro a facili e inutili analisi psi­cologiche. La teoria del ‘raptus’ è nel no­vantanove per cento dei casi un modo co­modo per chiudere il problema. Per non guardare da quali oscuri serbatoi è ribol­lita e poi esplosa quella rabbia che colpi­sce alla cieca, senza vedere più nemmeno che alle spalle, a pochi passi, c’è una fa­miglia. La cui sola presenza avrebbe do­vuto fermare quella mano. Avrebbe dovu­to provocare una pronta moderazione. Un supplemento di pazienza, di attenzione. E invece no, la si è lasciata con gli occhi smarriti dietro i vetri a vedere l’assurdo della vita dominata dalla lotta per il pos­sesso. Di un parcheggio, di un posto di la­voro, di un po’ di soldi, di onore o di qual­cun altro  tra tutti gli idoli, momentanei o più duraturi, che ci tolgono la luce dal cuo­re e dallo sguardo.