«Cristo centro della storia»: Chiuso l’Anno della fede

«Cristo centro della storia»: Chiuso l’Anno della fede

da www.avvenire.it

“Gesù pronuncia solo la parola del perdono, non quella della condanna; e quando l’uomo trova il coraggio di chiedere questo perdono, il Signore non lascia mai cadere una simile richiesta”. Lo ha detto Papa Francesco, nell’omelia per la celebrazione eucaristica in occasione della chiusura dell’Anno della fede.”

Cristo centro della creazione, Cristo centro del popolo, Cristo centro della storia”. Sono i concetti sui quali papa Francesco ha basato ieri la sua omelia, nella solennità di Cristo Re dell’universo. “Quando si perde questo centro, perché lo si sostituisce con qualcosa d’altro, ne derivano soltanto dei danni, per l’ambiente attorno a noi e per l’uomo stesso”, ha affermato il Pontefice.

Dopo la messa, come gesto conclusivo dell’Anno della Fede, Papa Francesco ha consegnato la “Evangelii gaudium”, la sua prima Esortazione Apostolica, a un vescovo, a un sacerdote, a un diacono provenienti rispettivamente da Lettonia, Tanzania e Australia, e a 33 fedeli di altri 13 paesi, rappresentanti di ogni evento celebrato in piazza San Pietro nel corso dell’anno: alcuni neo cresimati, un seminarista e una novizia, una famiglia, dei catechisti, religiosi e religiose, una non vedente con il suo cane guida, alla quale il Pontefice ha dato la sua Lettera con un file audio, dei giovani, membri delle confraternite, dei movimenti, e infine alcuni artisti, scelti per far emergere il valore della bellezza come forma privilegiata di evangelizzazione.

Prima di iniziare la celebrazione conclusiva dell’Anno della fede, Papa Francesco ha venerato e benedetto con l’incenso le reliquie dell’Apostolo Pietro, contenute in una cassetta in bronzo che reca la scritta “Ex ossibus quae in Arcibasilicae Vaticanae hypogeo inventa Beati Petri Apostoli esse putantur (“Dalle ossa rinvenute nell’ipogeo della Basilica Vaticana, che sono ritenute del Beato Pietro Apostolo”). La teca, aperta, è posta lato dell’altare.

Erano presenti per questo Etsuro Sotoo, scultore giapponese famoso per la sua collaborazione alla Sagrada Familia di Barcellona, e Anna Gulak, giovane pittrice polacca. Una elaborazione molto personale. Il documento, suddiviso in 228 paragrafi, rappresenta una elaborazione molto personale di Papa Francesco sulla base delle “propositiones” che erano state approvate l’anno scorso dal Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione, come aveva anticipato lo stesso Francesco in giugno, parlando a braccio ai membri del consiglio della segreteria del Sinodo: “ho pensato che l’Anno della fede si concluda con un bel documento: una Esortazione sulla evangelizzazione in genere, con dentro le cose del Sinodo”. Un testo, insomma, che raccolga le idee “del Sinodo” ma che ricomprenda, più alla “larga”, il tema della “evangelizzazione in genere”. “Mi è piaciuta l’idea e andrò su quella strada”, aveva aggiunto il Pontefice. “Alla vigilia della pubblicazione dell’Esortazione, Papa Bergoglio ne ha poi offerto egli stesso una breve sintesi nel video messaggio ai partecipanti al pellegrinaggio promosso al santuario messicano di Nostra Signora di Guadalupe.

Papa Francesco, nella messa in Piazza San Pietro per la chiusura dell’Anno della fede, ha invocato “il dono della pace e della concordia” per i cristiani d’Oriente, in particolari quelli di Siria e Terra Santa, “che hanno confessato il nome di Cristo – ha detto – con una esemplare fedeltà, spesso pagata a caro prezzo”.

Il Papa all’Angelus: «È l’eternità a illuminare la vita terrena di ciascuno di noi»

Il Papa all’Angelus: «È l’eternità a illuminare la vita terrena di ciascuno di noi»

Il pontefice chiede preghiera e aiuto concreto per le popolazioni delle filippine colpite dal tifone. Il ricordo della notte dei Cristalli e la vicinanza agli ebrei, «nostri fratelli maggiori» 

Al termine di un  Angelus tutto incentrato sul significato della vita eterna e sul rapporto con quella terrena, papa Francesco ha invitato i fedeli a pregare per le popolazioni delle Filippine, colpite da un tifone violentissimo il cui bilancio, secondo le stime delle autorità, arriverà a circa diecimila vittime. Il Papa ha voluto anche ricordare l’anniversario della “notte dei cristalli” con cui esplose, nel 1938 in Germania, la persecuzione dei nostri «fratelli maggiori» ebrei.

LA RESURREZIONE. Commentando le letture della liturgia di oggi il Papa ha spiegato la “provocazione” tesa a Gesù dai Sadducei, che non credevano nella risurrezione. “Se una donna ha avuto sette mariti morti uno dopo l’altro – chiedono infatti – chi sarà il suo marito nell’aldilà?. «Gesù – spiega il Papa – risponde che la vita dopo la morte non ha gli stessi parametri di quella terrena: la vita eterna è un’altra vita in un’altra dimensione, dove, tra l’altro, non ci sarà più il matrimonio che è legato alla nostra esistenza in questo mondo. I risorti vivranno come gli angeli in uno stato diverso che non possiamo nemmeno immaginare». «Ma poi Gesù per così dire “passa al contrattacco” e lo fa citando la Sacra Scrittura con una semplicità e una originalità che ci lasciano pieni di ammirazione per il maestro. La prova della risurrezione – continua Francesco – Gesù la trova nell’episodio di Mosè e del roveto ardente, là dove Dio si rivela come il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Il nome di Dio è legato ai nomi degli uomini e delle donne con cui si lega, e questo legame è più forte della morte. Ecco perché Gesù afferma: “Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui”. E il legame decisivo, l’alleanza fondamentale è quella con Gesù: Lui stesso è l’Alleanza, Lui stesso è la Vita e la Risurrezione, perché con il suo amore crocifisso ha vinto la morte. In Gesù Dio ci dona la vita eterna, la dona a tutti, e tutti grazie a Lui hanno la speranza di una vita ancora più vera di questa. La vita che Dio ci prepara non è un semplice abbellimento di quella attuale: essa supera la nostra immaginazione, perché Dio ci stupisce continuamente con il suo amore e con la sua misericordia».

LA MORTE E’ ALLE NOSTRE SPALLE. «Ciò che accadrà è proprio il contrario di quanto si aspettavano i Sadducei: non è questa vita a fare da riferimento all’eternità, ma è l’eternità a illuminare e dare speranza alla vita terrena di ciascuno di noi. Se guardiamo con occhio umano siamo portati a dire che il cammino dell’uomo va dalla vita verso la morte, ma è così solo se guardiamo con l’occhio umano. Gesù capovolge questa prospettiva e afferma che il nostro pellegrinaggio va dalla morte alla vita: la vita piena! Quindi la morte sta dietro, alle spalle, non davanti a noi. Davanti a noi sta il Dio dei viventi, il Dio che porta il mio nome, il tuo, il tuo, il tuo… sta la definitiva sconfitta del peccato e della morte, l’inizio di un nuovo tempo di gioia e di luce senza fine. Ma già su questa terra, nella preghiera, nei Sacramenti, nella fraternità, noi incontriamo Gesù e il suo amore, e così possiamo pregustare qualcosa della vita risorta. L’esperienza che facciamo del suo amore e della sua fedeltà accende come un fuoco nel nostro cuore e aumenta la nostra fede nella risurrezione. Infatti, se Dio è fedele e ama, non può esserlo a tempo limitato, la fedeltà è eterna; l’amore di Dio non è per un tempo limitato, è per sempre: Lui è fedele per sempre, e Lui ci aspetta e accompagna ognuno di noi con questa fedeltà eterna».

da www.tempi.it

Sinodo, la proposta cristiana sulla famiglia è per tutti

Sinodo, la proposta cristiana sulla famiglia è per tutti

“Rispetto per i gay, la Chiesa non esclude nessuno” dice monsignor Forte. Il aboratorio della Chiesa del dialogo di Francesco che consulta i laici sulle grandi sfide

GIACOMO GALEAZZI
da Vatican Insider

Unioni gay, sacramenti ai divorziati risposati, contraccezione, coppie di fatto, adozioni omosex. Una consultazione di base a tutto campo e senza precedenti per fotograre la Chiesa mondiale e affrontare le sfide del terzo millennio globalizzato.

Il Papa vuole rendere “permanente” il lavoro del sinodo, rafforzando così la funzione di questo strumento creato al Concilio Vaticano II, afferma il segretario del sinodo, monsignor Lorenzo Baldisseri, nominato di recente da Francesco, che, presentando il sinodo straordinario sulla famiglia voluto da Bergoglio nel 2014  (al quale seguirà un’assemblea ordinaria nel 2015)  ha spiegato, in risposta ad una domanda dei giornalisti sull’ipotesi che anche delle famiglie partecipino: “Qui si tratta del sinodo dei vescovi, non del sinodo dei laici.

E’ stato costituito così da Paolo VI appena tre mesi prima la chiusura del Concilio vaticano II per una partecipazione maggiore dei vescovi del mondo al governo della Chiesa”.  In questo senso, ci sono “discussioni che possiamo anche fare”, ma “non è previsto che ci sia una ristrutturazione che possa includere anche una formulazione diversa istituzionalmente da quella esistente”. Invece, “il Santo Padre ha parlato di metodologia e di forma permanente di consultazione. Per avere una collaborazione più stretta c’è bisogno di un organo permanente, il sinodo, ma notiamo, a distanza di 50 anni, che c’è bisogno di una forumlazione più dinamica, ma sempre nella strutturazione come nata”. All’assise parteciperanno uditori laici (“le donne saranno in gran numero”, assicura Baldisseri) e si discuterà di una pluralità di temi (“incluso l’incesto”, osserva Monsignor Bruno Forte).

Ma sulle modalità di consultazione della base ci sono diversità di approccio nelle conferenze episcopali nazionali: quella inglese ha subito messo “On line” il questionario con possibilità di risposte anonime alle 39 domande, mentre quella statunitense assegna ai parroci il compito di fare la sintesi della sensibilità nel “popolo di Dio”. Insomma, il Sinodo diventa un cantiere aperto, un laboratorio per la Chiesa di domani.  «La dottrina del magistero dev’essere la base del Sinodo, senza questo non si può lavorare».

Il relatore generale, cardinale Peter Erdo, arcivescovo di Budapest, ribadisce che dalla sessione non si dovranno attendere cambiamenti nella dottrina cattolica sulla famiglia, quanto piuttosto l’avvio di atteggiamenti pastorali diversi.«Non abbiamo voglia di riaprire tutto il discorso sulla dottrina cattolica – ha detto oggi in una conferenza stampa -, ma in base all’approccio pastorale vogliamo guardare a tutte le situazioni». Anche da qui nasce l’idea di inviare a tutte le Chiese locali il questionario in cui si chiedono ai fedeli opinioni anche sulle coppie di fatto, sulle unioni gay, sul comportamento da tenere verso i divorziati e risposati.

«Non è sono una questione di opinione pubblica – ha aggiunto il cardinale Erdo -. Già Gesù Cristo, quando parlava del matrimonio diceva cose provocatorie, i discepoli erano sorpresi di quello che diceva il maestro, e noi siamo discepoli di Gesù». La proposta cristiana sulla famiglia non è mai contro qualcuno, ma “sempre ed esclusivamente a favore della dignità e della bellezza della vita di ogni uomo e per il bene dell’intera società”, evidenzia l’arcivescovo Bruno Forte, segretario speciale del Sinodo spiegando che nell’occasione «non si tratta di dibattere questioni dottrinali ma, da parte della Chiesa, di mettersi in ascolto dei problemi e delle attese che vivono oggi tante famiglie», agendo «con taglio pastorale» secondo la richiesta da parte del Papa di mostrare «attenzione, accoglienza e misericordia».

Il Sinodo straordinario sulla famiglia dovrà tradursi in «un ascolto ampio e profondo della vita della Chiesa e delle sfide più vive che ad essa si pongono», per «maturare proposte affidabili da offrire al discernimento del Papa» cui spetta «la decisione ultima, per il bene della Chiesa e della famiglia umana, al cui servizio essa si pone». In tal senso, «l’attezione prioritaria va rivolta alla evangelizzazione», ribadisce monsignor Forte, visto che «la Chiesa non esiste per se stessa, ma per la gloria di Dio e per la salvezza degli uomini, cui è chiamata a portare la gioia del Vangelo».

L’impostazione è all’insegna della massima apertura e disponibiltà al confronto. «Non si possono rifiutare i fidanzati cattolici che vogliono celebrare il vero matrimonio davanti alla Chiesa per il solo motivo della loro scarsa religiosità o per la scarsità o mancanza della loro fede religiosa», sottoline ail cardinale Erdo- .Come insegna Giovanni Paolo II, voler stabilire ulteriori criteri di ammissione alla celebrazione ecclesiale del matrimonio che dovrebbero riguardare il grado di fede dei nubendi, comporta oltre tutto gravi rischi. Quello, anzitutto, di pronunciare giudizi infondati e discriminatori; il rischio, poi di sollevare dubbi sulla validità di matrimoni già celebrati, con grave danno per le comunità cristiane e di nuove ingiustificate inquietudini per la coscienza degli sposi».

Un punto fermo che Francesco ha ribadito è  “il rispetto per ogni persona umana e dunque anche per i gay- precisa mosnignor Forte- Naturalmente l’atteggiamento pastorale nei confronti di tutto questo mondo  deve essere approfondito rispetto alle nuove sfide. Non abbiamo la risposta già pronta”. Per questo il Pontefice chiede “ai vescovi di tutto il mondo un aiuto e discernere possibilita’ di accoglienza e comprensione nella fedelta’ alla visione della famiglia dove un uomo e una donna si uniscono e procreano dei figl”.

Questo è “il messaggio fondamentale che la Chiesa da’ sulla famiglia” ma ”questo non vuol dire in nessun modo discrimanare altri. vuol dire annunciare un Vangelo e cercare di capire tutte le situazioni alla luce di quello che e’ il cuore del Vangelo che e’ il rispetto della coscienza della persona”.

FILE

DOCUMENTO PREPARATORIO LE SFIDE PASTORALI SULLA FAMIGLIA NEL CONTESTO DELL’EVANGELIZZAZIONE

Lefebvriani e Santa Sede: fine del dialogo

Lefebvriani e Santa Sede: fine del dialogo

di Matteo Matzuzzi da www.lanuovabq.it

Negoziato

Arriva da Kansas City, Stati Uniti, quella che con ogni probabilità sarà la conclusione negativa della lunga trattativa per riportare la Fraternità San Pio X (i lefebvriani) in piena comunione con Roma. È lì che, intervenendo nel corso di un’assemblea che si è tenuta nello scorso fine settimana, il superiore Bernard Fellay ha chiuso lo spiraglio del negoziato: «Abbiamo davanti a noi un vero modernista», ha detto riferendosi a Papa Francesco. È Bergoglio, infatti, l’oggetto della riflessione del successore di monsignor Marcel Lefebvre. Con lui, il gesuita “preso quasi alla fine del mondo”, non ci potrà essere dialogo. E i motivi sono tanti, troppi anche per i più ottimisti e fiduciosi sul fatto che il cammino intrapreso da Benedetto XVI possa concludersi con successo. «La situazione della Chiesa è un vero e proprio disastro, e questo Papa la sta rendendo diecimila volte peggio», ha tuonato Fellay. Rispetto a Ratzinger, il cambiamento è netto: «All’inizio del pontificato di Benedetto XVI avevo detto che la crisi della Chiesa sarebbe continuata, ma che il Papa stava cercando di metterci un freno. Francesco – dice il superiore della Fraternità lefebvriana, ha tagliato le corde del paracadute che il teologo bavarese aveva applicato alla Chiesa». Il futuro non può che essere nero, per Fellay: «Stiamo vivendo tempi spaventosi, se l’attuale Papa continuerà ad agire nel modo in cui ha iniziato, dividerà la chiesa. Sta esplodendo tutto. A quel punto, la gente dirà che è impossibile che lui sia il Papa, lo rifiuterà». Viene evocato, in modo esplicito, il rischio di uno scisma.

Oltre alle frasi di Francesco sul “Summorum Pontificum” (il motu proprio del 2007 con cui Benedetto XVI regolava la corretta celebrazione della messa tridentina secondo il messale di Giovanni XXIII), che risponderebbe solo all’esigenza di «aiutare alcune persone che hanno questa sensibilità», a finire nel mirino dei lefebvriani sono le frasi del Papa sulla coscienza contenute nell’intervista concessa a Eugenio Scalfari: «La coscienza deve essere sempre formata secondo la legge di Dio, il resto è spazzatura», ha chiarito Fellay, precisando che nelle parole di Jorge Mario Bergoglio si scorge solo “un relativismo assoluto”. È il suo adattamento al mondo a non piacere, l’uso che fa dell’accomodatio ignaziana. «Riflettendo su ciò che accade, ringraziamo Dio che lo scorso anno ci ha preservato da ogni tipo di accordo». Viene fatta risalire al settembre 2012, infatti, la vera interruzione dei contatti con Roma. In quelle settimane arrivava a Econe la lettera preparata dal Vaticano e sottoposta alla firma di Fellay. Un testo in cui Ratzinger poneva come condizione per la riconciliazione il pieno riconoscimento del Concilio Vaticano II. Una clausola irricevibile, per gli eredi di Marcel Lefebvre: «Quel giorno dissi che era impossibile sottoscrivere l’ermeneutica della continuità. Il Concilio non è in continuità con la Tradizione, è una cosa fuori dalla realtà».

Nei mesi scorsi, da più parti si segnalava come la mancata firma da parte della Fraternità scismatica fosse stata un’occasione mancata, probabilmente irripetibile alla luce del cambio della guardia sul Soglio di Pietro. Mai (si diceva) ci sarebbe stato un altro Pontefice così disponibile verso una ricomposizione come lo era stato Benedetto XVI, il quale si era spinto a garantire ampie concessioni alla piccola comunità tradizionalista pur di sanare la ferita, compresa la controversa remissione della scomunica ai quattro vescovi consacrati nel 1988 da Lefebvre senza l’autorizzazione della Santa Sede. Con Francesco, infatti, le distanze sembrarono ampie già dalla sera stessa dell’elezione. Il Papa neoeletto che rifiutava gli orpelli della Tradizione (a partire dalla mozzetta di velluto rosso, la croce pettorale d’oro e le scarpe rosse) e che si definiva semplicemente vescovo di Roma, capo della diocesi che presiede nella carità le altre chiese. Una vocazione all’ecumenismo destinata a diventare cifra saliente del pontificato, si disse allora. Proprio di quell’ecumenismo che secondo Bernard Fellay «tanti disastri ha arrecato alla chiesa».

Un segno di distensione poteva essere letto nella scelta di Bergoglio di nominare monsignor Guido Pozzo segretario della Pontificia commissione “Ecclesia Dei”, l’organismo creato da Giovanni Paolo II nel 1988 volto a favorire il rientro nella Chiesa cattolica dei lefebvriani. Pozzo, d’orientamento conservatore, era già stato segretario di quella commissione dal 2009 al 2012, quando Benedetto XVI lo aveva promosso Elemosiniere. Lo scorso agosto, però, il ritorno alle origini (seppur da arcivescovo titolare di Bagnoregio): dopo solo otto mesi, Francesco cambia l’Elemosiniere e rimanda mons. Pozzo all’Ecclesia Dei. Basta con gli elemosinieri “che firmano pergamene tutto il giorno” – così ha detto Francesco incontrando i familiari di Konrad Krajewski, il successore di Pozzo. Ma dopo un anno in cui tutto è rimasto fermo, la ricomposizione pare improbabile. Lo stesso Guido Pozzo ha sempre ricordato che l’elemento fondamentale per tornare a sedersi attorno a un tavolo è il pieno riconoscimento del Magistero dei papi dal Concilio in poi. Senza quel , ogni accordo è impossibile.

Papa: rinnova atto di affidamento alla Madonna di Fatima

Papa: rinnova atto di affidamento alla Madonna di Fatima

Le tre “realtà” che si vedono “guardando a Maria”. “Dio ci sorprende, Dio ci chiede fedeltà, Dio è la nostra forza”. “Lascio veramente entrare Dio nella mia vita? Come gli rispondo?”, “Sono un cristiano ‘a singhiozzo’, o sono un cristiano sempre”, di fronte a una “cultura del provvisorio, del relativo” e, infine, so “ringraziare, lodare per quanto il Signore fa per noi”, perché “tutto è suo dono; Lui è la nostra forza!”. 

Città del Vaticano (AsiaNews) – Dinanzi all’immagine della Madonna portata in piazza san Pietro da Fatima, papa Francesco ha rinnovato l’Atto di affidamento a Maria. “Atto che facciamo con fiducia, siamo certi che ognuno di noi è prezioso ai tuoi occhi e che nulla ti è estraneo”

“Celebriamo in te – ha detto – le grandi opere di Dio, che mai si stanca di chinarsi con misericordia sull’umanità, afflitta dal male e ferita dal peccato, per guarirla e per salvarla. Accogli con benevolenza di Madre l’atto di affidamento che oggi facciamo con fiducia, dinanzi a questa tua immagine a noi tanto cara. Siamo certi che ognuno di noi è prezioso ai tuoi occhi e che nulla ti è estraneo di tutto ciò che abita nei nostri cuori.
Ci lasciamo raggiungere dal tuo dolcissimo sguardo e riceviamo la consolante carezza del tuo sorriso. Custodisci la nostra vita fra le tue braccia: benedici e rafforza ogni desiderio di bene; ravviva e alimenta la fede; sostieni e illumina la speranza; suscita e anima la carità; guida tutti noi nel cammino della santità. Insegnaci il tuo stesso amore di predilezione per i piccoli e i poveri, per gli esclusi e i sofferenti, per i peccatori e gli smarriti di cuore: raduna tutti sotto la tua protezione e tutti consegna al tuo diletto Figlio, il Signore nostro Gesù”.

L’Atto è giunto al termine della messa celebrata per la “Giornata Mariana”, in occasione dell’Anno della fede. Una Giornata cominciata ieri, quando è arrivata a Roma la statua della Vergine di Fatima e che anche oggi ha visto in piazza san Pietro oltre 100mila persone.

A loro, nel corso della messa, il Papa ha parlato delle tre “realtà” che si vedono “guardando a Maria”, “una delle meraviglie del Signore”. “Dio ci sorprende, Dio ci chiede fedeltà, Dio è la nostra forza”. “Realtà” che hanno portato Francesco a invitare a riflettere se “lascio veramente entrare Dio nella mia vita? Come gli rispondo?”, se “Sono un cristiano ‘a singhiozzo’, o sono un cristiano sempre”, di fronte a una “cultura del provvisorio, del relativo”, che “entra anche nel vivere la fede” e se, infine, so “ringraziare, lodare per quanto il Signore fa per noi”, perché “tutto è suo dono; Lui è la nostra forza!”.

La prima “realtà”, dunque, è che “Dio ci sorprende”. “Dio ci sorprende; è proprio nella povertà, nella debolezza, nell’umiltà che si manifesta e ci dona il suo amore che ci salva, ci guarisce e ci dà forza. Chiede solo che seguiamo la sua parola e ci fidiamo di Lui. Questa è l’esperienza della Vergine Maria: davanti all’annuncio dell’Angelo, non nasconde la sua meraviglia. E’ lo stupore di vedere che Dio, per farsi uomo, ha scelto proprio lei, una semplice ragazza di Nazaret, che non vive nei palazzi del potere e della ricchezza, che non ha compiuto imprese straordinarie, ma che è aperta a Dio, sa fidarsi di Lui, anche se non comprende tutto: ‘Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola’ (Lc 1,38). Dio ci sorprende sempre, rompe i nostri schemi, mette in crisi i nostri progetti, e ci dice: fidati di me, non avere paura, lasciati sorprendere, esci da te stesso e seguimi!”.

“Oggi chiediamoci tutti se abbiamo paura di quello che Dio potrebbe chiederci o di quello che ci chiede. Mi lascio sorprendere da Dio, come ha fatto Maria, o mi chiudo nelle mie sicurezze, nei miei progetti? Lascio veramente entrare Dio nella mia vita? Come gli rispondo?”.

“Il secondo punto è “ricordarsi sempre di Cristo, perseverare nella fede; Dio ci sorprende con il suo amore, ma chiede fedeltà nel seguirlo. Pensiamo a quante volte ci siamo entusiasmati per qualcosa, per qualche iniziativa, per qualche impegno, ma poi, di fronte ai primi problemi, abbiamo gettato la spugna. E questo purtroppo, avviene anche nelle scelte fondamentali, come quella del matrimonio. La difficoltà di essere costanti, di essere fedeli alle decisioni prese, agli impegni assunti. Spesso è facile dire ‘sì’, ma poi non si riesce a ripetere questo ‘sì’ ogni giorno”.

“Maria ha detto il suo ‘sì’ a Dio, un ‘sì’ che ha sconvolto la sua umile esistenza di Nazaret, ma non è stato l’unico, anzi è stato solo il primo di tanti ‘sì’ pronunciati nel suo cuore nei momenti gioiosi, come pure in quelli di dolore, tanti ‘sì’ culminati in quello sotto la Croce. Oggi, qui ci sono tante mamme; pensate fino a che punto è arrivata la fedeltà di Maria a Dio: vedere il suo unico Figlio sulla Croce”. “Distrutta dal dolore, ma fedele e forte”.

“Sono un cristiano “a singhiozzo”, o sono un cristiano sempre? La cultura del provvisorio, del relativo entra anche nel vivere la fede. Dio ci chiede di essergli fedeli, ogni giorno, nelle azioni quotidiane e aggiunge che, anche se a volte non gli siamo fedeli, Lui è sempre fedele e con la sua misericordia non si stanca di tenderci la mano per risollevarci, di incoraggiarci a riprendere il cammino, di ritornare a Lui e dirgli la nostra debolezza perché ci doni la sua forza”. “Questo è un cammino definitivo, sempre col Signore, anche con le nostre debolezze, col peccato, mai andare sulle strade del provvisorio, questo uccide, la fede è definitiva, come quella di Maria”

“L’ultimo punto: Dio è la nostra forza. Penso ai dieci lebbrosi del Vangelo guariti da Gesù: gli vanno incontro, si fermano a distanza e gridano: ‘Gesù, maestro, abbi pietà di noi!’ (Lc 17,13). Sono malati, bisognosi di essere amati, di avere forza e cercano qualcuno che li guarisca. E Gesù risponde liberandoli tutti dalla loro malattia. Fa impressione, però, vedere che uno solo torna indietro per lodare Dio a gran voce e ringraziarlo. Gesù stesso lo nota: dieci hanno gridato per ottenere la guarigione e solo uno è ritornato per gridare a voce alta il suo grazie a Dio e riconoscere che Lui è la nostra forza. Saper ringraziare, saper lodare per quanto il Signore fa per noi”.

“Guardiamo a Maria: dopo l’Annunciazione, il primo gesto che compie è di carità verso l’anziana parente Elisabetta; e le prime parole che pronuncia sono: ‘L’anima mia magnifica il Signore’, il Magnificat, un canto di lode e di ringraziamento a Dio non solo per quello che ha operato in lei, ma per la sua azione in tutta la storia della salvezza. Tutto è suo dono; se possiamo capire che tutto è dono di Dio quanta felicità nel nostro cuore. Lui è la nostra forza! Dire grazie è così facile, eppure così difficile! Quante volte ci diciamo grazie in famiglia?”. “E’ una delle parole chiave della convivenza: permesso, scusami, grazie, se in una famiglia di dicono queste tre parole, la famiglia va avanti”. “Quante volte diciamo grazie a chi ci aiuta, ci è vicino, ci accompagna nella vita? Spesso diamo tutto per scontato! E questo avviene anche con Dio”.

“Invochiamo l’intercessione di Maria, perché ci aiuti a lasciarci sorprendere da Dio senza resistenze, ad essergli fedeli ogni giorno, a lodarlo e ringraziarlo perché è Lui la nostra forza”.

L’atto di affidamento compiuto oggi da papa Francesco segue quelli compiuti da Giovanni Paolo II. Il primo era stato programmato per il 7 giugno 1981, in Santa Maria Maggiore. Assente il Papa per le conseguenze dell’attentato del 13 maggio, fu trasmessa la preghiera che egli aveva composto per l’occasione. L’atto fu rinnovato a Fatima il 13 maggio 1982 e ripetuto il 25 marzo 1984 a Roma in piazza San Pietro, in unione spirituale con tutti i vescovi del mondo, compresi i vescovi ortodossi russi.

La tentazione di fuggire da Dio

La tentazione di fuggire da Dio

Nella Messa a Santa Marta, Papa Francesco invita a seguire l’esempio del Buon Samaritano del Vangelo e “lasciarsi scrivere la vita da Dio”

da www.Zenit.org di  Junno De Jesús Arocho Esteves

A volte, “può succedere che anche un cristiano, un cattolico fugga da Dio, mentre un peccatore, considerato lontano da Dio, ascolti la voce del Signore”. È la riflessione sviluppata oggi da Papa Francesco durante l’omelia della Messa mattutina nella Casa Santa Marta. Il Papa, che il 13 ottobre consacrerà il mondo al Cuore Immacolato di Maria, indossava una casula bianca per onorare la memoria della Beata Vergine del Rosario che si celebra oggi.

L’omelia del Pontefice ha preso spunto dalla prima lettura della liturgia odierna che ricorda la storia di Giona, il quale “fugge” dopo aver ricevuto la chiamata di Dio a predicare contro Ninive. Giona prega, loda e serve Dio, fa del bene, ha osservato il Santo Padre, eppure quando il Signore lo chiama, “prende una nave per la Spagna. Fuggiva dal Signore”, perché “non voleva essere disturbato”.

Questo atto di “fuggire da Dio”, è una tentazione che tutti noi, cristiani e non, affrontiamo ogni giorno, ha detto il Papa. “Si può fuggire da Dio, pur essendo cristiano, essendo cattolico, essendo dell’Azione Cattolica, essendo prete, vescovo, Papa… Tutti possiamo fuggire da Dio! E’ una tentazione quotidiana” ha sottolineato.

Pur di “non ascoltare Dio, non ascoltare la sua voce, non sentire nel cuore la sua proposta, il suo invito” siamo disposti ad allontanarci da Lui, e le modalità sono infinite. “Si può fuggire direttamente” o si trovano altre maniere “un po’ più educate, un po’ più sofisticate”.

Ne è un esempio il Vangelo di oggi, in cui Cristo, narrando la parabola del Buon Samaritano, parla di un sacerdote che vede un uomo percosso e ferito per strada e passa oltre. “Fugge” quindi da Dio, ha osservato Bergoglio: “C’è quest’uomo mezzo morto, buttato sul pavimento della strada, e per caso un sacerdote scendeva per quella medesima strada – un degno sacerdote, proprio con la talare, bene, bravissimo! – Ha visto e ha guardato: ‘Arrivo tardi a Messa’, e se n’è andato oltre. Non aveva sentito la voce di Dio, lì”.

Allo stesso modo un levita, passando – ha proseguito il Santo Padre – vede l’uomo e pensa: “Se io lo prendo o se io mi avvicino, forse sarà morto, e domani devo andare dal giudice e dare la testimonianza…”. Quindi tira dritto e anche lui “fugge da questa voce di Dio”.

Infine – ha ricordato Francesco – passa un samaritano, “uno che abitualmente fuggiva da Dio, un peccatore”, e forse per questo l’unico che “ha la capacità di capire la voce di Dio”. Il samaritano, infatti, “non era abituato alle pratiche religiose, alla vita morale, anche teologicamente era sbagliato” – ha spiegato – perché i samaritani “credevano che Dio si dovesse adorare da un’altra parte e non dove voleva il Signore”. Tuttavia, egli “ha capito che Dio lo chiamava, e non fuggì”, ma “gli si fece vicino, gli fasciò le ferite versandovi olio e vino, poi lo caricò sulla cavalcatura”. Come se non bastasse “lo portò in un albergo e si prese cura di lui”. “Ha perso tutta la serata” ha affermato Bergoglio.

Ma come si spiega tutto questo? “Perché Giona fuggì da Dio? Perché il sacerdote fuggì da Dio? Perché il levita fuggì da Dio?” si è domandato il Santo Padre. “Perché avevano il cuore chiuso – ha risposto – e quando tu hai il cuore chiuso, non può sentire la voce di Dio”. Invece, il samaritano “aveva il cuore aperto, era umano, e l’umanità lo avvicinò”.

Il problema, inoltre – ha aggiunto il Pontefice – è che Giona, così come il sacerdote e il levita, “aveva un disegno della sua vita: lui voleva scrivere la sua storia”, aveva “un disegno di lavoro”. Al contrario, il samaritano peccatore “si è lasciato scrivere la vita da Dio: ha cambiato tutto, quella sera, perché il Signore gli ha avvicinato la persona di questo povero uomo, ferito, malamente ferito, buttato sulla strada”.

La domanda che Papa Francesco ha rivolto quindi a tutti i presenti, incluso sé stesso, è stata: “Ci lasciamo scrivere la vita, la nostra vita, da Dio o vogliamo scriverla noi?”. E ancora: “Siamo docili alla Parola di Dio? Tu hai capacità di ascoltarla, di sentirla? Tu hai la capacità di trovare la Parola di Dio nella storia di ogni giorno, o le tue idee sono quelle che ti reggono, e non lasci che la sorpresa del Signore ti parli?”.

Concludendo l’omelia, il Santo Padre ha detto: “Sono sicuro che tutti noi vediamo che il samaritano, il peccatore, non è fuggito da Dio”. Il suo auspicio è quindi che il Signore “ci conceda di sentire la Sua voce, che ci dice: Va e anche tu fa così!”.

Al termine della celebrazione, il Papa ha salutato ognuno dei presenti alla funzione. Tra questi, un gruppo di dipendenti vaticani e di giornalisti accreditati presso la Sala Stampa della Santa Sede, tra cui una rappresentanza di ZENIT.