Stoccolma, 13. In assenza di misure efficaci di salvaguardia dell’acqua potrebbe verificarsi una crisi globale che nell’arco di un decennio potrebbe provocare entro il 2020 135 milioni di morti, in massima parte bambini. Lo sostiene l’Unep, il programma per l’ambiente dell’Onu, nel Greening Water Law, un rapporto prodotto e proposto in occasione della Settimana mondiale dell’Acqua, la manifestazione internazionale che ha concluso sabato a Stoccolma la sua ventesima edizione. L’Unep raccomanda a Governi e organizzazioni che operano nel campo dell’approvvigionamento, gestione e tutela dell’acqua in mettere mano alle legislazioni vigenti per dare la necessaria priorità alle istanze ambientali di salvaguardia.
Secondo il documento c’è già in corso una sorta di guerra tra le necessità in continua crescita della popolazione mondiale e il sistema ambientale e naturalistico che ha bisogno di acqua per mantenersi in vita. Anche in questo caso si tratta di una guerra contro i poveri. Sempre più impoverito, infatti, è l’ambiente planetario, mentre cresce di anno in anno il numero delle persone prive di accesso all’acqua. Il rapporto dell’Unep, in linea con quelli diffusi negli ultimi mesi dalle diverse agenzie dell’Onu, ricorda che 1,8 milioni di bambini sotto i cinque anni muoiono ogni anno per malattie gastroenteriche attribuibili a una mancanza di acqua potabile e servizi igienici di base. Secondo l’Unep, se non verranno adottate misure più eque e organiche per migliorare l’approvvigionamento d’acqua dolce per tutti gli usi, il numero delle vittime di questa guerra potrebbe appunto salire a 135 milioni entro il 2020. Al tempo stesso, l’impiego irrazionale delle acque dolci e il suo impatto sugli ecosistemi è la causa principale della perdita di biodiversità i cui effetti sono ben evidenti in fiumi, laghi e zone umide in tutto il mondo.
Secondo il rapporto è necessario costituire una autorità mondiale dell’acqua che predisponga una strategia sostenuta da un corpus legislativo. Ma è anche prioritario mettere mano agli attuali modelli di sviluppo per orientare le scelte verso indirizzi più equi e sostenibili. Purtroppo, questa priorità sembra ignorata, mentre i reali rapporti di forza impediscano ancora l’affermazione dei principi di diritto internazionale che, almeno in teoria, tutti i Governi dichiarano di condividere. Ne ha offerto una dimostrazione, proprio quest’anno, la proclamazione fatta dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite dell’acqua come diritto umano fondamentale. La risoluzione dell’Assemblea, non vincolante per gli Stati, non ha avuto adeguata diffusione sulla stampa internazionale, né tanto meno è stata seguita da significative inversioni di tendenza nelle politiche governative a ogni latitudine.
Lo Stockholm International Water Institute (Siwi), che organizza l’appuntamento annuale, ha sottolineato che la tendenza degli ultimi anni sembra andare anzi in direzione contraria. Mentre da più parti si continuano a perseguire, sotto diverse forme, progetti di privatizzazione dell’acqua, nei Paesi in via di sviluppo – e non solo – persistono gravi ritardi internazionali nelle iniziative volte a garantire l’accesso all’acqua potabile a tutti gli esseri umani.
Il Siwi ha insistito quest’anno soprattutto sul punto della qualità dell’acqua, lamentando che questo tema è “messo da parte rispetto ad altri meno urgenti” dagli organismi internazionali e dai Governi dei Paesi avanzati, con un atteggiamento inaccettabile in un mondo in cui ottocento milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile e oltre due miliardi e mezzo non dispongono di un decente sistema di fognature.

(©L’Osservatore Romano – 13-14 settembre 2010)