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	<title>Segni dei tempi &#187; Cultura e Società</title>
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	<description>C&#039;è un mistero, c&#039;è un contenuto nascosto nella storia (...) Il mistero è quello delle opere di Dio, che costituiscono nel tempo la realtà autentica, nascosta dietro le apparenze.  Card. Jean Danièlou</description>
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		<title>Sovraeccitati contro la noia? Le sensazioni forti.</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 08:55:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Piercing, reality, stragi, slogan. Vivere è un continuo check-up emotivo. Lo scopo: assicurarsi di esserci e superare la paura di non provare nulla<br />
L’indagine di Christoph Türcke sulle sensazioni forti. Con qualche limite<br />
<br />
di Guido Vitiello<br />
<br />
Un nuovo Flaubert che volesse censire i luoghi comuni del nostro tempo dovrebbe far caso a una domanda che ricorre come un ritornello in televisione, sui giornali, ovunque: «Che cosa prova in questo momento?». La si rivolge indifferentemente al superstite di un disastro ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Piercing, reality, stragi, slogan. Vivere è un continuo check-up emotivo. Lo scopo: assicurarsi di esserci e superare la paura di non provare nulla</em></strong></p>
<div align="center">L’indagine di Christoph Türcke sulle sensazioni forti. Con qualche limite</div>
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<div align="center">di Guido Vitiello</div>
<div style="text-align: justify;" align="center">
<p>Un nuovo Flaubert che volesse censire i luoghi comuni del nostro tempo dovrebbe far caso a una domanda che ricorre come un ritornello in televisione, sui giornali, ovunque: «Che cosa prova in questo momento?». La si rivolge indifferentemente al superstite di un disastro navale e alla reginetta neocoronata di un concorso di bellezza, alla madre cui hanno ucciso il figlio un’ora prima e alla concorrente cacciata da un reality. La risposta, per lo più, è: «Un’emozione fortissima». E allora, come in un rito spiritico, dietro il tendaggio delle immagini televisive fa capolino il fantasma dell’autenticità: le lacrime, le grida, il cuore in gola stanno a garanzia che qualcosa è accaduto di vero e di vivo. Ai moralisti nostri contemporanei questo botta e risposta offre un’occasione di più per biasimare un giornalismo frivolo o sciacallesco. Ma un antropologo catapultato da Marte penserebbe più prosaicamente che i popoli della Terra hanno lo strano bisogno di sottoporsi a un continuo check-up emotivo per assicurarsi di essere vivi.Christoph Türcke non viene da Marte, più banalmente dalla Bassa Sassonia, ma il suo libro La società eccitata (Bollati Boringhieri) ha il merito di porsi domande che si porrebbe qualunque marziano di buon senso. Perché leggerlao in Italia? Perché la sovraeccitazione è il filo che lega eventi tragici e farseschi. La telefonata che sta ipnotizzando in questi giorni il nostro Paese tra il capitano tallone della nave Costa – semi-affondata a pochi metri dall’isola del Giglio – e il comandante modello, come la telefonata-scherzo che, nel 1990, annunciava a Sandra Milo che il figlio era in fin di vita all’ospedale («Ciro!» urlò lei disperata, in diretta). Nelle prime pagine Türcke cita una freddura che circolava negli anni Sessanta a proposito di un rotocalco avido di sangue e sciagure: «Bild è stato il primo a parlare con il cadavere». Se oggi la battuta ci fa meno ridere, è perché il sensazionalismo non è più affare di gazzettini scandalistici, detta legge a tutto il sistema dei media: è l’unica via per penetrare «nel sensorio ipersaturo di stimoli dei contemporanei». Neppure è un’esclusiva dell’informazione: la ricerca dello shock, dell’emozione violenta, in una parola della «sensazione», Türcke la vede all’opera nella pubblicità e nell’intrattenimento, nella pratica del piercing e nelle stragi più insensate, tra i tossicomani e i fondamentalisti. Non si salvano neppure gli intellettuali, che per trapassare la corazza protetta di un pubblico assuefatto procedono a colpi di slogan e aforismi puntuti.La società moderna vive uno stato di eccitazione perpetua, febbrile, s’intossica di stimoli senza curarsi di dar loro un senso. Il tema non nuovo, ma oggi è inaggirabile. Vent’anni fa il sociologo Gerhard Schulze aveva scritto, Die Erlebnisgesellschaft, su una «società dell’esperienza» in cerca della sensazione forte fine a sé stessa, e ben prima c’erano state le pagine di Georg Simmel sul bombardamento sensoriale della metropoli e quelle di Walter Benjamin sullo shock come forma dell’esperienza moderna. Certo, c’è tedesco e tedesco. A differenza di Benjamin e delle sue folgorazioni aforistiche, Türcke tende più al tipo del filosofo sistematico, che se si trova per le mani una buona intuizione non si contenta di svolgerla nella forma lieve dell’essai: prima scava nelle profondità abissali della sua idea per dissotterrarne il fondamento primordiale (quel genere di cose che il tedesco esprime con l’intraducibile parolina Ur); poi, sul terreno così dissodato, innalza un imponente grattacielo concettuale – i piloni portanti sono, in questo caso, Marx, Freud, Benjamin e il situazionista Guy Debord – con il rischio di intimidire il lettore profano. Che però, in questo caso, farà bene a non scoraggiarsi: la favola parla di lui, e dei suoi antenati che vissero all’alba della modernità.A quell’epoca, la «mobilitazione totale» del sistema nervoso suonava ancora come una promessa: era il segno di un mondo nascente. Ma tutto quel dimenarsi, che nell’industrioso Ottocento pareva diretto a un fine, da qualche decennio è un meccanismo che vortica a vuoto, generando una frenesia senza scopo. Torna alla mente uno dei dipinti newyorkesi di Mondrian,Broadway Boogie-Woogie (1943), un reticolo pulsante di lineette e quadratini gialli, rossi, blu, capace di evocare insieme i ritmi sincopati del jazz, il codice morse dei telegrafi e la veduta aerea di una metropoli illuminata: lo spirito della modernità in compendio. Eppure, a rivederlo bene, notiamo che quelle linee e quelle luci compongono un circuito chiuso, autoreferenziale, una misteriosa e indecifrabile segnaletica primitiva. «Il rivoluzionamento ipertecnologico lascia trasparire chiari segni di una regressione all’arcaico», suggerisce Türcke, persuaso che l’umanità stia tornando a una fase primordiale della percezione.Non siamo abbastanza tedeschi per seguirlo in questa scampagnata ancestrale, né abbastanza filosofi per apprezzare la sua archeologia del concetto di «sensazione». Ma c’è una parola più comune che abbiamo cercato invano scorrendo le sue pagine: noia. Possibile che la grandinata di stimoli sotto cui viviamo non abbia nulla a che fare con la noia? Türcke avrebbe fatto bene a rileggere un vecchio saggio di George Steiner che s’intitolava appunto The Great attui. Vi era descritta la «grande noia» del letterati ottocenteschi, saturi di letture e di chimere, divorati dai demoni del vuoto mentre tutt’intorno regnava l’ottimismo affaccendato dei positivisti e dei liberali. Quel senso di paralisi interiore culminò nel grido profetico di Théophile Gautier: «Meglio la barbarie della noia!». I poeti si misero allora a coltivare fantasie di catastrofe, si tuffarono nelle antichità più orgiastiche, si volsero all’oppio e all’assenzio. Che la moderna ricerca della «sensazione» sia figlia di un ennui altrettanto grande?</p>
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<div align="justify">Come le rane degli esperimenti di Galvani, siamo percorsi di continuo da spasmi e contrazioni, e tutto il nostro mondo tecnologico sta lì a somministrarci scosse elettriche. Ma quelle rane, per quanto agitassero convulsamente le zampe, erano già stecchite e sezionate. Chissà che non fossero morte di noia.</div>
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<div align="right">«Corriere della Sera»</div>
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		<title>Due modi, anzi uno. Controllo o dono? Gli adulti sappiano dimostrarlo ai più giovani.</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 08:47:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e Società]]></category>
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		<description><![CDATA[Ci sono due modi di “vivere la vita” e uso l’espressione di proposito. Perché due modi ci sono per sentirsi viverla e per sentirla vivere: controllarla o servirla, dominarla o accoglierla, imprigionarla o amarla. E vale per tutti: dallo scienziato all’insegnante, dalla madre all’amico. Nella recente commemorazione della Shoah ho riletto alcune parole di Appelfeld che amo molto: «Nel ghetto e nei campi di concentramento avevo visto la bassezza, ma anche la generosità degli uomini. La bassezza era tanta e ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ci sono due modi di “vivere la vita” e uso l’espressione di proposito. Perché due modi ci sono per sentirsi viverla e per sentirla vivere: controllarla o servirla, dominarla o accoglierla, imprigionarla o amarla. E vale per tutti: dallo scienziato all’insegnante, dalla madre all’amico. Nella recente commemorazione della Shoah ho riletto alcune parole di Appelfeld che amo molto: «Nel ghetto e nei campi di concentramento avevo visto la bassezza, ma anche la generosità degli uomini. La bassezza era tanta e la generosità poca, ma la mia memoria ha custodito proprio i momenti chiari e umani nei quali la vittima superava il suo meschino egoismo e si sacrificava per il prossimo. Questi pochi momenti non si limitavano a portare luce nell’oscurità: infondevano in me la fiducia che l’uomo non sia un insetto… Ho fatto un conto: ogni uomo che si è salvato durante la guerra si è salvato grazie ad una persona che, in un momento di grande pericolo, gli è venuta in aiuto. Nei campi di concentramento non abbiamo visto Dio ma abbiamo visto i giusti. L’antica leggenda ebraica, che dice che il mondo continua a esistere per merito di pochi giusti, era vera allora come oggi».Se ciò è stato vero nell’orrore nazista, vale in momenti della storia meno assurdi, anche se critici e carenti di speranza. La vita è un compito di fronte al quale siamo posti come esseri liberi, di fronte alla vita che emerge, in ogni sua forma, possiamo scegliere: o imprigionarla per usarne o ammirarla e farla fiorire, servendola. Di fronte ad un fiore blu in montagna, incastrato tra le rocce e il ghiaccio posso scegliere: coglierlo per me o incontrarlo, stupirne come un dono da lasciare intatto. Di fronte alla vita di uno studente posso scegliere il controllo perché faccia ciò che voglio, o cercare di capire che unicità è venuto a portare sulla terra e mettermi a fianco, proteggerla, difenderla, sfidarla. Da oggetto da modellare a soggetto ricco di potenzialità. Così faceva mia nonna con le piantine ancora deboli: piantava accanto un bastoncino che le aiutava a crescere dritte, verso la luce del sole. Più una pianta si slancia verso l’alto più rende profonde le radici. Quando le ha affondate nella terra che la nutre abbastanza in fondo da resistere alle intemperie, il bastone sparisce, altrimenti ne limiterebbe la crescita.Non è una forma di controllo, ma una forma di servizio. All’apparenza ruvido, ingiusto, forse, ma alla fine capace di restituire la pianta a sé stessa, al suo migliore slancio: «Perdonami se ti cerco così / goffamente, dentro / di te / È che da te voglio estrarre / il tuo migliore tu. / Quello che non / vedesti e che io vedo, / immerso nel tuo fondo, preziosissimo. / E afferrarlo / e tenerlo in alto come/ trattiene / l’albero l’ultima luce / che gli viene dal sole» (Pedro Salinas). Davanti a un malato il dottore può scegliere di estirpare o accogliere. Davanti all’embrione lo scienziato può scegliere se congelare o riservare il calore di un grembo. Davanti ad un feto la mamma può scegliere tra la sua vita e la propria vita, tra il controllo della vita del bambino o il dono della propria al bambino.</p>
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<div align="justify">Davanti alla propria vita un giovane può scegliere: controllare o donare, imprigionarla o servirla. Ma potrà farlo solo se gli adulti che ha vicino gliel’avranno messa sotto gli occhi come qualcosa di amabile e da servire, in sé e negli altri. Emily Dickinson diceva che «non sappiamo la nostra altezza sino a che non siamo chiamati ad alzarci in piedi». Da oggetti a soggetti. Ma avremo noi il coraggio di guardare la vita? Quella vita che tra le ombre emerge, si slancia verso l’alto, a cercare la luce. Avremo noi occhi capaci di vederla? E una volta vista, che cosa sceglieremo: imprigionarla per soddisfare i nostri desideri (che poi non sono altro che desiderio di divorare ciò che c’è aldilà del desiderio stesso), o chinarci a servirla, dovesse costarci la schiena? E la vita la perdiamo di più controllandola o donandola? Lo sanno i giusti. Chiedilo a loro. O al chicco di grano.</div>
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<div style="text-align: justify;" align="justify">di Alessandro D&#8217;Avenia da Avvenire</div>
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		<title>Chiesa e societa: un&#8217;alleanza per i diritti dei bambini</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 08:34:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura e Società]]></category>
		<category><![CDATA[Pedofilia]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>

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		<description><![CDATA[Don Fortunato Di Noto interviene al Simposio &#8220;Verso la guarigione e il rinnovamento&#8221;<br />
di Anita Bourdin<br />
<br />
ROMA, martedì, 7 febbraio 2012 (ZENIT.org) – Tra i partecipanti al simposio internazionaleVerso la guarigione e il rinnovamento, organizzato dalla Pontificia Università Gregoriana, figura don Fortunato Di Noto. Fondatore dell’associazione Meter Onlus, don Di Noto è una delle più illustri personaggi impegnati nella lotta contro la pedofilia.<br />
Quale contributo Meter apporta alla lotta contro la pedofilia nella società?<br />
Don Di Noto: Ogni anno ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Don Fortunato Di Noto interviene al Simposio &#8220;Verso la guarigione e il rinnovamento&#8221;</strong></p>
<p><em>di Anita Bourdin</em></p>
<div id="article">
<p>ROMA, martedì, 7 febbraio 2012 (ZENIT.org) – Tra i partecipanti al simposio internazionale<em>Verso la guarigione e il rinnovamento</em>, organizzato dalla Pontificia Università Gregoriana, figura don Fortunato Di Noto. Fondatore dell’associazione Meter Onlus, don Di Noto è una delle più illustri personaggi impegnati nella lotta contro la pedofilia.</p>
<p><strong>Quale contributo Meter apporta alla lotta contro la pedofilia nella società?</strong></p>
<p>Don Di Noto: Ogni anno offriamo alla Società e alla Chiesa il Report Meter che racchiude l’impegno coerente e reale nella lotta alla pedofilia, alla pedopornografia online e agli abusi sui bambini. Numeri che raccontano l’aiuto concreto alle vittime (circa 1000) aiutate durante 21 anni di impegno; oltre 100.000 siti pedofili denunciati, centinaia di migliaia di incontri con i giovani nelle scuole, con le famiglie. Le diocesi italiane ed estere sono sempre più coinvolte non solo in incontri periodici di formazione, ma anche di progettazione secondo il modello e il carisma di Meter. Del resto Meter non nasce dall’emergenza pedofilia nella Chiesa, ma nasce un ventennio fa, nella comunità parrocchiale di cui sono parroco, per dare concrete risposte in una visione di pastorale di prossimità per chi è violato, da preti e da non preti. Abbiamo promosso nuove norme legislative, offriamo la nostra competenza al Parlamento italiano, Europeo e abbiamo collaborato con il Giappone e altri Paesi per migliorare il contrasto alla pedofilia. Sappiamo di fare tanto ma dobbiamo fare di più.</p>
<p><strong>Adesso lei apporta la sua esperienza e competenza al congresso della PUG: rinnovamento e guarigione sono possibili?</strong></p>
<p>Don Di Noto: Incontrare, ascoltare, confrontarsi è cosa buona. Una comunità ecclesiale che si muove per dare risposta allo scandalo della pedofilia è sempre significativa e pedagogicamente rinnovativa. Abbiamo iniziato a comprendere che il “vangelo ci interpellava” e l&#8217;innocenza dei bambini calpestata e violata non poteva più continuare. La percezione che sento è che è stato un vero e proprio scandalo, un terremoto, uno tsumani: Dio Padre non poteva sopportare il grido degli innocenti. Anche se da tempo c’erano i segnali di un vero e proprio “cambiamento”. Si passi poi dal simposio all’opera pastorale – cosa che già avviene in diversi parti del mondo – ma che richiede oggi non solo azioni globali, ma profezie che sappiano “denunciare” e difendere i diritti dei bambini. Una Chiesa – la Chiesa – si rinnoverà sempre di più partendo dal bambino crocifisso. È arrivato il tempo di una svolta nel campo educativo, formativo, nei seminari, nelle comunità religiose: abbiamo bisogno di uomini e donne autentiche, generose, forte che sappiano dare – già tanti lo fanno – la vita per i piccoli e i deboli e non permettere che qualcuno rubi la vita degli innocenti.</p>
<p><strong>La società ha preso la misura di questo fenomeno?</strong></p>
<p>Don Di Noto: Il fenomeno è trasversale, complesso, dinamico ma devastante per chi lo subisce. È un problema culturale. Una società che lotta la pedofilia è spesso una società ipocrita che è pedofobica (ha paura dei bambini e nega il diritto di esserlo!) ed anche erotizzata basti pensare a come reagisce quando c’è uno operazione di polizia. Indignazione, ma che se ne parli poco. Se tutti, anche qui al Simposio, vedessero almeno una volta nella vita le foto pedofile che circolano in rete di centinaia di miglia di bambini e bambine, si solleverebbe veramente il mondo.</p>
<p><strong>Nella Chiesa, il fenomeno provoca scandalo: come prevenire?</strong></p>
<p>Don Di Noto: Nella pastorale ordinaria ci sia anche la “protezione dei bambini”, non solo una pastorale sacramentale, ma in quella della evangelizzazione ci sia sempre l’ardire e l’ardore della autentica dottrina sociale della Chiesa che parla e agisce a difesa dei piccoli<br />
e dei deboli. Incontri, convegni, percorsi educativi. Non siamo indietro, dobbiamo andare avanti. Ogni comunità cristiana sia sentinella, ma anche maestra per indicare buone cose.</p>
<p><strong>La Santa Sede chiede ad ogni conferenza episcopale di mobilitarsi con strategie. Quali sono le misure le più importante da prendere?</strong></p>
<p>Don Di Noto: Attendo anch’io dal Simposio delle indicazioni. Ci saranno delle ricadute, ne sono certo, non solo nelle comunità ecclesiali rappresentate dai vescovi presenti, ma anche nella società Chiesa e Società, in questo campo devono camminare insieme, non contrapporsi, non arroccarsi su posizioni, ma agire insieme, nel rispetto delle competenze.</p>
<p><strong>Questo lavoro della Chiesa può aiutare la società?</strong></p>
<p>Don Di Noto: La Società, mi chiedo, può aiutare la Chiesa? Credo di sì. Pur riconoscendo alla Chiesa un ruolo millenario nella educazione e nella formazione delle coscienze, non dimentichiamo che la società ha offerto risposte – almeno in questo campo – più puntuali e strategicamente forti. Penso alla rete internet, la rete – insieme – collaborativa può fare di più. Meter è a completa disposizione di chiunque chiede percorsi ed esperienza (<a href="http://www.associazionemeter.org/">www.associazionemeter.org</a>).</p>
</div>
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		<title>Salviamo i cristiani in Siria</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 08:02:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa sofferente]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura e Società]]></category>
		<category><![CDATA[Cristianofobia]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Violenza]]></category>

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		<description><![CDATA[di Giorgio Bernardelli<br />
Tratto da La Bussola Quotidiana<br />
Presi tra due fuochi nelle violenze che insanguinano Homs, i cristiani siriani stanno scappando dalla città.<br />
A raccontarlo è l&#8217;Oeuvre d&#8217;Orient, storica associazione francese che da oltre 150 anni mantiene vivo il legame di solidarietà tra i cattolici transalpini e i cristiani del Medio Oriente. Secondo le fonti locali la recrudescenza di quella che è ormai una vera e propria guerra civile avrebbe portato anche l&#8217;ultimo 30 per cento di cristiani che ancora erano ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Giorgio Bernardelli</strong><br />
Tratto da La Bussola Quotidiana</p>
<p style="text-align: justify;">Presi tra due fuochi nelle violenze che insanguinano Homs, i cristiani siriani stanno scappando dalla città.</p>
<p style="text-align: justify;">A raccontarlo è l&#8217;Oeuvre d&#8217;Orient, storica associazione francese che da oltre 150 anni mantiene vivo il legame di solidarietà tra i cattolici transalpini e i cristiani del Medio Oriente. Secondo le fonti locali la recrudescenza di quella che è ormai una vera e propria guerra civile avrebbe portato anche l&#8217;ultimo 30 per cento di cristiani che ancora erano rimasti in città ad abbandonare il quartiere di Boustane al Diwane. Una scelta praticamente obbligata dopo che ormai da giorni le loro case (ma anche quelle di molti vicini musulmani) venivano assaltate, saccheggiate e distrutte dalle milizie. La stessa parrocchia greco-melchita di Nostra Signora della Pace è stata presa di mira, come pure le scuole dei greco ortodossi. Di qui la scelta di partire e cercare rifugio nei villaggi sulle montagne oppure a Damasco.</p>
<p style="text-align: justify;">A confermare il quadro tragico della situazione offerto da l&#8217;Oeuvre d&#8217;Orient sono anche altre fonti. Da Gerusalemme il patriarca Fouad Twal ha chiesto ai fedeli di tutte le parrocchie del Patriarcato (che oltre a Israele e alla Palestina comprende anche la Giordania e Cipro) di pregare per la pace in Siria. E nella breve lettera con questo invito si fa riferimento ai «molti cristiani che in queste ore stanno lasciando le loro case». L&#8217;eco di questo dramma si intravede probabilmente anche nelle parole del portavoce vaticano padre Federico Lombardi che ieri ha dichiarato a un&#8217;agenzia di stampa italiana «che c&#8217;è preoccupazione e partecipazione per le vittime civili e per una situazione caratterizzata da una violenza crescente e dalla difficoltà di trovare soluzioni».</p>
<p style="text-align: justify;">Ma da chi e da che cosa stanno scappando i cristiani a Homs? Rispondere a questa domanda significa riconoscere che in queste ore a martoriare la città non ci sono solo i bombardamenti dell&#8217;esercito di Assad. E a denunciarlo senza mezzi termini è stata già qualche giorno fa madre Agnès-Mariam de la Croix, una delle voci più significative oggi della comunità cristiana siriana. Libanese di origine palestinese, entrata in convento dopo la stagione dei figli dei fiori, igumena del monastero ecumenico di San Giacomo il Mutilato a Qâra, madre Agnès-Mariam è una delle voci che in questi mesi ha denunciato con più forza le violenze degli islamisti che operano tra le forze dell&#8217;opposizione. Ma nello stesso tempo è stata anche autrice di una lettera aperta a Bashar al-Assad &#8211; pubblicata a novembre sul quotidiano libanese L&#8217;Orient le Jour &#8211; in cui ha denunciato le violazioni dei diritti dei prigionieri detenuti senza processo. E poi ha aperto le porte del monastero alle famiglie senza tetto e bambini abbandonati, vittime degli scontri. «Prendiamo posizione a favore dei poveri e dei maltrattati &#8211; spiega -. Soprattutto dei civili innocenti, sia che siano perseguitatui dal regime, sia che lo siano da parte delle bande armate dell&#8217;insurrezione».</p>
<p style="text-align: justify;">È con queste credenziali, dunque, che madre Agnès-Mariam denuncia: «La realtà non è in bianco e nero come ce la raccontano. È complessa». Racconta di come il 20 gennaio scorso i comitati di coordinamento della rivoluzione «abbiano dichiarato il Jihad». E da allora le cose per i cristiani siano cambiate. «Fino a ieri &#8211; scrive &#8211; i cristiani non erano stati oggetto di una persecuzione “diretta”. I cristiani erano vittime delle violenze che colpivano tutta la popolazione. Ma oggi sembra che il dato stia cambiando. Come se la tendenza che covava stia diventando una consegna».</p>
<p style="text-align: justify;">Cita una serie di fatti che descrive come «aggressioni dal carattere ormai francamente anticristiano»: l&#8217;uccisione il 25 gennaio di padre Basilios Nassar, il sacerdote greco ortodosso del villaggio di Kafarbohom colpito mentre prestava soccorso a un ferito. Ma racconta anche della vedova di un taxista del villaggio di Kusayr, ucciso dagli insorti, che a un religioso ha confidato: «Ci aspettiamo ogni sorta di violenza. Tutta la nostra famiglia è minacciata dalle bande armate. Se dovesse capitarmi qualcosa di brutto, le affido mio figlio, si prenda cura di lui». E poi nomi di altri cristiani già uccisi. E notizie di sequestri di persona con richieste di riscatto da 20 mila a 40 mila dollari a persona.</p>
<p style="text-align: justify;">Racconta di aver cercato di capire di persona come stavano davvero le cose: nascota da un burqa la suora dice di aver visitato i quartieri dell&#8217;opposizione a Homs e nel villaggio di Kusayr. «Ho visto con i miei occhi le bande armate cambiare pelle &#8211; ricorda &#8211; e, scambiata per musulmana, ho raccolto le confidenze dei sunniti insorti. Mi sono rattristata nel constatare che il loro spirito è rivolto all&#8217;islamismo militante. Costituiscono un contesto propizio alle bande armate che infieriscono crudelmente contro la popolazione civile di ogni confessione, se anche solo cerca di mantenere una normalità di vita affidandosi alle istituzioni vigenti».</p>
<p style="text-align: justify;">Violenze, rapimenti, cristiani in fuga: lo stesso scenario dell&#8217;Iraq si va materializzando in Siria in maniera sempre più chiara. Fermare la repressione dell&#8217;esercito a Homs oggi è certamente un imperativo. Ma anche fermare una deriva settaria che cancellerebbe una comunità cristiana dalla storia bimillenaria è altrettanto importante.</p>
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		<title>Il mio dolore di donna per la vita che ho negato</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 07:49:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e Società]]></category>
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		<description><![CDATA[Tratto da La Bussola Quotidiana<br />
Quella che segue è la vera storia di una donna che vive nel Nord Italia e che ha sperimentato il dramma dell&#8217;aborto volontario con le dolorose conseguenze che questo comporta. Ve la proponiamo all&#8217;indomani della Giornata per la Vita, perché una testimonianza vale più di mille parole, ma anche perché quella di Alessandra (nome di fantasia) è una storia che dimostra come un grande dolore, se vissuto nella verità, può portare frutti di bene.<br />
Vorrei raccontare ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Tratto da La Bussola Quotidiana</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Quella che segue è la vera storia di una donna che vive nel Nord Italia e che ha sperimentato il dramma dell&#8217;aborto volontario con le dolorose conseguenze che questo comporta. Ve la proponiamo all&#8217;indomani della Giornata per la Vita, perché una testimonianza vale più di mille parole, ma anche perché quella di Alessandra (nome di fantasia) è una storia che dimostra come un grande dolore, se vissuto nella verità, può portare frutti di bene.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei raccontare la mia storia per tutti i bimbi mai nati e le loro mamme.<br />
Sono una mamma di 44 anni, ho due bimbi piccoli. Quando avevo 30 anni ho praticato l’aborto volontario. Non ho preso questa decisione per mancanza di mezzi economici o perché straniera; sono italiana e provengo da una famiglia come tante.</p>
<p style="text-align: justify;">La mia povertà esisteva, ma era di natura spirituale e di valori.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi so che quella decisione – cioè la decisione di dire no alla vita &#8211; la presi chissà quanto tempo prima, forse da bambina&#8230; La mancanza di fiducia in me stessa e carenze affettive irrisolte, in quel momento hanno messo a nudo la mia anima fragile e mi hanno fatto credere che non sarei stata capace di accogliere, accudire e crescere una creatura indifesa.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi sono spaventata al pensiero di un bambino e ho preferito “eliminare il problema”, risolvendo la questione in fretta e da sola. Non mi sono rivolta ai Centri di Aiuto alla Vita (Cav) né a nessun altro; la mia superbia e la paura mi hanno impedito di condividere i miei pensieri e di chiedere aiuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni successivi, ho cominciato a capire il grande inganno di quei pensieri e il grave errore commesso. Eliminando il problema, in fretta, avevo ucciso anche me stessa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho provato un grande vuoto e poco alla volta, ma inesorabilmente, ho preso coscienza della mia disperazione, insieme ai perché.</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie al sostegno psicologico e all’aiuto di un sacerdote, ho fatto spazio al mio vissuto e ho curato le mie ferite, che ora guardo con compassione e benevolenza. Sono stata aiutata a guardare in faccia al mio dolore e alle mie sofferenze e al rimorso indescrivibile, liberandomi dalle catene del peccato. Sono sprofondata all’inferno e forse proprio attraverso il sacrificio di questa esperienza sono riuscita a generare una nuova persona: me stessa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono voluti anni, tanti anni e ancora oggi, il pensiero di non potere stringere la mia creatura tra le braccia a causa e per mia scelta mi addolora, ma almeno riesco a pensarlo e a pregare per lui senza stare troppo male.</p>
<p style="text-align: justify;">Riesco a trovare il coraggio di scrivere queste righe, per te che stai leggendo.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi so di avere girato le spalle al grande amore di Dio per me e al suo progetto di vita e me ne pento.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo pentimento non riporta in vita mio figlio – e non cambia niente del mio passato – ma riesce a farmi accettare il dolore profondo che mi accompagna e che la sua mancanza mi procura.</p>
<p style="text-align: justify;">La Chiesa condanna il peccato e oggi so perché; il peccato distrugge, danneggia chi lo compie, ponendolo in una condizione di schiavitù e sofferenza inimmaginabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Da sola non sarei riuscita a trovare la forza di andare avanti e rinascere e per questo ringrazio Dio Padre e le persone che mi ha messo sulla strada che mi hanno capito e teso la mano, senza giudicare.</p>
<p style="text-align: justify;">L’aborto non libera, uccide il bambino e la mamma; genera uno stato di malessere e un alone mortifero che si emana anche nelle persone che sono accanto inconsapevoli.</p>
<p style="text-align: justify;">La legge sull’aborto non tutela le donne; le lascia libere di farsi del male.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi a distanza di anni, tanta sofferenza ha trovato un po’ di pace, anche se le prove della vita ci sono sempre, come per tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Dio Padre misericordioso nella sua grande bontà ha saputo guardare il mio cuore, senza abbandonarmi, e ha voluto donarmi la grazia di una famiglia e due meravigliosi figli.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mio pensiero va a tante persone “normali” come me, che nella loro normalità sono capaci di compiere un gesto così; quante ragazze, donne, capaci di farsi del male.</p>
<p style="text-align: justify;">La mia storia, forse, racconta che il dramma dell’aborto volontario non riguarda soltanto situazioni estreme o di emarginazione. C’è chi rifiuta la vita perché non riesce ad accogliere e condividere prima di tutto la sua. A fidarsi della vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Intorno a noi c’è tanta solitudine e disperazione: la mancanza di dialogo, amore, benevolenza genera anime fragili, persone infelici, comunità infelici, un mondo infelice.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono tante persone di buona volontà &#8211; genitori, educatori, sacerdoti e suore &#8211; che sono un esempio per tutti noi, che forse non vedono le nuove povertà… di cui si nutre il male.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse ciascuno di noi, può vedere o aiutare a vedere nello sguardo di chi gli è vicino, una richiesta di aiuto e semplicemente può provare a tendere la mano e aiutare la vita.</p>
<p style="text-align: justify;">La vita di un bambino prima di tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Aiutare una mamma a non abortire e aiutare una mamma cha ha abortito migliorano il nostro cuore e il cuore del mondo.</p>
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		<title>500 casi di cristianofobia. In Europa</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 08:48:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa sofferente]]></category>
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		<description><![CDATA[di Marco Respinti<br />
Tratto da La Bussola Quotidiana<br />
Per l’esattezza 527. Tanti sono i casi aperti di discriminazione nei confronti dei cristiani monitorati dal Dokumentationsarchiv der Intoleranz gegen Christen diretto a Vienna da Gudrun Kugler e noto anche con il nome inglese The Observatory on Intolerance and Discrimination against Christians.<br />
E non in qualche remota regione del mondo particolarmente famosa per la violenza e il fanatismo, ma nella democraticissima, tollerantissima, laicissima Europa. Una cifra record per il nostro mondo apparentemente ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Marco Respinti</strong><br />
Tratto da La Bussola Quotidiana</p>
<p style="text-align: justify;">Per l’esattezza 527. Tanti sono i casi aperti di discriminazione nei confronti dei cristiani monitorati dal Dokumentationsarchiv der Intoleranz gegen Christen diretto a Vienna da Gudrun Kugler e noto anche con il nome inglese The Observatory on Intolerance and Discrimination against Christians.</p>
<p style="text-align: justify;">E non in qualche remota regione del mondo particolarmente famosa per la violenza e il fanatismo, ma nella democraticissima, tollerantissima, laicissima Europa. Una cifra record per il nostro mondo apparentemente pacifico e falsamente pacificato.</p>
<p style="text-align: justify;">È il fenomeno orami noto come &#8220;cristianofobia&#8221; da che il neologismo è stato creato dallo studioso ebreo di diritto Joseph H. H. Weiler, docente alla New York University School of Law, per essere poi introdotto a livello internazionale nel dicembre 2004, dopo la famosa bocciatura di Rocco Buttiglione alla carica di Commissario europeo per avere osato dire di riconoscersi, lui, cattolico, in principì non negoziabili di diritto naturale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il triste traguardo raggiunto dal monitoraggio condotto dall’Osservatorio di Vienna dice cioè che la cristianofobia è oggi un tratto distintivo del nostro mondo, di quel mondo che definiamo &#8220;civile&#8221; e che riteniamo tanto moralmente superiore al resto dell’orbe terracqueo da attribuire a esso il compito di salvaguardare qui diritti intrinseci alla persona umana che invece altre culture e diverse visioni religiose ritengono &#8220;eresia&#8221; o violazione dei diritti di Dio. È invece proprio qui, nel Vecchio Continente, la patria storica delle istituzioni rappresentative e della cultura dei diritti dell’uomo, che si consumano, sotto gli occhi di tutti ma in maniera così mass-mediaticamente inavvertita da travolgere tutto nell’indifferenza pratica dei più, i maggiori casi di diniego dei criteri minimi di rispetto, di tolleranza e di equità nei confronti dei cristiani. È in Europa che la marginalizzazione dei cristiani dalla vita pubblica &#8211; culturale, sociale, politica &#8211; di molti, troppi Paesi compie quotidianamente passai da gigante, avvenga essa sul piano morale o su quello più strettamente &#8211; tecnicamente &#8211; giuridico.</p>
<p style="text-align: justify;">In gran parte, il problema ruota attorno a un falsato criterio di &#8220;laicità&#8221;, costantemente intesa solo come laicismo: vale a dire, come insegna il magistero della Chiesa cattolica, l’«estromissione della motivazione e della finalità religiosa da ogni atto della vita umana» (beato Giovanni Paolo II [1920-2005], Discorso Sono lieto, del 1° marzo 1991), che secondo il Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) «va annoverato tra i più gravi errori del nostro tempo» (Costituzione Pastorale Gaudium et Spes, del 7-12-1965, n. 43). Quando dunque a questa laicità laicista viene per ciò stesso conferito il monopolio della &#8220;modernizzazione&#8221; e della neutralità delle istituzioni, che sarebbe l’unica garanzia dell’autentico e rispettoso pluralismo, il cristiano che per definizione non può conformarsi alla &#8220;mentalità del secolo&#8221;, il cristiano che abita e vivifica questo mondo ma che da questo mondo non è ultimamente definito, insomma il cristiano generatore di storia e portatore di un altro criterio risulta solo nemico, quanto meno un ostacolo.</p>
<p style="text-align: justify;">La cristianofobia, pratica e teoretica, si manifesta in molti modi: si va dalle manifestazioni dell’&#8221;arte&#8221; oltraggiosa cui è data piena possibilità di espressione in nome di una errata concezione delle libertà individuale al tentativo d’imporre norme comportamentali intollerabili, magari anche attraverso direttive &#8220;dall’alto&#8221;, per esempio imposte dalle istituzioni dell’Unione Europea o dalle sue agenzie. Si susseguono così le ingerenze nell’insegnamento scolastico quando l’educazione sessuale (ben noti i casi che si ripetono in Germania) diviene un grimaldello per esautorare l’istituto familiare, gli sforzi per conformare tutti all’accettazione dell’omosessualismo come fait accompli o le violazioni della coscienza di chi obietta contro aborto, eutanasia, sperimentazioni sugli embrioni umani. Ma è notorio che anche solo un crocefisso appeso in classe viene condsierato sconveniente, né mancano addirittura casi di intemperanza verso le campane della parrocchia che suonano sotto casa o nei confronti dei ragazzi che all’oratorio schiamazzano &#8220;molestamente&#8221; il pomeriggio…</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto, è evidente l’uso terroristico del linguaggio, creato appositamente per generare nel pubblico quel sospetto e quella repulsione che sono utilissimi a lucrare per la causa, con cui i cristiani che si oppongono alla normalizzazione vengono rapidamente deportati dalla ragione al torto per essere stigmatizzati come pericolosi nemici. L’invenzione, per esempio, del termine &#8220;omofobia&#8221; &#8211; un termine antipatico, irritante, evocatore di scenari tetri &#8211; per denunciare preventivamente e condannare chiunque si permetta di non essere anche solo semplicemente d’accordo con le nuove frontiere dell’&#8221;ideologia di genere&#8221; o con l’offensiva vessatoria dei &#8220;diritti dei gay&#8221; (o della comunità LGBT, lesbiche, gay, bisessuali e transgender) ne è il caso più lampante.</p>
<p style="text-align: justify;">Muovendosi sia sul piano propagandistico della cultura sia nelle aule delle denunce, dei ricorsi e degli appelli, la cristianofobia avanza insomma pericolosamente soprattutto nel mondo democratico.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo l’attività di organismi seri come il citato Osservatorio di Vienna è fondamentale. Il più delle volte, infatti, i casi di abuso contro i cristiani avvengono in maniera apparentemente isolata. Sembrano episodi singoli dovuti a questo o a quel motivo di contenzioso personale (il vicino di casa che s’inquieta, il preside della tal scuola che entra in dissidio con una certa famiglia, il primario di un ospedale che litiga con il paziente tizio). Occorre quindi considerarli nella loro organicità per percepirne l’unità e l’offensiva frontale.</p>
<p style="text-align: justify;">Se non fosse altro, il pregio dell’Osservatorio di Vienna è proprio questo. Svelare il progetto, in sé del tutto scoperto e palese, che cerca di smantellare l’ultima resistenza autenticamente popolare che ancora può opporsi al trionfo del relativismo più smaccato: le persone e le famiglie cristiane &#8211; non solo cattoliche, del resto &#8211; le quali, capaci ancora di generare comunità, istituti e istituzioni, riescono a frenare l’antiumanesimo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Osservatorio provvede dunque a offrire aiuti legali ai perseguitati, raccordandosi con altre istituzioni che statutariamente forniscono tali servizi ai cristiani vessati; raccoglie e organizza le testimonianze; avverte e sollecita i media. Membro della Piattaforma per i diritti fondamentali della UE-Agenzia dei diritti fondamentali, l’Osservatorio è una organizzazione non governativa totalmente no profit il cui obiettivo principale è quello di fare lobby presso istituzioni quali la UE, l’OSCE, il Consiglio d’Europa, le Nazioni Unite, senza dimenticare le Conferenze episcopali dei diversi Paesi, per ricordare e mostrare che il primo problema di violazione dei diritti umani nell’Europa democratica riguardi i cristiani. Che sono l’unica &#8220;minoranza&#8221; davvero positivamente perseguitata a motivo di ciò che intrinsecamente è.</p>
<p style="text-align: justify;">In anni recenti all’ONU si è esercitata pressione notevole affinché, accanto all’islamofobia e all’antisemitismo, si iniziasse a parlare seriamente anche della cristianofobia, e risultati apprezzabili sono stato ottenuti: tant’è che oggi la Commissione per i diritti umani dell’ONU, che ha sede a Ginevra, parla regolarmente di «antisemitismo, islamofobia e cristianofobia». Con tutta evidenza, si tratta una significativa vittoria semantica e culturale. Che però oggi la patria della cristianofobia sia l’Europa &#8211; la casa comune che, avendo preso sul serio la Rivelazione, ha saputo dare vita a una civiltà autenticamente cristiana, pur segnata dal peccato umano e poi travolta dalle ideologie e dalle ideocrazie &#8211; è un fatto allarmante. E non può lasciare tranquilla nessuna persona di buona volontà, qualunque sia il suo dio.</p>
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		<title>Come il governo “tecnico” vuole mutare l’antropologia umana</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 08:37:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Danilo Quinto<br />
Tratto dal sito dell&#8217;agenzia Corrispondenza Romana<br />
“La diversità è un valore, deve essere tra le cose che i bambini imparano da piccoli. I semi si gettano tra i bambini e soprattutto nelle scuole. La collaborazione è già avviata con il Ministro dell’Istruzione Francesco Profumo”.<br />
Così, Elsa Fornero, titolare del Ministero del Lavoro, durante l’audizione dello scorso 31 gennaio davanti alle commissioni Affari costituzionali e Lavoro a Montecitorio, sulle linee programmatiche del suo dicastero in materia di pari ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Danilo Quinto</strong><br />
Tratto dal sito dell&#8217;agenzia Corrispondenza Romana</p>
<p style="text-align: justify;">“La diversità è un valore, deve essere tra le cose che i bambini imparano da piccoli. I semi si gettano tra i bambini e soprattutto nelle scuole. La collaborazione è già avviata con il Ministro dell’Istruzione Francesco Profumo”.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, Elsa Fornero, titolare del Ministero del Lavoro, durante l’audizione dello scorso 31 gennaio davanti alle commissioni Affari costituzionali e Lavoro a Montecitorio, sulle linee programmatiche del suo dicastero in materia di pari opportunità.</p>
<p style="text-align: justify;">La Fornero ha ricevuto il plauso di Daniel Baer, vice assistente del Segretario di Stato dell’amministrazione americana – “Avere ministri che fanno questo tipo di dichiarazioni pubbliche ha un grande impatto”, ha affermato – da tempo impegnata nell’ingraziarsi le potenti lobby omosessuali americane in vista del voto presidenziale di quest’anno.</p>
<p style="text-align: justify;">“Il mio impegno – ha aggiunto la Fornero – è pieno contro le discriminazioni anche verso gli omosessuali ed i transgender. E’ sotto gli occhi di tutti il grave ritardo culturale, di apertura mentale che il nostro Paese rappresenta in tema di pari opportunità, nell’accesso ai diritti rispetto alle diversità”.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo curiosi di conoscere quali saranno i “semi” che i membri di questo Governo vorranno lanciare. Essendo per la maggior parte studiosi, si può prevedere imitino i loro colleghi dell’Università di Oxford, che hanno reinventato la trascrizione del Nuovo Testamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche ai bambini italiani sarà imposto di dire “Padre/Madre nostro che sei nei cieli”, in nome degli “enormi ritardi culturali” del nostro Paese? Sempre in Inghilterra, qualche anno fa, per combattere “le tendenze omofobiche e il bullismo radicate già nelle scuole elementari e per non urtare la sensibilità di chi non appartiene a u­na famiglia tradizionale”, il Ministro della Scuola emanò una direttiva in base alla quale ai bambini, sin dai quattro anni, fu vietato di pronunciare le parole “mamma” e “papà”, per comprendere che possono esistere genitori dello stesso sesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Al loro posto, fu indicato di usare il termine “genitore”. Nella stessa direttiva, si prevedeva che alle scuole medie e a quelle superiori, quando si parla di matrimonio, vigesse l’obbligo di sottolineare l’esistenza delle unioni civili e dei matrimoni fra omosessuali, per invitare gli alunni “alla tolleranza”.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ fuori discussione il fatto che l’orientamento sessuale debba essere rispettato e non debba essere oggetto di discriminazioni. Il rispetto, però, non si può trasformare nell’intendimento di stravolgere i principi della legge naturale. Dire che esiste il diritto umano a unioni matrimoniali tra persone dello stesso sesso, equivale a mutare l’antropologia umana.</p>
<p style="text-align: justify;">Così come riteniamo sia lesivo della persona-bambino, insegnargli che non faccia nessuna differenza provare attrazione per una persona dello stesso sesso o di un sesso diverso. Ha scritto Dale O’Leary, membro della “Catholic Medical Association”, nel 2007: “La questione del ‘genere’ è la chiave intorno a cui, da vent’anni, gira tutto il tentativo di buttare all’aria l’ordine naturale del mondo, senza darlo a vedere.</p>
<p style="text-align: justify;">Adottare una prospettiva di genere, spiega un documento dell’Instraw, un istituto che fa parte dell’Onu, significa ‘distinguere tra ciò che è naturale e biologico e ciò che è costruito socialmente e culturalmente, e rinegoziare i confini tra il naturale e la sua inflessibilità, e il sociale’.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo comporta rifiutare l’idea che l’identità sessuale sia iscritta nella natura, nei cromosomi, e affermare che ciascuno si costruisce il proprio ‘genere’ fluttuando liberamente tra il maschile e il femminile, transitando per tutte le possibilità intermedie”.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ questo il programma che vuole proporre il Ministro del Lavoro? In questo caso, ci chiediamo se i Ministri “benedetti” nella riunione di Todi del settembre scorso, avranno qualcosa da dire.</p>
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		<title>La devozione agli angeli antidoto contro i poteri forti</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 08:31:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Di fronte alla dittatura del relativismo e allo strapotere dei “poteri forti”, un senso di sgomento e di impotenza assale talvolta i cattolici e gli uomini di buona volontà. Eppure la storia non è irreversibile e chi combatte in difesa dell’ordine naturale e cristiano può ottenere vittorie inaspettate, confidando nell’aiuto della Divina Provvidenza. <br />
di Roberto De Mattei<br />
Tratto da Radici Cristiane<br />
Di fronte alla dittatura del relativismo e allo strapotere dei “poteri forti”, un senso di sgomento e di ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Di fronte alla dittatura del relativismo e allo strapotere dei “poteri forti”, un senso di sgomento e di impotenza assale talvolta i cattolici e gli uomini di buona volontà. Eppure la storia non è irreversibile e chi combatte in difesa dell’ordine naturale e cristiano può ottenere vittorie inaspettate, confidando nell’aiuto della Divina Provvidenza. </em><br />
di <strong>Roberto De Mattei</strong><br />
Tratto da Radici Cristiane</p>
<p style="text-align: justify;">Di fronte alla dittatura del relativismo e allo strapotere dei “poteri forti”, un senso di sgomento e di impotenza assale talvolta i cattolici e gli uomini di buona volontà. Eppure la storia non è irreversibile e chi combatte in difesa dell’ordine naturale e cristiano può ottenere vittorie inaspettate, confidando nell’aiuto della Divina Provvidenza.</p>
<p style="text-align: justify;">La caratteristica principale dei cosiddetti “poteri forti” non è solo la potenza, ma anche la poca trasparenza con cui essi operano nella società. Si chiamino Gruppo Bilderberg o Commissione Trilaterale, questi potentati promuovono in maniera discreta ma efficace l’avvento di governi di “eccezione” affidati a una casta dirigente tecnocratica.</p>
<p style="text-align: justify;">La tecnocrazia è il potere esercitato da un ristretto gruppo di uomini, di formazione scientifica, che si presentano come “esperti” e rivendicano a sé le decisioni ultime in materia di organizzazione della società. Uno dei classici slogan tecnocratici è quello del superamento delle ideologie, in nome dell’efficienza e del pragmatismo.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà la tecnocrazia è essa stessa un’ideologia, fondata sul primato della scienza e dell’economia. Lo studioso spagnolo Juan Vallet de Goytisolo indica come dogmi della tecnocrazia il relativismo, che permette al tecnocrate di usare, senza remore morali, i mezzi più efficaci per raggiungere il suo scopo, l’evoluzionismo, che offre al relativismo un sostegno pseudo-mistico e il naturalismo che permette ai due primi dogmi di rimanere sul piano della pura “prassi”, per evitare che possano essere smentiti sul piano dei principi (Ideologia, praxis y mito de la tecnocrazia, Madrid 1971).</p>
<p style="text-align: justify;">I regimi tecnocratici sono preceduti da campagne di discredito della politica considerata come regno dell’incompetenza e della corruzione. Il fine è quello di sostituire la democrazia con governi dittatoriali o “forti”, col pretesto dell’emergenza economica.</p>
<p style="text-align: justify;">La tecnocrazia, però, non è solo un forte potere esecutivo e una ferrea organizzazione burocratica: essa si presenta innanzitutto come una forma di conoscenza “scientifica”, superiore a quella comune, a cui si accede attraverso particolari scuole, università, associazioni visibili od occulte che ne “illuminano” i percorsi. Quando questa conoscenza iniziatica passa dal campo economico a quello religioso e morale, assume il carattere di una “gnosi”, nel senso proprio del termine.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scrittore francese Lous Damènie ha messo in luce le relazioni della tecnocrazia con le correnti massoniche ed esoteriche che mirano al capovolgimento dell’ordine naturale delle cose e auspicano una Chiesa Universale dell’Uomo realizzata attraverso l’egemonia degli apparati tecnici e scientifici (La tecnocrazia, tr. it., Milano 1985).</p>
<p style="text-align: justify;">La “Madre” dei poteri forti scientisti e tecnocratici, secondo il Magistero della Chiesa, è la Massoneria. Tra le quasi seicento condanne dal 1738 ad oggi, ricordiamo quelle di Papa Leone XIII nelle encicliche Humanum genus del 20 aprile 1884 e Inimica vis dell’8 dicembre 1892.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi la Massoneria è una galassia ramificata tra logge e “obbedienze” di vario genere, ma tutte accomunate dal rifiuto della Verità salvifica della Chiesa. Il sogno della Massoneria è sempre stato quello di una repubblica universale in cui la Verità cattolica, messa al bando, non conosca possibilità di esilio, ma solo l’alternativa tra il martirio e l’adorazione del Vitello d’oro.</p>
<p style="text-align: justify;">L’equiparazione delle religioni, secondo Leone XIII, è un criterio «adottato con lo scopo di annientare tutte le religioni e, segnatamente quella cattolica che, essendo tra tutte l’unica vera, non può, se non con somma ingiustizia, essere posta su di un piano di parità rispetto alle altre» (Humanum Genus).</p>
<p style="text-align: justify;">Massonerie e poteri forti, per le risorse politiche, economiche e finanziarie di cui godono, possono sembrare invincibili. Si dimentica però che anche i cattolici hanno i loro “poteri forti”, a cominciare dalla stessa Chiesa, che è forte non per l’influenza politica ed economica che esercita, ma per la capacità che ha, Essa sola, di condurre le anime alla loro patria celeste.</p>
<p style="text-align: justify;">Leone XIII nell’enciclica Humanum Genus ricorda che il genere umano, dopo la ribellione di Lucifero, «si divise come in due campi diversi e nemici tra loro: l’uno dei quali combatte senza posa per il trionfo della verità e del bene, l’altro per il trionfo del male e dell’errore». Tutto ebbe origine da quegli atti di fedeltà e di ribellione all’inizio del tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Da allora Dio, causa prima di tutto ciò che esiste, si serve degli angeli quali cause seconde per reggere l’universo da Lui creato. San Tommaso afferma che «tutte le cose fisiche sono governate dagli angeli» (Summa theologica, I, q. 110, a. 1). Dio, spiega il Dottore Angelico, governa gli esseri inferiori attraverso quelli superiori perché vuole comunicare generosamente anche alle creature la dignità della causalità. Ciò significa che gli Angeli governano tutto ciò che si muove nell’universo, dall’immenso e maestoso mondo degli astri agli esseri umani, creati a immagine e somiglianza di Dio. Attraverso gli Angeli, ad ogni istante e in ogni circostanza della nostra esistenza, Dio esercita su di noi un’azione profonda e invisibile, per condurci al nostro fine soprannaturale.</p>
<p style="text-align: justify;">L’universo è governato dagli angeli, presenti in ogni attimo e in ogni luogo come strumenti della Divina Provvidenza, messaggeri di grazie, protagonisti e testimoni dei piani divini. È per questo che noi preghiamo l’Angelo custode di “reggerci” e di “governarci”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sotto questo aspetto, la devozione agli Angeli è più importante di quella ai santi. I santi infatti sono modelli di virtù che dobbiamo imitare e pregare perché intercedano per noi. Essi non hanno però, se non in casi straordinari, quel potere sulle creature che gli angeli hanno in maniera ordinaria per decreto divino.</p>
<p style="text-align: justify;">Nulla può opporsi alla forza della “potestà” e dei “principati” che reggono l’universo. La Madonna, associata da Gesù Cristo, Signore del Cielo e della Terra, a regnare con Lui su di ogni cosa è venerata perciò come “Regina degli Angeli” e guida lo schieramento delle milizie celesti.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli Angeli, dal primo momento della creazione, si sono schierati pro o contro Dio, per l’eternità. Questa scelta noi dobbiamo farla nel tempo storico in cui viviamo e il culto degli angeli ci aiuta a servire Dio e a combattere con efficacia i suoi avversari. Per questo la devozione agli angeli, poco praticata dai cristiani, è il migliore antidoto contro i poteri forti, naturali e preternaturali, che ci minacciano.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>(RC n. 71 &#8211; Gennaio 2012)</em></p>
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		<title>L’abito del prete</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 08:28:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da quando il soprannaturale è stato naturalizzato cioè confuso con la vita dell’uomo, con i suoi slanci d’amore, di passione, di compassione e di morte; da quando tutto ciò ha preso il via in ossequio al metodo scientifico, all’esegesi storico critica innamorata degli arzigogoli filologici, la vita dell’uomo comune ne è risultata impoverita.<br />
I miracoli, le apparizioni mariane, tutto ciò che non collima con l’ideologia scientista e i suoi dogmi è confinato nell’ambito dell’irrazionale se non del primitivo.<br />
E’ questa ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Da quando il soprannaturale è stato naturalizzato cioè confuso con la vita dell’uomo, con i suoi slanci d’amore, di passione, di compassione e di morte; da quando tutto ciò ha preso il via in ossequio al metodo scientifico, all’esegesi storico critica innamorata degli arzigogoli filologici, la vita dell’uomo comune ne è risultata impoverita.</p>
<p style="text-align: justify;">I miracoli, le apparizioni mariane, tutto ciò che non collima con l’ideologia scientista e i suoi dogmi è confinato nell’ambito dell’irrazionale se non del primitivo.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ questa la ragione per cui non pochi sacerdoti guardano ai tradizionali usi, alle devozioni, al culto del Sacro Cuore, all’adorazione, alle processioni, alle consacrazioni al Sacro Cuore, alle apparizioni mariane, con sospetto e con altera e compassionevole sopportazione.</p>
<p style="text-align: justify;">A che tutto ciò se Dio è nel mondo -dicono- se egli sta alla radice di ogni esperienza personale, se egli incarnandosi ha santificato l’intero creato. Dio è nel mondo, soffre con esso, egli appartiene ad ogni amore autentico, ad ogni espressione di gratuità ad ogni intuizione artistica. Questo pensano, seppur non lo dicono, non pochi preti.</p>
<p style="text-align: justify;">Non argomento sulla natura panteistica di una tale prospettiva, sul puro immanentismo che si mostra in ragionamenti simili. Basti dire che incarnazione non significa confusione fra natura umana e natura divina e che comunque l’incontro pieno tra l’umano e il divino si è realizzato solo in Cristo. Il mondo dopo Cristo, seppure salvato, resta mondo, come S. Paolo insegna; basti ricordare come l’apostolo delle genti presenti la prospettiva mondana, come distingua tra il vivere secondo la carne e il vivere secondo lo spirito. La carne è per Paolo espressione del limite e della finitezza sia fisica che morale. Questa distanza fra spirito del mondo e spirito di Cristo, invocato, accolto e custodito, significa che la natura umana ha costantemente bisogno della grazia.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo sembrano aver dimenticato certi preti dai costumi e dai modi totalmente laicizzati.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora si comprende il motivo per cui tre sacerdoti vestiti come manager, come politici di lungo corso, campeggiano al centro di una foto mentre ricevono un premio dal capo dello stato.</p>
<p style="text-align: justify;">Li guardi e noti come nulla li distingua dalle persone comuni, dai laici.</p>
<p style="text-align: justify;">Dov’è l’abito del prete? Si dirà che l’abito non fa il monaco, ma è veramente così? Cos’è la divisa per un sacerdote?</p>
<p style="text-align: justify;">Un medico lo riconosco per il camice, un direttore di coro perché sta davanti al coro, un bagnino per la scritta che porta sulla maglietta, un tutore dell’ordine per la divisa.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi tipo di soccorso porta all’umanità sbandata, “l’abito del prete”, sia esso un colletto bianco, un croce appuntata sulla giacca, la talare con i suoi cento bottoni?</p>
<p style="text-align: justify;">Nel segno, anche se non sono credente, io posso riconoscere la speranza, la gratuità, la possibilità che questo mondo in perpetuo movimento possa avere un centro, un senso.</p>
<p style="text-align: justify;">La “divisa del prete” è di per sè una presenza che contrasta con il mondo, una piccola catechesi che suggerisce al nostro essere, un oltre, la possibilità di alzare lo sguardo superando la presunzione dei propri passi.</p>
<p style="text-align: justify;">Per il sacerdote, questo Altro dovrebbe essere il tutto, in un mondo nel quale l’orizzonte temporale del calcolo, del successo, dell’affare ha la pretesa totalitaria di porsi come l’unica realtà dotata di senso.</p>
<p style="text-align: justify;">L’abito è un segno e l’uomo vive di segni, anche l’uomo religioso. Non è sufficiente dire che Dio è Spirito, che egli abita ovunque, questo è in parte vero e in parte non vero. Se ci fermiamo a tali considerazioni come possiamo distinguere l’esperienza religiosa autentica dal semplice stato d’animo, dall’emozione?</p>
<p style="text-align: justify;">La fede non appartiene alla pura interiorità essa ha bisogno di concretezza, di una Chiesa sociologica, fatta di strutture, di ruoli, di funzioni, di luoghi fisici, di paramenti e tradizioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Ognuno di noi è stato inserito in una contesto parrocchiale preciso, nessuno ha scelto autonomamente di aderire o meno al cattolicesimo; da questa adesione inconsapevole sono venuti i frutti più splendenti della fede, i Santi.</p>
<p style="text-align: justify;">La fede zoppicante, convenzionale, dei più è la norma, una santa norma.</p>
<p style="text-align: justify;">Una mia alunna conferma con una battuta quanto sto dicendo: “Ma quale fede! io andavo all’oratorio, per stare con gli amici e per giocare a calcetto dopo la catechesi. ”</p>
<p style="text-align: justify;">Benedetto fu il calcetto, visto che quella ragazza è cattolica e perlomeno crede in Dio. Forse non avesse amato il calcetto…</p>
<p style="text-align: justify;">E c’è chi è entrato in Chiesa perché amava un ragazzo e poi si è innamorato di Dio, chi per cantare nel coro… chi per…quante storie.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella semplicità di una tradizione accolta, non conquistata attraverso i ragionamenti sono maturate generazioni di cattolici.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ una magra consolazione e un pericoloso calcolo quello di quei preti che esaltano la maturità di chi oggi si dice cattolico adulto, perché capace di vivere in un mondo consegnato a se stesso, in cui la religione si riduce ad ambito separato.</p>
<p style="text-align: justify;">L’opera di laicizzazione della vita umana, pianificata anche con la partecipazione di una parte del clero, ci consegna un mondo di ragazzi per i quali l’esperienza è quella di appartenere a due realtà distinte: il mondo con le sue regole autonome e la fede come dimensione intima.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questa via, i più ritengono irrilevante per la vita appartenere a qualsiasi chiesa.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando il segno perde ogni valenza pubblica, in breve si appanna, anzi, quasi diventa un ostacolo per partecipare alla vita civile completamente laicizzata. Ecco allora, che persino il prete per essere ben accetto, si confonde, si rende mondano, si pone in prima fila nella battaglia per cancellare la dimensione pubblica dei segni cristiani, proprio come “i nostri tre sacerdoti. ”</p>
<p style="text-align: justify;">E ancora una volta la giustificazione esalta la laicità, senza accorgersi di dar credito al laicismo, magari incensando la virtù di quei “cattolici adulti”che nonostante tutto conservano uno straccio di fede.</p>
<p style="text-align: justify;">E gli altri?</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuna religione può vivere se non attraverso una qualche dimensione pubblica.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pubblico che ci viene presentato come il luogo della neutralità e della tolleranza, in realtà si rivela come lo spazio del nichilismo ateo, accanto al quale sono tollerate le singole religioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è il disegno laicista al quale una comunità credente, consapevole e seria deve opporre una cultura della laicità, che faccia tesoro della nostra tradizione cattolica, anche, sin dove è possibile, nello spazio pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Marco Luscia</strong><br />
Tratto da Liberta e Persona</p>
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		<title>La pretesa cristiana: una fede che renda più umano il mio vivere</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 08:23:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Julián Carrón commenta il libro postumo di don Luigi Giussani<br />
di Luca Marcolivio<br />
Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie il 4 febbraio 2012<br />
È il secondo volume di una trilogia postuma di don Luigi Giussani, nell’ambito del Per-Corso di Comunione e Liberazione. In libreria da alcune settimane, All’origine della pretesa cristiana (Rizzoli) è stato presentato ufficialmente lo scorso 25 gennaio al Teatro Arcimboldi di Milano in una lunga prolusione a cura di don Julián Carrón.<br />
Il discorso di Carrón, ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Julián Carrón commenta il libro postumo di don Luigi Giussani<br />
di <strong>Luca Marcolivio</strong><br />
Tratto dal sito <a href="http://www.mascellaro.it/linkest.php?linkest=http://www.zenit.org/italian/" target="_blank">ZENIT</a>, Agenzia di notizie il 4 febbraio 2012</p>
<p style="text-align: justify;">È il secondo volume di una trilogia postuma di don Luigi Giussani, nell’ambito del Per-Corso di Comunione e Liberazione. In libreria da alcune settimane, All’origine della pretesa cristiana (Rizzoli) è stato presentato ufficialmente lo scorso 25 gennaio al Teatro Arcimboldi di Milano in una lunga prolusione a cura di don Julián Carrón.</p>
<p style="text-align: justify;">Il discorso di Carrón, successore di Giussani come presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, è stato trasmesso via satellite in tutta Italia, presso varie location (A Roma è stata messa a disposizione la Pontificia Università Urbaniana) ed è stato riportato integralmente dalla rivista Tracce.</p>
<p style="text-align: justify;">“È venuto un Uomo, un giovane Uomo, nato in un certo paese, in un certo posto del mondo geograficamente precisabile, Nazareth”, scrive don Giussani, a ribadire la storicità e la fisicità dell’avvenimento cristiano. Recarsi in Terra Santa e poter ammirare a Nazareth, l’iscrizione con la frase Verbum hic caro factum est, è un esperienza che dà i “brividi”, scrive ancora il fondatore di CL.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fronte all’avvenimento del Dio fatto carne che, ha commentato Carrón, “esprime tutta la passione piena di tenerezza di Dio per l’uomo”, è impossibile non chiedersi, con il salmista, “Chi è mai l’uomo, Signore, perché te ne ricordi?” (Sal 8, 5).</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure “poveracci come noi siamo”, intenti a camminare “a tentoni nel buio”, a noi uomini “viene data la grazia di questa notizia”, ha proseguito Carròn. “Chi non desidererebbe vivere ogni istante della sua vita sotto la pressione di questa commozione senza pari, generata dalla Sua presenza?”, si è domandato il successore di don Giussani.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure il fatto meraviglioso dell’incarnazione di Dio nell’uomo, si manifesta in maniera problematica per l’uomo d’oggi. Già nella seconda metà del XIX secolo, Dostoevskij, ne I demoni, si domandava se “un uomo colto, un europeo dei nostri giorni”, potesse credere alla divinità del figlio di Dio.</p>
<p style="text-align: justify;">Può, dunque, ha proseguito Carrón, l’uomo moderno, intriso com’è di un “razionalismo pervasivo” e di una “fiducia spontanea nel metodo scientifico”, lasciarsi affascinare ed attrarre dalla fede?</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1982, don Giussani ammoniva i suoi figli spirituali sul rischio di una “lontananza da Cristo”, uno smarrimento del credente nelle pieghe della quotidianità, quando ormai è trascorso parecchio tempo dal gioioso incontro originario con Lui.</p>
<p style="text-align: justify;">A fornire una risposta positiva agli interrogativi precedenti è stato il cardinale Joseph Ratzinger che, nel 1996, affermò che nell’uomo “vi è un’inestinguibile aspirazione nostalgica verso l’infinito”. Ciò implica, comunque, che “il cristianesimo ha bisogno di incontrare l’umano che vibra in ciascuno di noi per poter mostrare tutto il suo potenziale, tutta la sua verità”, ha commentato Carrón.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo ribadisce lo stesso Carrón nell’introduzione a All’origine della pretesa cristiana: la ragione per aderire alla fede cristiana è la sua “profonda corrispondenza umana e ragionevole delle sue esigenze con l’avvenimento dell’uomo Gesù di Nazaret”.</p>
<p style="text-align: justify;">Viene meno, dunque, il “ragionamento astratto” e si compie il “passaggio dal senso religioso alla fede: non è più un ricercare pieno di incognite ma la sorpresa di un fatto accaduto nella storia degli uomini”.</p>
<p style="text-align: justify;">La corrispondenza tra l’uomo e Cristo, inoltre, “si realizza in un incontro reale, storico, nel presente”. Quando invece questo incontro non si verifica, il cristianesimo è ridotto a “discorso, dottrina o morale”, con una “correlativa riduzione dell’umanità dell’uomo” che finisce per scavare “il solco di una profonda estraneità” tra Cristo e l’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Per conoscere pienamente Cristo è necessario che “ciascuno di noi sia davanti a Lui con tutto il proprio umano”, perché “senza coscienza di me stesso anche quello di Gesù Cristo finisce per diventare un puro nome”, ha proseguito Carrón.</p>
<p style="text-align: justify;">La nostra visione della reale natura di Cristo è però spesso offuscata dall’“influsso della società e della storia che riduce le nostre esigenze originali”. Anche noi, infatti, come nove dei dieci lebbrosi della parabola (Lc 17, 12-19) “ci accontentiamo della guarigione” ed il nostro cuore “resta lontano da Cristo”.</p>
<p style="text-align: justify;">L’avvenimento cristiano, tuttavia, ammoniva Giussani, non è tale se non è attuale e se non è in grado di “calamitare tutta la nostra affezione e tutta la nostra libertà”. Esso non richiede “preparazioni, né precondizioni: esso irrompe ed accade come l’innamorarsi”.</p>
<p style="text-align: justify;">La venuta di Cristo al mondo, il suo incontro con gli uomini, sono paradigmi attuali perché, senza di essi, è impossibile porre soluzione ai problemi umani: dal “problema della conoscenza del senso delle cose (verità)” al “problema dell’uso delle cose (lavoro), dal “problema di una compiuta consapevolezza (amore)” fino al “problema dell’umana convivenza (società e politica)”.</p>
<p style="text-align: justify;">In cosa consiste, dunque, la “pretesa cristiana”? Essa è la mobilitazione di “tutte le risorse che si hanno a disposizione – ragione, affezione e libertà”, per verificare che “la fede rende più umano il mio vivere”, come affermava lo stesso don Giussani nel precedente volume L’io rinasce in un incontro (1986-1987) (BUR, 2010).</p>
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