di Riccardo Paradisi
Tratto da cronache di Liberal dell’1 settembre 2010

I cattolici ci sono, sono un popolo consistente e influente, lo testimonia la loro vivacità asssociativa, la presenza massiccia nel volontariato, lo dimostrano le parrocchie e le messe partecipate ogni domenica.

Più partecipate dei raduni politica che ogni tanto occupano le piazze romane senza riempirle. «Facendo la somma delle 25mila parrocchie italiane – scrive il sociologo Giuseppe De Rita nella sua analisi sul Corriere della Sera – si riscontra una totale copertura del territorio e delle sue dinamiche; non c’è gara rispetto all’ambizione di metter su circoli e squadre da parte di chi sente di non avere un suo quotidiano radicamento nel reale quotidiano». Dunque perché questa realtà così importante resta sommersa, ha difficoltà d’esprimersi nella dialettica politica? De Rita fornisce questa risposta: mancano al popolo cattolico i livelli intermedi. Insomma ci sono movimenti, associazioni, gruppi di aggregazione ma sono strutture più a sfondo spirituale e religioso che di impegno civile. È questa assenza di cinghie di trasmissione tra religiosità e momento politico che impedisce un’unità e un collegamento tra le dinamiche del popolo cattolico con le grandi tematiche del momento sociopolitico.

Che l’analisi di De Rita tagli nel vivo la condizione dei cattolici di oggi e il loro smarrimento politico lo rendono evidente le vicende di questi ultimi mesi. A partire degli effetti che sul mondo cattolico ha avuto la visita e le dichiarazioni del colonnello libico Gheddafi, coi suoi inviti all’italia e all’Europa a una conversione di massa all’Islam. Inviti derubricati a folklore, sdrammatizzati dal governo come espressioni di colore d’un personaggio grottesco, ma che ai cattolici della maggioranza non sono andati giù. Protestano duramente due importanti esponenti di area cattolica del Pdl come Maurizio Lupi e Mario Mauro. «È ancora opportuno lasciare il palco- scenico agli spettacoli del rais?» si domandano all’unisono il vicepresidente della Camera ed il capogruppo Pdl in Europarlamento in una lettera aperta a La Stampa. «Quel richiamo alla necessità che l’Islam diventi la religione dell’Europa ha una portata dirompente. E non possiamo restare fermi a guardare». Queste manifestazioni di disagio hanno molto a che fare con quello che dice De Rita: i cattolici devono fare il controcanto di una maggioranza. Tirar fuori la testa per affermare una posizione. Non che nel centrosinistra le cose vadano meglio, anzi. Qui il disagio dei cattolici è annoso e palmare, tanto che sui temi bioetici l’area popolare e teodem ha più volte dato battaglia nel Pd minacciando rotture e a volte, come nel caso di Paola Binetti, praticandole. Effetti inevitabili si dirà della scomparsa d’un partito cattolico come la Dc, ma c’entra anche quello che sostiene appunto il sociologo del Censis: l’assenza di un tessuto politico intermedio capace di mettere a tema se non un progetto almeno una visione politica unitaria condivisa sui temi caldi della cronaca e della storia attuale.

Un problema che secondo lo scrittore e giornalista cattolico Vittorio Messori esiste ma che sembra non avere soluzione se non nell’attenersi all’essenza del cattolicesimo: che in fondo è la testimonianza di fede. Muovendo dalle esternazioni di Gheddafi Messori ha richiamato l’idea ratzingeriana della minoranza attiva e creativa: «Nessuno scandalo davanti alle esternazioni del raìs tripolino, almeno per chi crede in quel Nazareno che rifiutò di essere re, che impedì l’uso delle armi a sua difesa, che annunciò ai discepoli che sarebbero stati “piccolo gregge” e che avrebbero avuto la funzione di “sale”e di “lievito”. Materie indispensabili, certo, ma solo in quantità ridotta. A ben pensarci, l’habitat naturale dei credenti in Colui che finì sulla croce non è la cristianità di massa, bensì la diaspora. Lo stesso Benedetto XVI sembra ipotizzare un futuro di comunità cristiane piccole e al contempo ferventi e creative: venga pure un destino minoritario, purché non marginale. Sale e lievito, ricordavamo. Dunque non fuori dalla storia, bensì nell’intimo stesso della pasta degli eventi umani per dare loro sapore e significato. Senza pretendere di imporsi, se non con la “debolezza” dell’annuncio pacifico e della persuasione fraterna». Visione essenzialista e provvidenzialista che poco vuol sapere di organizzazioni, strutture, organigrammi. Eppure il problema esiste per chi come Mimmo Delle Foglie, portavoce di Scienza e vita e direttore del portale Più voce. net ha organizzato il family day del 2007 e oggi constata che delle istanze partite da quella imponente manifestazione la politica non s’è fatta carico. «L’analisi di De Rita è giusta ai cattolici in questi anni è stato chiesto di fare altro, arretrando dalla dimensione politica. Non c’è più una strategia. il ruinismo una strategia e una visione l’aveva: in quello schema i cattolici che non avevano più un partito politico di riferimento avevano come compito, secondo sensibilità e vocazioni, quello di fecondare le diverse realtà politiche ritrovandosi sui valori nei momenti essenziali». Una strategia che ha dato dei frutti – sui temi bioetici esiste un’unità sostanziale tra cattolici di destra e di sinistra – ma certo da questa esperienza i cattolici hanno anche portato nel loro mondo le divisioni che hanno trovato sul terreno politico. Quando poi il presidente della Cei Angelo Bagnasco dice di coltivare il sogno di una nuova generazione di cattolici è evidente che denuncia un assenza, che quell’esperienza è datata. D’altra parte se la forma vincente fosse ritenuta quella di farsi cinghia di tra- smissione politica «si creerebbe presto – dice Delle Foglie – un collateralismo di destra e uno di sinistra e ci porteremo a casa il più deteriore bipolarismo di questa seconda Repubblica. Sicché come sempre la via migliore è sempre quella di mezzo: una via mediana che eviti da un lato l’ultrarealismo e dall’altro il gobettismo in salsa cattolica». Il vero nodo però è quello della scristianizzazione dell’Occidente. Una secolarizzazione a cui non sfugge nemmeno l’Italia con buona pace delle chiese piene che De Rita vede la domenica a messa. Questa almeno è l’opinione dello storico Franco Cardini per cui la crisi dell’associazionismo cattolico e la sua incapacità di fare sintesi politica sono solo l’ultimo anello della catena. «La Chiesa non ha più autorità sui fedeli e questo perché i fedeli sono sempre di più in realtà dei cattolici sociologici. Cattolici di nome, d’abitudine, di costume o peggio atei devoti che magari hanno riscoperto la civiltà cristiana per contrapporla all’Islam. D’altra parte la maggior parte dei cattolici non segue più l’autorità della Chiesa su questioni di condotta e di dottrina. Non c’è più una vita liturgica, una disciplina. L’associazionismo ha perso il suo ruolo perché ha perduto il richiamo superiore. È che con il Concilio Vaticano II si è contribuito molto a ridurre la fede a fenomeno sociologico e se la fede è un fenomeno sociologico allora la gente si volge alla sociologia vera». E le Chiese piene che vede De Rita? «Fenomeno che non sopravvaluterei – dice Cardini – il cattolicesimo non è più il vero brodo di coltura di tutta una società, la sua narrazione di fondo. In quel clima, che risale ancora a cinquant’anni fa, era impensabile non far battezzare i figli, non far fare loro la cresima e comunione. Lo so anch’io che i cattolici, anche quelli praticanti sono tanti, ma conta il rapporto tra cattolicesimo vissuto seriamente e cattolicesimo di tipo sociologico». Insomma Cardi
ni, da cattolico e da storico, si fa poche illusioni: «è vero che si parla continuamente di radici, anche di radici cristiane, ma questo straparlare di radici c’è pochissimo al punto tale che i cattolici non riescono più a scandalizzarsi, di fronte a esibizioni di devozione a puro fine propagandistico. De Gasperi non si sarebbe mai sognato di farsi fotografare mentre prende la comunione, per dire. Nessun cattolico si sarebbe mai sognato di fare propaganda con la religione. Oggi invece i valori cristiani sono bandiere di propaganda e i cattolici non s’indignano. Il problema è ricostruire il tessuto comunitario ma essenziale e accettare il dato storico che l’era cristiana è finita. Da circa tre secoli, da quando il cristianesimo ha cessato di diventare una misura di carattere politico e sociale ed è sempre più diventato un fatto di coscienza individuale. La modernità è individualismo e laicizzazione. La rievangelizzazione dell’Occidente voluta prima da Giovanni Paolo II e poi da Papa Ratzinger è l’estrema misura del Catechon di colui cioè che trattiene il male pur sapendo che si sta dispiegando». Insomma per Cardini i cattolici non hanno più un’egemonia che è bella e perduta, «solo in Italia si coltiva ancora qualche illusione forse per l’eredità del lungo dopoguerra democristiano». Detto questo sarebbe un sillogismo sbagliato sostenere che siccome il cattolicesimo è allo sbando i cattolici debbano sbandare, «è proprio il contrario: ha ragione Messori, occorre tenersi all’essenziale e alla sostanza».

De Rita fotografa una situazione realistica anche per Andrea Tornielli, vaticanista del Giornale, autore di importanti libri sulla Chiesa. «È vero che rispetto al passato mancano luoghi di elaborazione malgrado esistano molte forme di associazionismo, è vero che scarseggiano i vivai della politica cattolica. Resto invece un po’ più perplesso su quanto generalmente si dice sul disagio: i cattolici erano a disagio anche quando c’era la Dc, si sono divisi in battaglie come l’aborto, il divorzio. Però a dispetto della visibilità mediatica ci sono molti cattolici impegnati sui vari fronti a partire da un’esperienza di fede che fanno in adesione a certi valori. Direi anzi che forse rispetto al passato è cresciuta una sensibilità dovuta a certe intuizioni del magistero. La novità più consistente della Charitas in veritate è l’inserimento dei temi della bioetica tra le emergenze sociali, è come se il Pa popa avesse individuato un fronte unitario». Detto questo anche secondo Tornielli come Messori e Cardini è realistico prendere atto che i cattolici oggi sono minoranza: «Ero al suo seguito nel settembre dell’anno scorso quando il Papa ha parlato a Praga, una delle capitali europee più scristianizzate, definendo i cattolici una “minoranza creativa”». Ma se per i cattolici “di destra” De Rita si illude circa le possibilità di una riscossa politica cattolica dal basso per i cattolici di sinistra come Andrea Olivero, presidente delle Acli, De Rita è addirittura troppo pessimista: «La situazione non è drammatica come viene descritta. Non è semplice per nessuno e nemmeno per il mondo dell’associazionismo avere questa capacità di interpretare i valori e portarli a quelle mediazione politica che è necessaria. Il problema più rilevante è che non riusciamo a farci ascoltare e veniamo schiacciati sul posizionamento dei nostri vescovi. Sulle grandi questioni sociali del nostro Paese però, lavoro e immigrazione, le uniche forze sociali organizzate a intervenire sono sate le forze sociali cristiane». E le divisioni? «Noi continuiamo a lavorare con la Compagnia delle opere su progetti sull’immigrazione. Non abbiamo avuto nessuna dificoltà. Sulle grandi sfide sociali e bioetiche poi il mondo cattolico s’è sempre dimostrato compatto. Questo non è frutto della necessità di stare insieme è che c’è qualcosa di sostanziale che ci unisce malgrado le differenza ed è l’annuncio cristiano». Dal17 al 19 di settembre prossimi il mondo delle associazioni cattoliche italiano si incontra ad Assisi. Un occasione per continuare il dibattito.