di Don Gabriele Mangiarotti
Tratto dal sito Cultura Cattolica.it

È interessante navigare in internet, anche perché si possono trovare affermazioni come queste.

[…] In un convegno di Agire politicamente, l’on. Rosy Bindi (che qui ricordiamo soprattutto come ex dirigente nazionale dell’AC) ha riassunto in modo ancora più chiaro i termini della nostra questione. «Non c’è più il dissenso degli anni 70 – ha detto testualmente -, ma c’è un disagio fortissimo, da parte di tutti i cattolici pensanti, che non sono coloro i quali credono che la fede si affermi a colpi di crocifisso da inchiodare sulle pareti degli uffici pubblici o delle aule scolastiche. Occorre però uscire dal disagio, recuperando le fondamenta evangeliche della nostra vita, altrimenti rischiamo di cadere nelle contraddizioni della religione civile, in cui gli atei devoti sono molto più bravi di noi… Occorre dire ai nostri vescovi di riprendere in mano il percorso abbandonato del concilio Vaticano II, di lasciare perdere i “valori non negoziabili” perché in politica bisogna negoziare per raggiungere sintesi migliori e perché quell’ambito spetta ai laici, che non possono subire scomuniche perché si inoltrano nella difficile arte della mediazione». [ http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/documenti_diocesi/218/2… ]

«Giù la maschera!» – verrebbe da dire – «L’abbiamo fatto!» – sembra essere la risposta.

Come è possibile pensare che ciò che viene definito da Benedetto XVI «valore non negoziabile», attraverso giochi di prestigio mentali, poi debba diventare, secondo una accezione ridotta del pensiero, un «valore negoziabile»? e mi rifaccio al documento Sacramentum caritatis in cui si passa dalla espressione Principi non negoziabili a quella attuale: «Il culto gradito a Dio, infatti, non è mai atto meramente privato, senza conseguenze sulle nostre relazioni sociali: esso richiede la pubblica testimonianza della propria fede. Ciò vale ovviamente per tutti i battezzati, ma si impone con particolare urgenza nei confronti di coloro che, per la posizione sociale o politica che occupano, devono prendere decisioni a proposito di valori fondamentali, come il rispetto e la difesa della vita umana, dal concepimento fino alla morte naturale, la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, la libertà di educazione dei figli e la promozione del bene comune in tutte le sue forme.(230) Tali valori non sono negoziabili.» (SC 83)

A dire il vero ho sempre pensato che quando il Papa si esprime, la sua non sia una semplice opinione da mettere accanto alle altre, e tanto meno, da contestare, ma sia principio da cui partire. Non si dà qui alcuna forma di «cattolicesimo adulto» ma di «cattolicesimo adulterato». Così ci ricorda ancora Benedetto XVI: «Paolo desidera che i cristiani abbiano una fede matura, una “fede adulta”. La parola “fede adulta” negli ultimi decenni è diventata uno slogan diffuso. Lo s’intende spesso nel senso dell’atteggiamento di chi non dà più ascolto alla Chiesa e ai suoi Pastori, ma sceglie autonomamente ciò che vuol credere e non credere – una fede “fai da te”, quindi.
E lo si presenta come “coraggio” di esprimersi contro il Magistero della Chiesa. In realtà, tuttavia, non ci vuole per questo del coraggio, perché si può sempre essere sicuri del pubblico applauso. Coraggio ci vuole piuttosto per aderire alla fede della Chiesa, anche se questa contraddice lo “schema” del mondo contemporaneo. È questo non-conformismo della fede che Paolo chiama una “fede adulta”».
Alla faccia di Rosy Bindi e di tutti coloro che l’articolista ha citato. Siamo tutti preoccupati delle sorti del nostro mondo, del Paese, dell’umanità: forse se i cattolici (senza distinzioni tra pensanti – Rosy Bindi e la sua cricca? – o no) riprenderanno in mano l’autentica Dottrina sociale cristiana, quella che il Magistero pontificio ha sempre sostenuto, si potrà sperare in un bene per tutti. Noi di CulturaCattolica.it siamo al servizio della Chiesa così vissuta e pensata.