Cosa si nasconde dietro l’ideologia del gender

Cosa si nasconde dietro l’ideologia del gender

di Caterina Giojelli

Un libro di Aldo Vitale per non “tranquillizzare la propria coscienza” e tornare finalmente a ragionare.

Cop Gender questo sconosciuto.indd«Non è vero – scriveva Pier Paolo Pasolini in Lettere Luterane – che comunque, si vada avanti. Assai spesso sia l’individuo che la società regrediscono o peggiorano. In tal caso la trasformazione non deve essere accettata: la sua “accettazione realistica” è in realtà una colpevole manovra per tranquillizzare la propria coscienza e tirare avanti».

Tirare avanti: fin dove? Thomas Beatie non è un uomo, ma una donna: si chiamava Tracy Lagondino prima di innamorarsi di Nancy. I due decidono di avere un figlio: grazie alla donazione del seme da parte di un amico e a una inversa terapia ormonale, si procede con una fecondazione assistita eterologa e a portare avanti la gravidanza è proprio Tracy-Thomas. Oggi i due hanno tre figli che hanno una madre che vuole fare il padre (Tracy-Thomas, appunto), una madre “sociale” (Nancy) e un padre biologico (il donatore) grazie al quale è stata innescata l’intera procedura. Una vicenda resa ancora più complicata dalla separazione, dopo lungo travaglio giudiziario, dei due, un arresto per stalking di Tracy-Thomas nei confronti dell’ex moglie e una intervista rilasciata lo scorso dicembre al Sun in cui l’ormai celebre “pregnant man”, parlando dei suoi figli e dichiarando di volerne altri dalla sua nuova compagna Amber, racconta che il piccolo Austin «aveva i capelli lunghi e ha iniziato a dire che voleva essere una ragazza quando aveva tre anni», mentre Susan, la primogenita, a 7 anni gli ha già chiesto se tutte le ragazze debbano, prima o poi, diventare maschi. Una storia che è un caso limite? No, una storia con tutti i limiti del caso, piena di risvolti etico-giuridici e paradossi etico-esistenziali di immediata (e drammatica) comprensione.

La vicenda di Tracy-Thomas, una delle molte restituiteci da questi assurdi tempi di opposizione dei diritti/desideri/amori umani all’esercizio stesso del diritto, non è che infatti una delle tante propaggini connesse al tema del pensiero gender, per cui «ciò che è rilevante ai fini della propria identità non è più ciò che uno è, ma ciò che uno ritiene di essere; per cui ci si può percepire come maschio, come femmina, come entrambi o come nessuno dei due», un pensiero radicato in un soggettivismo etico, che combinato agli sviluppi tecnoscientifici conduce in fretta «a tutta una complicata e insolita tipologia fenomenologica che, invece di mettere in evidenza il diritto rivendicato, espone sotto gli occhi di tutti quanto il diritto, nella sua essenza strutturale, venga semmai violato».

Non manca il coraggio della verità ad Aldo Rocco Vitale, autore dell’efficace Gender questo sconosciuto (Ed. Fede & Cultura, 12 euro), 133 pagine e 30 capitoli che rispondono ai tanti punti oscuri sul pensiero poco conosciuto, sottovalutato e da più parti negato come invenzione propagandistica della Chiesa cattolica: il gender, appunto, andato configurandosi nella storia come quel «momento di negazione della differenza sessuata dell’essere umano, o meglio, come pensiero teso a elidere il dato dell’elemento biologico-naturale per sostituirlo con l’elemento psicoculturale». Avvocato, firma preziosa di numerose testate online (fra cui Tempi), socio dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani, Vitale si destreggia tra storia e casi di cronaca, mostrando con chiarezza per ciascuno di essi paradossi e problemi antropologici e biogiuridici che il pensiero gender porta inevitabilmente con sé, arrivando ad esprimere «il livello più avanzato di annientamento radicale dell’essere dell’uomo».

Che si tratti di un vero e proprio totalitarismo, «lo si comprende facendo riferimento agli elementi che secondo la più nota ed autorevole teorizzatrice del tema, Hannah Arendt, sono necessari per dar vita, appunto, ad un totalitarismo: l’ideologia, la massa da indottrinare e la polizia politica per tacitare chiunque dovesse resistere all’indottrinamento». Vitale non ha paura di usare le parole giuste, avvalorare la sua scrittura chiara con i contributi di numerosissimi pensatori, da Karl Marx a Judith Butler, dal professor Francesco D’Agostino a Benedetto XVI, e instrada il lettore sulle vie della nascita e dello sviluppo complesso del gender che lungi dal rappresentare un’invenzione vaticana si afferma in un preciso momento storico, come frontiera ultima ed evoluzione sofisticata del pensiero femminista; svela l’interesse dei sostenitori del gender a promuovere l’equivoco che esso c’entri con l’omosessualità; rimette ordine su ciò che è diritto, fondato, come diceva Cicerone, «non su una convenzione ma sulla natura»; smaschera la pretesa di chi vorrebbe porre quale causa prima della famiglia («quell’istituto riconosciuto dal diritto statuale che su quest’ultimo non si fonda, ma che è fondamento di quest’ultimo») non il diritto naturale – che attiene alla natura dell’uomo ed è dunque accessibile attraverso l’esercizio della ragione – bensì il diritto positivo e statale, e quella di chi vede nell’amore «un principio ordinante del diritto che a sua volta deve disciplinare e ordinare l’esistenza», come è accaduto lo scorso giugno quando Corte Suprema degli Stati Uniti d’America ha statuito che i singoli Stati non potessero rifiutarsi di riconoscere il matrimonio tra persone dello stesso sesso senza violare la Costituzione: incentrata non sulla razionalità del diritto, ma sulla passionalità dell’amore, «la suddetta sentenza, lungi dall’essere espressione di giustizia rappresenta piuttosto il triste volto di un diritto violato, cioè, in definitiva dell’ingiustizia».

La diffusione del fast-divorce, la proliferazione delle convivenze more uxorio, le richieste di riconoscimento e tutela giuridica di situazioni «che normalmente dovrebbero essere sottratte al diritto per natura (loro intrinseca e del diritto medesimo), come per esempio in matrimonio omosessuale o l’omogenitorialità (cioè la genitorialità come diritto delle coppie omosessuali attraverso l’istituto dell’adozione o le tecniche di procreazione medicalmente assistita)», evidenziano con forza le spinte contrarie e opposte a cui è soggetta l’istituzione famigliare, tra questi marosi è tuttavia possibile distinguere due principali prospettive «quella che in tende la famiglia come uno dei numerosi prodotti sociali che storicamente si vengono a determinare e succedere» (tipicamente sociologica e marxista) e «quella che rivela la famiglia come società naturale evidenziandone la struttura giuridica sostanziale e sottraendola così a tutte le ipotizzabili manipolazioni»: ecco allora come leggere l’articolo 29 della Costituzione Italiana ai sensi del quale «la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio», ovvero l’unione tra uomo e donna, requisito naturale, essenziale e logico della società naturale.

Uomo e donna: è qui che Vitale affronta i paradossi che derivano dalla negazione della natura propagata dal gender, sostituita dal sentimento e dal desiderio che una volta benedetti dalla politica e dal legislatore approdano facilmente alle storture del caso Beatie, al sostegno delle lobby gender all’industria dell’utero in affitto con la surrogazione di maternità che rappresenta per gli individui LGBT l’opportunità di avere una famiglia. Dai più recenti casi internazionali a quelli italiani, il libro racconta i problemi biogiuridici legati a omoconiugalità e omogenitorialità giocati sulla pelle di bambini ridotti a prodotti ultimi di una catena di montaggio procreativa: valga per tutti il caso del 31enne omosessuale messicano Jorge che nel 2010 decide di diventare padre senza nemmeno essere fidanzato, usa il proprio seme e l’ovulo donato da un’amica e l’utero della madre: nasce un bambino che è figlio di Jorge e della sua amica, figlio della sua amica e di sua madre, figlio e fratello di Jorge, figlio e nipote della madre di Jorge, «essendo figlio di tutti, paradossalmente, è figlio di nessuno. È più figlio o più nipote? E di chi è figlio? E si possono avere due madri e un padre? E se il proprio padre è proprio fratello? E se la propria madre è la propria nonna? Contorsioni esistenziali derivanti da una concezione e da un’applicazione del possibilismo tecnico assolutamente svincolate da ogni paradigma veritativo dell’essere umano».

Un’altra storia che è un caso limite? No, un’altra storia con tutti i limiti del caso, una delle tante provenienti dagli Stati dove l’ideologia gender, sotto l’ipocrisia della tutela dei diritti riproduttivi (un pensiero unico in cui trova accoglimento anche la promozione del reato di omofobia), va frammentando i ruoli genitoriali e trasformando le tecniche di procreazione medicalmente assistita da rimedio estremo per i casi di sterilità e infertilità in mezzi in cui poter strumentalizzare i figli a soddisfazione dei propri desideri e delle proprie aspirazioni.

Scrive Donna Haraway in “A manifesto for cyborgs: science, technology and socialist feminism in 1980s”, pubblicato nel 1985 sulla rivista Socialist Review: «Il cyborg è una creatura di un mondo post-genere: non ha niente da spartire con la bisessualità, la simbiosi pre-edipica, il lavoro non alienato o altre seduzioni di interezza organica ottenute investendo un’unità suprema di tutti i poteri delle parti. Il cyborg non ha nemmeno una storia delle origini nell’accezione occidentale del termine. (…) Il cyborg definisce una polis tecnologica in parte fondata sulla rivoluzione delle relazioni sociali nell’oikos. (…) Il cyborg non sogna una comunità costruita sul modello della famiglia organica». E ben si comprende l’orizzonte in cui si muove l’homo faber, che può modificare a proprio piacimento la realtà e la sua stessa natura, raccontato da Vitale. Un libro per non “tranquillizzare la propria coscienza” e tornare finalmente a ragionare.

Fonte: www.tempi.it

Quebec, non si assiste più chi tenta il suicidio

Quebec, non si assiste più chi tenta il suicidio

Benedetta Frigerio

Il Collegio dei medici si è visto costretto a pubblicare nuove linee guida: «Da un punto di vista morale, il dovere di agire per salvare la vita del paziente si fonda sui principi di fare il bene e non fare il male»

Dopo aver legalizzato l’eutanasia, il Quebec è costretto a correre ai ripari. Se la legge è entrata in vigore solo a dicembre, è dal giugno del 2014 che l’omicidio su richiesta (anche dei pazienti con fragilità psicologiche) è passato al Parlamento, che ha dato 17 mesi di tempo ai medici per prepararsi alla rivoluzione.

CASI ALLARMANTI. In questo arco temporale si sono verificati degli episodi che hanno allarmato il Collegio dei medici del Quebec, fino a portarlo a varare delle nuove linee guida etiche in cui si ricorda al personale sanitario che bisogna salvare la vita ai pazienti che cercano di suicidarsi. Yves Robert, segretario del Collegio, ha dichiarato al National Post che un numero indefinito di medici ha interpretato il tentato suicidio in modo arbitrario come un’implicita richiesta di rifiuto delle cure.

«FARE IL BENE, NON IL MALE». Data la legalizzazione dell’eutanasia, l’interpretazione non è così insensata. Eppure Robert ha sottolineato che, «da un punto di vista morale, questo dovere di agire per salvare la vita del paziente, o di prevenire gli effetti di un intervento troppo tardivo, si fonda sui principi di fare il bene e non fare il male e su quello di solidarietà», per cui non intervenire «sarebbe una negligenza». Il Collegio dunque afferma quanto viene negato dalla legge sull’eutanasia, riconoscendo che esistono principi etici oggettivi a cui le procedure si devono attenere. E ricorda anche che potrebbero essere necessari dei trattamenti psichiatrici, perché «il riconoscimento della sofferenza psichica può permettere a una persona che si vuole uccidere di ripensare differentemente alla sua vita».

OLTRE 1.000 SUICIDI. Facendo emergere il problema, il direttore del Poison Control Center del Quebec, Maude St-Onge, ha spiegato che in pronto soccorso i medici spesso non sanno come procedere con chi ha provato a uccidersi. In molti casi di tentato suicidio tramite avvelenamento, l’autore poteva essere salvato facilmente senza ripercussioni per la sua salute futura. Ma questo non è stato fatto. E i casi potrebbero non essere pochi dato che in Quebec più di mille persone ogni anno si suicidano.

Fonte: www.tempi.it

Dopo il sì alle nozze omosex, perché no alla poligamia?

Dopo il sì alle nozze omosex, perché no alla poligamia?

di Tommaso Scandroglio

E ancora, se le “nozze” gay devono essere riconosciute per legge dal momento che non farlo sarebbe discriminatorio verso le coppie omosessuali, perché non riconoscere i matrimoni poligamici? Non sarebbe ugualmente discriminatorio verso quelle persone che, per tradizione culturale vecchia di secoli se non quasi di millenni, sono legate da un vincolo già riconosciuto dalla loro religione come un vincolo coniugale? Se il “matrimonio” tra persone dello stesso sesso è invenzione recente, la poligamia è da sempre esistita e quindi avrebbero più diritto i poligami rispetto alle persone omosessuali di vedersi riconosciuta dallo Stato la loro particolarissima convivenza.

Simili argomentazioni nei mesi passati venivano bollate dal fronte omosessualista come steriliprovocazioni, iperbole buone solo per gli scontri dialettici, fantasie per tirar fesso qualcuno. Insomma stupidi espedienti retorici. Ma il bello – o forse il brutto – sta nel fatto che per davvero qualcuno ha chiesto ai propri governanti di legittimare la poligamia e la poliandria appellandosi proprio alla legge che ha istituito i “matrimoni” omosessuali.

É accaduto a Mayotte, un arcipelago di isole costituito Dipartimento d’oltremare della Repubblicafrancese situato tra il Mozambico e il Madagascar. Le isole di Mayotte sono francesi a tutti gli effetti: ad esempio la moneta di scambio è l’euro. In quell’angolo di paradiso alcuni cittadini di fede islamica si sono riuniti in un comitato e hanno chiesto ufficialmente che il Parlamento francese estenda l’ambito di applicazione della legge sui “matrimoni” tra persone dello stesso sesso anche ai poligami. La motivazione è semplice semplice: se il Mariage pour Tous è davvero pour Tous perché negarlo a chi ha più compagne o più compagni e vuole un giorno chiamarli mogli e mariti? In breve si chiede di legalizzare la poligamia.

Ovviamente questa, a causa della suddetta legge sulle “nozze” gay, potrà essere eterosessuale (ad es. un marito e più mogli), omosessuale (solo mariti o solo mogli) oppure bisessuale (più mariti e più mogli sposati ognuno con tutti gli altri). Una bella espansione – intesa in senso tecnico – del matrimonio di base, un suo aggiornamento con notevoli implementazioni. Il comitato ha manifestato anche davanti alla prefettura locale.Uno striscione sintetizzava al meglio le motivazioni oggettivamente inappellabili per riconoscere la poligamia: ”Perché no alla poligamia e sì ai matrimoni gay?”.

In Francia la proposta è stata accolta con favore da un gruppo di femministe. Sì proprio loro, quelleche a parlare di poligamia fino a ieri giustamente diventavano paonazze dalla rabbia pensando alle donne ridotte a concubine di un unico marito. La poligamia è, in effetti, il simbolo eccellente della disuguaglianza tra uomo e donna così tanto vituperato da vecchie e nuove suffragette. Orbene, i musulmani di Mayotte hanno trovato proprio in loro una sponda favorevole per vedersi riconoscere la poligamia: «La definizione di matrimonio è duttile», ha commentato la leader femminista Jillian Keenan. «Come il matrimonio omosessuale non è né migliore né peggiore di quello eterosessuale, l’unione di due adulti non è intrinsecamente né più né meno corretta di quella tra tre (o quattro, o sei) adulti consenzienti. I poligami sono una minoranza, la libertà non ha alcun valore se non si estende ai piccoli gruppi o a quelli più marginali»

Siamo alle solite. Se accettiamo le premesse erronee – love is love – dobbiamo inevitabilmenteaccettarne anche le conseguenze logiche: sì alla poligamia. Se l’unico elemento necessario perché ci sia matrimonio è il libero consenso dei nubendi e l’affetto, allora il numero di coniugi non deve far problema perché aspetto solo accessorio. Se accetti il “matrimonio” gay devi accettare la poligamia. Anzi a ben guardare dal punto di vista meramente quantitativo il matrimonio poligamico vale di più di quello un po’ triste a due. Oltre a questo è più efficiente: ci sono più persone pronte a risolvere i problemi della famiglia e a badare ai figli, c’è più solidarietà. Non trovate?

Chiaro è che i poligami a loro volta non potranno opporsi ad altre espansioni di questa cosa informeche una volta si chiamava “matrimonio”. E così a breve ci potremo sposare la sorella, il nipote, qualche defunto (magari celebre) o l’amico che resterà però amico. Va da sé che potremo convolare a giuste nozze anche con il nostro amatissimo labrador, nonché in un prossimo futuro con robot umanoidi. Non sono anch’essi esseri intelligenti e che provano qualcosa? Tutte fantasie? C’è già chi sta proponendo il matrimonio interspecie e transumano.

Come la poligamia appariva fino a poco tempo fa una provocazione ma oggi bussa alla porta delParlamento francese, così tra un po’ accadrà anche a queste nuove forme di legame nuziale: oggi bizzarrie, domani diritti civili. In breve, oggigiorno non si nega un matrimonio a nessuno, che tu sia etero, omo, bisex, single, poligamo o poliandro. Sposati con qualcuno o qualcosa, basta che ci sia tanto, ma tanto love.

Fonte: www.lanuovabq.it

Croazia, il matrimonio è solo tra uomo e donna. Vince il “sì” col 65 per cento, ma per la sinistra si tratta di «omofobia»

Croazia, il matrimonio è solo tra uomo e donna. Vince il “sì” col 65 per cento, ma per la sinistra si tratta di «omofobia»

Confermate le previsioni nel referendum sulla definizione di matrimonio in Costituzione. Protestano le associazioni Lgbt e il premier prepara una legge per estendere i diritti delle coppie dello stesso sesso

da www.tempi.it 

matrimoni_gay_croaziaCroazia, nel referendum sulla definizione di matrimonio come sola unione tra uomo e donna ha stravinto il “sì”, con il 65 percento di preferenze. Ieri nella repubblica balcanica era il giorno della consultazione popolare sulla definizione delle nozze, promossa dall’associazione “In nome della famiglia” al fine di evitare prossime mosse del Governo in favore delle unioni omosessuali: al quesito “Vuoi definire il matrimonio come l’unione tra un uomo e una donna?” i croati che si sono presentati alle urne hanno risposto chiaramente in maniera affermativa, confermando le previsioni che nei giorni scorsi erano state fatte dai giornali.

BASSA AFFLUENZA. Le associazioni Lgbt contestano i risultati del voto, che ha mosso percentuali discretamente basse degli aventi diritto: l’affluenza è stata inferiore al 38 percento, cifra che però non ha avuto rilevanza ai fini del referendum, sul quale non esisteva quorum. Ora la ridefinizione sarà appunto trascritta in Costituzione, modifica che allinea la Croazia a Lettonia, Lituania, Polonia, Ungheria e Bulgaria, i cinque Paesi dell’Unione Europea che hanno già una definizione costituzionale dei matrimoni come esclusivamente eterosessuali. Sconfitto, così, il centrosinistra del premier Zoran Milanovic, che ha definito i risultati della consultazione «un’espressione di omofobia», e già prepara una nuova legge per estendere i diritti delle coppie dello stesso sesso.

Crollano adozioni e affidi, impediti dalla burocrazia ma non solo: «È la cultura dell’accoglienza che viene meno»

Crollano adozioni e affidi, impediti dalla burocrazia ma non solo: «È la cultura dell’accoglienza che viene meno»

Dal 2006 al 2011 adozioni nazionali crollate da 16 mila a 11 mila. Marco Mazzi (Famiglie per l’accoglienza): «Le coppie oggi sono più sole e fragili»
di Chiara Rizzo da www.tempi.it 

Sono scese drasticamente le domande per l’adozione, nazionale e internazionale, e per l’affido. A renderlo noto è stata la Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, che ha condotto un’indagine su questo tema. Secondo i dati raccolti al Dipartimento di giustizia minorile, le adozioni nazionali sono scese, nel periodo 2006-2011, da 16.538 a 11.075. La Commissione adozioni internazionali, pur ricordando che l’Italia resta il secondo paese per numero di richieste dopo gli Stati Uniti, ha riferito di un calo del 22 per cento nelle adozioni, dai 4.022 casi del 2011 ai 3.106 del 2012. Intanto – secondo gli ultimi dati del ministero del Lavoro e delle politiche sociali, che risalgono al 2010 – circa 14.781 minori in Italia non hanno una famiglia e vivono presso le “Case famiglia” o i servizi residenziali e socio-educativi: altri 14.528 minori sono stati affidati invece a famiglie.

Ieri, mercoledì 20 novembre, è stata celebrata la Giornata nazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Per l’occasione si è parlato di adozioni e affidi anche in Parlamento, proprio per dare la massima risonanza possibile a una situazione dolorosa, come conferma a tempi.it Marco Mazzi, presidente di Famiglie per l’accoglienza, una rete di nuclei familiari che si aiutano ad affrontare l’esperienza dell’accoglienza.

bambini-sowetoMazzi perché questa brusca diminuzione delle adozioni?
Per le adozioni internazionali sicuramente intervengono maggiori difficoltà economiche. Il percorso per queste adozioni prevede spese che possono variare dai 15 mila ai 25 mila euro, ci sono nazioni dove è richiesta una lunga permanenza, e altri dove bisogna tornare più volte, poi ci sono da pagare gli avvocati e i traduttori. Pur essendo stato fatto uno sforzo da parte delle associazioni internazionali per contenere i costi, purtroppo il problema insiste. Per il calo delle adozioni nazionali il problema è che ci sono pochissimi bimbi piccoli e sani, che vengono dati rapidamente in adozione perché le domande in questi casi superano il numero dei bambini, ma poi ci sono anche molti piccoli con problemi, spesso di salute, oppure bambini più grandi che non vengono accolti. L’accoglienza si ferma alla “tipologia tipo” desiderata, e si crea ovviamente un divario: ci sono ragazzi in età scolare che avrebbero bisogno di un appoggio o ragazzi più grandi che sono in istituto, ci sono bambini malati che non trovano una famiglia. Più in generale dietro al calo di adozioni e affidi vedo la necessità di riprendere una precisa cultura dell’accoglienza. Questa cultura tende a diminuire, perché è legata alla solidità della famiglia, mentre oggi i nuclei familiari vivono difficoltà non solo economiche ma anche relazionali. Pensiamo all’isolamento in cui vivono le nuove famiglie, dove spesso la donna lavora e non ha chi l’aiuti ad accudire i figli: sono tutti fattori che incidono. Infatti non è un problema solo delle adozioni, si fa fatica a trovare famiglie anche solo per l’affido. C’è un tessuto sociale che si sta sfilacciando, e presto tutti noi ne pagheremo le conseguenze.

Tra le problematiche segnalate dal rapporto della Commissione parlamentare, dopo l’audizioni di numerose associazioni, tra cui la vostra, ci sono il numero ridotto di assistenti sociali presenti in alcune aree del paese e la scarsa qualità di alcuni servizi sociali, per cui sarebbero necessari una migliore formazione e controlli capillari e profondi di alcune strutture residenziali. È così?
Sì. Inoltre noi abbiamo sottolineato che è necessario prevedere un’assistenza alle famiglie anche dopo l’adozione/affido. I singoli bambini ospitati presso strutture assistenziali, come quelli che sono in affido o in casa famiglia, devono avere un percorso personalizzato, da analizzare e seguire nel tempo. Tra alcune regioni d’Italia, poi, la discrepanza nel numero di affidi e adozioni è davvero elevata, perché ci sono enormi differenze tra le rispettive linee guida per gli assistenti sociali o i sussidi alle famiglie: in alcune zone sono previste, in altre no; in alcune regioni si aiutano le famiglie, in altre no. Purtroppo gli aiuti mancano in particolare al Sud.

Altro problema: i procedimenti di adottabilità «si prolungano oltre una ragionevole durata».
Nel frattempo da questo punto di vista qualcosa è stata fatta: oggi un coppia per ottenere lo stato di idoneità all’adozione impiega mediamente sei mesi. Per le adozioni nazionali, però, è ancora impossibile calcolare una tempistica media, perché è il tribunale dei minori che ha il compito di scegliere dalle banche dati la famiglia che sembra migliore in base alle esigenze del singoli bambini. Quanto alle adozioni internazionali, i tempi sono ancora davvero molto variabili, a seconda dei paesi presso i quali è accreditato l’ente incaricato dell’”abbinamento” e della provenienza del bimbo. In media l’iter dura due anni e mezzo.

La settimana passata ha fatto molto discutere la decisione del Tribunale dei minori di Bologna di dare in affido una bambina a una coppia omosessuale. Cosa ne pensa?
Non ho letto le motivazioni di questo specifico caso, però dico che bisogna stare attenti a che i singoli casi non creino una mentalità generalizzata. Stando a quello che vediamo nella nostra esperienza, è meglio che un minore sia accolto e cresciuto dentro una relazione di coppia tra un uomo e una donna, perché questo permette un percorso di maturazione anche nella propria identità sessuale: il minore ha bisogno di identificarsi e differenziarsi rispetto a ciascuno dei genitori. Diverso potrebbe essere il caso di un ragazzo già maturo, con una propria identità ben definita, anche se personalmente, avrei comunque delle perplessità, perché è nell’unità-diversità uomo-donna che si abbraccia tutto (il fisico, il ruolo, la personalità) e che si permette al minore di crescere. Noi pensiamo che il rapporto affettivo sia ciò di cui i minori hanno più bisogno, e lo dico anche pensando alla fragilità che vivono le stesse coppie eterosessuali, documentata dall’aumento dei divorzi e delle separazioni. I minori hanno bisogno di stabilità effettiva, e dentro questa stabilità c’è anche la differenza tra i sessi.

Galles, centinaia di bambini abortiti per errore

Galles, centinaia di bambini abortiti per errore

di Gianfranco Amato da www.lanuovabq.it

Sono centinaia i bambini perfettamente sani che potrebbero essere stati abortiti per errore in un famoso ospedale di Cardiff, in Galles. Una storia che ha dell’incredibile e ancora più incredibili sono le reazioni di giudici e opinionisti, che hanno derubricato lo scandalo a semplice «errore» medico per quanto «sgradevole».

La vicenda ha cominciato a emergere lo scorso anno quando una donna di 31 anni, Emily Wheatley, incinta di nove settimane, con una gravidanza a rischio, si è recata all’University Hospital of Wales di Cardiff per un controllo. Dopo l’ecografia si è sentita dire che il suo bambino purtroppo era morto per cui si doveva procedere alla revisione della cavità uterina (raschiamento). Per questo intervento però la signora Wheatley decideva di andare in un altro ospedale, il Nevill Hall Hospital di Abergavenny, dove le hanno fatto un’ulteriore ecografia scoprendo che il bambino era ancora vivo e perfettamente sano.

Emily Wheatley è fortemente traumatizzata dalla situazione, ci pensa sua madre a sporgere immediatamente denuncia al Public Services Ombudsman for Wales, il difensore civico gallese per i disservizi pubblici. Segue un’approfondita inchiesta, i cui dati – riferiti nei giorni scorsi – si rilevano agghiaccianti. Si scopre, infatti, che presso l’University Hospital of Wales si applica fin dal 2006 un protocollo ormai superato dalle nuove linee guida emanate dal Royal College of Obstetricians and Gynaecologists per prevenire i margini di errori diagnostici degli aborti spontanei nel primo stadio della gravidanza. In pratica si usano ecografie addominali laddove è disponibile e consigliata l’ecografia transvaginale. In quell’ospedale nascono ogni anno seimila bambini, mentre si registrano tra i 600 e i 1200 aborti spontanei. Da qui la stima che le donne vittime di diagnosi sbagliate possano essere state centinaia.

Le conseguenze di questa incredibile vicenda appaiono, però, più surreali degli antefatti che le hanno generate. L’ospedale, infatti, si è semplicemente scusato imputando tutto ad un semplice «errore medico»; dovrà solo provvedere a cambiare immediatamente il metodo di accertamento delle condizioni del feto. La Wheatley, la cui figlia scampata all’aborto ha ora 8 mesi, è stata risarcita con la risibile somma di 1.500 sterline, mentre l’Ombudsman, Peter Tyndall, nel rapporto ufficiale se ne è uscito con una sortita dal tipico aplomb anglosassone: «Le donne a cui è stato recentemente diagnosticato un aborto spontaneo all’University Hospital of Wales, e a cui è stata conseguentemente praticata un’evacuazione uterina, troveranno tutto ciò estremamente sgradevole (“extremely disturbing”)».

Insomma, è stata compiuta una vera e propria strage ma tutto si risolve con delle scuse. Del resto, anche da noi in Italia il fatto non ha trovato alcuna eco. Il che non dovrebbe neanche sorprendere più di tanto vista la concezione che ormai sta diventando comune. Ricordiamo come non più di un mese fa Filomena Gallo e Gianni Baldini, rispettivamente Segretario dell’Associazione Luca Coscioni e docente di Biodiritto Università di Firenze, abbiano dichiarato senza mezzi termini che «gli embrioni sono di proprietà della coppia» che li ha generati, e come tali nella loro piena e assoluta disponibilità, al punto da potersene disfare come meglio aggrada.

Di fronte a vicende come quella di Cardiff appare sempre più evidente come l’uomo moderno abbia perso il senso della ragione. Quando si giunge a teorizzare la reificazione dell’essere umano, considerandolo alla stessa stregua di un “prodotto”, di cui si può rivendicare la proprietà e persino distruggere con assoluta nonchalance – essendo semplice “cosa” –, allora tutto diventa possibile e accettabile. Anche la storia di ordinaria follia accaduta all’University Hospital of Wales.

Non può non venire alla mente, a questo proposito, il noto concetto di banalità del male di Hanna Arendt, un male che sembra trascendere ogni possibilità di comprensione e persino di attribuzione di responsabilità personale. La banalità del male in questo caso, oltre che nella tragedia dell’uccisione di centinaia di innocenti perpetrata presso il prestigioso ospedale gallese, sta anche nelle incredibili reazioni a quella strage: nessuna conseguenza concreta di carattere giuridico a livello di sanzioni, ma soprattutto l’assenza di qualunque sincero sentimento di umana compassione. A questo siamo ormai ridotti.