Radici comuni nella crisi delle due vocazioni
di Maurizio Patriciello
Tratto da Avvenire del 19 settembre 2011

I sacerdoti sono pochi? I seminari si svuotano? Alcuni preti sono stati travolti dallo scandalo pedofilia? Nessuna paura, c’è chi ha la ricetta sempre pronta per risolvere i problemi. Stupisce, e non poco, la faciloneria con cui tanti – credenti e non credenti – si avventurano in analisi psicologiche, spirituali, ecclesiologiche per fornire poi l’adeguata terapia.

C’è gente – tra cui non pochi cattolici – che continua a credere che il problema della scarsità di clero sia dovuto soprattutto al celibato che la Chiesa cattolica di rito latino richiede ai futuri sacerdoti. Non è mia intenzione soffermarmi sulle radici teologiche del celibato. Molto più semplicemente invito costoro a volgere lo sguardo alle Chiese protestanti e alla Chiesa ortodossa, i cui ministri di culto non sono celibi. Ebbene, anche lì non sembra che le cose vadano meglio. Stesso discorso per i preti che sono caduti nel pozzo nero della pedofilia. Più di qualcuno, imperterrito, continua a mettere insieme pedofili e celibato. Come se la piaga purulenta della pedofilia nel mondo riguardasse solo i celibi, siano essi religiosi o laici. Purtroppo – e dico purtroppo! – l’infame crimine riguarda gli esseri umani in modo trasversale. Lo sappiamo tutti – e la cosa ci fa più male di una picconata in testa: spesse volte sono stati gli stessi congiunti, all’interno della stessa casa, ad abusare dei bambini. Altre volte l’abuso è avvenuto nelle scuole, nelle palestre o, comunque, in luoghi frequentati dai bambini. In questi casi, quasi sempre, il pedofilo era regolarmente sposato.

Il mio non vuole essere un patetico tentativo – peraltro inutile – di ridimensionare il dramma che ha sconvolto la Chiesa in questi ultimi tempi. Al contrario. A me pare, però, che tenere i riflettori accesi solo sui preti pedofili sia una grave forma di ingiustizia verso coloro – e sono tantissimi – che furono abusati da uomini che con la Chiesa non ebbero mai niente a che fare. Senza dimenticare – quanto se ne parla poco! – dell’obbrobrio che va sotto il nome di turismo sessuale. Paesi poverissimi come la Thailandia, la Cambogia, lo Sri Lanka sono presi d’assalto da tanti che fanno scempio di innocenti alla luce del sole. È, poi, sotto gli occhi di tutti la difficoltà delle giovani coppie a mantenere la promessa di fedeltà fatta alla persona amata. Se facile è promettersi eterno amore, non lo è altrettanto mantenere poi la parola data.

Inutile fingere: il problema si pone e ci riguarda tutti. Si può – e si deve – discutere sulle cause. Si può tirare in ballo la troppa libertà e la società secolarizzata. Possiamo lamentarci dei mass media che influenzano i giovani rendendo vano l’impegno educativo dei genitori e altro ancora. Il fatto incontestabile è che la “società liquida” produce moltissimi “uomini liquidi”, cioè più labili, meno inclini al sacrificio, alle rinunce. Uomini del “tutto e subito”. Uomini dalle scelte “provvisorie”, ai quali l’impegno duraturo, per la vita, fa paura. I preti non sono angeli caduti dal cielo durante un acquazzone. I canditati al sacerdozio sono i nostri figli, uomini di questo tempo, di questa società. Nel bene e nel male. La barca di Pietro – la Chiesa – naviga nel mare della storia. Occorre, quindi, impegnarsi, lavorare, sudare, studiare nuovi cammini, nuovi itinerari, per i nostri giovani, siano essi canditati al sacerdozio o alla vita matrimoniale. Ma, soprattutto, occorre che gli adulti – genitori, preti, insegnanti, politici – siano di esempio nel vivere i valori che intendono insegnare.

No, non è il celibato a creare problemi al prete – chi scrive è un prete – come non è il vincolo del matrimonio a creare problemi alla coppia. Celibato e matrimonio sono due differenti vocazioni alle quali solo chi è chiamato può rispondere. Ambedue necessitano della fedeltà alla parola data, all’impegno preso. La fedeltà costa ma è indispensabile per vivere una vita gioiosa, trasparente e piena di senso. Ma questo vale per tutti, non solo per i preti.