Venerdì della XXXIII settimana del T.O.

Venerdì della XXXIII settimana del T.O.

dal vangelo secondo Lc 19,45-48

In quel tempo, Gesù entrato nel tempio, cominciò a scacciare i venditori, dicendo: “Sta scritto: La mia casa sarà casa di preghiera. Ma voi ne avete fatto una spelonca di ladri!”.
Ogni giorno insegnava nel tempio. I sommi sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo perire e così anche i notabili del popolo; ma non sapevano come fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue parole.

Il commento di don Antonello Iapicca

Il Signore si accende di zelo in quel luogo particolare che erano i cortili del Tempio, riservati a coloro che non avevano accesso diretto al Santo, al luogo separato, dove offrire il sacrificio. Nel suo Vangelo, Marco si riferisce al solo Cortile dei gentili. Luca parla di cortili in generale, i luoghi per i piccoli, per gli ultimi, per quanti non potevano avere parte al culto. Si tratta quasi di un rovesciamento, ed è quello che percorre tutto il Vangelo: quei cortili costituiscono l’unica ragione d’essere del Tempio. Il Santo dei Santi esisteva per i pagani, per i peccatori! L’esatto contrario di quanto avevano finito per interpretare gli scribi: la purezza, la santità di Israele e del suo culto non erano autoreferenti, fondamento per escludere il resto delle Nazioni. La santità, la separazione, il non contaminarsi era proprio per aprirsi, per servire i popoli, per offrire la Verità senza compromessi. La purezza che Dio aveva insegnato a Israele era amore, non segregazione ed esclusione. E questo è un criterio importante per la Chiesa e per ciascuno di noi. Difendere la fede perchè non si annacqui non significa erigere steccati, delimitare il confine per una pretesa, latente e inconfessabile superiorità. La fede è gemella della carità, sempre. L’apertura amorevole della santità è direttamente proporzionale alla sua integrità. Non vi è morale fine a stessa, ripiegata in un narcisismo sprezzante. La castità, la sincerità, la sobrietà, le virtù sono la realizzazione di un abbraccio d’amore verso ogni uomo. Un prete che viva la castità come uno sforzo e un impegno dovuto al suo ministero, senza ravvisarvi, e vivere, la fecondità del dono che essa suppone, il segno incontaminato di una vita oltre la morte, del potere di Gesù sulla concupiscenza, è un prete frustrato che difenderà posizioni, schemi e progetti. Così anche di un giovane che si sforza per essere casto, se non vive la lotta nell’orizzonte autentico dell’amore, cadrà rovinosamente adirandosi come un animale ferito. La Chiesa non insegna la castità come una legge pesante, ma come un servizio d’amore ad ogni uomo: un giovane casto impara ad amare, a rispettare e a far presente, nella propria esperienza, il Cielo. Per questo Gesù manda innanzi tutto i suoi discepoli alle pecore perdute della casa di Israele, per ricondurre ogni suo figlio alla sua identità, che è quella di segno di salvezza per le Nazioni. Così anche la Chiesa ha bisogno continuo di purificazione, di rinnovare la propria primogenitura. Così ciascuno di noi.

Scrive Benedetto XVI nel suo primo volume su Gesù di Nazaret: “che cosa ha portato Gesù veramente, se non ha portato la pace nel mondo, il benessere per tutti, un mondo migliore? Che cosa ha portato? La risposta è molto semplice: Dio. Ha portato Dio” (p. 73). Gesù ha abbattuto, nella sua carne crocifissa, “il muro di separazione che era frammezzo”, l’inimicizia tra giudei e pagani. Lui ha dato compimento pieno alla volontà di Dio, che prevede la salvezza di ogni uomo. Il Tempio esisteva per mostrare che non c’è più giudeo né greco, né uomo né donna, né schiavo né libero, ma che tutti sono uno in Cristo Gesù. Non si tratta di comunismo di bassa lega. Niente ideologie. E’ l’opera di Cristo, abbattere le barriere, il peccato che è innanzi tutto inimicizia con Dio, e poi divisione tra gli uomini. Per questo non vi saranno più due popoli, non vi saranno due ma uno solo, come, in Adamo ed Eva, Dio aveva mostrato l’immagine perfetta della sua volontà originaria e mai smentita. Anzi, dopo il peccato, durante tutta la storia della salvezza, Egli è andato compiendo la ricreazione di questa comunione, immagine della comunione che regna nella Trinità, nel cuore stesso di Dio. E’ l’amore, sine glossa. L’amore che fonde ma non confonde, e fa dei due una carne sola: la cosa molto buona deturpata dal peccato, ha ritrovato la bellezza originaria in Cristo e la sua Chiesa. Le nozze messianiche con le quali si conclude la Rivelazione nel Libro dell’Apocalisse è la chiamata che Dio fa ad ogni uomo attraverso i suoi primogeniti, i figli della Chiesa. E’ lo zelo incontenibile che scaturisce dall’amore geloso di Dio per ogni uomo. Per questo l’ira di Gesù si scatena sui venditori che avevano piantato i loro traffici nel luogo decisivo, sulla porta della fede, della salvezza e della vita.

E’ l’ira santa che si avventa su ogni tentativo di fare della Chiesa un luogo di mercato, una spelonca di ladri. Di chi, come profetizzava Geremia, si fa forte dell’appartenenza al Popolo e di avere il Tempio, come un’assicurazione sulla vita, mentre essa scorreva tra idolatria e adulterio. Ma l’appartenenza significa primogenitura di una moltitudine di popoliIsraele esiste per i popoli, esattamente come la Chiesa e come la vita di ciascuno di noiAppartenere a Cristo significa appartenere ad ogni uomo, perchè “Egli è venuto ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito”. Appartenere a Cristo e alla sua Chiesa significa essere tutto a tutti, come ha mostrato San Paolo, e poi San Francesco Saverio, e tutti gli apostoli che hanno sciolto la propria vita nell’annuncio del Vangelo, sino all’offerta del proprio sangue. La vita della Chiesa e di ogni discepolo di Cristo si identifica in questi cortili del Tempio, immagine e profezia della ferita del costato di Cristo, la porta del suo cuore dischiusa ad ogni uomo. Cortili dove gli uomini possano presentarsi a Dio nello stesso Spirito d’amore.

E’ nel cortile dei gentili che si compie la nostra vita, come quella della Chiesa. Scambiare e commerciare ciò che è gratuito è profanare il Tempio, gli affetti, il lavoro, l’amicizia, il fidanzamento. Il matrimonio infatti è dato proprio come un cortile del Tempio, dove i piccoli, i pagani, immagini delle debolezze dell’altro, trovino il luogo dove incontrare la misericordia di Dio. Fare della debolezza dell’altro, dei suoi difetti e dei suoi peccati un luogo di mercato, una spelonca di ladri significa consegnare il Tempio alla distruzione, prendere in odio la primogenitura, e quindi la propria vita. Ricattare e prestare a usura affetto, stima, pazienza e addirittura il perdono, approfittando della fragilità dell’altro, è pervertire quanto Gesù ha amato e guardato con compassione e tenerezza.

Abbiamo ridotto la Casa di Dio, la nostra vita, una spelonca di ladri; rubiamo le persone, le mettiamo sotto chiave perchè possano saziare il nostro cuore. Inganniamo, come ogni venditore di fumo. Anche quando urliamo ai quattro venti d’esser coerenti, di dire le cose in faccia, d’essere liberi, di fatto stiamo indossando l’ennesima maschera, quella del “puro”, del “sincero sino alle estreme conseguenze”. Maschera buona, di solito, quando le altre, quelle più luccicanti e ammalianti, non hanno funzionato a dovere. Anche quella di “chi non guarda in faccia a nessuno” è, spesso, una maschera che ci mettiamo, così, per identificarci e staccarci dalla massa informe dei proni ai piedi degli altri. Comunque maschere. Comunque carnevale. Comunque insegne luminose, cartelloni pubblicitari, spot ben lanciati nell’etere ad attirare l’attenzione su di noi. E far soldi, accumulare fascine d’affetto, di stima, “manager dei sentimenti” nella calca della “borsa dei sentimenti”, sperando e travagliando perchè alla fine della giornata l’indice degli scambi mostri, finalmente, il segno “più”. E soffriamo. Immensamente. Senza lo straccio di un solo bilancio in attivo. Sempre tutto in rosso. E sempre più soli. Già, la nostra solitudine di fronte all’invicibile gelosia di Dio, lo zelo del Figlio che irrompe nelle nostre esistenze e le stravolge, le purifica. Per questo in ogni giornata è nascosto l’imprevisto, un mal di testa, un tamponamento, un fallimento, un’incomprensione, qualcosa che, come un ago, fora il pallone gonfiato dai nostri sogni che è la nostra vita senza di Lui.

Ma noi siamo Suoi, Lui ha consegnato la Sua vita per questi “zombi” sperduti nel mondo che siamo, vomitati dall’infernale macchina del commercio di affetti e sentimenti. Siamo del Signore, nonostante tutto. Anzi proprio perchè soli, perduti, stanchi e feriti, siamo suoi, le sue braccia distese, ora per noi. La sua casa, la sua famiglia, il suo luogo, il suo riposo, la sua gioia, il suo tempio siamo noi. Lui ci ha raccolti forse addirittura lontani dal Tempio, neanche dentro il cortile dei gentili. I suoi occhi folli d’amore hanno intercettato, nel nostro dimenarci tra peccati e dolori, un cortile più grande, il cui perimetro abbraccia la nostra esistenza intera; il cortile dove il nostro cuore, errando, cercava il volto di Dio. Il suo amore ci ha aperto il passaggio al Santo dei Santi, al suo cuore, il luogo dove sperimentare che la vita non è un affannato e tragico commercio. La nostra vita è stare con Lui, in Lui amare, donare e non rubare e accaparrare, in Lui perderci per essere persi in ogni “altro” che si appresta alla porta della nostra casa, la sua casa.

Lo zelo del Signore per noi riassume il Suo amore per ciascun uomo. La nostra vita fa parte della vita più grande della Chiesa, la sua casadove ha fissato l’appuntamento di salvezza per tutti i popoli. Dentro ad ogni evento vi è dunque il disegno di salvezza di Dio. Purifica noi per salvare il mondo. Caccia dalle nostre vite la paccottiglia che impedisce la liturgia di lode pensata per le nostre vite. Scaccia i demoni, secondo il verbo originale del vangelo identico a quello “tecnico” utilizzato negli esorcismi. Il Signore scaccia dal nostro cuore il traffico malefico innescato dal demonio, che, in cambio di una felicità avvelenata, ci ha sempre richiesto l’anima. Il Signore ci fa santi, ci “esorcizza” e “purifica” proprio attraverso gli inconvenienti, i dolori, le sofferenze. La Croce ci fa veri, cioè suoi, per attirare e salvare tutti quelli che ancora non lo sono, o meglio, che ancora non sanno di esserlo. Amore infinito per noi, amore infinito per tutti.

Così con la Chiesa. Le difficoltà, le persecuzioni, la Croce la rendono bella, scacciano i mercanti di anime dal Tempio e la rinnovano perchè sia un cortile dove accogliere ogni uomo. A questo proposito Benedetto XVI ha detto: “Come primo passo dell’evangelizzazione dobbiamo cercare di tenere desta la ricerca di Dio negli uomini; dobbiamo preoccuparci che l’uomo non accantoni la questione su Dio come questione essenziale della sua esistenza. Preoccuparci perché egli accetti tale questione e la nostalgia che in essa si nasconde. Mi viene qui in mente la parola che Gesù cita dal profeta Isaia, che cioè il tempio dovrebbe essere una casa di preghiera per tutti i popoli. Egli pensava al cosiddetto cortile dei gentiliche sgomberò da affari esteriori perché ci fosse lo spazio libero per i gentili che lì volevano pregare l’unico Dio, anche se non potevano prendere parte al mistero, al cui servizio era riservato l’interno del tempio. Spazio di preghiera per tutti i popoli – si pensava con ciò a persone che conoscono Dio, per così dire, soltanto da lontano; che sono scontente con i loro dèi, riti, miti; che desiderano il Puro e il Grande, anche se Dio rimane per loro il “Dio ignoto”. Essi dovevano poter pregare il Dio ignoto e così tuttavia essere in relazione con il Dio vero, anche se in mezzo ad oscurità di vario genere. Io penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di “cortile dei gentili” dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita interna della Chiesa” (Benedetto XVI, Discorso alla Curia Romana, Dicembre 2009). Gesù continuerà sempre a scacciare i demoni che tentano di annidarsi nella Chiesa per rendere impossibile l’aggancio. Chi non annuncia il Vangelo riduce la Chiesa ad una spelonca di ladri che rubano i tesori di Grazia, la Parola e l’amore di Dio offerti ad essa per agganciare gli uomini. Moralismi, potere, prestigio, denari, parole vane, slogan e progetti mondani sono i mattoni che riedificano il muro abbattuto dal Signore. Ma Lui tornerà ogni giorno a distruggerlo, per l’amore immenso che ha per ogni uomo.

Gesù dopo la purificazione del Tempio vi insegna e il Popolo pende dalle sue labbra, avendo incontrato la Verità che il loro cuore cercava. Ma i notabili, i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo perire. Si avvicinava la purificazione definitiva. E così per la Chiesa, e ciascuno di noi: non ci si può sedere, mai; se così fosse, ci trasformeremmo di nuovo e in un baleno, in avidi mercanti. Per questo, come già accaduto ad Israele insediatosi nella Terra Promessa, vi sarà sempre qualcuno a minacciarci, a voler far perire Cristo e la sua Chiesa. Perchè la sua autenticità, come quella del Tempio, risiede nel divenire, giorno dopo giorno, un cortile dove gli uomini possano agganciarsi a Dio! Così la nostra vita è un “gancio” offerto ad ogni uomo, e tutto di noi è indispensabile perchè lo diventi davvero. Ed il gancio è stato e sarà sempre, sino alla consumazione dei secoli, l’annuncio che Gesù Cristo è il Signore, che ha vinto il peccato e la morte, salvezza gratuita offerta ad ogni uomo.

Che il Signore ci conceda oggi e ogni giorno occhi di fede per vedere, in ogni evento della nostra vita l’incarnazione della sua mano distesa verso i poveri, i deboli, i peccatori. Ogni istante delle nostre esistenze è santo, parte della Storia di salvezza che cerca ogni uomo. Perchè Dio sia tutto in tutti.

Lunedì della XXXII settimana del T.O.

Lunedì della XXXII settimana del T.O.

Dal Vangelo secondo Luca 17, 1-6.

Disse ancora ai suoi discepoli: «E’ inevitabile che avvengano scandali, ma guai a colui per cui avvengono.
E’ meglio per lui che gli sia messa al collo una pietra da mulino e venga gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. 
State attenti a voi stessi! Se un tuo fratello pecca, rimproveralo; ma se si pente, perdonagli. 
E se pecca sette volte al giorno contro di te e sette volte ti dice: Mi pento, tu gli perdonerai». 
Gli apostoli dissero al Signore: «Aumenta la nostra fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe. 
Il commento di don Antonello Iapicca
Vivere senza fede credendo e facendo credere di averne: è questo lo scandalo più grande, quello che chiude il cielo a chi ci sta intorno, che scandalizza i piccoli, i fratelli della comunità, chi si avvicina appena al Signore. Un cristiano senza fede è come il sale che perde il sapore: non serve, anzi è occasione di inciampo, è meglio per lui sparire, essere calpestato come polvere sotto i sandali. Si tratta di una Parola molto dura, con la quale dobbiamo confrontarci. “Non possiamo accettare che il sale diventi insipido e la luce sia tenuta nascosta” (Benedetto XVI). Il cristianesimo non è roba da tavole rotonde, da talk show, da comitati organizzativi; la Chiesa non è un’istituzione umana. Quando vi si trasforma diviene scandalo, un ostacolo su cui inciampano i suoi figli, ingannati e sedotti da una menzogna ipocrita. “E’ diffusa oggi qua e là, anche in ambienti ecclesiastici elevati, l’idea che una persona sia tanto più cristiana quanto più è impegnata in attività ecclesiali. Si spinge ad una specie di terapia ecclesiastica dell’attività, del darsi da fare; a ciascuno si cerca di assegnare un comitato o, in ogni caso, almeno un qualche impegno all’interno della Chiesa. In un qualche modo, così si pensa, ci deve sempre essere un’attività ecclesiale, si deve parlare della Chiesa o si deve fare qualcosa per essa o in essa. Ma uno specchio che riflette solamente se stesso non è più uno specchio; una finestra che invece di consentire uno sguardo libero verso il lontano orizzonte, si frappone come uno schermo fra l’osservatore e il mondo, ha perso il suo senso” (J. Ratzinger, Relazione tenuta al Meeting di Rimini 1987). La Chiesa narcisa che si rimira e così si illude di adempiere alla sua missione diviene scandalo, uno schermo che impedisce di vedere Dio. Grave, gravissimo, tanto che pur di non cadere in questo scandalo è meglio mettersi una pietra al collo e gettarsi in mare!

E’ anche nel quadro del “guai” del Vangelo di oggi che vanno compresi i “guai” che Gesù indirizza ai farisei e ai dottori della Legge. Guai a chi scandalizza i piccoli, i discepoli, coloro che Lui ha chiamato. Guai a chi, chiuso nella propria ipocrisia, afferma e agisce in modo che la Chiesa perda il suo “sapore” profetico per immergersi nel fetore mondano. Guai a quanti pervertono la Chiesa, guai agli “attivisti” ipocriti che tendono trappole e lacci alla fede, nelle forme che qualche anno fa l’allora Card. Ratzinger stigmatizzava così: secondo questi, “la Chiesa non deve più venir calata già dall’alto. No! Siamo noi che “facciamo” la Chiesa, e la facciamo sempre nuova. Così essa diverrà finalmente la “nostra” Chiesa, e noi i suoi attivi soggetti responsabili. L’aspetto passivo cede a quello attivo. La Chiesa sorge attraverso discussioni, accordi e decisioni…  L’attivista, colui che vuol costruire tutto da sé… restringe l’ambito della propria ragione e perde così di vista il Mistero… L’attivista, colui che vuol sempre fare, pone la sua propria attività al di sopra di tutto. Ciò  limita il suo orizzonte all’ambito del fattibile, di ciò che può diventare oggetto del suo fare. Propriamente parlando egli vede soltanto degli oggetti. Non è affatto in grado di percepire ciò che e più grande di lui, poiché ciò porrebbe un limite alla sua attività. L’uomo viene amputato. Quanto più nella Chiesa si estende l’ambito delle cose decise da sé e fatte da sé, tanto più angusta essa diventa per noi tutti” (J. Ratzinger, Relazione al Meeting di Rimini, 1987). Angusta e irta di ostacoli.

Il cristianesimo invece è fede che opera per mezzo della carità: è, essenzialmente, perdono. Un gelso trapiantato e gettato nel mare significa qualcosa di impossibile, che supera le leggi della natura. Per questo, alla domanda dei discepoli di aumentare la loro fede, Gesù risponde indicando il seme più piccolo della terra: con esso ci vuol dire che la fede o la si ha o non la si ha, non si tratta di misurarne la quantità. E’ un dono celeste, una virtù teologale. Non si vede e non si pesa, se ne percepisce la presenza attraverso le opere che essa ispira. Laddove c’è la fede appaiono opere di vita eterna, che superano la giustizia dei farisei, che vanno al di là delle capacità umane, del fattibile stabilito nei comitati. La fede è l’atmosfera del Regno dei Cieli. Un cristiano è un po’ come un centometrista che va in altura per stabilire un record di velocità. La “velocità” della fede è il perdono, impossibile per chi “corre” al livello del mare, possibile per chi “corre” alle altezze del Cielo. Il cristiano infatti è nel mondo ma non è del mondo: è del Cielo, e vive come gli astronauti sulla luna o nelle navicelle spaziali, dove si muovono in assenza di gravità. Ecco, la fede ci catapulta nel Regno dei Cieli dove è assente la forza gravitazionale della carne che ci spinge giù, ci attacca alla terra e ci fa pensare ed operare secondo la carne. La gravità ci impedisce di avvicinarci, liberi, ai fratelli e di perdonarli. La gravità ci scandalizza, ci fa inciampare; per questo, quanto più ricorriamo alla carne e alla sua fallace sapienza, tanto più cadremo, ci feriremo, precipiteremo nel mare. La gravità che si oppone allo Spirito è come la pietra di cui ci parla il Signore: ci trascina irrimediabilmente nel profondo delle acque della morte.

La fede invece ci rende umili, autentici, abbandonati al soffio rigenerante dello Spirito Santo, leggeri come il vento. La fede ci rende figli del Regno, dove saltano le regole umane e sono superate le stesse leggi di natura. Per la fede, con una parola si può dire ad una albero di sradicarsi e “trapiantarsi” nel mare. E come può un albero essere piantato nel mare, mettere radici nell’acqua? Come può una moglie perdonare un marito che l’ha tradita? Come può accoglierlo settanta volte sette in casa dopo quattrocentonovanta tradimenti? Come puòdimenticare sempre, scusare tutto, credere tutto, coprire tutto? Solo se ella stessa è stata trapiantata nel Regno, se, alla voce di Cristo che l’ha chiamata, ha obbedito per fede ed è stata trasferita nel Cielo. La vita alla quale siamo stati chiamati è proprio quella di un gelso che stende le sue radici nel mare, immagine della morte, per elevarsi sino al Cielo: dalle radici riceve la morte che, come pecore condotte al macello, la storia ci riserva ogni giorno; dal Cielo riceviamo la luce della fede, la vita divina che vince la morte. Per questo San Paolo esplode nella benedizione al Padre “che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. È lui infatti che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati” (Col. 1, 2ss). Il perdono ha operato quella ablatio di cui parla San Bonaventura citato dall’allora Card. Ratzinger: “Lo scultore non fa qualcosa. La sua opera è invece una ablatio: essa consiste nell’eliminare; nel toglier via ciò che è inautentico. In questa maniera, attraverso la ablatio, emerge la nobilis forma, cioè la figura preziosa”. Il perdono toglie via il peccato e ci così trasferisce nel Cielo, fa emergere l’immagine divina e perciò autentica dell’uomo. Dio si rivela come tale e diverso dall’uomo proprio nel perdono: Egli dimentica davvero, non restano in Lui le scorie del ricordo, ha il potere di cancellare dalla propria memoria i nostri peccati. In noi uomini purtroppo non è coì. Per questo abbiamo bisogno di essere continuamente trasferiti in Cielo, trapiantati dalla terra nella quale si nutrono i ricordi, al mare, alle acque delle viscere della sua misericordia, dove essere gestati e rinnovati nell’amore. “Così la prima, fondamentale ablatio, che è necessaria per la Chiesa, e sempre nuovamente l’atto della fede stessa. Quell’atto di fede che lacera le barriere del finito e apre così lo spazio per giungere sino allo sconfinato, e uscire fuori dai limiti del nostro sapere e del nostro potere… Ciò significa che la Chiesa dev’essere il ponte della fede che infrange le mura del finito e libera lo sguardo verso le dimensioni dell’Eterno. La Chiesa infatti non esiste allo scopo di tenerci occupati come una qualsiasi associazione intramondana e di conservarsi in vita essa stessa, ma esiste invece per divenire in noi tutti accesso alla vita eterna.” (J. Ratzinger, ibid).

Gli scandali cui stiamo assistendo in questo tempo, non diversi da quelli che hanno ferito la Chiesa durante la sua storia, sono gravissimi. E certo, guai a chi li ha provocati. Ma non esiste peccato che non possa essere perdonato! Lo scandalo più grande è un altro, è una Chiesa dove si sia smarrito il perdono. Una Chiesa senza Cristo… Una Chiesa dove lo scandalo non possa essere gettato nel mare, sepolto nel sacrificio di Cristo, trapiantato in esso perchè possa essere trasformato nella vita nuova donata dalla sua resurrezione; una Chiesa senza fede che operi nella carità, che schiuda le viscere della misericordia per ridare la vita ai morti. Infatti, “solo il perdono, il fatto del perdono, permette la franchezza di riconoscere il peccato” (Benedetto XVI) e ispira la decisione di convertirsi. “Non è certamente un caso che nelle tre tappe decisive del formarsi della Chiesa la remissione dei peccati giochi un ruolo essenziale. La Chiesa non è una comunità di coloro che «non hanno bisogno del medico», bensì una comunità di peccatori convertiti, che vivono della grazia del perdono, trasmettendola a loro volta ad altri” (Card. J. Ratzinger).Tutti noi abbiamo scandalizzato, tutti ci siamo scandalizzati di Cristo. Con Pietro e i discepoli siamo scappati e abbiamo trascinato tante persone nel nostro tradimento: coniugi, figli, amici. Tutti noi, con san Paolo, abbiamo perseguitato la Chiesa. Ma nella Chiesa possiamo oggi ripetere con lui la parola “sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, a esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna” (1 Tim. 1, 15-16). Tutti noi possiamo incontrare ogni giorno nella Chiesa come Pietro, il volto misericordioso del Signore che ci viene a cercare sulla riva dei nostri fallimenti, e sperimentare il suo amore che ci spinge ad amarlo, nonostante tutto. Laddove questo è smarrito in favore di criteri mondani, ai piccoli non rimane altro che inciampare e scappare dal moralismo asfissiante che condanna il peccatore pretendendo di estirpare il peccato. Ed è l’esperienza delle nostre famiglie, chiese domestiche, dove così spesso regnano il moralismo freddo o il lassismo buonista, tentativi carnali di aggiustare le cose eludendo l’unica possibilità autentica, il perdono, la misericordiaIn essa e solo in essa siamo rigenerati e allevati, le viscere materne dove possiamo accogliere il seme della fede.

Nella Lettera inviata ai fedeli d’Irlanda in merito agli scandali della pedofilia nel clero, il Santo Padre scriveva che “Nell’affrontare la presente crisi, le misure per occuparsi in modo giusto dei singoli crimini sono essenziali, tuttavia da sole non sono sufficientivi è bisogno di una nuova visione per ispirare la generazione presente e quelle future a far tesoro del dono della nostra comune fede“. Alla radice degli scandali vi è sempre il non aver fatto tesoro del dono della fede. Esiste uno scandalo che dà ad ogni altro scandalo una tragica definitività, che si frappone come ostacolo al miracolo della rinascita, della conversione, alla missione stessa della Chiesa. Un prete pedofilo ferisce la Chiesa e rivela il baratro del male e dell’iniquità che tutti ci lambisce, giorno dopo giorno. Ma una donna che, in silenzio e nel segreto delle quattro mura domestiche, riaccoglie e perdona un marito adultero schiude il Cielo sulla terra, e la sua luce potente – la luce della Pasqua – è capace di trasfigurare e redimere anche il peccato più grande. Per perdonare occorre la fede che si incarna nella carità, primizia della vita celeste. Per ricevere il dono della fede occorre poter ascoltare l’annuncio del Vangelo e poter crescere in esso, perchè la fede viene dalla stoltezza della predicazione. Lo scandalo più grande è dunque privare la Chiesa della sua missione specifica, imprescindibile, l’annuncio del Vangelo. E’ inevitabile che avvengano scandali, perchè siamo liberi e possiamo sempre cedere agli inganni del demonio. Il Signore  conosceva chi aveva scelto, sapeva della debolezza dei membri della Chiesa. Quanti scandali durante la sua storia, eppure, anche tra quelli più dolorosi, non si è mai spento lo zelo per l’annuncio del Vangelo e la custodia fedele del deposito della fede. Chi crede di sfuggire agli scandali cambiando e adeguando le strutture è solo un superficiale e un mondano, che dal mondo e dai suoi criteri crede di poter attingere per riformare e rinnovare la Chiesa. Chi pensa così non conosce l’uomo e neanche il potere dell’elezione divina. La Chiesa ha sempre vissuto borderline, toccando le cose del mondo se ne è più volte contaminata. Ma i carismi, i santi, il fuoco dello Spirito non ha mai smesso di assisterla per farle compiere la sua missione essenziale di annunciare il Vangelo sino ai confini della terra. Per questo è da evitare e combattere innanzi tutto lo scandalo che spenga lo zelo alla Chiesa, che silenzi la proclamazione della Buona Notizia in favore di strategie mondane, invenzioni umane, succedanei sterili della predicazione. “Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote! Quanta sporcizia c’è nella Chiesa.. Quanta superbia, quanta autosufficienza!” (J. Ratzinger, Via Crucis, 2005).

Non esiste altro antidoto agli scandali che la stoltezza della predicazione. Solo chi ascolta e si apre alla Parola creatrice può sfuggire ai lacci del demonio: un ragazzo può rispettare la sua fidanzata; una moglie può aprirsi alla vita e non appropriarsi del suo corpo; un commerciante può trafficare senza eludere le tasse; un presbitero può custodire la castità e la parresia senza cedere ai compromessi; solo la Parola e i sacramenti possono donare la fede audace che permette di vivere tra le fiamme della fornace del mondo senza scottarsi, amando oltre il fuoco delle passioni, perdonare infinite volte, anche il nemico. Siamo chiamati dunque, come scrive il Santo Padre nell’indire l’Anno della Fede, a tenere sempre aperta “La “porta della fede” (cfr At 14,27) che introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa… E’ possibile oltrepassare quella soglia quando la Parola di Dio viene annunciata e il cuore si lascia plasmare dalla grazia che trasforma. Attraversare quella porta comporta immettersi in un cammino che dura tutta la vita… per tenere fisso lo sguardo su Gesù Cristo, “colui che dà origine alla fede e la porta a compimento”: la gioia dell’amore, la risposta al dramma della sofferenza e del dolore, la forza del perdono davanti all’offesa ricevuta e la vittoria della vita dinanzi al vuoto della morte, tutto trova compimento nel suo mistero” (Benedetto XVI, Motu Propio “Porta Fidei”).

La vita infatti ci crocifigge ogni giorno con il Signore, per vivere in Lui e vivere la vita nella carne nella sua fede. La fede del Servo che prende ogni peccato su di sé. Lui guarda ogni uomo con fede, con amore, con misericordia. Lui offre la sua vita gratuitamente, nelle certezza che essa può cambiare il cuore dell’uomo più indurito. Il suo amore può cambiare il più grande peccatore. Lui perdona settanta-volte-sette, cioè sempre, perchè sino all’ultimo istante per ogni uomo c’è speranza. Chi di noi ha fatto l’esperienza di questo amore, non può non amare, perdonare infinitamente. Chi è stato graziato settanta-volte-sette dal Signore, ha fede, guarda tutto e tutti con fede. Il suo unico giudizio è la misericordia. La propria presunta giustizia basata sulla carne e che fa gli altri a fettine è lo scandalo, l’inciampo più grande. Che Dio ce ne liberi e ci faccia conoscere sempre più profondamente il Suo amore, scandaloso per i giustizialisti e giustizieri d’ogni tempo, stoltezza per gli intelligenti d’ogni cultura; potenza e salvezza per i piccoli, i poveri, i peccatori. L’amore crocifisso, scandalo e stoltezza, unica salvezza. Di chi non ne ha proprio nessuna in questo mondo.

Mercoledì della XXXI settimana del T.O.

Mercoledì della XXXI settimana del T.O.

dal Vangelo secondo Lc 14,25-33

In quel tempo, siccome molta gente andava con lui, Gesù si voltò e disse: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda un’ambasceria per la pace.
Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”.

Il commento di don Antonello Iapicca

Avranno «calcolato» ponderatamente i rischi prima di bussare alla porta della Chiesa i pagani che abitavano l’Impero Romano. Convertirsi significava infatti andare incontro ad una morte probabile. Eppure continuavano a ripetere ai cristiani che desideravano vivere come loro. Accadde anche a quel samurai che, vedendo San Francesco Saverio rispondere con pazienza e amore a dei bambini che lo insultavano e deridevano, ne rimase così affascinato da chiedergli di diventare cristiano come lui; quello straniero, infatti, doveva avere un tesoro molto più grande dell’onore che sino ad allora era stato la ragione della sua vita. «Quello che il cristianesimo offriva ultimamente ai convertiti non era nulla di meno della loro umanità» (G. Bardy), che Dio rivelava autentica e compiuta in Cristo. Incontrandola nei cristiani diveniva naturale «odiare» tutto quello che, nella loro vita, li stava ghermendo nella menzogna. Anche a noi è giunto lo stesso annuncio. Abbiamo visto e sperimentato il suo amore che ha salvato e rinnovato la nostra vita. Ma oggi, «andando a Gesù», che cosa speriamo? Siamo come la «molta gente» che lo seguiva o desideriamo davvero essere suoi «discepoli»?

Seguire il Signore significa «costruire» con Lui una «torre» come quelle che si ergevano nei campi per raccogliere e difendere il raccolto. Occorre «calcolare la spesa», che comprende ogni istante della nostra vita, e discernere i «mezzi» con cui «portare la missione a compimento», ovvero «la propria croce». Significa «portare» con Lui ciò che ci umilia e che il mondo non può accettare, per annunciare a tutti che c’é una «torre» dove Cristo ci accoglie e ci difende; essa è proprio la croce di ciascuno, dove si può vivere sereni anche nella sofferenza, perché Lui ha seminato la vita nella morte. Scendere dalla Croce è consegnare se stessi e Cristo alla «derisione» del mondo, nello scandalo che impedisce a chi ci è accanto la salvezza. Seguendo il Signore siamo chiamati anche ad «affrontare» con Lui la «guerra» per strappare al «re» nemico i prigionieri della sua menzogna. Ma, è ovvio, non possiamo combattere senza «odiarlo». Non lottiamo però con le creature, ma contro il demonio e i suoi lacci: gli affetti per «padre, madre, fratelli e sorelle» vissuti nella carne e schiacciati nei compromessi, l’idolatria del denaro, feticcio che rappresenta potere e successo. Soprattutto la nostra «propria vita», con i suoi criteri, le ragioni, i progetti. «Chi non odia» tutto questo ogni giorno, finirà con l’odiare Dio per «accordarsi» con il nemico, anche se «lontano»; le sue tentazioni, infatti, sono subdole e difficili da smascherare… Il Signore ci ha «amati sino alla fine», «odiando» perfino il suo essere Dio pur di raggiungerci laddove giacevamo lontani dal Padre. Per questo «non può essere discepolo» di Gesù chi «non rinuncia a tutti i suoi averi» per far posto al suo amore incorruttibile, libero e autentico, che attira ogni uomo nel desiderio di esserne colmato.

Lunedì della XXXI settimana del T.O.

Lunedì della XXXI settimana del T.O.

Dal Vangelo secondo Luca 14,12-14.

In quel tempo, Gesù disse al capo dei farisei che l’aveva invitato: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti”. 

Il commento di don Antonello Iapicca

Ogni relazione, precaria nella friabilità degli affetti e instabile sotto la dittatura degli umori, nasce ferita da un’assenza. Nessuno può dare l’amore che il cuore dell’altro desidera. Invece ci ostiniamo a chiedere al prossimo di saziare i nostri vuoti. «Quando invitiamo amici, fratelli e parenti» ad entrare in comunione con noi ai nostri «banchetti», e sembriamo aprirci alle loro necessità, in realtà «offriamo» sofisticati menù a base di compromessi e ipocrisia; pensieri, parole e gesti come lacci tesi perché ci «invitino a loro volta» nell’intimità. Facciamo dipendere la nostra identità dall’esile filo che ci lega al «contraccambio» degli sforzi profusi per contare qualcosa nel cuore degli altri. Non possiamo vivere senza la loro attenzione, l’indifferenza ci polverizza. Così, ad esempio, diluiamo i «no» che dovremmo dire ai figli e gli permettiamo vestiti e orari inaccettabili, discoteche sature di droga e sesso, vacanze promiscue, gadget costosissimi: li tempestiamo di «inviti» al dialogo per non perdere l’affetto e non dover sopportare ribellione e rifiuto.

Siamo tutti «poveri, storpi, zoppi e ciechi». Abbiamo bisogno di gustare le primizie della «ricompensa» celeste, la vita e l’amore più forti della morte capaci di liberarci dalla paura e dall’esigenza. Il compimento di ogni vita è in Cielo, inutile e dannoso sperare di cambiare i rapporti per perfezionarli qui sulla terra, mentre proprio la precarietà ci impedisce di appropriarcene aprendoci alla beatitudine. Lavorare, studiare, cucinare, lavare e stendere, fare qualunque cosa aspettando o esigendo una ricompensa è stolto e frustrante, perché ci schiaccia sulla carne e ci impedisce di sperare il Cielo. «Beato», invece, è colui che «invita» il prossimo accogliendolo proprio quando non ha nulla per «contraccambiare» perché è allora che il Signore si fa presente provvedendo con più generosità. Siamo chiamati ad “invitare” la moglie quando è più povera e più debole; a perdonarla e a donarci a lei quando la carne la rifiuterebbe perché non vi trova nessuna soddisfazione; come ha fatto Gesù con noi, che ci ha “invitato” quando non avevamo che peccati e ribellioni, non certo qualcosa per contraccambiare. Ma in questo misterioso scambio vi è il Regno di Dio: quando si “invita”, cioè quando ci si apre e si accoglie e ci si dona a chi non ci considera, ci giudica e forse ci disprezza, incapace di camminare e vedere, sperimentiamo il Cielo sulla terra! Questo amore è il segno che esiste la vita eterna, infinitamente più grande, libera e felice di quella della carne. Ogni rapporto è un cantiere aperto al dono di Dio; l’unico modo per vivere in pienezza il matrimonio, la famiglia, l’amicizia e il fidanzamento è accogliere insieme al fratello l’«invito» del Signore alla sua mensa della Parola e dei Sacramenti; e qui lasciarsi sfamare ogni istante dai frutti fecondi della sua «risurrezione», sino a giungere alla nostra, quando saremo “giusti” in virtù della “Giustizia” di Dio, sempre e infinitamente misericordiosa.

Lunedì della XXIX settimana del T.O.

Lunedì della XXIX settimana del T.O.

Dal Vangelo secondo Luca,12,13-21.

In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». 
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

Il commento di don Antonello Iapicca

“O uomo!” Così Gesù risponde al “tale” e a ciascuno di noi, insoddisfatti e sempre in cerca di giustizia. “O uomo!” perché in lui e in noi il Signore intercetta Adamo. Ricco “presso Dio” nel Paradiso, di fronte al “raccolto abbondante” ricevuto in “eredità”, si è fermato a “dialogare con sé stesso” ed è rimasto intrappolato nella menzogna del demonio; ogni pensiero, infatti, o è una preghiera che chiede a Dio la luce e la Grazia, o è un acconsentire imprudente alla menzogna del demonio. Come accade a noi quando, di fronte alla storia, ci rintaniamo nella nostra ragione facendo spazio alle adulazioni del nemico che ci convincono d’essere dio. E allora, a testa bassa ad “accumulare tesori per noi stessi”, moglie, marito, amici, denaro; “non sappiamo che fare” dei doni di Dio, non “abbiamo dove metterli” tanto il cuore è indurito, e così, nella paura di perderli, li serriamo nei “granai” del nostro egoismo, sempre “più grandi” per saziare il vuoto di un dio senza paradiso; i giorni spesi a progettare e mettere in agenda “per molti anni” riposo e godimento, e nessun giorno riservato alla morte. Sino a quello in cui un “fratello”, un altro Adamo ingannato come noi, non ci ruba “l’eredità”, il nostro tempo, l’onore, la carriera, i diritti; sino a che la “notte” degli eventi oscuri e dolorosi non viene a “chiederci la vita” rivelando la “stoltezza” di chi fa “dipendere la vita dai beni” destinati a corrompersi.

Ogni conflitto nasce sempre da questo inganno. Lo sanno i genitori? Forse no, perché credono alle balle degli psicologi, anni e anni di studio per dirti sempre la stessa cosa, che il secondo figlio ha problemi con il primo, e poi l’invidia e la gelosia. Tutte cose già rivelate nel III capitolo del Libro della Genesi, peccato originale. Esiste, ed è il morbo maligno, e la cupidigia, o concupiscenza, ne è la figlia primogenita. Se la vita, la giornata di oggi, il matrimonio e la spesa, la cena, i compiti dei figli, le bollette e gli straordinari, e il saggio a scuola, e la riunione di condominio. Se la vita dipende dai beni la frittata è fatta. Tutto si convertirà in una competizione, una gara all’ultimo sangue per accaparrarsi l’ossigeno per vivere di beni. E i fallimenti non si contano, risvegli bruschi che, come una secchiata d’acqua fredda in faccia, ci destano sulla stoltezza che ci ha ingoiato. Proprio quelli con cui abbiamo lottato ci chiedono la vita: se l’abbiamo fatta dipendere dai beni, non avremo nulla da dare; se essa dipende dallo Spirito che ci ha tratti dalla polvere e dal fango, potremo donare noi stessi…. O cupidigia o libertà, o carne o Spirito, o egoismo o amore, non si scappa. Quando, troppo spesso, prevale in noi l’uomo della terra, ci facciamo maestri del Maestro, insegnandogli come e cosa giudicare per giustificare la nostra cupidigia. E Gesù, che è Dio, giudica anche oggi, ma con la croce. I progetti fondati sull’egoismo sono spine conficcate nella testa, preoccupazioni, angosce e notti insonni. Le ricchezze accumulate con avidità sono chiodi che ci impedisco la libertà di donarci ed essere felici. Desideriamo davvero vivere cosi? Il Signore ha preso su di sé questa nostra croce, si è lasciato uccidere dalla nostra cupidigia ed è risorto per donarci l’autentica “eredità”, la “parte buona e migliore” che nessuno potrà rubarci. Ecco “che fare”: rimanere “presso” il Signore come Maria per arricchirci con Lui. Nel matrimonio, aprendoci alla vita che Dio vuole donarci “tenendoci lontani” da settimane bianche e schermi ultrapiatti che le famiglie numerose non possono permettersi. Nello studio, spendendo le ore nel sacrificio che ci fa adulti e “ricchi” di maturità e responsabilità. Donare ovunque e a tutti “il raccolto abbondante” dell’amore che colma gratuitamente la “campagna” della nostra vita: spenderci nell’annuncio del Vangelo dimenticando noi stessi, e consegnarci a Cristo, così come siamo, con le nostre rivalità, i complessi e tutto quello che ci conferma la nostra debolezza. Oggi, ora, noi e la nostra famiglia, i figli, tutti lanciati in una nuova dimensione, quella del dono nel quale siamo rinati. E così arricchire il Cielo di “fratelli” che cercano in noi l’Eredità perduta.

QUI IL COMMENTO APPROFONDITO

Eredità e cupidigia, ogni conflitto tra fratelli sorge dalla contraddizione di questi due termini. Dove vi è eredità non può esservi cupidigia. L’eredità è un dono che scaturisce dall’essere legati a colui che fa testamento. E’ frutto della sua liberalità, del suo amore. Noi tutti siamo eredi di Dio e coeredi di Cristo. Per pura Grazia, senza aver desiderato nè sperato nulla. Di nostro abbiamo messo solo ribellioni e peccati. Come il figlio prodigo abbiamo dilapidato tutto. Eppure il Padre ci ha amati, ha inviato il suo Figlio sulle nostre tracce, quelle di un’eredità amaramente perduta. Ci siamo appropriati della primogenitura stravolgendola e pervertendola. Ci siamo fatti dio in ogni aspetto della nostra vita e ci siamo ritrovati mille volte gettati in terra, in mezzo al fango di tanti fallimenti. Abbiamo perso ogni diritto, come i carcerati. Eppure Dio ci ha amati e, nella Croce del suo Figlio, ci ha riscattati e ci ha ridonato la dignità e l’eredità perduta. Di più. ci ha ricreati quale sua eredità più bella, figli nel Figlio. Per questo Gesù è giudice in quanto mediatore. Ha giudicato il peccato e ha posto la sua vita come mediazione per il riscatto. Lui al posto nostro. Lui nella tomba, nudo, senza diritti, come l’ultimo dei peccatori perché noi potessimo essere riaccolti quali figli degni dell’eredità paterna.

Si comprendono allora le parole del Signore: chi mi ha costituito giudice secondo i criteri del mondo e della carne? Chi ha posto la mia vita a mediare tra una cupidigia e l’altra? Questo è l’inganno con il quale spesso ci accostiamo a Lui, cercando giustizia e mediazione, e vedere così affermate le nostre ragioni, sempre tristemente mosse dalla cupidigia, che nel greco originale significa anche arroganza e avidità. Cerchiamo Cristo perché decreti giusti i nostri ragionamenti, i dialoghi con se stesso di cui è schiavo l’uomo ricco della parabola. Dirò a me stesso: la pazzia di chi si crede nello stesso tempo autore e fruitore della vita, dio e creatura. La stoltezza demoniaca che si fa cupidigia, desiderio rapace, perché sempre inappagato. O si è Dio o si è creatura. La sapienza del cuore è saper contare i propri giorni, ciascuno come un dono di Dio, eredità gratuita che ci raggiunge senza alcun merito e diritto. Siamo tutti uomini ricchi la cui vita dà sempre un raccolto abbondante: Cristo Gesù vivo in noi! E con Lui ogni altro bene! Pensare che questo possa essere utile per installarsi e mangiare, bere e divertirsi, è fare della vita una folle corsa verso il nulla. Stoltezza di chi non sa che ogni giorno ci viene chiesto conto del dono ricevuto, se il frutto abbondante recato da Cristo si è compiuto in amore oppure se è stato fagocitato dalla cupidigia. La morte è sempre in agguato, e non solo quella fisica: il tradimento, una malattia, una crisi economica, e molto altro che fa verità e mostra la qualità della nostra vita: oro o paglia!

La vita non dipende dall’abbondanza, ma dall’uso che se ne fa. A chi molto è stato dato,  molto molto sarà richiesto. E vi è un solo uso della vita che la rende autentica e innestata nell’eternità: arricchire presso Dio. Già, ma come è possibile? Arricchire presso Dio significa vivere con sapienza, mentre stoltezza è accumulare per sè. Il sapiente vive fissando lo sguardo sul Cielo, è figlio del Padre, conosce se stesso e conosce il dono che costituisce la sua vita: sa che può essere vissuta solamente donandola, esattamente come è stata ricevuta. Il sapiente vive abbandonato all’amore provvidente di Dio; conosce per esperienza il valore di ogni istante quale scrigno di Grazie infinite, tra le quali può celarsi quella della Pasqua eterna, l’incontro con il suo Signore. Lo stolto teme di morire, vive tutto con cupidigia perché è ancora nudo del peccato di Adamo e tutto, persone e cose, accaparra tentando maldestramente di coprirsi e sfuggire alla corruzione. Il sapiente ha conosciuto il perdono, lo stolto vive nel rimorso. Per il sapiente la vita, con i suoi beni e i suoi affetti, è segno del perdono e così diventa dono. Lo stolto progetta e si tormenta, e non trova mai pace, difendendo senza requie quei brandelli di vita che ancora gli restano tra le mani. Accogliamo oggi la Sapienza fatta carne, Cristo Gesù vittorioso sul peccato e sulla morte. Lasciamo che ci liberi e ci perdoni, e ci faccia figli della Sapienza, quella eterna della Croce, porta del Cielo sul quale fissare il nostro sguardo e il nostro cuore.

18 Ottobre. San Luca Evangelista

18 Ottobre. San Luca Evangelista

Dal Vangelo secondo Luca 10,1-9. 

Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe.
Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa.
Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi.
Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l’operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa.
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio.

Il commento di don Antonello Iapicca

Il mondo muore di fame. In «ogni città e luogo» tutti hanno un urgente bisogno dei discepoli del Signore, come i «lupi» che si aggirano famelici in cerca di cibo, hanno bisogno degli agnelli. Il mondo giace nelle tenebre del peccato, le persone che incontriamo ogni giorno sono lupi affamati, sui loro denti cola la concupiscenza; stanno divorando famiglia, figli, chiunque, anche la propria vita, pur di saziare il vuoto e la solitudine. Solo un «Agnello sgozzato» che si offre mite può saziarli, solo un amore come il suo che arriva «sino alla fine», lì dove si fanno insopportabili i crampi della fame. Anche noi, ogni giorno, siamo nutriti dall’Agnello immolato per la nostra salvezza; “ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”: così, prima di partecipare alla beatitudine del banchetto eucaristico, il presbitero ci mostra e annuncia l’amore che ci salva. E ci salva in quel momento: possiamo alzare gli occhi e contemplarlo, come il Popolo di Israele ha fissato il serpente di bronzo, come i Popoli hanno guardato a Colui che hanno trafitto, e sono stati salvati. Così oggi saremo salvati dal giudizio che ci ha chiuso al fratello, dall’egoismo e dall’invidia, dall’avarizia e dalla gelosia. Ambasciatori «inviati avanti» all’Agnello, i discepoli non possono che essere agnelli, miti e indifesi come Lui, «senza borsa, né bisaccia e calzari». Ogni discepolo appare sulla soglia del giorno e della storia come gli “operai” dell’Agnello: quando ci svegliamo il Signore ci invia e ci presenta a nostro marito e a nostra moglie, ai figli e ai colleghi, ai parenti e a chiunque incontreremo al mercato o sulla metropolitana, ai compagni di scola, ai professori e al fidanzato, dicendo: “Ecco l’Agnello di Dio”…. Siamo stati salvati, lo abbiamo mangiato tante volte, ci ha saziati, e siamo stati trasformati in Lui. Per questo anche oggi il Padre svela suo Figlio in noi, agnelli inviati ai lupi, al marito che è famelico, come la moglie, come tutti: homo homini lupi diceva Plauto, e lo sperimentiamo ogni giorno, sino a quando qualcuno – tu ed io – non sono trasformati, per Grazia, in piccoli, umili e indifesi agnellini… Ma sono “pochi” gli operai che hanno accolto la Grazia di vivere come gli ultimi, in silenzio, ogni giorno come pecore da macello. “Operai” che chiedono giustizia, che predicano se stessi e la propria carne affamata come quella del mondo, ve ne sono molti, troppi. Credono di sfamare e contribuire a un mondo migliore, e invece generano mostri, una miriade di uomini vecchi ingrassati a dovere, pieni di concupiscenze e di desideri inappagati. Preti, suore, padri e madri, il mondo è pieno di “operai” incapaci di andare nella “messe” di Gesù; “operai” come tu ed io, intenti a girare al largo dal Calvario autentico di questa generazione. Entriamo, invece, in quelli che il demonio ci vuol far credere essere la “messe” del Signore, le ingiustizie sociali, le difficoltà relazionali nei matrimoni, le malattie incurabili. Queste situazioni non costituiscono la “messe” di Dio. Sono le conseguenze, o i sintomi di una malattia molto più profonda, quella che gli “operai” autentici sono inviati a “curare”. La malattia del peccato, la vera schiavitù che impedisce di perdonare un marito violento. Che facile fare una legge contro il femminicidio, come se con essa si riuscisse a cambiare il cuore dell’uomo. Siamo tutti femminicidi, tutti ominicidi, infanticidi, perché l’assassino e menzognero ci ha ingannato e abita nel nostro cuore! Il Signore pensa, invece, ad “operai” capaci di esorcizzare  i “malati” di questa generazione, con l’annuncio e l’incarnazione della Croce. E ve e sono pochi, perché pochissimi credono che l’origine della sofferenza sia il peccato e il demonio suo padre. Come, di conseguenza, pochissimi sono quelli che credono al potere della povera e stolta predicazione della Croce. Altro che San Paolo, che affermava di conoscere e annunciare solo Cristo crocifisso. E noi? A casa, ieri sera con nostro marito che voleva unirsi e lo abbiamo rifiutato? E stamattina con il muso di nostro figlio, o due giorni fa con l’imbroglio del collega? Abbiamo annunciato e assunto la Croce o la giustizia del mondo? Per questo occorre “pregare il Padrone della messe” – l’unico che la conosce bene perché l’ha creata Lui, libera e vulnerabile – perché “mandi operai” veri a portare e annunciare il regno di Dio capace di distruggere quello del demonio. Occorre pregare perché oggi, e ogni giorno, il Padre ci invii di nuovo in missione; chiediamogli di liberarci da noi stessi e dai nostri criteri mondani perché, senza i ricorsi psicologici e politici, ideologici e pedagogici, lasciamo a casa “borsa e denari” e, impugnando solo la sapienza della Croce e il Vangelo, con zelo ci infiliamo nei luoghi della nostra vita per annunciare Cristo e Cristo crocifisso. Solo così la Chiesa, erede dei «72» anziani collaboratori di Mosè, potrà adempiere alla sua missione nel «deserto» del mondo: con la sola sapienza della Croce saprà dirimere le cause insinuate dalla malizia del demonio, perché le persone raggiunte dal Vangelo sappiano deporre le armi e riconciliarsi, nella “Pace” del Signore vittorioso sulla morte. “Operai” così nessun «piano pastorale», purtroppo, li prevede.

Ben fondati sulla Croce che ci ha salvati, siamo allora inviati anche noi ad offrirci «come agnelli in mezzo ai lupi», perché appaia compiuta nel mondo la profezia di Isaia: “Il lupo dimorerà con l’agnello”. Ogni lupo può dimorare nell’ovile di Cristo, l’agnello muto di fronte ai suoi macellai: nella Chiesa gli agnellini ammansiscono i lupi offrendosi in cibo per loro. L’amore soprannaturale che perdona e si carica dei peccati degli altri fa della terra un’ enclave del Cielo. I fidanzati come agnelli alle proprie fidanzate, per spegnere nel dono, nel rispetto e nel sacrificio gli ardori della lussuria; i genitori come agnelli alle ribellioni e all’immaturità dei propri figli, per educarli trasmettendo loro la fede nella verità e nella misericordia. E così gli sposi l’uno all’altro, i professori agli studenti, i pastori al gregge. Siamo inviati a «curare» i colleghi, gli amici, i parenti «malati», spingendoci con amore sino alla soglia delle loro «case», a quei frammenti di vita dove la paura della morte li spinge a farsi lupi; sin dentro le loro «città», per «mangiare» e prendere su di noi il dolore «che ci è messo dinanzi»; senza giudicare, perché «il Medico è venuto dai malati, per guarirli mangiando con loro» (San Pietro Crisologo). Come «paraninfi» siamo inviati a cercare i «figli della Pace» e condurli al Principe della Pace loro legittimo Sposo. Come a Gubbio quel giorno San Francesco si fece capire dal lupo con parole di misericordia che seppero ammansirlo, così con il nostro annuncio e nella nostra vita si fa «vicino» ad ogni uomo il «Regno di Dio», dove Cristo sazia del suo amore la fame di tutti. E dove c’è il Regno celeste non resta sui piedi neanche un po’ di “polvere” della terra: essa è trasfigurata, come la storia di coloro che hanno accolto il Vangelo. Per chi, invece, lo rifiuta, la terra e la vita resteranno la povera cosa che si avvia alla corruzione. La “testimonianza” autentica e nella verità che illumina il destino per i quale è stato creato ogni uomo apre il cammino alla libera adesione all’annuncio, anche di chi oggi lo rifiuterà. “Operai” che dissimulano e truccano le carte non sono quelli inviati dal “Padrone” della messe. Sono ladri che non hanno a cuore nessun uomo perché non desiderano per nessuno il destino celeste. Desiderare e attuare solo per alleviare un po’ di dolore oggi non è amore: spingere verso divorzio e aborto, decodificando la realtà con i parametri di un lassismo buonista che per tutto prepara un’eutanasia scacciapensieri, è odiare le persone, ingannandole. Ma no, il Signore ama davvero ogni uomo, e invia noi, gli “operai” crocifissi che annunceranno la stoltezza e lo scandalo della Croce, per strappare dalla morte chi oggi incontreremo.

QUI IL COMMENTO APPROFONDITO 
con il fioretto di San Francesco sul lupo di Gubbio

Il mondo ha bisogno dei discepoli di Cristo, come i lupi hanno bisogno degli agnelli, perchè il mondo ha fame. I discepoli sono inviati come cibo, consegnati alle fauci dei lupi. Un agnello in mezzo ad un branco di lupi è destinato ad essere sbranato. Per questo, nella missione della Chiesa, la sconfitta è programmatica. “La forza della Parola non dipende anzitutto dalla nostra azione, dai nostri mezzi, dal nostro ‘fare’, ma da Dio, che nasconde la sua potenza sotto i segni della debolezza, che si rende presente nella brezza leggera del mattino, che si rivela sul legno della Croce” (Benedetto XVI, Omelia dell’11 Ottobre 2011). Ogni cosiddetto “piano pastorale” nasconde una contraddizione in sé stesso: non se ne conoscono che pongano, come obiettivo, il fallimento ed il martirio, essenziali per la missione e che non si possono programmare. La missione dei settantadue incarna e annuncia la paradossale novità del Discorso della Montagna. Con loro si avvicina e appare il Cielo, qualcosa che non si è mai visto prima, che sfugge ad ogni programmazione, il compimento stupefacente delle promesse di Dio. La Chiesa è chiamata a rendere visibile e credibile il Regno di Dio. In esso ogni criterio mondano è stravolto. Il buon senso carnale mostra la sua inconsistenza. La Verità ha ragione della menzogna, e la vanità si dissolve per far posto all’autenticità.

Unico piano pastorale di Gesù è quello di consegnarsi, mite e indifeso, alla morte. Unico progetto, la croce. I discepoli sono i messaggeri del Signore inviati avanti a Lui ad annunciare il suo arrivo. Ambasciatori dell’agnello non possono che essere agnelli. Con loro si avvicina il Regno di Dio, la vita nella morte, Gesù vittorioso sulle menzogne del mondo. Per questo i discepoli sono inviati nudi, senza alcuna sicurezza, indifesi. Niente bastone, niente calzari, niente borsa, alla mercè di tutto e di tutti. Crocifissi. E dentro il fuoco ardente dello zelo per annunciare il Vangelo: il mondo giace nelle tenebre della schiavitù, non c’è tempo per salutare, per convenevoli e cedimenti affettivi. Ci si ferma in una sola casa, la comunità dove pregare, ascoltare la Parola e nutrirsi dei sacramenti, la comunione che approfondisce l’intimità con Colui che invia. Niente legami di casa in casa, niente ricerche di affetto e compiacenze, niente luoghi dove pianificare strategie. Il riposo arriverà dopo, quando ritorneranno dal Signore, per esultare con Lui nel vedere i propri nomi scritti in Cielo, perchè è lassù il vero riposo che li attende. Il passaggio dei discepoli è la luce pasquale che illumina la notte: essi sono gli azzimi della fretta, dell’urgenza che infiamma il cuore di Dio; sono le sue viscere commosse di misericordia per ogni suo figlio reso lupo dall’inganno del demonio: annunciano la Pace, il riscatto e la libertà. I discepoli, come paraninfi del Signore cercano i figli della Pace per prepararli alle nozze con Cristo, la Pasqua nella quale sia distrutto l’uomo vecchio che si corrompe dietro alle passioni ingannatrici,e rivestire quello nuovo che si rinnova ad immagine del suo Creatore. I discepoli, come Giovanni  Battista, preparano il banchetto di nozze nelle quali il lupo ritorna ad essere l’agnello che è stato creato. “Chi dunque può rendere testimonianza a questa luce solare latente nella carne come in una nube? Tale compito è proprio degli amici dello sposo; nelle nozze umane è tradizionale un rito solenne, per cui, oltre tutti gli altri amici, è presente anche il paraninfo, amico più intimo, che conosce la casa dello sposo. Ma costui è importante, veramente molto importante. Quel che nelle nozze umane, uomo a uomo è il paraninfo, questo è Giovanni in rapporto a Cristo” (S. Agostino, Discorso 293).

Per questo, laddove sono accolti, i discepoli mangiano ciò che viene posto loro innanzi: come il Signore a casa di Matteo, dove assume su di sé il cibo della carne, si carica dei peccati per donare se stesso, il perdono che dà la vita nuova ed eterna. “Dio è accusato di chinarsi sull’uomo, di accostarsi al peccatore, di aver fame della sua conversione e sete del suo ritorno. Si mette sotto accusa il Signore perché prende il piatto della misericordia e il calice della pietà. Fratelli, Cristo è venuto a questa cena, la Vita è scesa tra questi convitati, perché i condannati a morire vivano con la Vita. La Risurrezione si è chinata, perché coloro che giacciono si levino dalle tombe. La Bontà si è abbassata, per elevare i peccatori fino al perdono. Dio è venuto all’uomo, perché l’uomo giunga a Dio. Il Giudice si è seduto alla mensa dei colpevoli, per sottrarre l’umanità alla sentenza di condanna. Il Medico è venuto dai malati, per guarirli mangiando con loro. Il buon Pastore ha chinato le spalle per riportare la pecora smarrita all’ovile di salvezza”. (S. Pietro Crisologo, Discorsi, Sermo 30). I discepoli sono inviati a preparare questo banchetto, annunciando che Dio si è fatto carne e in essa ha distrutto il veleno di morte. Come il Signore portano la natura divina nella debolezza della natura umana, fragilità e precarietà che si fanno evidenti nella missione; in loro si realizza così il mistero dell’Incarnazione compiuto nella Pasqua, la novità sconvolgente del Regno possibile qui ed ora, proprio laddove sembra impossibile, perchè nessun mezzo umano e nessuna strategia sono capaci di “produrre” un amore che si consegni al nemico. Essi dimostrano stolto tutto ciò che il mondo ritene sapiente e svelano sapiente quello che il mondo ritiene stolto.

Tutto questo è la nostra vita. Ogni mattina siamo inviati avanti al Signore: il caffè con la moglie, la colazione con i figli, le strade intasate e le metro stracolme, la scuola, l’ufficio, sino al momento di spegnere la luce e addormentarsi. “La missione della Chiesa, come quella di Cristo, è essenzialmente parlare di Dio, fare memoria della sua sovranità, richiamare a tutti, specialmente ai cristiani che hanno smarrito la propria identità, il diritto di Dio su ciò che gli appartiene, cioè la nostra vita” (Benedetto XVI, Omelia del 16 ottobre 2011). Come pecore in mezzo ai lupi, come San Francesco a Gubbio, in cerca dei figli della Pace cui riconsegnare la Pace perduta, il saluto pasquale, il trofeo conquistato dal Signore nel combattimento vittorioso ingaggiato con il peccato e la morte. “Pace a voi!”. Tutto è perdonato, si può vivere una vita diversa, autentica, piena. Si può amare perchè la paura della morte che spinge a farsi lupi – homo homini lupus – è stata dissolta nella certezza di un amore più forte della tomba. Si può perdonare, si può pazientare, si può donare la propria vita. La fame dei lupi è stata saziata dall’Agnello senza macchia. La fame di affetto, di comprensione, di giustizia, di misericordia che ogni giorno miete vittime accanto e dentro di noi, è stata saziata dall’amore crocifisso, scandalo e stoltezza che cura ogni malattia perchè distrugge la malizia che avvelena il cuore così che perverta ogni aspetto della vita.

Ciascuno di noi è inviato oggi a farsi mangiare dai lupi che si nascondono in chi ci è accanto: non vi è amore più grande, non esiste altra vita per i discepoli di Cristo. Si può vivere come agnelli, anzi, proprio la vita di un agnellino è l’unica autentica, quella che custodisce la caparra del Cielo. E’ questa la missione che ci ha raggiunto: preparare l’avvento del Signore. Non si può pianificare la castità tra due fidanzati: ogni volta che escono insieme sono inviati come pecore in mezzo ai lupi delle concupiscenze, dell’egoismo che offre tutto a se stesso. Non si pianifica l’educazione: ogni giorno i genitori sono inviati come pecore in mezzo ai lupi delle ribellioni, dell’esigenza di autonomia, dell’immaturità. Non si programma l’essere marito, moglie, padre, figlio, fidanzato, collega di lavoro; non si pianifica secondo i criteri mondani un matrimonio, un’amicizia, un’attività lavorativa, lo studio. Non si pianifica il Servo di Yahwè: è una grazia che sgorga dall’essere stato scelto ed inviato, la primogenitura che costituisce la missione, la vita del missionario. In mezzo ai lupi appare l’agnello che vince il peccato e offre la vita. In ciascuno di noi si fa presente l’agnello: la pace che sgorga dalle stigmate gloriose di Cristo risorto mostrate dai discepoli nella loro totale precarietà. Le ferite del peccato, della debolezza trasfigurate nell’amore che ha vinto la morte mostrate al mondo quale segno che autentichi la Pace, il frutto del Regno dei Cieli. Ogni giorno i discepoli si affacciano sul mondo come vivi tornati dal sepolcro, annunciando a tutti che il Cielo esiste, che Cristo é risorto. Sì, ogni giorno siamo chiamati ad essere, come Cristo e con Lui, i messaggeri che giungono dal Cielo, e testimoniare, nella vita e nelle parole, che la morte non é l’ultima parola. Nei discepoli brilla la pace che genera l’educare, il lavorare, lo studiare; la pace nella malattia, nella tentazione, nel fallimento di ogni progetto, anche nel rifiuto della stessa pace offerta: ovunque farsi mangiare e saziare di Cristo la fame di tutti, come, ogni giorno, il Signore sazia la nostra.

“È mediante la sua condotta, mediante la sua vita, che la Chiesa evangelizzerà innanzitutto il mondo, vale a dire mediante la sua testimonianza vissuta di fedeltà al Signore Gesù, di povertà e di distacco, di libertà di fronte ai poteri di questo mondo, in una parola, di santità” (Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 41).

Fioretti di San Francesco: Capitolo XXI

Del santissimo miracolo che fece santo Francesco, quando convertì il ferocissimo lupo d’Agobbio.

Al tempo che santo Francesco dimorava nella città di Agobbio nel contado di Agobbio appari un lupo grandissimo, terribile e feroce, il quale non solamente divorava gli animali ma eziandio gli uomini, in tanto che tutti i cittadini stavano in gran paura, però che spesse volte s’appressava alla città, e tutti andavano armati quando uscivano della città, come s’eglino andassono a combattere; e con tutto ciò non si poteano difendere da lui, chi in lui si scontrava solo. E per paura di questo lupo e’ vennono a tanto, che nessuno era ardito d’uscire fuori della terra.

Per la qual cosa avendo compassione santo Francesco agli uomini della terra, sì volle uscire fuori a questo lupo, bene che li cittadini al tutto non gliel consigliavano; e facendosi il segno della santissima croce, uscì fuori della terra egli co’ suoi compagni, tutta la sua confidanza ponendo in Dio.

E dubitando gli altri di andare più oltre, santo Francesco prese il cammino inverso il luogo dove era il lupo. Ed ecco che, vedendo molti cittadini li quali erano venuti a vedere cotesto miracolo, il detto lupo si fa incontro a santo Francesco, con la bocca aperta; ed appressandosi a lui, santo Francesco gli fa il segno della croce, e chiamollo a sé e disse così: “Vieni qui, frate lupo, io ti comando dalla parte di Cristo che tu non facci male né a me né a persona”.

Mirabile cosa a dire! Immantanente che santo Francesco ebbe fatta la croce, il lupo terribile chiuse la bocca e ristette di correre: e fatto il comandamento, venne mansuetamente come agnello, e gittossi alli piedi di santo Francesco a giacere. E santo Francesco gli parlò così:

“Frate lupo, tu fai molti danni in queste partì, e hai fatti grandi malifici, guastando e uccidendo le creature di Dio sanza sua licenza; e non solamente hai uccise e divorate le bestie, ma hai avuto ardire d’uccidere uomini fatti alla immagine di Dio; per la qual cosa tu se’ degno delle forche come ladro e omicida pessimo, e ogni gente grida e mormora di te, e tutta questa terra t’è nemica.

Ma io voglio, frate lupo, far la pace fra te e costoro, sicché tu non gli offenda più, ed eglino ti perdonino ogni passata offesa, e né li omini né li canti ti perseguitino più”.
E dette queste parole, il lupo con atti di corpo e di coda e di orecchi e con inchinare il capo mostrava d’accettare ciò che santo Francesco dicea e di volerlo osservare.

Allora santo Francesco disse: “Frate lupo, poiché ti piace di fare e di tenere questa pace, io ti prometto ch’io ti farò dare le spese continuamente, mentre tu viverai, dagli uomini di questa terra, sicché tu non patirai più fame; imperò che io so bene che per la fame tu hai fatto ogni male.

Ma poich’io t’accatto questa grazia, io voglio, frate lupo, che tu mi imprometta che tu non nocerai a nessuna persona umana né ad animale, promettimi tu questo?”. E il lupo, con inchinate di capo, fece evidente segnale che ‘l prometteva.

E santo Francesco sì dice: “Frate lupo, io voglio che tu mi facci fede di questa promessa, acciò ch’io me ne possa bene fidare”. E distendendo la mano santo Francesco per ricevere la sua fede, il lupo levò su il piè ritto dinanzi, e dimesticamente lo puose sopra la mano di santo Francesco, dandogli quello segnale ch’egli potea di fede.

E allora disse santo Francesco: “Frate lupo, io ti comando nel nome di Gesù Cristo, che tu venga ora meco sanza dubitare di nulla, e andiamo a fermare questa pace al nome di Dio”.
E il lupo ubbidiente se ne va con lui a modo d’uno agnello mansueto, di che li cittadini, vedendo questo, fortemente si maravigliavano.

E subitamente questa novità si seppe per tutta la città, di che ogni gente maschi e femmine, grandi e piccoli, giovani e vecchi, traggono alla piazza a vedere il lupo con santo Francesco.

Ed essendo ivi bene raunato tutto ‘l popolo, levasi su santo Francesco e predica loro dicendo, tra l’altre cose, come per li peccati Iddio permette cotali cose e pestilenze, e troppo è più pericolosa la fiamma dello inferno la quale ci ha a durare eternalemente alli dannati, che non è la rabbia dello lupo, il quale non può uccidere se non il corpo: “quanto è dunque da temere la bocca dello inferno, quando tanta moltitudine tiene in paura e in tremore la bocca d’un piccolo animale.

Tornate dunque, carissimi, a Dio e fate degna penitenza de’ vostri peccati, e Iddio vi libererà del lupo nel presente e nel futuro dal fuoco infernale”.

E fatta la predica, disse santo Francesco: “Udite, fratelli miei: frate lupo, che è qui dinanzi da voi, sì m’ha promesso, e fattomene fede, di far pace con voi e di non offendervi mai in cosa nessuna, e voi gli promettete di dargli ogni dì le cose necessarie; ed io v’entro mallevadore per lui che ‘l patto della pace egli osserverà fermamente”.

Allora tutto il popolo a una voce promise di nutricarlo continuamente. E santo Francesco, dinanzi a tutti, disse al lupo: “E tu, frate lupo, prometti d’osservare a costoro il patto della pace, che tu non offenda né gli uomini, né gli animali né nessuna creatura?”.

E il lupo inginocchiasi e inchina il capo e con atti mansueti di corpo e di coda e d’orecchi dimostrava, quanto è possibile, di volere servare loro ogni patto.

Dice santo Francesco: “Frate lupo, io voglio che come tu mi desti fede di questa promessa fuori della porta, così dinanzi a tutto il popolo mi dia fede della tua promessa, che tu non mi ingannerai della mia promessa e malleveria ch’io ho fatta per te”. Allora il lupo levando il piè ritto, sì ‘l puose in mano di santo Francesco.

Onde tra questo atto e gli altri detti di sopra fu tanta allegrezza e ammirazione in tutto il popolo, sì per la divozione del Santo e sì per la novità del miracolo e sì per la pace del lupo, che tutti incominciarono a gridare al cielo, laudando e benedicendo Iddio, il quale si avea loro mandato santo Francesco, che per li suoi meriti gli avea liberati dalla bocca della crudele bestia.

E poi il detto lupo vivette due anni in Agobbio, ed entravasi dimesticamente per le case a uscio a uscio, sanza fare male a persona e sanza esserne fatto a lui; e fu nutricato cortesemente dalla gente, e andandosi così per la terra e per le case, giammai nessuno cane gli abbaiava drieto.

Finalmente dopo due anni frate lupo sì si morì di vecchiaia, di che li cittadini molto si dolsono, imperò che veggendolo andare così mansueto per la città, si raccordavano meglio della virtù e santità di santo Francesco.