Quegli ignoti film sui martiri cristiani di Spagna

Quegli ignoti film sui martiri cristiani di Spagna

di Marco Respinti da www.lanuovabq.it

locandina

C’è in giro, da qualche mese, un bel film sui martiri cattolici massacrati dagli anarco-comunisti durante la Guerra civile spagnola (1936-1939) e nessuno lo sa. Anzi, i film sono addirittura due, no tre, e però nemmeno la potenza di YouTube, dove se ne possono tranquillamente visionare i trailer, sortisce effetti.

Il primo film si chiama Un Dios prohibido e il suo regista Pablo Moreno. Lo ha realizzato la Contracorriente producciones di Ciudad Rodrigo, nella provincia di Salamanca, che dal 2006 ha dato vita a 15 fra lungometraggi e cortometraggi (uno, La llamada, uscito già dopo Un Dios prohibido), tutti di argomento religioso e apologetico, tutti diretti dall’infaticabile Moreno. Ora sta promuovendo il grande sforzo di Euangelion, una serie in sei puntate preparata per la televisione e dedicata alla vita di Gesù che letteralmente sconvolge quella di quanti lo incontrano .

Un Dios prohibido è una storia tutta vera. Si svolge nell’agosto del 1936, pochi mesi dopo lo scoppio di quella Guerra civile che a lungo era incubata dopo l’instaurazione, il 14 aprile 1931, della cosiddetta Seconda repubblica spagnola, presto divenuta un vero e proprio regime liberticida con tutto il suo corollario di vessazioni anticlericali e di persecuzioni religiose. A Barbastro, un borgo della provincia aragonese di Huesca allora popolato da 8mila anime (oggi ne conta circa 15mila), 51 Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria, detti clarettiani dal nome del fondatore, sant’Antonio María Claret y Clará (1807-1870), furono barbaramente uccisi dal Fronte Popolare in odio alla fede cattolica che professarono senza compromessi, reticenze e rinunce. La pellicola ne racconta le ultime settimane di vita prima della fucilazione. Un film bello (alla cui realizzazione ha partecipato, finanziariamente e non solo, pure l’ordine dei clarettiani), ma soprattutto forte nei contenuti e politicamente scorretto con naturalezza in quel suo semplice narrare una storia emozionante di virtù eroiche.

Il secondo dei tre film annunciati d’esordio è Mártires Oblatos, sempre diretto dal prode Moreno nel 2011, sempre per la Contracorriente producciones: è un corto di taglio narrativo-documentaristico sull’assassinio, nel 1936, di 22 Missionari Obliati di Maria Immacolata falcidiati a Pozuelo de Alarcón, oggi nella comunità autonoma di Madrid.

Il terzo è Bajo un manto de estrellas, diretto da Óscar Parra de Carrizosa per la Mystical Films, un’altra bella impresa cattolica spagnola nata nel 2012. Narra del martirio, ancora e sempre in quel famigerato 1936, di 19 dominicani del Convento de la Asunción de Calatrava di Almagro, nella provincia castigliana di Ciudad Real, avvalendosi della supervisione storico-religiosa di due esperti, don Jorge López Teulón, postulatore della causa di beatificazione dei martiri (altri ancora) di Toledo, e il padre domenicano José Antonio Martínez Puche, direttore della casa editrice dell’Ordine dei predicatori Edibesa di Madrid, nonché autore di studi in materia. Bajo un manto de estrellas sta ultimando le riprese e uscirà nel 2014.

Nel complesso, i martiri cattolici mietuti dalla persecuzione che ha accompagnato ma pure preceduto la Guerra civile spagnola sono una legione. Papa Francesco ne ha esaltati all’onore degli altari 522 il 13 ottobre: con loro, il conto totale sale a 1.512 beatificati e 11 canonizzati. In tutto, la persecuzione anticattolica ha causato in Spagna 6.832 morti. Di questi, 4.184 erano membri del clero secolare, fra cui 12 vescovi (di cui 9 già beatificati) e un amministratore apostolico; 2.365 erano i religiosi; e 283 religiose. Dei laici cattolici uccisi per motivi religiosi non esistono statistiche certe, ma siamo nell’ordine delle diverse centinaia. Le violenze più intense si ebbero tra il 18 luglio 1936 e il 1º aprile 1939, quando anche il 70% delle chiese del Paese venero distrutte con profanazioni e atti palesemente sacrileghi. Per farsi un’idea di quell’abisso, resta sempre validissimo il libro di mons. Vicente Càrcel Ortì, Buio sull’altare. 1931-1939: la persecuzione della Chiesa in Spagna (trad. it. Città Nuova, Roma 1999).

In questo martirologio enorme, i 51 clarettiani di Barbastro narrati in Un Dios prohibido sono stati canonizzati dal beato Giovanni Paolo II il 25 ottobre 1992. I 22 martiri oblati di Pozuelo de Alarcón rappresentati in Mártires Oblatos sono stati beatificati da Papa Benedetto XVI il 18 dicembre 2011. E i 19 domenicani di Almagro immortalati in Bajo un manto de estrellas lo saranno presto ; nel convento che ne vide il martirio già riposano del resto alcuni testimoni eroici della fede, canonizzati il 28 ottobre 2007 da Papa Benedetto XVI.

Insomma, la cinematografia alternativa dei cattolici iberici è una piccola potenza di bellezza, fascino e apologetica che si muove senza un briciolo di vergogna in uno degli haut liuex dell’apostasia occidentale, la Spagna fu-cattolica divenuta ora un ridotto di eroi semiclandestini, assediati da secolarismi incrociati, ideologie in ritardo, statalismi irritanti, persecuzioni democratiche e “orgogli” il più contro-natura possibile. Bisognerebbe che le loro significative pellicole non finissero per diventare un secondo “caso Cristiada”, il film sui cristeros messicani prima arenatosi, poi uscito di soppiatto, poi ancora e sempre non distribuito in Italia, e quindi per forza di cose mero appannaggio del fai-da-te via Internet. Volete mettere invece l’effetto che farebbero film così nei cinema veri, con i giornaloni costretti a parlarne e i soliti noti a stracciarsi le vesti?

Sinclair: «Il mio film su Edith Stein la santa del dialogo»

La scelta del nome fatta dal nuovo Papa ha riportato all’attenzione una serie di segni provvidenziali della “amicizia” tra due santi, Edith Stein e Francesco d’Assisi. Nella opera autobiografica (Dalla vita di una famiglia ebrea),  santa Teresa Benedetta della Croce, infatti, racconta che durante la celebrazione in casa del matrimonio della sorella Erna, volle che non fosse tolta un’immagine del san Francesco di Cimabue, nonostante il fratello Arno lo considerasse poco confacente per una liturgia ebraica. Per lei fu «una grande consolazione vederlo lì».

Si potrebbe dire che Francesco «ricambiò la cortesia», infatti fu un suo figlio spirituale, il frate minore Herman Leo Van Breda, a ritrovare gli scritti della filosofa carmelitana tra le rovine del monastero di Echt. E adesso è ancora un francescano, padre Francesco Alfieri, docente alla Pontificia Università Lateranense e all’Università di Bari, che ha curato la bibliografia mondiale della santa filosofa. Padre Van Breda salvò anche l’opera integrale del maestro della Stein, Edmund Husserl, dalla distruzione del nazismo.

Il nome del nuovo Papa ha spinto anche il regista americano Joshua Sinclair, che sta accingendosi a girare un nuovo film su Edith Stein (dopo quello di Marta Meszaros di quasi venti anni fa), a puntare i riflettori sul singolare influsso che san Francesco ebbe su santa Teresa Benedetta della Croce. «Un influsso – dice Sinclair – che l’accompagnò fin sulla soglia di Auschwitz, dove grandi uomini come fra’ Wolfgang Rosenbaum (anche lui convertito) persero pure la vita». Attraverso il francescano padre Alfieri, il regista è entrato in contatto con la nipote di Stein, Susanne Batzdorff (figlia della sorella Erna) che sarà consulente durante la realizzazione dell’opera. Mentre lo stesso padre Alfieri, cosa eccezionale per un religioso, è stato chiamato dal regista ad interpretare un ruolo nel film, probabilmente quello di uno dei frati conosciuti dalla Stein in campo di concentramento.

«Vorrei – spiega Sinclair – che comprendessimo sia l’Edith ebrea, sia l’Edith carmelitana, perché desidero che questo film aiuti a risolvere ogni dissenso tra le due comunità; che comprendessimo finalmente attraverso la storia di Edith che l’antisemitismo è inconcepibile per un cristiano. È impossibile capire il Signore senza riconoscere pienamente le sue radici nella storia del Popolo Eletto di Dio».
Sinclair ha imparato cosa veramente vuol dire “empatia”, un concetto chiave del pensiero della Stein, attraverso un’esperienza di lavoro con Madre Teresa di Calcutta nelle baraccopoli della metropoli indiana, come membro di “Medici senza Frontiere”. «Si può anche dare aiuto senza una totale dedizione di sé – dice il regista –. Ma l’empatia è diventare l’altro. Identificarsi con la sofferenza dell’altro, facendola propria».

Del resto è significativo che la filosofa, prima di concludere la sua dissertazione di dottorato sull’empatia, facesse questa esperienza di donazione agli altri in un ospedale militare durante la prima guerra mondiale, come appunto il film racconterà. È proprio la caratteristica saliente dell’empatia che Sinclair riconosce nell’agire di Papa Francesco. «Il Santo Padre – ha scritto il regista – ha chiaramente dimostrando la sua empatia per i poveri. Sono certo che il suo pontificato porterà a una comprensione più profonda del precetto fondamentalmente cristiano, come anche umano, del “camminare nelle scarpe degli altri”, che siano cattolici o buddisti. E questo atteggiamento sarà sempre più attuale nel XXI secolo in cui la religione è tornata a giocare un ruolo determinante a livello mondiale». Sinclair considera, perciò, un fatto provvidenziale che il lavoro di preparazione lo abbia costretto ad aspettare a quest’anno per produrre Edith (già previsto per il 2012): «Potremo fare le riprese sotto l’auspicio di Papa Francesco e della sua dedizione al messaggio francescano di umiltà, povertà ed empatia».

La pellicola disporrà di un cast eccezionale con componenti che nell’insieme hanno vinto più di quattro premi Academy Award e innumerevoli altri prestigiosi riconoscimenti. Vi figureranno nomi di alto livello come Zana Marjanovic (Edith Stein) Claire Bloom, Juliet Mills, la celebrata attrice tedesca Anja Kruse, Natalie Portman, Karl Markovics (protagonista del film “Il Falsario” vincitore del Premio Oscar 2008 come miglior film straniero) , Richard Johnson, Jane Merrow. Per le musiche vedrà la collaborazione di Ennio Morricone (che comporrà la colonna sonora), del maestro della fotografia Vittorio Storaro, Ola Gjeilo, John Debney, con l’apporto di cantanti come Sarah Brightman e Andrea Bocelli. Parte dei profitti della pellicola andranno a sostenere “The Edith Stein Fund”, che ha lo scopo principale di salvare e  aiutare bambini e donne bisognosi, sofferenti per abusi ed emarginazioni, offrendo loro nutrimento, accoglienza, cura attraverso “Medici senza Frontiere” e organizzazioni analoghe.​​

Pier Luigi Fornari da www.avvenire.it

11 settembre 1683 si salva l’Europa ma agli europei non interessa

11 settembre 1683 si salva l’Europa ma agli europei non interessa

di Domenico Bonvegna

A chi può interessare la questione che non si riesce a vedere un film nelle sale cinematografiche di Milano e del nostro Paese?

Una domanda che potrà apparire oziosa di fronte alla più grave crisi economica forse della Storia dell’Italia, dell’Europa. Mi riferisco all’ultimo film di Renzo Martinelli, 11 settembre 1683, un ottimo film che tratta del cappuccino Marco D’Aviano che ha salvato l’Europa convincendo i potenti di allora a combattere contro l’armata turca a Vienna. A questo proposito, un prete mi ha detto che il film di Martinelli è stato ritirato dalle sale perché dava fastidio agli islamici. Allo stesso modo si è comportato il governo inglese, sembra che abbia suggerito ai soldati di andare in giro per Londra senza divisa per evitare eventuali aggressioni di facinorosi estremisti o terroristi.

Del film si è occupato il giornalista saggista Rino Cammilleri sul quotidiano online Lanuovabussolaquotidiana. it, criticando duramente il mondo cattolico e scrive:“Il flop inaudito nelle sale del film di Renzo Martinelli su Marco d’Aviano e l’assedio di Vienna del 1683 farà passare la voglia a qualunque regista, anche il meglio intenzionato, di occuparsi di storia cattolica. Chi lo farà, dovrà per forza sollevare polemiche se vuole pubblicità. Dunque, dovrà mettere in scena lavori in cui i cattolici e la Chiesa fanno la parte dei cattivi, sperando che il Vaticano almeno protesti. Film onesti come 11 settembre 1683 o Cristiada non trovano alcun appoggio in casa cattolica”. (R. Cammilleri, Quando i cattolici si danno la zappa sui piedi, 24. 5. 13 LaNuovabq. it)

Il popolo cattolico ha fatto fallire il film al botteghino, non è la prima volta è successo anche con il film su padre Jerzy Popieluzko, o di Katyn, del resto chi è Marco D’Aviano non lo sanno neanche i preti. E se qualche religioso intende ricordare la sua personalità, lo fa soltanto dilungandosi sulla spiritualità, senza affrontare il suo ruolo politico nella Storia europea, perché? Si teme di urtare i “fratelli” musulmani. Per la verità non tutti i religiosi sono così, ho trovato recentemente presso l’outlet della solita libreria milanese: Marco d’Aviano e Innocenzo XI. In difesa della Cristianità, scritto a quattro mani da padre Venanzio Renier e dalla giornalista freelance Giuliana V. Fantuz, pubblicato da Edizioni Segno, nel 2006. Guardando su internet, ho scoperto che il saggio è stato ripubblicato l’anno scorso dalla Libreria Editrice Vaticana e già è un evento. Comunque sia il testo oltre a far luce sulla grande spiritualità di padre Marco, fa emergere soprattutto anche l’aspetto politico e questo si può notare dalla presentazione che fa il cardinale Christoph Schonborn. Il libro non intende nascondere nulla del grande evento di oltre trecento anni fa. Il 12 settembre 1683 a Vienna è stata liberata l’Europa, dal grave pericolo che stava incombendo sulla cristianità. Il merito di questa liberazione va ascritto a papa Innocenzo XI e al cappuccino Marco d’Aviano, che era legato pontificio con speciali poteri. Grazie a padre Marco si riuscì a raccordare tutti i potenti di allora, con a capo il re Sobieski di Polonia. Le truppe cristiane composte da settantamila uomini, un numero assai inferiore rispetto ai centocinquantamila dell’armata turca del gran visir Kara Mustafa Pasha di Merzifon che intendeva conquistare Vienna e poi successivamente Roma e fare di San Pietro la scuderia per i suoi cavalli. Scrive Arrigo Petacco in “L’ultima crociata”: “con i se e con i ma la storia non si fa, va comunque sottolineato che se a Vienna, quel 12 settembre 1683, un qualsiasi accidente avesse fermato la carica degli ‘ussari alati’ che si scatenarono contro i turchi come arcangeli vendicatori, oggi probabilmente le nostre donne porterebbero il velo”.

Il 12 settembre prima della battaglia, sulle alture del Kahlemberg, padre Marco dopo la Messa, distribuì la comunione ai comandanti, benedice l’esercito cristiano con la sua croce di legno. La battaglia ben presto costringe miracolosamente i turchi alla resa. “I trionfi dell’esercito cristiano – scrive il cardinale Schonborn – a Vienna, e poi a Buda, allontanarono il serio rischio di un’islamizzazione dell’Europa”. Il L’esultanza in tutta l’Europa fu immensa, l’unico a non esultare fu il re di Francia. Il 27 aprile 2003, nel giorno della beatificazione di padre Marco d’Aviano, il beato papa Giovanni Paolo II, che conosceva bene la sua storia, nella omelia, disse: “… Questo contemplativo itinerante per le strade dell’Europa fu al centro di un vasto rinnovamento spirituale grazie ad una coraggiosa predicazione accompagnata da numerosi prodigi. Profeta disarmato della misericordia divina, fu spinto dalle circostanze ad impegnarsi attivamente per difendere la libertà e l’unità dell’Europa cristiana”. Additando padre Marco come difensore dei valori evangelici di un’Europa che ha dimenticato le sue radici.

Il libro di padre Renier e di Giuliana Fantuz, è interessante perché tra i protagonisti della grande vittoria di Vienna si annovera il Papa Odescalchi, un grande papa che oltre alla propagazione e alla difesa della fede cattolica, ha dovuto liberare la cristianità dal flagello turco. Già da cardinale egli avrebbe speso la grossa somma di 90. 000 fiorini d’oro per la questione turca. “Dai primi giorni del suo pontificato si prefisse di realizzare una lega offensiva dei principi cristiani, che penetrasse nel cuore dll’impero ottomano, conquistasse Costantinopoli e cacciasse i turchi da tutta l’Europa… ”.

Altri protagonisti figurano in questa battaglia contro i turchi, furono Leopoldo I d’Asburgo, l’imperatore del Sacro Romano Impero, fu un grande amico di padre Marco, che lo volle come fidato consigliere. Giovanni III Sobiesky, re di Polonia. Eugenio di Savoia- Carignano, il principe-soldato. E poi Luigi XIV che flirtava con il gran visir. La preoccupazione dei due beati, Innocenzo I e padre Marco, “fu la difesa della cristianità, e del cattolicesimo in modo particolare, e non la supremazia sull’islam. Si trattò, dunque, di un’azione di tutela e non di una crociata… ”. Ne è convinto anche da Petacco, le crociate, furono invece una legittima risposta al jihad.

Attacchi e bestemmie, la Chiesa non può tacere

Attacchi e bestemmie, la Chiesa non può tacere

di Luigi Negri* da www.lanuovabq.it

Esibizione al Concerto del Primo maggio

Due fatti negli ultimi giorni interrogano in modo particolare i cattolici: la proiezione nelle sale cinematografiche di un film chiaramente blasfemo, come “Le streghe di Salem”, la cui gravità è aumentata dalla decisione delle autorità dello Stato di permetterne la visione ai maggiori di 14 anni; e la squallida esibizione al Concerto del Primo Maggio, in piazza San Giovanni in Laterano, a Roma, di un cantante che ha imitato la consacrazione dell’Eucarestia usando un preservativo. Due fatti gravi che, però, non hanno suscitato grandi reazioni dai vertici della Chiesa italiana. Su queste vicende abbiamo chiesto un giudizio a monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio, che considera preoccupante il silenzio della Chiesa su quanto accaduto, e che ha incaricato una commissione di giuristi di aiutarlo a verificare se sussistano le condizioni per una contemporanea querela agli organizzatori del convegno del primo maggio e allo Stato che non ha vigilato su ciò che viene proiettato liberamente nelle sale italiane.

In una situazione come quella che la società italiana vive, che è una situazione di gravissimo attentato alla libertà di coscienza e di cultura del popolo, la Chiesa non può continuare in un silenzio che risulta incomprensibile alla maggior parte dei cristiani, ma anche a moltissimi uomini di buona volontà.

Ci troviamo di fronte a due episodi che sono senza ritorno: anzitutto, la proiezione nella sale cinematografiche de “Le streghe di Salem”, film che è un insieme di tutte le blasfemie, di tutte le sozzure e tutto l’anticattolicesimo concentrato in due ore. Messe nere, bestemmie come se fosse un linguaggio normale, fatti di omosessualità spinti e violenti, una realtà di ecclesiastici che entrano in campo per fenomeni di devianze sessuali. Tutto questo sotto gli occhi di ragazzi di 14-15 anni, perché lo Stato non ha ritenuto che dovesse intervenire almeno a proteggere questa fascia di possibili utenti.

Ora, di fronte a un attacco di questo tipo credo che la Chiesa debba dire che non ci sta, che non può starci, che non può accettare questa situazione: perché il problema della società non è soltanto che qualcuno possa fare quello che ritiene giusto o pruriginosamente lecito di fare, anche se questa pruriginosità viene chiamata arte. La società ha bisogno di una regolamentazione di vita, di rapporti, di funzioni autorevoli, di responsabilità, di sollecitazioni alla responsabilità. Tutto questo è oggi vanificato dalla mentalità per cui una scelta vale perché è stata fatta in maniera intensa, voluta. Così si fa questo film e lo si proietta, esclusivamente perché a qualcuno è parso una cosa significativa per la sua cultura mettere in giro questo bailamme.

Andiamo a Roma: a 50 metri o poco più dalla cattedrale che è la cattedrale di tutte le chiese cattoliche del mondo; nella città del Papa, che è tale, come ricorda l’attuale pontefice, in quanto vescovo di Roma. Bene, in questa situazione si dileggia gravissimamente l’Eucarestia utilizzando un preservativo come se fosse un veicolo di salvezza, e viene presentato come veicolo di salvezza perché libera da tutte le malattie. La gente viene invitata a farne uso perché questa è la strada dell’emancipazione, intellettuale, morale, sessuale. Da uno che agisce o balla seminudo in una situazione assolutamente di pena anche dal punto di vista estetico.

Ebbene, a 50 metri dalla cattedrale di Roma, in un momento in cui centinaia di miglia di persone si raccolgono settimanalmente per incontrare papa Francesco, i sindacati italiani compiono un atto di terribile attacco non alla tradizione cattolica soltanto, ma ad ogni qualsiasi tradizione o posizione culturale che non coincide con questo consumismo becero che se arrivasse alle estreme conseguenze vanificherebbe anche l’utilità e quindi l’esistenza dei sindacati.

Per la prima volta da quando il papa Giovanni Paolo II mi ha chiamato ad essere vescovo della Chiesa cattolica in Italia sono profondamente a disagio. Chi siamo, che cosa vogliamo? Chi siamo noi vescovi in Italia e che cosa vogliamo? Educare un popolo cristiano che diventi cosciente della sua identità, e sia in grado di essere quella minoranza creativa di cui ha parlato Benedetto XVI? O siamo gente che ritaglia in questo coacervo di bestialità lo spazio per i piccoli servizi religiosi che saranno chiesti da sempre meno persone. E poi alle stesse persone diciamo cose ovvie come la necessità che ci siano governi efficienti e così via. Cose peraltro giuste, ma non è su questo che  si gioca il destino del popolo italiano, del suo presente e del suo futuro.

Non nascondo il disagio, ma non nascondo anche la determinazione di andare fino in fondo in questa battaglia. Se i giuristi che ho consultato mi conforteranno, sono decisamente intenzionato a denunciare coloro che si sono ritenuti responsabili di questi due assurdi ma reali attacchi alla tradizione religiosa del nostro popolo che comunque è una tradizione che interessa una certa parte, non più maggioritaria, ma comunque una parte importante che ha il diritto di essere riconosciuta, difesa e promossa nei suoi inderogabili diritti fondamentali.

Duemila anni di dottrina sociale della Chiesa, mirabilmente sintetizzata nei valori non negoziabili di Benedetto XVI, esigono questo andare controcorrente, come ricordava il Papa ai giovani: ma non solo i giovani devo andare controcorrente, anche i vecchi e i più vecchi dei vecchi, che hanno nella Chiesa e nella società una autorità che è inderogabilmente fissata dalla ordinazione sacra e dalla responsabilità di guida della comunità.

* Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

“Courageous”: dove siete, uomini di coraggio?

Nella nostra società c’è un fenomeno sempre più diffuso e preoccupante: l’assenza dei padri. E non ci riferiamo alle adozioni di bambini a coppie omosessuali.

L’assenza dei padri è visibile soprattutto nelle famiglie “normali”, dove un padre formalmente c’è e magari è anche un ottimo baby-sitter e un eccellente casalingo.
Tuttavia il ruolo a cui sono chiamati i padri è un altro: non solo – o, meglio, non principalmente – quello di cambiare pannolini e preparare minestrine. Il padre è chiamato ad incarnare l’autorità e ad indicare ai figli quale sia la strada da percorrere. Ed è questo un ruolo in un certo senso più difficile di quello della madre, che invece dovrebbe essere colei che cura e protegge.
Il padre apre ai figli uno sguardo sull’esterno, sul mondo; la madre incarna invece il nido domestico, il luogo sicuro e protetto.
Eppure quello che si vede sempre più spesso è la donna-madre-lavoratrice che guida la famiglia e prende tutte le decisioni: mentre i padri si limitano ad obbedire, perché in fondo è più comodo, oppure perché sono avvinghiati nella sindrome di eterni Peter Pan.

Un film molto interessante sul ruolo dei padri nella famiglia e nella società è “Courageous”, diretto ad Alex Kendrick ed uscito nel 2011.
La pellicola ha per protagonisti degli agenti di polizia, che nella quotidianità sono costretti ad affrontare inseguimenti, risse e sparatorie. La sfida per loro più impegnativa, tuttavia, è quella che sono chiamati ad affrontare all’interno delle loro famiglie, con le loro mogli e i loro figli. Ed è una sfida dove non ci sono mezze misure e dove, nel momento in cui si sbaglia, a pagarne sono i figli.
Uno degli agenti, Adam Mitchell, a seguito della morte in un incidente stradale della figlioletta di soli nove anni, comincia ad interrogarsi su che padre sia stato per lei e si rammarica del tempo che ha perso, accusandosi di non essere stato un buon padre. Sua moglie, però, lo fa riflettere: loro hanno un altro figlio, un ragazzino adolescente e ribelle e dunque lui può ancora essere padre, deve ancora fare il padre.
Ed è così che Adam stende un decalogo di “norme” che ogni buon padre dovrebbe rispettare e, assieme ad alcuni suoi colleghi poliziotti, lo firma durante una cerimonia ufficiale.
Essere un buon padre o non esserlo, non è la stessa cosaNe va della vita dei propri figli e, quale diretta conseguenza, del benessere dell’intera società: bullismo, omosessualità, uso di droghe… non sono comportamenti che nascono dal nulla, hanno sempre una spiegazione legata alle vicende familiari.

Nella scena conclusiva del film, Adam presenta in un incontro pubblico il decalogo che ha steso e afferma a gran voce di fronte ai presenti: “Non dovrete chiedermi chi guiderà la mia famiglia, perché per grazia di Dio lo farò io. Non dovete chiedermi chi insegnerà a mio figlio a seguire Dio, perché lo farò io. Chi si prenderà la responsabilità di provvedere alla mia famiglia e di proteggerla? Lo farò io. Chi chiederà a Dio di spezzare la catena delle cattive strade nel cammino della mia famiglia? Lo farò io. Chi dovrà pregare e benedire i miei figli perché seguano devotamente la chiamata di Dio? Io sono il padre: lo farò io. Accetto questa responsabilità ed è un onore per me accoglierla. Quello che voglio è il benestare di Dio e la Sua benedizione sulla mia casa, così come ogni buon cristiano. Perciò dove siete uomini di coraggio? Dove sono i padri che sentono Dio? È tempo di alzarsi in piedi e rispondere alla chiamata di Dio e dire: lo farò io!”.

“Io, sopravvissuta all’aborto, ho ispirato il film October Baby”

“Io, sopravvissuta all’aborto, ho ispirato il film October Baby”

L’americana Gianna Jessen ha partecipato ad un incontro pubblico organizzato dal “Movimento per la vita” di Biella

GIUSEPPE BRIENZA
da Vatican Insider

Gianna Jessen, 35 anni, sopravvissuta ad un aborto chimico richiesto dalla madre che non voleva assolutamente tenerla, è figura ormai nota nell’ambito del mondo “pro life” statunitense. Il “Movimento per la vita” italiano, sezione di Biella (www.mpvbiella.it), l’ha invitata il 1° febbraio scorso ad un incontro pubblico e, come accaduto in altre date del suo recente “tour” nel nostro Paese, gli organizzatori si sono visti costretti anche in questo caso a collegare una aula in videoconferenza per il numero imprevisto di partecipanti, oltre 800 persone. La Jessen è diventata un personaggio-simbolo della lotta anti-abortista da quando la sua vicenda personale ha ispirato “October Baby” (USA 2011, regia di Andrew e Jon Erwin, con Rachel Hendrix, Jason Burkey, John Schneider e Jennifer Price), film stroncato dal “New York Times” , ma che ha conquistato il cuore del pubblico americano incassando oltre 3 milioni di dollari. Gianna è nata viva in una clinica per aborti legata all’associazione statunitense “Planned Parenthood”. A aua madre, allora diciassettenne e al settimo mese di gravidanza, era stato consigliato di interrompere la gravidanza tramite aborto salino consistente nell’iniettare nell’utero una soluzione salina che corrode il feto e lo porta alla morte entro 24 ore. A dispetto di quanto previsto, Gianna vede la luce perché la tecnica dell’aborto salino non funziona e nasce quindi viva sebbene la mancanza d’ossigeno all’interno dell’utero le procuri una paralisi cerebrale e muscolare. Tuttavia Gianna impara a camminare con tutore all’età di tre anni, a vent’anni riesce a camminare senza tutore e, nel 2006, arriva a partecipare alla famosa maratona di New York per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema dell’aborto. Come ha testimoniato nell’incontro di Biella, Gianna ha perdonato sua madre per aver tentato di ucciderla. Il suo dolore, infatti, “si è trasformato in speranza”, e la sua rabbia in desiderio di realizzare una missione che è divenuta la vocazione della sua vita, cioè “ottenere la parità di diritti al nascituro così come avviene per la donna che lo ha concepito”.

La giovane americana anche a Biella non ha fatto un discorso “pro life” organico e sistematico, ma ha cercato piuttosto di trasmettere una delle ragioni profonde del delitto abortivo: quella, cioè, ha affermato, “che sta dentro il cuore di quei genitori che uccidono proprio figlio. Da un lato una donna che mendica amore perché non è stata amata come figlia e non si vuole bene, d’altro lato un uomo vile che usa il corpo della donna e, poi, quando dovrebbe assumersi la responsabilità di difendere e proteggere la mamma e il bambino, fugge dimostrato tutta la sua codardia”. Il discorso della Jessen ha rafforzato in quei dirigenti del “Movimento per la Vita” presenti a Biella, l’intenzione di denunciare l’esponenziale aumento dell’aborto eugenetico, quello cioè indirizzato ai bambini disabili che, in realtà, sarebbero maggiormente degni di cure e di amore, come ha sottolineato la relatrice.

Dopo aver sbancato i botteghini Usa, il dvd di “October Baby” è da poco uscito in Italia in Dvd, ed è stato proiettato in diverse sale in occasione dell’ultima “Giornata nazionale per la vita”, celebrata in tutta Italia Domenica scorsa, 3 febbraio. Occasione della quale ha approfittato Benedetto XVI, parlando all’Angelus, per invitare ad aderire alla iniziativa in difesa della vita “Uno di noi”, promossa dai “Movimenti per la Vita” europei come proposta di legge di iniziativa popolare dei cittadini dell’UE, per chiedere la protezione della vita umana a livello comunitario sin dal concepimento.