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	<title>Segni dei tempi &#187; Chiesa</title>
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	<description>C&#039;è un mistero, c&#039;è un contenuto nascosto nella storia (...) Il mistero è quello delle opere di Dio, che costituiscono nel tempo la realtà autentica, nascosta dietro le apparenze.  Card. Jean Danièlou</description>
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		<title>Il liturgista Neil Xavier O’Donoghue risponde alle speculazioni di Sandro Magister</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 09:02:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Liturgia]]></category>
		<category><![CDATA[Post-it]]></category>
		<category><![CDATA[Neocatecumenali]]></category>

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		<description><![CDATA[Riportiamo la traduzione di un articolo scritto dal sacerdote irlandese Neil Xavier O’Donoghue, dottore in liturgia (Ph.D. in Liturgy) e pubblicato dal blog americano PrayTell. Il presbitero intende rispondere ad un articolo scritto da Sandro Magister sul suo blog www.chiesa (link: http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350144).<br />
Fr. Neil Xavier O’Donoghue è originario di Ballincollig, Co. Cork, Irlanda. Ha completato un Bachelor of Arts (1997) e un Master in Divinity (2000) alla Seton Hall University, South Orange, NJ. Ha anche conseguito un master in Teologia nella liturgia (2003) dal Seminario ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;" lang="it-IT">Riportiamo la traduzione di un articolo scritto dal sacerdote irlandese Neil Xavier O’Donoghue, dottore in liturgia (<em>Ph.D. in Liturgy</em>) e pubblicato dal blog americano PrayTell. Il presbitero intende rispondere ad un articolo scritto da Sandro Magister sul suo blog www.chiesa (link: <a href="http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350144">http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350144</a>).</p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT">Fr. Neil Xavier O’Donoghue è originario di Ballincollig, Co. Cork, Irlanda. Ha completato un <em>Bachelor of Arts</em> (1997) e un <em>Master in Divinity</em> (2000) alla Seton Hall University, South Orange, NJ. Ha anche conseguito un master in Teologia nella liturgia (2003) dal Seminario Teologico Ortodosso di San Vladimir, Crestwood, NY e un <em>Master of Arts</em> in Teologia con specializzazione in studi liturgici (2005) presso l’Università di Notre Dame du Lac, Notre Dame, IN. Nel 2000 fu ordinato al sacerdozio ministeriale per la Chiesa cattolica dell’arcidiocesi di Newark, New Jersey e dal 2002 ha prestato servizio come Prefetto degli studi presso il Seminario Redemptoris Mater arcivescovile Missionario in Kearny, NJ. Nel 2006 gli è stato conferito il dottorato in teologia (<em>Ph.D.</em>) specializzato in liturgia dal Collegio di San Patrizio, Pontificia Università, Maynooth, Co. Kildare, Irlanda.</p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT">Di seguito l’articolo tradotto in italiano da noi.</p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT">
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT"><strong>Reazione alle speculazioni di Sandro Magister sulla liturgia celebrata nelle Comunità Neocatecumenali</strong></p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT"><em>Fr. Neil Xavier O’Donoghue, Ph.D. in liturgia.</em></p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT">Una storia dei Padri del Deserto racconta di come alcuni monaci andarono da Abba Agathon e lo accusarono di essere un fornicatore, di essere un uomo arrogante e di fare discorsi senza senso. Il monaco più anziano era d’accordo con tutte le accuse, ma quando i suoi visitatori lo accusarono di essere un eretico, lo negò con veemenza.</p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT">Quando gli chiesero come mai avesse rifiutato questo ultimo insulto e come mai volesse invece sopportarle altre calunnie, egli rispose: “Prendo le prime accuse come giuste per la mia anima, ma l’eresia è la separazione da Dio. Ora non ho alcuna intenzione di essere separato da Dio”.</p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT">Durante il corso degli anni ho letto molte congetture ridicole e critiche su come venga celebrata la liturgia nelle Comunità Neocatecumenali, e fino ad ora non mi sono sentito costretto a scrivere alcuna confutazione. Tuttavia, avendo visto lo scalpore suscitato da Sandro Magister nel suo blog sulla Chiesa (ospitato da un quotidiano italiano generalmente anticlericale) e vedendo come le sue teorie sono riprese dai principali media cattolici tradizionali, mi sono sentito obbligato a scrivere questa breve reazione nello spirito di Abba Agathon.</p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT">Sono stato nel Cammino Neocatecumenale per più di 25 anni, ed è stato attraverso questo carisma che ho scoperto il mio amore per la Chiesa e in particolare per la liturgia Cattolica (per non parlare della mia vocazione al ministero sacerdotale). Questo amore per la liturgia mi ha ispirato a perseguire gli studi sulla liturgia e adesso ho tre specializzazioni in liturgia accademica. Sono un sacerdote a tutti gli effetti, ho un mandato dal mio arcivescovo e insegno la liturgia in una Facoltà Pontificia. Ho partecipato personalmente a migliaia di Eucarestie celebrate nelle Comunità Neocatecumenali negli Stati Uniti, Canada, Irlanda, Inghilterra, Scozia, Francia, Germania, Polonia, Italia, Spagna, Estonia, Repubblica Dominicana, Messico, Australia, Guam, Saipan, Taiwan e Israele. Tutte queste Eucarestie sono state celebrate in conformità al Rito Romano. Trovo difficile reagire alle costanti critiche da parte di Magister e simili, che uniscono semplici falsità a mezze verità prese fuori dal contesto. Il Cammino Neocatecumenale è sempre stato, fin dal suo inizio, in comunione con il Papa e con i vari dicasteri Vaticani. Nel 1974 c’è stata la prima approvazione scritta della liturgia delle Comunità Neocatecumenali come un esempio eccellente del rinnovamento della liturgia. Molti incontri positivi e udienze con differenti papi hanno seguito questo documento iniziale. Il Papa Giovanni Paolo II celebrò l’Eucarestia con 2000 fratelli delle Comunità Neocatecumenali in occasione della Festa della Famiglia nel 1988 a Porto San Giorgio (il centro internazionale del Cammino Neocatecumenale). Fu preceduta da un più dettagliato documento da parte del CDW (vedere l’<em>Osservatore Romano, </em>Edizione inglese, 9 Gennaio, 1989). Questo documento garantiva un permesso speciale per celebrare la liturgia Eucaristica domenicale in piccole comunità, di ricevere la Comunione sotto le due specie e lo spostamento dello Scambio della Pace dopo il Credo.</p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT">Lo Statuto definitivo del Cammino Neocatecumenale nel 2008, approvato dal Pontificio Consiglio per i Laici, conferma le precedenti concessioni; stabilendo che le Eucarestie celebrate il Sabato sera dalle comunità sono parte del lavoro pastorale della parrocchia. Concede, inoltre, di fare brevi ammonizioni alle letture della Messa preparate da membri della Comunità e stabilisce che “<em>i neocatecumeni ricevono la Comunione in piedi, rimanendo al proprio posto</em>“. L’unico aspetto delle celebrazioni che va al di fuori della regolare Messa domenicale è la possibilità, prima dell’omelia del sacerdote, di condividere brevi esperienze personali o “<em>echi della parola”</em> da parte dei fratelli della comunità. Se qualcuno ha partecipato a una Eucarestia nel Cammino Neocatecumenale potrà vedere come queste risonanze non si confondono con l’omelia del Sacerdote.</p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT"><em>Riguardo ai punti specifici affrontati da Magister.</em></p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT">Sì, ci potrebbe essere più di una Eucarestia celebrata per comunità il Sabato sera in Parrocchia (questa è la questione principale del Cammino Neocatecumenale che è fondamentalmente un carisma liturgico vissuto in piccole comunità). Se la celebrazione dell’Eucarestia avviene in una chiesa, o una cappella, viene di solito utilizzato l’altare. Se l’Eucarestia viene celebrata in un’altra stanza allora viene degnamente preparato. Non si siedono intorno all’altare in un cerchio, ma, come in molte chiese, l’assemblea siede su tre lati e il sacerdote siede a capo dell’assemblea. Le comunità prestano molta cura ai segni liturgici e non è inconsueto che le comunità spendano migliaia di dollari in strumenti liturgici, vesti e altri segni per fare in modo che l’assemblea sia sempre disposta in un modo decoroso.</p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT">Magister fa riferimento alla celebrazione dell’Eucarestia come ‘conviviale’. Ciò viene presentato come se fosse un fatto negativo, anche se il mio Oxford American Dictionary da una prima definizione di ‘conviviale’ come “<em>(di un’atmosfera o un evento) amichevole, animata e piacevole</em>“. Non sono sicuro che questo sia un problema, se è abbastanza diffusa in senso negativo, le persone tenderanno a presumere che sia in qualche modo negativo. Vorrei sperare che anche i membri del SSPX <em>[Società San Pio X, N.d.T.]</em> considerassero le loro Eucarestie ‘amichevoli, animate e piacevoli’. Anche se sono Irlandese, temo di non vedere la povertà e la fatica come virtù assolute nella liturgia! Solo perché la Consacrazione del Mistero Pasquale viene in qualche modo enfatizzata nella liturgia del Cammino Neocatecumenale, questo in nessun modo nega la dimensione sacrificale dell’Eucarestia. Nessuna particolare metafora può trattenere tutte le grazie contenute nell’Eucarestia ed è ridicolo tentare di penalizzare le persone che traggono vita dai misteri eucaristici.</p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT">Come ho affermato precedentemente, le ammonizioni e le risonanze/echi sono brevi e sono concessi dalla legge liturgiche, e sono chiaramente distinte dall’omelia del sacerdote che avviene immediatamente dopo. Per la Comunione, la comunità utilizza pane non lievitato, preparato non secondo istruzioni arcane del Dottor Kiko Argüello, ma secondo i punti 320-321 del Messale Romano. La comunità riceve anche il calice nello stesso modo. Entrambe le specie vengono amministrate ai membri della comunità, che stanno in piedi a riceverla al proprio posto, dal Sacerdote (in conformità allo Statuto del Cammino Neocatecumenale).</p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT"><em>Riguardo all’incontro del 20 Gennaio con Papa Benedetto.</em></p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT">Il Pontificio Consiglio per i Laici ha approvato le varie ‘celebrazioni’ contenute nel Direttorio Catechetico del Cammino Neocatecumenale. Dal momento che il Cammino Neocatecumenale è un Catecumenato Post-Battesimale, le comunità neocatecumenali rivivono gradualmente i vari passi dell’iniziazione Cristiana come sacramentali. Queste celebrazioni non sono considerate come liturgie ufficiali della Chiesa in senso canonico, non sono formalmente promulgate nei libri liturgici. Ma, in ogni caso, con questo Decreto aggiuntivo, sono adesso pienamente approvate. Il Decreto della scorsa settimana non riguardava la celebrazione dell’Eucarestia, non ci sono mai stati grandi problemi per come viene celebrata nelle Comunità Neocatecumenali. In un testo intitolato ‘Un soffio di aria fresca’  (<em><a href="http://www.cammino.info/2012/01/unaria-fresca-per-il-cardinale-antonio-canizares-intervento-sul-cammino-neocatecumenale/">disponibile su Cammino.info</a></em>) nell’edizione corrente de ‘La Razon’ di Madrid il Cardinale Cañizares (prefetto della Congregazione per il Culto Divino) menzionò l’Eucarestia come viene celebrata nelle Comunità Neocatecumenali: “<em>La celebrazione dell’Eucarestia, all’interno del cammino di queste comunità, viene portata avanti in un modo splendido e decorso, con un grande senso della fede, con uno spirito ecclesiale che è sia festivo che liturgico, con un senso profondo del mistero e del sacro</em>’’.</p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT">Ciò fa perfettamente eco al pensiero del Papa Benedetto XVI che, all’incontro del 20 Gennaio, affermò l’aspetto integrale dell’Eucarestia celebrata il Sabato sera in piccole comunità, come parte importante di questo carisma: “ Precisamente al fine di promuovere la riconciliazione con la ricchezza della vita sacramentale nelle persone che si sono allontanate dalla Chiesa, o che non hanno ricevuto una formazione adeguata, i Neocatecumeni possono celebrare l’Eucarestia Domenicale in piccole comunità, dopo i Primi Vespri della Domenica, secondo i provvedimenti del Vescovo Diocesano.</p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT">Con queste riflessioni, non voglio dire che il Cammino Neocatecumenale sia la sola zattera di salvezza, grazie a Dio la Chiesa Cattolica è molto più grande del Cammino Neocatecumenale. Oggi abbiamo una Chiesa che ha molti riti liturgici, abbiamo una forma speciale della liturgia in uso nell’ex-Zaire, in uso dagli Anglicani e coloro che utilizzano la Forma Straordinaria hanno il permesso di mantenere la loro particolare spiritualità e i propri riti.</p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT">Ciò che tiene unita la Chiesa Cattolica non è l’uniformità in pratiche liturgiche, ma è l’unità nel credo e la fede in comunione con il Successore di Pietro. L’estate passata ho partecipato personalmente alla Messa al Santuario dell’Opus Dei a Torreciudad (Spagna), all’Oratorio Brompton di Londra e ad una Messa Pontificale nella Forma Straordinaria celebrata dal Cardinale Burke alla Conferenze Liturgica di Fota nella mia nativa città di Cork (Irlanda). Non tutto ciò che è parte di queste celebrazioni sarebbe l’ideale per me, tuttavia non ho difficoltà ad ammettere che queste sono parti importanti del tesoro liturgico della Chiesa e apprezzo il modo in cui possono aiutare a salvare molte anime. In modo simile, gli adattamenti che sono stati garantiti alle Comunità Neocatecumenali contribuiscono ad aiutare a rispondere al bisogno della Nuova Evangelizzazione, e a riportare le persone in Chiesa ad incontrarsi con il Cristo Risorto.</p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT">In conclusione, non voglio lasciar intendere che non ci sono mai problemi con le Comunità Neocatecumenali e le particolari Parrocchie. Laddove c’è la vita, ci sono sempre problemi. Ma,come in ogni famiglia, i vari membri della Chiesa dovrebbero risolvere insieme ogni tipo di problema. Molti anni fa, parlando delle crescenti difficoltà della Chiesa nell’accogliere il Cammino Neocatecumenale, il Cardinale Ratzinger suggerì che il ‘<em>nostro compito – il compito della Chiesa ufficiale e dei Teologi – è di tenere le porte spalancate verso di loro, e preparargli un posto</em>’. Joseph Cardinal Ratzinger con Vittorio Messori, The <em>Ratzinger Report: An Exclusive Interview on the State of the Church</em> (San Francisco: Ignatius Press, 1985), 44.</p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT">da www.cammino.info</p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT">Fonte: <a href="http://www.praytellblog.com/wp-content/uploads/2012/01/ODonoghue-response.pdf" target="_blank">http://www.praytellblog.com/<wbr>wp-content/uploads/2012/01/<wbr>ODonoghue-response.pdf</wbr></wbr></a></p>
<div style="text-align: justify;">
Scopri di più: <a href="http://www.cammino.info/2012/02/risposta-alle-speculazioni-di-sandro-magister-sulla-liturgia-celebrata-nelle-comunita-neocatecumenali/#ixzz1lOvuXNkB">Risposta a Sandro Magister sulla liturgia celebrata nelle Comunità Neocatecumenali | Cammino.info</a></div>
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		</item>
		<item>
		<title>Venerdì della IV settimana del T.O.</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 08:41:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Liturgia]]></category>
		<category><![CDATA[Vangelo]]></category>

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		<description><![CDATA[dal Vangelo secondo Mc 6, 14-29<br />
In quel tempo, il re Erode sentì parlare di Gesù, poiché intanto il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risuscitato dai morti e per questo il potere dei miracoli opera in lui». Altri invece dicevano: «E&#8217; Elia»; altri dicevano ancora: «E&#8217; un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare è risuscitato!». <br />
 Erode infatti aveva fatto arrestare Giovanni ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>dal Vangelo secondo Mc 6, 14-29</strong></p>
<p><em>In quel tempo, il re Erode sentì parlare di Gesù, poiché intanto il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risuscitato dai morti e per questo il potere dei miracoli opera in lui». Altri invece dicevano: «E&#8217; Elia»; altri dicevano ancora: «E&#8217; un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare è risuscitato!». </em><br />
<em> Erode infatti aveva fatto arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, che egli aveva sposata. Giovanni diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello». </em><br />
<em> Per questo Erodìade gli portava rancore e avrebbe voluto farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo giusto e santo, e vigilava su di lui; e anche se nell&#8217;ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri. </em><br />
<em> Venne però il giorno propizio, quando Erode per il suo compleanno fece un banchetto per i grandi della sua corte, gli ufficiali e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla ragazza: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le fece questo giuramento: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». La ragazza uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». Ed entrata di corsa dal re fece la richiesta dicendo: «Voglio che tu mi dia subito su un vassoio la testa di Giovanni il Battista». Il re ne fu rattristato; tuttavia, a motivo del giuramento e dei commensali, non volle opporle un rifiuto. </em><br />
<em> E subito il re mandò una guardia con l&#8217;ordine che gli fosse portata la testa [di Giovanni]. La guardia andò, lo decapitò in prigione e portò la testa su un vassoio, la diede alla ragazza e la ragazza la diede a sua madre. </em><br />
<em> I discepoli di Giovanni, saputa la cosa, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro. </em></p>
<p><strong>IL COMMENTO <em>di don Antonello Iapicca</em></strong></p>
<p>Sì, si può perdere la testa per Gesù. La verità, quella che ci fa liberi, quella che non è barattabile, la nemica dei falsi compromessi volti a salvare la pelle, fa perdere la testa. Ci sono sempre tagliatori di teste in cerca di poveri profeti disarmati che annunciano senza posa la verità. E la verità, normalmente è scomoda. Ne sappiamo qualcosa anche noi, quando qualcuno osa rimproverarci, evidenziarci un errore, un peccato. Per la Bibbia correggere un saggio è renderlo ancora più saggio. Correggere uno stolto invece, significa attirarne le ire.</p>
<p>Facciamo due conti e vediamo da che parte stiamo. Probabilmente da quella dei tagliatori di teste, degli stolti, come Nabal, letteralmente, colui al quale non si può dire nulla. Uno stolto. Uno che per tacitare la verità e potersi rimirare tranquillo allo specchio non esita a ghigliottinare lo sprovveduto profeta. Eppure la verità ci fa liberi, smaschera il serpente antico e le sue menzogne, svela le catene che ci tengono schiavi, e apre la strada al liberatore, il Signore Gesù, la Verità incarnata per la nostra salvezza.</p>
<p><em>&#8220;Non ti è lecito&#8221; </em>gridava Giovanni Battista, e non per un rigido legalismo, ma perchè sei creato per essere libero, felice, e non ti è lecito andare contro natura, il peccato non si addice all&#8217;uomo, genera la morte, sempre. Le parole di Giovanni illuminano Erode, sono dirette al fondo del suo cuore, laddove è deposto il seme della verità, del bene, della giustizia. Sono parole capaci di riportare alla luce quel frammento di umanità che, seppure sepolto da una montagna di menzogne, alberga nel cuore di ogni uomo. Erode si era infilato in una strada senza ritorno, condannandosi ad una vita sterile, chiusa nell&#8217;egoismo. Una vita infelice. &#8220;Se uno prende la moglie del fratello è una impurità, egli ha scoperto la nudità del fratello; non avranno figli&#8221; (cfr. Lv. 18,16 e 20,21). La maledizione più grande, non avere figli, scendere nella tomba senza una discendenza, segno di una vita senza frutto, scivolata via senza amore, senza consistenza, una vita in fumo.</p>
<p>Quante giornate, quante relazioni, quanto lavoro, e cosa rimane? Quante volte ci ritroviamo, come Erode, preda di passioni ed entusiasmi che spengono lo sguardo e annichiliscono ogni discernimento. Come Davide che, alla vista della bellezza di Betsabea, chiude in prigione ragione e fede, si lascia trascinare dai vortici della passione, e macchina piani e menzogne per dar corpo agli sconvolgimenti dell&#8217;istinto ormai senza freno. Morirà Uria, ucciso dalla malizia di Davide. E morirà il bambino nato dalla passione, perchè ogni pensiero ed ogni azione che non siano ispirate da Dio attraverso la ragione illuminata dalla fede sono senza frutto.</p>
<p>Erode ascoltava perplesso, vigilava, temeva. Ma non era sufficiente. Aveva ormai consegnato il cuore ad Erodiade. Al contrario di Davide, peccatore, fragile, ma uomo secondo il cuore di Dio. Il punto è tutto qui. <em>Un cuore radicato in Dio, anche se cade, è capace di contrizione e di umiltà</em>. Anche se la mareggiata della passione ne ha sconvolto gli equilibri, può tornare ad aggrapparsi all&#8217;àncora che non ha smesso di attirarlo a se. Erode invece ha scelto il peccato, lo ha scelto nel fondo del suo intimo, laddove l&#8217;uomo è assolutamente libero e si giocano le sue sorti; Erode ha issato l&#8217;àncora e la tempesta ha rotto, inesorabilmente, gli ormeggi. Lo si comprende al <em>momento propizio</em>. Per Davide il kairos è giunto con il profeta Natan, le cui parole dissolvono la menzogna e lo conducono al pentimento: &#8220;ho peccato&#8221;; e, nel riconoscersi peccatore, Davide accetterà, umilmente, le sofferenze che ne conseguono. Erode non può. Il rancore di Erodiade, cui aveva consegnato l&#8217;anima, lo trascina nell&#8217;abisso, perchè l&#8217;accendersi di una passione spalanca sempre il passo a peccati più gravi. Erode ha soffocato la ragione nella carne, e quando la sua carne si adagia in un banchetto che ne sazia le voglie, seduto sulla propria anima, si ritrova sordo e cieco, perde la memoria delle parole del profeta, e promette e consegna la sua vita ad un&#8217;immagine effimera, il corpo seducente di una ragazza, che appare ai suoi occhi come l&#8217;albero dell&#8217;Eden, &#8220;buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza&#8221;. Ed è morte, della Verità prima, della sua anima poi.</p>
<p>Il Vangelo di oggi ci chiama a conversione. A guardare senza sconti la nostra vita, a lasciarci illuminare sui compromessi, sulle <em>situazioni pericolose nelle quali ci troviamo</em>, sull&#8217;orlo del precipizio e dove non abbiamo forza e volontà per tagliare, voltare pagina e abbandonarci alla fedeltà di Dio. Quell&#8217;amicizia che ci insinua calunnie sugli altri, quell&#8217;affetto troppo &#8220;corposo&#8221;, che ha già messo il laccio al cuore e ci ha deposto sul piano inclinato che conduce al tradimento; quel rancore che arde, sordo, sotto la cenere del tempo che vorremmo capace di essicccare il peccato; quell&#8217;adulazione che risuona nelle nostre orecchie ci pianta al centro di un universo che ci appare ogni giorno più ostile a tutto quanto facciamo e pensiamo. Per questo l&#8217;episodio di Erode ci invita a chiedere a Dio la grazia del cuore di Davide, pronto al pentimento, a rientrare in se stesso come il figliol prodigo, ad ascoltare la voce dei profeti che, con amore e fermezza, ci chiamano a conversione, illuminando quanto, nella nostra vita, &#8220;non è lecito&#8221;, quanto è destinato a restare senza figli, la parte di noi che, infeconda, appartiene alla terra ed è incapace di ereditare il Cielo.</p>
<p>Lasciamoci liberare dalla verità. Lasciamo dunque che l&#8217;annuncio ci raggiunga e sconvolga le nostre precarie certezze. Lasciamoci amare sino ad innamorarci perdutamente di Lui, e così testimoniare la Verità, il suo amore infinito, senza paura e compromessi, enza ipocrisie e ricatti, ovunque e sempre. Sino a perdere la testa. Per amore. Per Lui.</p>
<div><strong>APPROFONDIRE</strong></div>
<div></div>
<ul>
<li><a href="http://vangelodelgiorno.blogspot.com/2010/02/martirio-di-san-giovanni-battista.html">Martirio di San Giovanni Battista. Commenti Patristici</a></li>
<li><a href="http://vangelodelgiorno.blogspot.com/2010/02/martirio-di-giovanni-battista-benedetto.html">Martirio di Giovanni Battista. Benedetto XVI: &#8220;Nella storia della Chiesa non mancherà mai la persecuzione&#8221;</a></li>
<li><a href="http://vangelodelgiorno.blogspot.com/2010/02/giovanni-paolo-ii-angelus-nella-festa.html">Giovanni Paolo II, Angelus nella Festa del Martirio di San Giovanni Battista</a></li>
<li><a href="http://vangelodelgiorno.blogspot.com/2010/02/j-ratzinger-liberta-e-verita.html">J. Ratzinger. Libertà e verità</a></li>
<li><a href="http://vangelodelgiorno.blogspot.com/2010/02/temi-dal-pensiero-di-sua-santita-papa.html">Temi dal pensiero di Sua Santità Papa Benedetto XVI: la coscienza morale, organo del bene e del male.</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<div><strong>San Cipriano</strong> (circa 200-258), vescovo di Cartagine e martire<br />
<em>Esortazione al martirio, 13</em></div>
<div><strong> </strong></div>
<div><strong>Giovanni Battista, martire per la verità</strong></div>
<div><strong> </strong></div>
<div>        «Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi» (Rom 8,18). Chi non farebbe di tutto per ottenere una tale gloria diventando amico di Dio, per rallegrarsi al più presto in compagnia di Gesù e ricevere la ricompensa divina dopo le pene e i tormenti di questa terra?</p>
<p>E&#8217; una gloria per i soldati di questo mondo rientrare trionfanti in patria, dopo la vittoria sui nemici. Ma non è forse una gloria maggiore aver vinto il demonio e ritornare trionfanti in quel paradiso da cui Adamo era stato espulso a causa del suo peccato? E, dopo aver sconfitto colui che l&#8217;aveva ingannato, riportarvi il trofeo della vittoria? Offrire a Dio come un magnifico bottino una fede integra, un coraggio spirituale ineccepibile, una lodevole dedizione? &#8230; Diventare coerede di Cristo, eguale agli angeli, gioire felicemente del regno celeste coi patriarchi, gli apostoli, i profeti? Quale persecuzione può vincere tali pensieri, che possono aiutarci a superare le torture? &#8230;</p>
<p>La terra ci chiude in prigione con le persecuzioni, ma il cielo resta aperto&#8230;. Quale onore, quale certezza andarsene da qui nella gioia, trionfando in mezzo ai tormenti e alle prove! Socchiudere gli occhi che vedevano gli uomini e il mondo, e riaprirli immediatamente sulla gloria di Dio e di Cristo! &#8230; Se la persecuzione si abbatte su un soldato così preparato, non potrà sconfiggere il suo coraggio. E anche se siamo chiamati in cielo prima della lotta, una fede così preparata non resterà senza ricompensa. &#8230; Nella persecuzione, Dio ricompensa i suoi soldati; nella pace premia la buona coscienza.</p></div>
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		<title>Un intruso gioca con la tua vita</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 07:52:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Segni dei tempi]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Droga]]></category>
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		<description><![CDATA[di Vincenzo Andraous<br />
Il gioco d&#8217;azzardo, la nuova droga, non fa notizia, allarme sociale, perché dalla notte dei tempi legato al piacere ludico dell&#8217;uomo.<br />
La scommessa allo stremo delle proprie possibilità, finchè la vita diventa una schedina sgualcita, un gratta e vinci lucente, una slot machine incandescente, il vizio non è più un optional, così bere, fumare, giocare, non sono più svaghi temporanei: la botta di adrenalina mette in ginocchio la paura, la follia di una sera diviene il comportamento ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Vincenzo Andraous</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il gioco d&#8217;azzardo, la nuova droga, non fa notizia, allarme sociale, perché dalla notte dei tempi legato al piacere ludico dell&#8217;uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">La scommessa allo stremo delle proprie possibilità, finchè la vita diventa una schedina sgualcita, un gratta e vinci lucente, una slot machine incandescente, il vizio non è più un optional, così bere, fumare, giocare, non sono più svaghi temporanei: la botta di adrenalina mette in ginocchio la paura, la follia di una sera diviene il comportamento da vestire, muta in abito mentale che non schioda più dal corpo, dalla mente, dal cuore.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; già malattia.</p>
<p style="text-align: justify;">Un amico mi ha chiamato per parlarmi di suo figlio, a suo dire rispettoso nel mantenere relazioni sociali soddisfacenti: ma a strattonare la sequela di belle parole, le buone intenzioni, la presenza rigorosa del bene che lega un padre al proprio figliolo, c&#8217;è qualcosa che non è sopportabile.</p>
<p style="text-align: justify;">La scoperta di un intruso che non bussa alla porta, né chiede educatamente di poter fare un passo avanti, pronto a forzare l&#8217;uscio senza preavviso, è uno straniero dallo sguardo apparentemente mansueto, di quelli che non fanno paura, e non rendono tumefatti gli zigomi.</p>
<p style="text-align: justify;">Un intruso che dapprima si insinua lentamente, non fa troppo rumore, procede come un omino curioso che scopre territori inesplorati, meravigliandosene, prende posizione, sceglie il luogo e la parte da recitare, acquista fiducia, compra con denaro sonante domicilio e residenza, non intende più andarsene.</p>
<p style="text-align: justify;">Un cattivo compagno di viaggio, non scosta il piede, non dà passo a chi è dietro, testardo rimane ad attendere la prossima giocata, la goccia di sudore fredda come la lama di un pugnale. Sprovvisto di documenti di identità, è ingombrante ma non si fa vedere, non chiama né risponde, sa soltanto rilanciare con le tasche vuote.</p>
<p style="text-align: justify;">Un maledetto intruso abita il cuore di questo ragazzo, una presenza indistinta ma feroce, risoluta a non mollare la chiamata del banco illusoriamente da sbancare, un numero che non esce, un dado che non si ribalta, una carta che non intende accoppiarsi a un&#8217;altra.</p>
<p style="text-align: justify;">Un intruso che lavora sottobanco, scava la fossa, racconta un piacere irripetibile divampare nel cervello, e quando il numero tanto atteso è allo scoperto, dentro il sonoro della sconfitta c&#8217;è il momento in cui non sì è più capaci di resistere.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mio amico è un padre aggrappato all&#8217;appiglio più vicino, per tentare di comprendere cosa sta accadendo al suo mondo tirato su con amore e cura, quel suo figlio attore consumato della menzogna mandata a memoria, quel male negato e ostinato che distrugge le relazioni personali, famigliari, lavorative, e quell&#8217;intruso sempre lì a manipolare la realtà, la vita messa a soqquadro, i legami d&#8217;amore miseramente dispersi.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; malattia da curare, prevenire dove possibile, perché è un dolore profondo che non si fa riconoscere facilmente, una sofferenza che non è semplice mettere a tacere, debellare.</p>
<p style="text-align: justify;">Il ragazzo ha bisogno di parlare con uno specialista, con un esperto, con qualcuno che può e deve aiutarlo, ma se non riuscirà a chiedere una mano con franchezza, ci sarà l&#8217;inseguimento a perdifiato per tentare di trasformare il destino, mentre i fallimenti saranno grida inascoltate.</p>
<p style="text-align: justify;">Il gioco d&#8217;azzardo non è mai parente di un colpo di fortuna, non è strada che consente scappatoie, è malattia che disconosce il diritto di poter scegliere, il dovere di una libertà da rispettare.</p>
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		<title>«La volontà di Dio su di noi sia ciò che desideriamo»</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 08:36:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Benedetto XVI]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Preghiera]]></category>

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		<description><![CDATA[<br />
di Massimo Introvigne da La Bussola Quotidiana<br />
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<br />
Proseguendo nella «scuola della preghiera» dedicata alla preghiera di Gesù, nell&#8217;udienza del 1 febbraio Benedetto XVI ha meditato sulla preghiera di Gesù al Getsemani, al Giardino degli Ulivi. Finita l&#8217;Ultima Cena, narra il Vangelo di Marco: «Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi» (14,26). Il riferimento a un inno «allude probabilmente al canto di alcuni Salmi dell&#8217;hallèl con i quali si ringrazia Dio per la liberazione del ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<div style="text-align: justify;"><strong><em>di Massimo Introvigne da La Bussola Quotidiana</em></strong></div>
</div>
<div style="text-align: justify;">
Proseguendo nella «scuola della preghiera» dedicata alla preghiera di Gesù, nell&#8217;udienza del 1 febbraio Benedetto XVI ha meditato sulla preghiera di Gesù al Getsemani, al Giardino degli Ulivi. Finita l&#8217;Ultima Cena, narra il Vangelo di Marco: «Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi» (14,26). Il riferimento a un inno «allude probabilmente al canto di alcuni Salmi dell&#8217;hallèl con i quali si ringrazia Dio per la liberazione del popolo dalla schiavitù e si chiede il suo aiuto per le difficoltà e le minacce sempre nuove del presente».</p>
<p><strong>Di solito nei Vangeli Gesù prega in solitudine.</strong> Ma «questa volta avviene qualcosa di nuovo: sembra non voglia restare solo» e chiede a Pietro, Giacomo e Giovanni di stargli vicino. Sono gli stessi tre discepoli che aveva chiamato ad essere con Lui sul monte della Trasfigurazione. Eppure più tardi il Signore «pregherà il Padre &#8220;da solo&#8221;, perché il suo rapporto con Lui è del tutto unico e singolare: è il rapporto del Figlio Unigenito. Si direbbe, anzi, che soprattutto in quella notte nessuno possa veramente avvicinarsi al Figlio, che si presenta al Padre nella sua identità assolutamente unica, esclusiva.».</p>
<p><strong>Ma questa preghiera solitaria non è in contraddizione</strong> con la richiesta ai tre discepoli di rimanere vicini. «Si tratta di una vicinanza spaziale, una richiesta di solidarietà nel momento in cui sente approssimarsi la morte, ma è soprattutto una vicinanza nella preghiera, per esprimere, in qualche modo, la sintonia con Lui, nel momento in cui si appresta a compiere fino in fondo la volontà del Padre, ed è un invito ad ogni discepolo a seguirlo nel cammino della Croce».</p>
<p><strong>Prosegue il Vangelo di Marco</strong>: «Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate”» (14,33-34). Qui, nota il Papa, Gesù «ancora una volta, si esprime con il linguaggio dei Salmi: &#8220;La mia anima è triste&#8221;, una espressione del Salmo 43 (cfr Sal 43,5)».  La precisazione «fino alla morte», poi, «richiama una situazione vissuta da molti degli inviati di Dio nell’Antico Testamento ed espressa nella loro preghiera. Non di rado, infatti, seguire la missione loro affidata significa trovare ostilità, rifiuto, persecuzione». Accenti simili erano risuonati nelle parole di Mosè e di Elia. Naturalmente, c&#8217;è anche un elemento psicologico: «in tale paura e angoscia di Gesù è ricapitolato tutto l&#8217;orrore dell&#8217;uomo davanti alla propria morte, la certezza della sua inesorabilità e la percezione del peso del male che lambisce la nostra vita».</p>
<p><strong>In seguito, narra ancora Marco, «andato un po’ innanzi,</strong> cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora» (14,35). Gesù qui «cade faccia a terra: è una posizione della preghiera che esprime l’obbedienza alla volontà del Padre, l’abbandonarsi con piena fiducia a Lui». Nella Chiesa questo è un gesto «che si ripete all’inizio della Celebrazione della Passione, il Venerdì Santo, come pure nella professione monastica e nelle Ordinazioni diaconale, presbiterale ed episcopale, per esprimere, nella preghiera, anche corporalmente, l’affidarsi completo a Dio, il confidare in Lui». Poi Gesù chiede che l&#8217;ora, se è possibile, passi. «Non è solo la paura e l’angoscia dell’uomo davanti alla morte, ma è lo sconvolgimento del Figlio di Dio che vede la terribile massa del male che dovrà prendere su di Sé per superarlo, per privarlo di potere».</p>
<p><strong>Gesù continua così  la sua preghiera:</strong> «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36). Qui, nota il Pontefice, ci sono tre passaggi distinti. «All&#8217;inizio abbiamo il raddoppiamento del termine con cui Gesù si rivolge a Dio: &#8220;Abbà! Padre!&#8221; (Mc 14,36a). Sappiamo bene che la parola aramaica Abbà è quella che veniva usata dal bambino per rivolgersi al papà ed esprime quindi il rapporto di Gesù con Dio Padre, un rapporto di tenerezza, di affetto, di fiducia, di abbandono».</p>
<p><strong>Il secondo passaggio manifesta la consapevolezza dell&#8217;onnipotenza del Padre</strong> – «tutto è possibile a te» -, «che introduce una richiesta in cui, ancora una volta, appare il dramma della volontà umana di Gesù davanti alla morte e al male: &#8220;allontana da me questo calice!&#8221;».</p>
<p><strong>Ma la terza parte dell&#8217;invocazione «è quella decisiva</strong>, in cui la volontà umana aderisce pienamente alla volontà divina»: «Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36c). «Nell&#8217;unità della persona divina del Figlio la volontà umana trova la sua piena realizzazione nell’abbandono totale dell’Io al Tu del Padre, chiamato Abbà».</p>
<p><strong>Il Papa cita San Massimo il Confessore (579 o 580-662),</strong> il quale «afferma che dal momento della creazione dell’uomo e della donna, la volontà umana è orientata a quella divina ed è proprio nel “sì” a Dio che la volontà umana è pienamente libera e trova la sua realizzazione. Purtroppo, a causa del peccato, questo “sì” a Dio si è trasformato in opposizione: Adamo ed Eva hanno pensato che il “no” a Dio fosse il vertice della libertà, l’essere pienamente se stessi. Gesù al Monte degli Ulivi riporta la volontà umana al “sì” pieno a Dio». Gesù così riepiloga l&#8217;intera storia della salvezza, e  «ci dice che solo nel conformare la sua propria volontà a quella divina, l’essere umano arriva alla sua vera altezza, diventa “divino”; solo uscendo da sé, solo nel “sì” a Dio, si realizza il desiderio di Adamo, di noi tutti, quello di essere completamente liberi. E’ ciò che Gesù compie al Getsemani: trasferendo la volontà umana nella volontà divina nasce il vero uomo, e noi siamo redenti».</p>
<p><strong>Il Pontefice cita il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica:</strong> «La preghiera di Gesù durante la sua agonia nell&#8217;Orto del Getsemani e le sue ultime parole sulla Croce rivelano la profondità della sua preghiera filiale: Gesù porta a compimento il disegno d&#8217;amore del Padre e prende su di sé tutte le angosce dell&#8217;umanità, tutte le domande e le intercessioni della storia della salvezza. Egli le presenta al Padre che le accoglie e le esaudisce, al di là di ogni speranza, risuscitandolo dai morti» (n. 543). E cita pure il suo libro su Gesù, secondo il quale «in nessun&#8217;altra parte della Sacra Scrittura guardiamo così profondamente dentro il mistero interiore di Gesù come nella preghiera sul Monte degli Ulivi» (Gesù di Nazaret II, 177).</p>
<p><strong>Quando chiediamo nel Padre Nostro «sia fatta la tua volontà,</strong> come in cielo così in terra» (Mt 6,10), noi riconosciamo «che c&#8217;è una volontà di Dio con noi e per noi, una volontà di Dio sulla nostra vita, che deve diventare ogni giorno di più il riferimento del nostro volere e del nostro essere; riconosciamo poi che è nel “cielo” dove si fa la volontà di Dio e che la “terra” diventa “cielo”, luogo della presenza dell’amore, della bontà, della verità, della bellezza divina, solo se in essa viene fatta la volontà di Dio». Al Getsemani, in Gesù, «la “terra” è diventata “cielo”; la “terra” della sua volontà umana, scossa dalla paura e dall’angoscia, è stata assunta dalla sua volontà divina, così che la volontà di Dio si è compiuta sulla terra».</p>
<p><strong>E questo «è importante anche nella nostra preghiera</strong>: dobbiamo imparare ad affidarci di più alla Provvidenza divina, chiedere a Dio la forza di uscire da noi stessi per rinnovargli il nostro “sì”, per ripetergli &#8220;sia fatta la tua volontà&#8221;, per conformare la nostra volontà alla sua». Noi sappiamo che «non sempre è facile affidarci alla volontà di Dio, ripetere il “sì” di Gesù, il “sì” di Maria. I racconti evangelici del Getsemani mostrano dolorosamente che i tre discepoli, scelti da Gesù per essergli vicino, non furono capaci di vegliare con Lui, di condividere la sua preghiera, la sua adesione al Padre e furono sopraffatti dal sonno». Ma a noi, oggi, è chiesto di vegliare, «per portare in questa &#8220;terra&#8221; un po’ del &#8220;cielo&#8221; di Dio».</div>
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		<title>2 febbraio. Presentazione del Signore</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 07:59:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Liturgia]]></category>
		<category><![CDATA[Vangelo]]></category>

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		<description><![CDATA[Dal Vangelo secondo Luca 2,22-40.<br />
Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore. Ora a Gerusalemme c&#8217;era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d&#8217;Israele; lo ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Dal Vangelo secondo Luca 2,22-40.</strong></p>
<p><em>Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore. Ora a Gerusalemme c&#8217;era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d&#8217;Israele; lo Spirito Santo che era sopra di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. Mosso dunque dallo Spirito, si recò al tempio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge, lo prese tra le braccia e benedisse Dio: «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l&#8217;anima». C&#8217;era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui. </em></p>
<p><strong>IL COMMENTO <em>di don Antonello Iapicca</em></strong></p>
<p>Siamo<em> figli della Pasqua</em>, e per questo<em> primogeniti</em>. La Festa di oggi ci svela la nostra identità, e in essa è illuminata la nostra vita, il senso di<em> tutto</em> quanto ci accade: &#8220;Quando tuo figlio <em>domani</em> ti chiederà: <em>Che significa ciò?</em>, tu gli risponderai: Con braccio potente il Signore ci ha fatti uscire dall&#8217;Egitto, dalla condizione servile. Poiché il Faraone <em>si ostinava</em> a non lasciarci partire, il Signore ha ucciso ogni primogenito nel paese d&#8217;Egitto, i primogeniti degli uomini e i primogeniti del bestiame. Per questo <em>io sacrifico al Signore ogni primo frutto del seno materno</em>, se di sesso maschile e riscatto ogni primogenito dei miei figli. Questo sarà <em>un segno</em> sulla tua mano, sarà un ornamento tra i tuoi occhi,<em> per ricordare che con braccio potente il Signore ci ha fatti uscire dall&#8217;Egitto</em>&#8221; (Es, 13). Queste parole consegnate dal Signore a Mosè sono <em>la risposta ad ogni &#8220;domani&#8221; </em>sorto nella storia di Israele prima e della Chiesa poi; <em>il &#8220;domani&#8221; sorto dalla notte di Pasqua</em>, il seno benedetto di Israele, il fonte battesimale dal quale ciascuno di noi è rinato ad una vita nuova. I primogeniti sono la<em> primizia</em> dell&#8217;opera di Dio, il <em>segno di contraddizione</em> per il mondo, perchè siano svelati i pensieri dei cuori, e risplenda sulla terra la Verità che il demonio tenta di occultare tenendo in schiavitù l&#8217;umanità, come Il faraone ostinato non voleva lasciar partire il Popolo di Israele. Sui primogeniti riverbera la luce che brilla sul volto di Cristo: &#8220;E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, <em>rifulse nei nostri cuori</em>, <em>per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulse sul volto di Cristo</em>&#8221; (2 Cor. 4, 6). Le nostre storie nel susseguirsi di ogni secondo ci sono date perchè possa rifulgere in esse la luce di Pasqua, la risposta divina al mistero del dolore dell&#8217;uomo.</p>
<p>Ecco, <em>ciascuno di noi è la risposta che Dio rivela all&#8217;umanità, il segno del suo amore nascosto tra le lacrime che bagnano la storia</em>. Quanti &#8220;che significa ciò?&#8221; intorno e dentro di noi! &#8220;Che significa tutto questo?&#8221;: questa mia storia senza capo né coda; questa malattia che s&#8217;è portata via mia madre a soli quarant&#8217;anni; questo incidente che mi ha strappato mio figlio mentre si affacciava alla vita; questa crisi economica che dissangua la mia famiglia; il tradimento di mio marito; il terremoto che ha azzerato la vita di migliaia di persone lasciandole senza più passato né futuro, gettate in un presente vuoto, e neanche una tomba dove piangere padri e figli; questa depressione che mi inchioda in casa; la bulimia di mia figlia, impazzita dietro a facebook e alle diete; e le ingiustizie patite, il dolore innocente, le guerre, il male. &#8220;Che significa ciò?&#8221;, non comprendo&#8230; E la tristezza soffoca i giorni nella delusione e nel disincanto, l&#8217;ira strattona lingua e mani, e la violenza sgorga indomita a macchiare indelebilmente relazioni e sentimenti.</p>
<p>&#8220;<em>T</em><em>u gli risponderai</em>: Con braccio potente il Signore ci ha fatti uscire dall&#8217;Egitto, dalla condizione servile&#8221;: Dio ha fatto uscire dalla tomba suo Figlio, ha vinto il male, il peccato e la morte. <em>Tu gli risponderai con la tua vita, crocifissa con Cristo e con Lui risuscitata</em>. La Chiesa è il segno del braccio potente del Signore, capace di liberare dalla condizione servile nei confronti del demonio, dalla schiavitù alla paura della morte. La nostra vita è stata riscatta da Cristo, come una primizia per ogni uomo. In Lui, ciascuno di noi è <em>primogenito della libertà</em> e siamo chiamati a vivere in ogni evento il suo stesso mistero pasquale: &#8220;Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, <em>portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo.</em><em> Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale</em>. <em>Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita</em>&#8221; (2 Cor. 4,8 ss). Ecco la risposta di Dio, <em>i primogeniti offerti in sacrificio perchè nel mondo operi la vita</em>.</p>
<p>Quel &#8220;tu gli risponderai&#8221; giunge oggi diritto al cuore di ciascuno di noi; <em>quel &#8220;tu&#8221; si fa &#8220;io&#8221; nel mistero che oggi celebriamo</em>. Gesù, un bambino di appena quaranta giorni, è condotto al Tempio per essere offerto al Signore. Il Figlio di Dio, apparso per pura grazia nel seno della Vergine Maria, è <em>ufficialmente e pubblicamente</em> consegnato a suo Padre. Dio gioca a carte scoperte, sin dall&#8217;inizio. Alla luce di quanto Maria e Giuseppe compiono nel brano odierno, si comprendono le parole di Gesù dodicenne ritrovato tra i dottori nel Tempio: &#8220;Devo occuparmi delle cose del Padre mio&#8221;. Gesù è il <em>primogenito perfetto sacro al Signore</em>, tutta la sua vita sarà un cammino verso il compimento della missione affidatagli. Non si lascerà attirare dalle sirene della carne e non temerà di dire più volte a sua Madre: &#8220;Donna, che ho a che fare con te?&#8221;; scapperà dalle lusinghe del successo perchè incamminato &#8220;decisamente&#8221; sulla via del Calvario; Gesù è il primogenito sacro al Signore, in Lui deve risplendere la Luce della Vita nelle tenebre della morte: nulla lo può distogliere, neanche sua Madre, neanche Pietro e gli altri apostoli.</p>
<p>Così è per ciascuno di noi. Per un&#8217;insondabile condiscendenza del cuore di Dio siamo stati eletti ad essere primogeniti della nuova creazione, apostoli del Cielo, missionari dell&#8217;amore infinito di Dio. Siamo stati presentati al Tempio, la vita non ci appartiene. Essa è la risposta di Dio a chi ci è vicino, a chi soffre senza essere capace di dare un senso al suo dolore. Per questo è necessario tutto quello che ci accade, ogni istante della nostra vita è prezioso, un candelabro acceso posto sull&#8217;altare della storia. Nulla è a caso, tutto è per mostrare al mondo il braccio potente del Signore, il suo amore infinito che ha ragione di ogni male. Per questo il male deve raggiungerci, ghermirci, portarci in Egitto. Secondo i rabbini, la schiavitù in Egitto è stata causata dalla malvagità dei fratelli di Giuseppe che lo hanno venduto per invidia. Il midràsh ci spiega che il prezzo del riscatto dei primogeniti fu fissato dalla Torà in base al denaro ricevuto dai fratelli per la vendita di Giuseppe: &#8220;<em>E vendettero Giuseppe per 20 denari</em> (Gen. 37, 28) Disse il Santo Benedetto Egli Sia: voi vendete il figlio di Rachele per 20 pezzi d’argento, che corrisponde al prezzo di cinque Selaìm; perciò ciascuno di voi dovrà dare per il riscatto di suo figlio cinque Selaìm&#8221; (<em>Ber. Rabbà</em> 84, 18). La sapienza di Israele vede dunque nell&#8217;offerta dei primogeniti un legame stretto con il peccato compiuto dai figli di Giacobbe nei confronti del loro fratello. I primogeniti divengono così il segno del riscatto di Giuseppe: il braccio potente del Signore rivela la sua misericordia che perdona riscattando i discendenti di Giacobbe caduti in schiavitù. Gesù, come Giuseppe, è stato venduto per poche monete, e così crocifisso, ucciso e sepolto nella tomba. Ma Dio lo ha riscattato dalla morte, primogenito di molti fratelli, il segno che <em>contraddice</em> per sempre il peccato e la morte. In Lui risplende la misericordia di Dio che non ha lasciato che i suoi figli rimanessero a marcire nel dolore e nella morte eternamente e senza risposta. Scrive Benedetto XVI che “l’ingiustizia, il male come realtà non può semplicemente essere ignorato, lasciato stare. Deve essere smaltito, vinto. Questa è la vera misericordia. E che ora, poiché gli uomini non ne sono in grado, lo faccia Dio stesso – questa è la bontà incondizionata di Dio” (J. Ratzinger &#8211; Benedetto XVI, <em>Gesù di Nazaret</em>, II Parte, pp. 151).</p>
<p>Così l&#8217;offerta della nostra vita che segna la nostra primogenitura è il sigillo della sua misericordia che Dio pone in questa generazione. <em>Siamo la prova e la memoria del suo amore</em>, perchè ogni uomo che giace in Egitto possa ricominciare a sperare e la sua speranza non sia delusa. La parola ebraica che definisce il &#8220;primogenito&#8221;, o  &#8221;bekhor&#8221; deriva dal radicale <em>bkr </em>che significa &#8220;portare frutti primaticci, conferire il diritto di primogenitura, essere nato come primogenito, partorire un primogenito&#8221;. Siamo chiamati a portare i frutti primaticci dello Spirito Santo, l&#8217;amore capace di lasciarsi crocifiggere, i segni della fede adulta operante in noi. In un&#8217;omelia per il Venerdì Santo, per spiegare la missione dei cristiani, il Padre Cantalamessa esponeva un esempio eloquente: &#8220;Cosa si fa per assicurare qualcuno che una certa bevanda non contiene veleno? La si beve prima di lui, davanti a lui! Così ha fatto Dio con gli uomini. Egli ha bevuto il calice amaro della passione. Non può essere dunque avvelenato il dolore umano, non può essere solo negatività, perdita, assurdo, se Dio stesso ha scelto di assaporarlo. In fondo al calice ci deve essere una perla. E questa perla è la risurrezione!&#8221;. Ciascuno di noi ha conosciuto questa perla nell&#8217;esperienza della sua vita. E&#8217; la perla che dà sostanza alla primogenitura. E&#8217; Cristo stesso, e con Lui possiamo bere ogni giorno il calice amaro della passione che siamo chiamati a vivere. E mostrare al mondo che si può bere anche il veleno, perchè in Cristo, nulla può danneggiare! Secondo il midrash il compito più importante assegnato al primogenito fin dai tempi di Abramo fu di certo quello di <em>esercitare il culto sacerdotale</em> (<em>Ber. Rabbà</em> 63, 18). La nostra vita di primogeniti è dunque una liturgia da servire come sacerdoti santi: &#8220;L’unzione nel Battesimo e nella Confermazione è un’unzione che introduce in questo ministero sacerdotale per l’umanità.<em> I cristiani sono popolo sacerdotale per il mondo</em>. I cristiani dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio vivente, testimoniarlo e condurre a lui. Quando parliamo di questo nostro comune incarico, in quanto siamo battezzati, ciò non è una ragione per farne un vanto. È una domanda che, insieme, ci dà gioia e ci inquieta: siamo veramente il santuario di Dio nel mondo e per il mondo? Apriamo agli uomini l’accesso a Dio o piuttosto lo nascondiamo? Non siamo forse noi – popolo di Dio – diventati in gran parte un popolo dell’incredulità e della lontananza da Dio? Non è forse vero che l’Occidente, i Paesi centrali del cristianesimo sono stanchi della loro fede e, annoiati della propria storia e cultura, non vogliono più conoscere la fede in Gesù Cristo? Abbiamo motivo di gridare in quest’ora a Dio: Non permettere che diventiamo un non-popolo! Fa’ che ti riconosciamo di nuovo! Infatti, ci hai unti con il tuo amore, hai posto il tuo Spirito Santo su di noi. Fa’ che la forza del tuo Spirito diventi nuovamente efficace in noi, affinché con gioia testimoniamo il tuo messaggio!&#8221; (Benedetto XVI).</p>
<p>Oggi questa forza dello Spirito viene ancora una volta in aiuto alla nostra debolezza. E&#8217; vero, abbiamo questo tesoro in vasi di creta, ma è bene che sia così perchè appaia chiaramente l&#8217;opera di Dio che può compiersi in chiunque. Come si è compiuta in Shahbaz Bhatti, l&#8217;uomo politico indiano ucciso recentemente per la sua fede. Nel suo testamento scriveva: “Mi sono state proposte alte cariche al governo e mi è stato chiesto di abbandonare la mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. <em>Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo</em>. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora, in questo mio sforzo e in questa mia battaglia per aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del mio paese, Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire”.
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<strong>Un altro commento</strong></p>
<p>&#8220;La fede che più amo, dice Dio, è la speranza. Questa piccola speranza che sembra una cosina da nulla. Questa speranza bambina. Immortale&#8221; (Charles Peguy). Al fondo d&#8217;ogni nostro cuore grida un&#8217;attesa. Tra i mulinelli d&#8217;una vita angosciata da mille problemi s&#8217;alza prepotente il desiderio d&#8217;essere salvati. Strappati a un&#8217;esistenza che spesso sembra non appartenerci. I soldi, i figli, il lavoro, le stesse vacanze. E la salute, così precaria. Eppure, dentro, una certezza sigillata, insopprimibile: vedremo il Messia. Questa vita ci è data per qualcosa di più. Di molto più Grande. Siamo nati per Lui. Ogni istante della nostra vita, ogni istante in fila sino a questo che stiamo vivendo ora, ogni istante è una traccia di Lui.</p>
<p>Oggi festeggiamo la Presentazione al Tempio del Signore. L&#8217;offerta della Sua vita, primogenito d&#8217;una moltitudine immensa, al Padre che lo ha generato. Oggi il Signore è offerto a Dio, presentato al Tempio come la primizia d&#8217;una nuova creazione. E, nel Padre, è presentato a noi, Suo Tempio vivo, è consegnato alle nostre vite e alle nostre ore. Ed è segno di contraddizione, perchè sia svelata la verità di tante menzogne, e gli inganni, le ferite e i veleni, la radice infetta dell&#8217;inganno demoniaco. Lui per noi attraverso le mani di Maria, Madre Sua e Madre nostra, la dolcissima Chiesa che ci ama e ci cura con tenerezza ineffabile.</p>
<p>Oggi Dio si fa carne consegnata alla nostra carne perchè sia redenta. Il grido e l&#8217;attesa oggi s&#8217;incontrano con la risposta. L&#8217;unica, la definitiva. Siamo salvi, in Lui ogni brandello di vita passata, le aride ossa disseminate senza più speranza in un deserto di ore buttate a servire idoli falsi e muti, ogni cosa di noi oggi, in Lui, è salvata. Riconciliata. Ogni pezzo di vita ritrova il suo posto, la luce della Sua misericordia ci ricrea uomini, persone, e tutto di noi riacquista valore. La nostra vita è oggi risorta e appare come un prodigio. Ora possiamo andare in pace, la verità delle nostre contraddizioni pacificate in un Bimbo che è Dio e ci consegna la Sua misericordia. Oggi, e sempre, tra le nostre mani, la Vita e l&#8217;amore infinito di Dio. I nostri occhi vedono la salvezza preparata da sempre per noi. Per ogni uomo.</p>
<p><strong>APPROFONDIRE</strong><br />
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<li><a href="http://vangelodelgiorno.blogspot.com/2010/02/benedetto-xvi-omelia-nella-festa-della.html">Benedetto XVI: Omelia nella Festa della Presentazione al Tempio del Signore</a><strong></strong><a href="http://vangelodelgiorno.blogspot.com/2010/02/la-festa-della-presentazione-al-tempio.html"><br />
</a></li>
<li><a href="http://vangelodelgiorno.blogspot.com/2010/02/la-festa-della-presentazione-al-tempio.html">La Festa della Presentazione al tempio del Signore. Storia e liturgia. Matias Augé</a><strong></strong><a href="http://vangelodelgiorno.blogspot.com/2010/02/presentazione-del-signore-omelia-del.html"><br />
</a></li>
<li><a href="http://vangelodelgiorno.blogspot.com/2010/02/presentazione-del-signore-omelia-del.html">Presentazione del Signore. Omelia del Card. Caffarra</a><a href="http://vangelodelgiorno.blogspot.com/2010/02/la-festa-dellingresso-del-signore-nel.html"><br />
</a></li>
<li><a href="http://vangelodelgiorno.blogspot.com/2010/02/la-festa-dellingresso-del-signore-nel.html">La festa dell&#8217;Ingresso del Signore nel Tempio Beato il sacerdote che oggi offre al Padre il Figlio del Padre</a><a href="http://vangelodelgiorno.blogspot.com/2010/02/festa-della-presentazione-al-tempio-di.html"><br />
</a></li>
<li><a href="http://vangelodelgiorno.blogspot.com/2010/02/festa-della-presentazione-al-tempio-di.html">Festa della Presentazione al Tempio di Gesù nella Liturgia Bizantina</a></li>
</ul>
<p><strong>Benedetto XVI. Primogenito tra molti fratelli</strong><br />
<em>Omelia nella notte di Natale del 2010</em><br />
<em><br />
</em><br />
Nel linguaggio formatosi nella Sacra Scrittura dell’Antica Alleanza, &#8220;primogenito&#8221; non significa il primo di una serie di altri figli. La parola &#8220;primogenito&#8221; è un titolo d’onore, indipendentemente dalla questione se poi seguono altri fratelli e sorelle o no. Così, nel Libro dell’Esodo (Es 4,22), Israele viene chiamato da Dio &#8220;il mio figlio primogenito&#8221;, e con ciò si esprime la sua elezione, la sua dignità unica, l’amore particolare di Dio Padre. La Chiesa nascente sapeva che in Gesù questa parola aveva ricevuto una nuova profondità; che in Lui sono riassunte le promesse fatte ad Israele. Così la Lettera agli Ebrei chiama Gesù &#8220;il primogenito&#8221; semplicemente per qualificarLo, dopo le preparazioni nell’Antico Testamento, come il Figlio che Dio manda nel mondo (cfr Eb 1,5-7). Il primogenito appartiene in modo particolare a Dio, e per questo egli – come in molte religioni – doveva essere in modo particolare consegnato a Dio ed essere riscattato mediante un sacrificio sostitutivo, come san Luca racconta nell’episodio della presentazione di Gesù al tempio. Il primogenito appartiene a Dio in modo particolare, è, per così dire, destinato al sacrificio. <em>Nel sacrificio di Gesù sulla croce, la destinazione del primogenito si compie in modo unico</em>. In se stesso, Egli offre l’umanità a Dio e unisce uomo e Dio in modo tale che Dio sia tutto in tutti. Paolo, nelle Lettere ai Colossesi e agli Efesini, ha ampliato ed approfondito l’idea di Gesù come primogenito: Gesù, ci dicono tali Lettere, è il Primogenito della creazione – il vero archetipo dell’uomo secondo cui Dio ha formato la creatura uomo. L’uomo può essere immagine di Dio, perché Gesù è Dio e Uomo, la vera immagine di Dio e dell’uomo. Egli è il primogenito dei morti, ci dicono inoltre queste Lettere. Nella Risurrezione, Egli ha sfondato il muro della morte per tutti noi. Ha aperto all’uomo la dimensione della vita eterna nella comunione con Dio. Infine, ci viene detto: Egli è il primogenito di molti fratelli. Sì, ora Egli è tuttavia il primo di una serie di fratelli, il primo, cioè, che inaugura per noi l’essere in comunione con Dio. Egli crea la vera fratellanza – non la fratellanza, deturpata dal peccato, di Caino ed Abele, di Romolo e Remo, ma la fratellanza nuova in cui siamo la famiglia stessa di Dio. Questa nuova famiglia di Dio inizia nel momento in cui Maria avvolge il &#8220;primogenito&#8221; in fasce e lo pone nella mangiatoia. Preghiamolo: Signore Gesù, tu che hai voluto nascere come primo di molti fratelli, donaci la vera fratellanza. Aiutaci perché diventiamo simili a te. Aiutaci a riconoscere nell’altro che ha bisogno di me, in coloro che soffrono o che sono abbandonati, in tutti gli uomini, il tuo volto, ed a vivere insieme con te come fratelli e sorelle per diventare una famiglia, la tua famiglia.</p>
<p><strong>Giovanni Paolo II. Segno di contraddizione</strong><br />
<em>Omelia nel Mercoledì delle ceneri, 1994</em></p>
<div> “. . . Segno di contraddizione” (Lc 2, 34).</div>
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<p>Segno di contraddizione è la cenere che oggi la Chiesa impone sul nostro capo. Segno di contraddizione rispetto alla vita e all’immortalità per le quali l’uomo è stato creato. Il rito delle ceneri vuole dirci: “Polvere tu sei e in polvere tornerai!” (Gen 3, 19).<br />
Noi, tuttavia, non vogliamo fuggire davanti a questo segno. Anzi, sentiamo come un intimo bisogno di riviverlo, nella liturgia del Mercoledì delle Ceneri, perché esso racchiude una fondamentale verità sull’uomo. Mediante il segno che rappresenta la sua radicale umiliazione da parte della morte, la creatura umana pronunzia le parole della penitenza ed invoca una radicale purificazione: “Riconosco la mia colpa&#8230; Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto” (Sal 51, 5-6).<br />
“Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore” (2 Cor 5, 21).<br />
Celebrando la liturgia delle Ceneri, anche la Chiesa ripete:<br />
“Crea in me, o Dio un cuore puro,<br />
rinnova in me uno spirito saldo . . .<br />
Rendimi la gioia di essere salvato” (Sal 51, 12.14).<br />
L’uomo, privato dell’innocenza e sottomesso alla morte, grida a Dio, Datore della Vita, grida a Colui che è il “Segno di contraddizione”:<br />
<em>contraddici la mia morte,</em><br />
<em>contraddici il mio peccato!</em><br />
L’uomo invoca da Dio questo segno, e questo segno gli è dato (cf. Is 7, 14) in Gesù Cristo</p>
<p><strong>Beato Guerrico d&#8217;Igny </strong>(circa 1080-1157), abate cistercense<br />
1a omelia per la Purificazione, 3-5 ; SC 166, p.313s</p>
<p><strong>« Luce per illuminare le genti »</strong></p>
<p>Mi rallegro con te e ti benedico, o piena di grazia ; hai dato alla luce la Misericordia che è venuta su di noi. Hai preparato tu questo cero che ricevo oggi nelle mani [nella liturgia di questa festa]. Hai dato tu la cera a questa fiamma&#8230;quando, Madre senza corruzione, hai vestito di una carne senza corruzione il Verbo incorruttibile.</p>
<p>Fratelli, andiamo ! Oggi questo cero brucia nelle mani di Simeone. Venite a prendervi la luce, venite a accendervi i vostri ceri, voglio dire queste lampade che il Signore vuole che teniate nelle mani. « Guardate a lui e sarete raggianti » (Sal 33, 6). Non tanto per portare in mano delle fiaccole, quanto per essere voi stessi fiaccole che brillano dentro e fuori, per il bene vostro e per quello degli altri : &#8230; Gesù accenderà la vostra fede, farà brillare il vostro esempio, vi suggerirà la parola giusta, infiammerà la vostra preghiera, purificherà la vostra intenzione&#8230;</p>
<p>E per te, che possiedi dentro di te tante lampade accese, quando si spegnerà la lampada di questa vita, sorgerà la luce di quella vita che non si può spegnere. Sarà per te, di sera, come il sorgere della luce di mezzogiorno. Nel momento in cui pensavi di spegnerti, sorgerai come la stella del mattino (Gb 11, 17) e le tue tenebre saranno come il sole meridiano (Is 38, 10). Il sole non sarà più la tua luce di giorno, né ti illuminerà più il chiarore della luna. Ma il Signore sarà per te luce eterna (Is 60, 19), perché la lampada della nuova Gerusalemme è l&#8217;Agnello (Ap 21, 23). A lui sia benedizione e splendore per i secoli ! Amen.</p>
<div><strong>Adamo di Perseigne</strong> ( ?-1221), abate cistercense</div>
<div>Discorso 4 per la Purificazione</div>
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<div><strong>«Ecco il Signore Dio, viene con potenza; viene a illuminare il nostro sguardo»</strong> (cfr Is, 35,4-5)</div>
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<div>        Il Padre di ogni luce (Gc 1,17) invita i figli della luce (Lc 16,8) a celebrare questa festa di luce: «Guardate a lui e sarete raggianti» dice il Salmo (34,6). Infatti, «colui che abita una luce inaccessibile» (1Tm 6,16) si è degnato di rendersi accessibile; si è abbassato nel velo della carne affinché il debole e il povero possano salire fino a lui. Quale cascata di misericordia! «Abbassò i cieli» cioè le altezze della divinità, «e discese» incarnandosi e una «fosca caligine era sotto i suoi piedi» (Sal 18,10). &#8230;</div>
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<div>        Oscurità necessaria per ridarci la luce! La luce vera si è nascosta sotto la nube della carne (cf Es 13,21), nube oscura per la somiglianza con «la nostra condizione umana di peccatori» (Rm 8,3)&#8230; Poiché la vera Luce si è nascosto nella carne noi, esseri di carne, avviciniamoci al Verbo fatto carne&#8230; per imparare a passare poco a poco dalla carne allo spirito. Avviciniamoci ora, dato che oggi un nuovo sole brilla più del solito. Finora era rinchiuso a Betlemme in un&#8217;angusta mangiatoia e conosciuto da ben pochi, ma ora a Gerusalemme è presentato a tanta gente nel Tempio del Signore&#8230; Oggi il Sole si espande ad irradiare il mondo intero&#8230;</div>
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<div>        Se solo l&#8217;anima mia potesse bruciare del desiderio che infiammava Simeone, affinché io meriti d&#8217;essere portatore di una così grande luce! Tuttavia, se prima l&#8217;anima non è stata purificata dai suoi peccati, non potrà andare «incontro al Signore tra le nuvole» della vera libertà (1 Ts 4,17)&#8230; Solo allora potrà rallegrarsi con Simeone della vera luce e, come lui, andarsene in pace.</div>
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<p><strong>Alexander Schmemann. L&#8217;incontro tra Gesù e Simeone.</strong></p>
<p>L’immagine del vecchio uomo che tiene il bambino tra le sue braccia è suggestiva e bellissima. C’è forse qualcosa al mondo di più gioioso di un incontro con qualcuno che si ama? In questa prospettiva vivere è un attesa, un protendersi verso questo incontro. Simeone non è forse un simbolo anticipatore di questo? Non è forse la sua vita simbolo dell’attesa? Questo vecchio uomo ha speso tutta la sua vita nell’attesa della luce che illumina ogni uomo che ricolma tutto con la sua gioia. E quanto inatteso, quanto inaspettato, quando bene indicibile sopraggiunge a Simeone attraverso questo bambino. Possiamo immaginare le mani tremanti di questo vecchio che accoglie tra le sue braccia un bambino di quaranta giorni con quanta più tenerezza e attenzione possibile, i suoi occhi risplendenti e la sua felice esclamazione: “ora lasciami pure andare, perché ho visto, ho stretto tra le mie braccia, ho abbracciato il senso della mia vita”. Simeone attendeva. Attendeva da tutta la vita, meditando, pregando e approfondendo quello che attendeva, rendendo la sua vita una perenne vigilia di questo gioioso incontro. Non è il caso di chiedere a noi stessi cosa stiamo attendendo? Cosa il nostro cuore ci ricorda con più insistenza? La mia vita si sta gradualmente trasformando in questa attesa di incontro con l’essenziale? In questa festa la vita umana si rivela come affascinante bellezza di un’anima matura, continuamente liberata e arricchita. Non c’è paura, nulla è sconosciuto, tutto è pace, rendimento di grazie e amore. L’Incontro del Signore celebra l’anima che incontra l’amore, incontra colui che dona la vita e mi da la forza per trasfigurarla oggi.</p>
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<div><strong>L&#8217;icona della Presentazione di Gesù al Tempio</strong></div>
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<div><a href="http://3.bp.blogspot.com/-WZhiABBkgMM/TynYq8QEHEI/AAAAAAAABHk/rf5gbmvwHNQ/s1600/presentazione-tempio.jpg"><img src="http://3.bp.blogspot.com/-WZhiABBkgMM/TynYq8QEHEI/AAAAAAAABHk/rf5gbmvwHNQ/s400/presentazione-tempio.jpg" alt="" width="293" height="400" border="0" /></a></div>
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<div>La &#8220;Presentazione di Gesù al Tempio&#8221; è una delle dodici Grandi feste bizantine. Le notizie storiche più antiche risalgono, come vediamo dal Diario di Viaggio di Egeria, al IV secolo. A Gerusalemme presso la chiesa della Resurrezione (Anastasis), 40 giorni dopo l&#8217;Epifania, veniva celebrata la memoria della festa semplicemente con un sermone che verteva sulla presentazione al Tempio di Gesù. Nella tradizione Orientale, questa rilevante festa prese il nome di &#8220;festa dell&#8217;Incontro&#8221; (Hypapànte). Soltanto tra la fine del V e gli inizi del VI secolo le Chiese orientali dell&#8217;impero bizantino fecero propria tale festività. La festa venne introdotta nella Chiesa occidentale intorno alla fine del settimo secolo, durante il pontificato di papa Sergio I, un siciliano proveniente dalla tradizione bizantina, con il titolo di &#8220;Purificatio Sanctae Marie&#8221;, cioè purificazione di Maria. Solo dopo la riforma liturgica (Concilio Vaticano II), divenne una festa del Signore e prese il nome di &#8220;Presentazione di Gesù al Tempio&#8221;.</div>
<div>La legge ebraica, contemplata nel Levitico, prevedeva che se non fossero stati compiuti i giorni della purificazione previsti per le puerpere, queste non potevano toccare alcunchè di sacro, né tantomeno potevano partecipare a funzioni sacre. &#8220;Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà immonda per sette giorni; sarà immonda come nel tempo delle sue regole. L&#8217;ottavo giorno si circonciderà il bambino. Poi essa resterà ancora trentatre giorni a purificarsi dal suo sangue; non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario, finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione.&#8221; (Levitico 12,1-4). Compiuti che furono i giorni della purificazione, Giuseppe condusse la sua sposa e il Bambino al tempio del Signore, così come prescriveva la legge. Molto frequentemente il modulo iconografico prevedeva la rappresentazione di Giuseppe nella posizione più esterna alla scena, volendo così mettere in evidenza il suo ruolo di protettore della Sacra Famiglia, colui che è pur sempre presente e con affetto e discrezione provvede ai bisogni della sua famiglia. Ma la famiglia di Gesù non è ricca, il povero falegname non ha i mezzi per acquistare un agnello, egli può permettersi di offrire soltanto due colombi. &#8220;Se non ha mezzi da offrire un agnello, prenderà due tortore o due colombi: uno per l&#8217;olocausto e l&#8217;altro per il sacrificio espiatorio. Il sacerdote farà il rito espiatorio per lei ed essa sarà monda&#8221;. (Levitico 12,8).</div>
<div>I valori teologici che caratterizzano questa festa sono molto forti, pertanto lo schema iconografico si è fin dall&#8217;inizio mantenuto abbastanza stabile. Da un lato la Beata Vergine che porge il bambino a Simeone, dall&#8217;altro il Santo vegliardo che lo riceve. Fanno contorno le figure di San Giuseppe e della profetessa Anna. L&#8217;unico elemento importante che può differenziare le icone sta nella rappresentazione di Simeone con il bambino in braccio, in altre la tensione del gesto di Simeone per prendere in braccio Gesù. In secondo piano, ma sempre al centro della scena, si intravedono gli elementi che schematizzano il concetto del Tempio: un baldacchino (ciborium), una rappresentazione del presbiterio (vima), o frequentemente una chiesa bizantina. Non è raro vedere sullo sfondo anche degli elementi architettonici esterni; si tratta di un richiamo visivo al pinnacolo su cui il diavolo portò Gesù per tentarlo. &#8220;Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio.&#8221;(Matteo 4,5)</div>
<div>Il centro della scena è comunque sempre dominato dalla Vergine, ella simboleggia il Tempio vivente.</div>
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<div>Inneggiando al tuo parto</div>
<div>l&#8217;universo ti canta</div>
<div>qual tempio vivente, o Regina!</div>
<div>Ponendo in tuo grembo dimora</div>
<div>Chi tutto in sua mano contiene, il Signore,</div>
<div>tutta santa ti fece e gloriosa</div>
<div>e ci insegna a lodarti:</div>
<div>(Akathistos, XXIII Stanza)</div>
<div></div>
<div>È meraviglioso contemplare l&#8217;espressione della Madonna mentre porge Gesù a Simeone, Maria era pienamente consapevole di ciò che accadeva e fra sé meditava: &#8220;Quale nome troverò per designare Te, figlio mio? Se Ti chiamo uomo, quale appari ai miei occhi, sei al di sopra dell&#8217;uomo, Tu che hai conservato intatta la mia verginità. Ti chiamerò l&#8217;uomo perfetto? Ma so bene che la tua concezione è stata divina: nessun uomo è stato mai concepito senza l&#8217;unione nè seme come fosti tu, o senza peccato. E se ti chiamo Dio, mi meraviglio vedendoti del tutto simile a me, perché non hai nulla che ti differenzi dagli attributi degli uomini, salvo che sei stato esente dal peccato nella tua concezione e nella tua nascita. Che cosa ti darò: il mio latte o la mia lode?&#8221; (Romano il Melode, XVI, 3-4). Simeone vede la beata Vergine e le viene incontro, le chiede di poter prendere fra le braccia il Salvatore del mondo. Si china sul Bambino e dopo averlo a lungo contemplato, pieno di spirito Santo si rivolge a Maria e le profetizza: &#8220;Egli è qui per la rovina e la resurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori.&#8221; (Luca 2,34-35). La tradizione iconografica attribuisce alla Madonna un mantello (maphorion) di colore rosso, per simboleggiare la grande sofferenza che unirà Maria a Cristo nei momenti della passione. &#8220;E anche a te una spada trafiggerà l&#8217;anima.&#8221; (Luca 2,34-35). Il ruolo di Maria sul piano teologico è tuttavia ben presente, lo prova il colore azzurro della veste, richiamo alla luce increata di Dio.</div>
<div>Vale ancora la pena osservare la centralità della figura di Maria in questa icona, Ella incarna veramente la &#8220;Lampada splendente&#8221; che porta una vera luce, apparsa a coloro che sono nelle tenebre.</div>
<div></div>
<div>Come fiaccola ardente</div>
<div>per chi giace nell&#8217;ombre</div>
<div>contempliamo la Vergine santa,</div>
<div>che accese la luce divina</div>
<div>e guida alla scienza di Dio tutti,</div>
<div>splendendo alle menti</div>
<div>e da ognuno è lodata col canto:</div>
<div>(Akathistos XXI stanza)</div>
<div></div>
<div>Il ruolo di Gesù è però solo apparentemente secondario, l&#8217;atteggiamento del Bambino è quello del &#8220;Legislatore&#8221;. Cristo ha tra le mani un documento, il chirografo su cui è scritto il debito della intera umanità, in esso sono scritti i nostri peccati, e le nostre &#8220;condizioni sfavorevoli&#8221;. Sarà questo il foglio che con il suo sacrificio Gesù straccerà rendendoci definitivamente liberi.</div>
<div></div>
<div>Condonare volendo</div>
<div>ogni debito antico,</div>
<div>fra noi, il Redentore dell&#8217;uomo</div>
<div>discese e abitò di persona:</div>
<div>fra noi che avevamo perduto la grazia.</div>
<div>Distrusse lo scritto del debito,</div>
<div>e tutti l&#8217;acclamano: Alleluia.</div>
<div>(Akathistos XXII stanza)</div>
<div></div>
<div>Il Cristo Bambino è vestito di bianco, come al momento della sua Trasfigurazione sul monte Tabor, Simeone è invece vestito di verde, colore simbolo della terra. Egli conferisce la potenza dello Spirito a ciò che è terrestre, facendo evolvere, come vedremo, la Legge in Amore. Il momento culmine della rappresentazione è l&#8217;istante in cui il Signore giunge fra le braccia di Simeone che simboleggia la figura veterotestamentaria. &#8220;Ora a Gerusalemme c&#8217;era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d&#8217;Israele.&#8221; (Luca, 2, 25). In questo momento la storia di Israele trova completamento.</div>
<div>&#8220;Uno dei grandi problemi dei primi secoli fu quello della validità per i cristiani dell&#8217;Antico Testamento. Se la Legge antica è sostituita dalla nuova, certamente non se ne esige l&#8217;osservanza. E se la storia del popolo ebraico arriva al suo compimento in Cristo, perché dovrebbe ancora essere letta nelle assemblee dei fedeli? La risposta dei Padri fu decisiva per salvaguardare l&#8217;intera Scrittura. L&#8217;antico testamento rimane valido, non più però secondo la lettera, secondo la carne, ma secondo lo Spirito, nel suo senso spirituale. Questo senso nuovo è dato ai testi ebraici dalla realtà della persona di Cristo. In molte e diverse maniere, ma sempre, tutte le scritture parlano di lui: Egli è il vero pane che si offre per nutrire le anime di coloro che si cibano spiritualmente di ciò che fu scritto. Beati gli occhi, dice Origene, che scoprono la gloria del Lògos di Dio sotto l&#8217;umile apparenza della lettera.&#8221; (La fede secondo le icone, T. Spidlik, M. I. Rupnik). &#8220;La sua misericordia è eterna, e proprio questa misericordia ha suscitato nelle menti degli uomini, ottenebrate dal legalismo, una contraddizione che non ha permesso di riconoscerlo come il proprio Dio.&#8221; (Icone delle dodici grandi feste bizantine, Gaetano Passarelli).</div>
<div>Lo stesso Paolo nella lettera ai Galati ci dice: &#8220;Prima però che venisse la fede, noi eravamo rinchiusi sotto la custodia della legge, in attesa della fede che doveva essere rivelata. Così la legge è per noi come un pedagogo che ci ha condotto a Cristo, perché fossimo giustificati per la fede. Ma appena è giunta la fede, noi non siamo più sotto un pedagogo. Tutti voi infatti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c&#8217;è più giudeo né greco; non c&#8217;è più schiavo né libero; non c&#8217;è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa.&#8221; (Galati, 3, 23-29).</div>
<div>La tradizione stessa sottolinea ulteriormente questo concetto; in molte icone, sull&#8217;altare raffigurato in secondo piano sono deposti un libro, o dei rotoli, simbolo delle scritture che avevano bisogno di ricevere uno spirito nuovo.</div>
<div>Colpisce la rappresentazione dinamica di Simeone di alcune Icone, che lo ritraggono in tensione verso Gesù. Simeone sembra correre, o precipitarsi verso il Bambino, contrariamente allo schema classico di composizione che privilegia la staticità dei soggetti come simbolo della perfezione divina. Analizzando con attenzione altri dipinti si può trovare in altri due casi una rappresentazione dinamica di &#8220;fretta&#8221;: nella resurrezione di Lazzaro, sembra che Gesù si affretti per far uscire l&#8217;amico dal regno delle tenebre, simboleggiato dalla morte del corpo; nell&#8217;Icona dell&#8217;ingresso di Cristo a Gerusalemme, Gesù sembra aver fretta di restaurare il regno di Davide. Per analogia in questo caso è l&#8217;Antico Testamento che si affretta a ricevere il suo vero e autentico senso ultimo, che trova nella persona di Cristo l&#8217;autentico completamento del piano di Dio per gli uomini. Simeone ne è pienamente consapevole e sotto l&#8217;azione dello Spirito Santo, riconosce in Gesù il figlio di Dio, la Luce, la Salvezza promessa da Dio agli uomini e dice:</div>
<div></div>
<div>Ora lascia, o Signore, che il tuo servo</div>
<div>vada in pace secondo la tua parola;</div>
<div>perché i miei occhi han visto la tua salvezza,</div>
<div>preparata da te davanti a tutti i popoli,</div>
<div>luce per illuminare le genti</div>
<div>e gloria del tuo popolo Israele.</div>
<div>(Luca 2,29-32)</div>
<div></div>
<div>Fra Gesù e Simeone si stabilisce uno sguardo di incredibile tenerezza, meravigliose sono le parole che Romano il Melode mette in bocca a Gesù: &#8220;Amico mio, ora permetto che tu lasci questo mondo per il soggiorno eterno. Ti invio là dove si trovano Mosè e gli altri profeti: annuncia loro che sono venuto, io di cui hanno parlato nelle loro profezie: sono nato da una vergine, come hanno predetto; sono apparso a coloro che abitano il mondo ed ho vissuto tra gli uomini come hanno annunziato. Presto verrò a trovarti riscattando l&#8217;umanità.&#8221; I Vangeli apocrifi, in particolar modo quello di Nicodemo, riferiscono che Simeone, in effetti, assolse al compito di precursore che Gesù gli aveva affidato fra i giusti che attendevano negli inferi: &#8220;E mentre tutti esultavano nella luce che splendette per noi, sopraggiunse il nostro padre Simeone e disse esultante: &#8220;Glorificate il Signore Gesù Cristo Figlio di Dio, giacché, quando nacque il Bambino, io nel Tempio lo ricevetti tra le mie mani e, spinto dallo Spirito Santo, confessai e dissi: ora i miei occhi hanno visto la tua salvezza che hai il preparato al cospetto di tutti popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele&#8221;. Tutta la moltitudine dei santi, udendo questo, esultava ancora di più.&#8221;</div>
<div>Gesù si è incarnato ed è apparso all&#8217;uomo per attirarlo a sé. Il Signore onnipotente è venuto in noi come umile servitore perché l&#8217;uomo rimanesse meravigliato di fronte alla Sua infinita grandezza accorgendosi della sua fragilità e della sua impurità, e come Simeone &#8220;correndo&#8221; dal Redentore e stringendolo a sé potesse rinascere nello Spirito sperimentandone così pienamente tutta la Sua confidenza.</div>
<div></div>
<div>Si stupirono gli Angeli</div>
<div>per l&#8217;evento sublime</div>
<div>della tua Incarnazione divina:</div>
<div>ché il Dio inaccessibile a tutti</div>
<div>vedevano fatto accessibile, uomo,</div>
<div>dimorare fra noi.</div>
<div>(Akathistos, XVI Stanza)</div>
<div></div>
<div>Maria, ora come allora, è ancora al centro della scena: Ella ci porge Gesù invitandoci ad avvicinarci senza paura, esattamente come fece Simeone, sembra quasi di sentire le sue parole: &#8220;Vi invito a venire con me con totale fiducia perché io desidero farvi conoscere mio Figlio. Non abbiate paura, figli miei. Io sono con voi, sono accanto a voi. Vi mostro la strada come perdonare voi stessi, perdonare gli altri, con un pentimento sincero nel cuore, inginocchiarvi davanti al Padre. Fate sì che muoia di voi tutto ciò che vi impedisce di amare e salvare, di essere con Lui e in Lui. Decidetevi per un nuovo inizio, l&#8217;inizio dell&#8217;amore sincero di Dio stesso.&#8221;.</div>
</div>
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		<title>Se nel mirino di Nuzzi ci fosse l&#8217;8 per mille</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 08:48:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura e Società]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Vaticano]]></category>

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		<description><![CDATA[<br />
di Paolo Gambi* da La Bussola Quotidiana<br />
<br />
Non si placano le polemiche legate a episodi di corruzione in Vaticano, portati alla ribalta dalla scorsa puntata della trasmissione Gli Intoccabili, in onda su La7 e condotta da Gianluigi Nuzzi. Dopo aver trattato il tema in un editoriale a firma del direttore Riccardo Cascioli, in vista del seguito della puntata stessa, in onda questa sera, ospitiamo l&#8217;opinione di Paolo Gambi, contributing editor di The Catholic Herald, settimanale cattolico britannico.<br />
E ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<div style="text-align: justify;">di Paolo Gambi* da La Bussola Quotidiana</div>
</div>
<p style="text-align: justify;"><em>Non si placano le polemiche legate a episodi di corruzione in Vaticano, portati alla ribalta dalla <a href="http://www.la7.it/intoccabili/pvideo-stream?id=i502746" target="_blank">scorsa puntata</a> della trasmissione Gli Intoccabili</em><em>, in onda su La7 e condotta da Gianluigi Nuzzi. Dopo aver trattato il tema in un <a href="http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-chiesa-italianala-sindrome-di-giuda-4354.htm" target="_blank">editoriale</a> a firma del direttore Riccardo Cascioli, in vista del seguito della puntata stessa, in onda questa sera, ospitiamo l&#8217;opinione di Paolo Gambi, contributing editor di <a href="http://www.catholicherald.co.uk/" target="_blank">The Catholic Herald</a>, settimanale cattolico britannico.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E se la brezza annunciasse la tempesta? Sarà forse il caso di mettersi al coperto. </strong>La recente vicenda di Monsignor Calro Maria Viganò [nella foto] come raccontata da Gianluigi Nuzzi a <em>Gli Intoccabili</em> su La7 potrebbe segnare l’inizio di una rinvigorita campagna mediatica intorno alle finanze del mondo cattolico che potrebbe avere un obiettivo, o un esito, ben preciso: la revisione del meccanismo dell’8 per mille. Se è vero che la Chiesa cattolica ha molti nemici – fuori e dentro Essa stessa – dopo il tentativo di dipingere le chiese come covi di pedofili prendendo spunto da tragiche realtà isolate, il prossimo passo sarà quello di accusare la Chiesa per le proprie ricchezze e trasformarla nell’immaginario collettivo in una specie di comitato d’affari il cui unico scopo è quello di gestire flussi di danaro. Ma le botte che abbiamo preso nel gigantesco fenomeno mediatico legato agli abusi su minori e il danno d’immagine che abbiamo subito dovrebbero averci insegnato qualcosa: se lasciamo un fianco scoperto, qualcuno prima o poi lo attaccherà. Vogliamo allora coprirci il fianco per tempo, questa volta?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dunque di fronte a questa plausibile eventualità si può reagire in due modi</strong>: aspettare che arrivino le accuse per poi magari, non essendo preparati, trincerarsi dietro a comode teorie dei complotti, indicando gli accusatori come nemici senza però entrare nel merito delle questioni; bisogna però che sappiamo sin da ora che forse qualche anziana signora può ancora convincersi, ma la stragrande maggioranza delle persone no. Oppure si può decidere di disinnescare la bomba in partenza. Come?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dando un segnale molto chiaro ai fedeli ed alla società tramite un gesto di estrema trasparenza</strong>: le diocesi che già non lo fanno dovrebbero prendere esempio dalla CEI e rendere pubblici i propri bilanci – come in qualche modo ha auspicato proprio durante la trasmissione di Nuzzi, Monsignor Giovanni D’Ercole – in modo che nessuno abbia a sospettare o possa alludere ad intrighi nell’ombra, dirottamenti di fondi, mala gestione del danaro diffusa capillarmente a livello diocesano. In molti Paesi del mondo funziona già così.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In Italia abbiamo l’ulteriore elemento che spinge in questa direzione</strong>, dato dal fatto che l’8 per mille riguarda fondi pubblici. La parte gestita direttamente dalla CEI è resa pubblica. Quella distribuita alla diocesi non sempre, per usare un’espressione eufemistica. Sarebbe allora un gesto di elementare maturità -  e di minima prudenza – che tutte le diocesi rendessero noto ai contribuenti che firmano l’8 per mille in favore della Chiesa cattolica – e a quelli che non lo fanno – che fine fanno i propri soldi. E non dovrebbe esserci bisogno di scomodare il Vangelo di Luca per affermare che dobbiamo essere dediti alla trasparenza, in quanto “non c&#8217;è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>D’altra parte l’alternativa è che diversamente chi vorrà potrà facilmente</strong> – e con successo – continuare la campagna denigratoria contro la Chiesa cattolica usando l’arma del danaro, riempiendo le menti di allusioni ad intrighi finanziari ed arricchimenti illeciti. E diventerà molto difficile difendere la posizione. Tutto questo si può disinnescare in modo molto semplice, portando luce là dove ora teniamo la penombra. Abbiamo la maturità per fare questo?</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*Contributing editor &#8211; The Catholic Herald </em></p>
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		<title>Mercoledì della IV settimana del T.O.</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 08:34:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Liturgia]]></category>
		<category><![CDATA[Vangelo]]></category>

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		<description><![CDATA[Dal Vangelo secondo Marco 6,1-6.<br />
Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Dal Vangelo secondo Marco 6,1-6.</strong></p>
<p><em>Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?». E si scandalizzavano di lui. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E non vi potè operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù andava attorno per i villaggi, insegnando.</em></p>
<p><strong>IL COMMENTO  </strong><em>di don Antonello Iapicca</em></p>
<p>I discepoli seguono Gesù di ritorno nella sua Patria dove impareranno quanto seria sia la chiamata che li aveva raggiunti. Lo sguardo di Gesù li aveva colti nelle loro ore, al lavoro, in famiglia, persino sui luoghi del peccato. Quello sguardo si era fatto parole, irresistibili, vive, efficaci, energiche, come una spada a doppio taglio giunta sino al fondo della loro anima scrutandone i recessi; improvvisamente si erano sentiti conosciuti, ed amati, come mai. Impossibile non seguirlo, non lasciarsi attrarre da quell&#8217;Uomo che gli era entrato dentro e non si era scandalizzato di loro. Peccatori, impostori, erano quello che erano, rozzi ed ignoranti, ma Lui li aveva guardati e aveva sfiorato il fondo del loro cuore, e lo aveva amato. Non aveva posto condizioni, era tutto gratuito, era un cammino di libertà che si schiudeva, e non si poteva resistere. Li aveva strappati alla casa, alla famiglia, alla Patria. Erano con Lui, e questo bastava a lasciar tutto in un istante e seguirlo.</p>
<p>Avevano visto miracoli, li aveva compiuti anche a casa loro. Segni d&#8217;un Cielo che era diventato Terra, e di una Terra che s&#8217;era innalzata sino a diventare Cielo. Erano stati testimoni delle vittorie di Gesù, sui demoni, i peggiori, i più pericolosi; avevano visto la libertà sui volti stupiti di chi aveva passato una vita oppresso dalla schiavitù. Avevano contemplato le opere e le parole di Gesù, senza capire, come storditi e con il cuore indurito, interrogandosi su chi fosse in realtà. Si erano impauriti nella tempesta, avevano dubitato e mormorato. Ma erano ancora lì, con Lui, dietro di Lui, seguendone le orme.</p>
<p>E ora era Nazaret, la sua casa, la sua famiglia, i suoi amici, la sua Patria. Ora lo avrebbero conosciuto meglio, sulle tracce della sua storia, tra le pieghe della sua vita nella carne. Ed erano giunti, di sabato, nella Sinagoga; la sua scuola, i suoi maestri, le sue preghiere. Ma succede qualcosa d&#8217;imprevisto, e ancora una volta, come tante altre, le parole di Gesù scuoteranno le loro esistenze, trancieranno certezze, illumineranno, formeranno. Nazaret sarà l&#8217;esperienza dello scandalo.</p>
<p>La Patria di Gesù, la carne della carne di Lui, imbattendosi nelle sue parole, si ribella, si agita, ed è stupore, e sono domande, ed è scandalo. Questa parola &#8211; <em>skandalon</em> &#8211; significa letteralmente &#8220;pietra che fa inciampare&#8221;. Gesù, per la sua Patria, per amici e parenti, era come un sasso capitato tra i piedi, e tutti, tranne Maria, v&#8217;erano inciampati. <em>La profezia è come frustrata</em>, il potere che Gesù aveva manifestato nei villaggi vicini e perfino in terra pagana, si infrange sui bastioni della carne. Quel vedere e soffermarsi solo sui tratti somatici, quel controllo doganale dei documenti anagrafici, quel rimestare nei ricordi per restarne imprigionati, quei criteri soffocati nell&#8217;evidenza della ragione piantata sulla superficie, impediscono a Gesù di operare prodigi. E&#8217; lo scherzo che gioca la carne. Essa è come fiore del campo, al mattino fiorisce, al tramonto dissecca. E&#8217; incapace di distendere lo sguardo oltre le apparenze, è meschina. La governano gli umori, i sentimenti, e sono vapori, vanità di vanità, che il vento porta via in un baleno: affetti, amori, passioni, la melma che muove la carne. A Nazaret come nelle nostre case, nelle nostre famiglie. Gelosie, invidie, competizioni, speranze, progetti, regole e leggi, tutto quanto agita le relazioni familiari, i legami di sangue. Anche quando gli affetti sembrano più puri, il veleno della corruzione ne mina la limpidezza e la gratuità. Ne siamo tutti testimoni, anche i bimbi più piccoli ne fanno esperienza quotidiana. Le domande che si scambiavano a Nazaret di fronte a Gesù, sono le stesse che sorgono nei nostri cuori e chiudono i battenti in faccia al potere di Cristo.</p>
<p>Il Salmo 50 fotografa la realtà di ogni uomo: &#8220;Nel peccato mi ha concepito mia madre&#8221;. Il peccato originale si trasmette come una malattia ereditaria, è necessario un intervento alla radice per estirparlo. Non si tratta di selezione eugenetica, Dio non pensa come l&#8217;uomo; se così fosse saremmo tutti embrioni strappati al seno di nostra madre. Lo scandalo della carne si manifesta nell&#8217;incapacità di amare l&#8217;altro così come è, di lasciarlo libero, senza far mancare aiuto e misericordia. Quanta <em>meraviglia</em>, la stessa di Gesù di fronte all&#8217;incredulità dei suoi compaesani, quando ci ritroviamo rifiutati e disprezzati. E quanti accanimenti per ovviare a questo, per indurre gli altri ad accettarci, a riconoscerci il ruolo e l&#8217;identità. Quanti genitori legano i figli sino a soffocarli, spesso subdolamente; o sono incapaci di correggere per paura di essere rifiutati; quanti coniugi vivono in un continuo compromesso che accumula fascine al fuoco del risentimento; e quante esplosioni e incendi, e devastazioni, e matrimoni distrutti, e figli sbandati. La carne non può superare il suo limite, e questo è il peccato. Per questo Gesù dirà che chi non odia suo padre, sua madre, il marito, la moglie, i fratelli, i figli, la Patria, persino la propria vita, non può essere suo discepolo. <em>Non può seguirlo</em>. Chi ama la sua vita, chi fa un assoluto di questa vita di carne fatta di schemi, relazioni, criteri, affettività, la perderà, gli sfuggirà di mano come sfugge qualcosa di mano quando si inciampa. Chi fonda la sua vita sulla carne vivrà la maledizione della corruzione, non vedrà alcun bene, sarà cieco e senza discernimento, e inciamperà, si scandalizzerà.</p>
<p>La carne è un diaframma che si frappone tra lo spirito dell&#8217;uomo e Dio, ne impedisce il contatto libero e gioioso. La carne spinge all&#8217;adulazione, all&#8217;autogratificazione, alla difesa; la carne usa di tutto e di tutti per se stessa, non conosce gratuità. E, all&#8217;apparire della sofferenza, del fallimento, della solitudine, si scandalizza. La carne, nello svelarsi per ciò che è, si disintegra ed è il terremoto dell&#8217;esistenza, tutto crolla, e lo scandalo ci uccide. E&#8217; l&#8217;esperienza di Pietro, profonda, simile a quella di ciascuno di noi. Il Padre dal Cielo gli rivela il cuore della fede, l&#8217;identità di Gesù, e gli schiude le labbra per proclamare che quell&#8217;uomo che viene da Nazaret è il Figlio di Dio, il Kyrios, il Signore. Pietro assapora la beatitudine di chi ha superato i vincoli e l&#8217;impotenza della carne, l&#8217;intimità con Dio, e, per questo, s&#8217;è visto chiamato e costituito come pietra di fondamento della Chiesa. La fede donata dal Padre, il tesoro nel vaso di creta della sua natura così fragile. Ma l&#8217;annuncio della passione risveglia la carne ancora viva, l&#8217;uomo vecchio erompe in un grido di difesa e cristallizza in parole di sdegno lo scandalo provocato dalla Croce.</p>
<p>Pietro è inciampato perchè voleva correre davanti a Cristo, guidarlo sui sentieri del mondo e della carne, secondo la sua logica, quella che non conosce il Cielo. E Pietro dovrà sentirsi apostrofare da Gesù come satana, colui che della carne ha il dominio guidandone il pensiero, così diverso da quello di Dio. E nello stesso tempo Pietro diviene scandalo per Gesù, la pietra che invece di fondare la Chiesa, si frappone come ostacolo al suo cammino verso il compimento della volontà del Padre. E&#8217; lo scandalo della Patria di Gesù, incapace di uscire dalla conoscenza effimera della carne. I suoi pensano d&#8217;aver capito, di sapere, e non si rendono conto che non possono credere perchè cercano gli uni negli altri la gloria, la sostanza, il <em>peso</em> della vita, secondo il significato della parola greca. Chiedono vita ai legami di sangue, alle tradizioni dei padri, alle conoscenze epidermiche, e cadono e si spengono i loro occhi, e rifiutano ogni miracolo. E&#8217; la maledizione di chi non vede oltre il fatto biologico, ed il bene, l&#8217;amore misericordioso di Dio, scivola via. Come succede a noi, ogni giorno.</p>
<p>Per questo Gesù dirà a Nicodemo che occorre rinascere dall&#8217;alto, entrare in un nuovo seno, che è quello della Chiesa, il fonte battesimale. Immergendosi nell&#8217;acqua del battesimo si odia tutto quello che si frappone come un ostacolo a Cristo, alla sua vita, allo Spirito Santo. E l&#8217;uomo nuovo è libero, come il vento, e vive ogni relazione liberamente, seguendo le orme di Cristo, anche quando conducono per sentieri impervi e che non vorremmo percorrere. Come sarà per Pietro, che, da vecchio, sarà condotto dove la sua carne non vorrà andare. Per questo non si può cercare di raccattate i cocci delle nostre relazioni, e andare a seppellire i morti lasciati lungo la via, tutti i rapporti familiari che non possono essere sanati per la forza della carne, della buona volontà, delle terapie di coppia; non si tratta neanche di andare a salutare quelli di casa, di cercare di spiegarsi, di lasciarsi in pace dentro promesse e propositi che non compiremo mai. Chi guarda indietro con rimpianto, chi pensa a quel che avrebbe potuto fare, chi ancora cerca nella carne l&#8217;impulso ad essere di Cristo, non può seguirlo.</p>
<p>Ma il Signore passa e chiama, e la sua Parola scende fino all&#8217;intimo, e recide le radici velenose, e fa male certo, ma è un dolore che libera, e fa nuove tutte le cose.<em> Non possiamo essere se non seguendo il Signore. Non possiamo amare se non odiando la schiavitù della carne</em>. Essa è redenta e sanata, liberata e santificata da Cristo. L&#8217;incarnazione fa nuova la carne, la conduce alla Croce e la innalza sino al Cielo. E&#8217; il cuore della fede della Chiesa, la risurrezione di Cristo e la risurrezione della carne. Ma essa non avviene senza la Croce, scandalo e stoltezza per chi non vuol ascoltare, salvezza per chi accoglie l&#8217;annuncio del Signore.</p>
<p>A Nazaret i discepoli hanno cominciato ad imparare tutto questo, come noi nella Chiesa. Essa è un segno del Cielo, che trascende la carne accettando e prendendo su di lei il rifiuto e il disprezzo. E, a poco a poco, attraverso un lungo cammino, impareranno che l&#8217;unica Patria, l&#8217;unica famiglia di Gesù sono quelle composte da chi ascolta e custodisce e compie la Parola di Dio. Quella stessa Parola che li aveva intercettati tra le reti della carne, li libererà, ne farà uomini nuovi, e si compirà in loro per la grazia dello Spirito Santo; saranno così, come ognuno di noi, per tutte le generazioni, i veri parenti di Gesù, i suoi fratelli, le sue sorelle, la sua madre; ed ogni luogo che calcheranno sarà la sua Patria, sino a giungere a quella celeste, il Regno promesso che ci attende in Cristo Gesù.</p>
<p><strong>Sant&#8217;Agostino</strong> (354-430), vescovo d&#8217;Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa<br />
Discorsi</p>
<p><strong>« Non è costui il carpentiere ? »</strong></p>
<p>Poiché la superbia ci ha fatto allontanare, l&#8217;umiltà ci farà ritornare&#8230; Come il medico, stabilita la diagnosi, cura la malattia nella sua causa, anche tu guarisci l&#8217;origine del male, guarisci la superbia ; allora non ci sarà più in te alcun male. Per guarire la tua superbia, il Figlio di Dio e sceso ; si è fatto umile. Perché inorgoglirti ? Per te Dio si è fatto umile. Forse ti vergogneresti a imitare l&#8217;umiltà di un uomo ; imita almeno l&#8217;umiltà di Dio. Il Figlio di Dio si è fatto umile ; è venuto nell&#8217;uomo. A te, viene ordinato di essere umile ; non ti viene domandato di diventare una bestia. Lui, Dio, si è fatto uomo. Tu, uomo, riconosci che sei uomo ; tutta la tua umiltà consiste nel conoscerti.<br />
Ascolta Dio come ti insegna l&#8217;umiltà : « Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato » (Gv 6, 38). Sono venuto, umile, ad insegnare l&#8217;umiltà, come maestro di umiltà. Colui che viene a me, viene incorporato in me ; diviene umile. Chi aderisce a me sarà umile ; non fa la mia volontà, ma quella di Dio. Perciò non sarà respinto (Gv 6, 37), come quando era superbo.</p>
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		<title>L&#8217;educazione morale è un&#8217;educazione sentimentale</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 08:31:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La formazione alle virtù e il metodo preventivo di San Giovanni Bosco<br />
di Maurizio Soldini<br />
ROMA, martedì, 31 gennaio 2012 (ZENIT.org) &#8211; Ci sono tante storie che ognuno di noi potrebbe raccontare riguardo i ragazzi. E oggi, che è il giorno in cui si ricorda la festività del Santo dei giovani, Giovanni Bosco, ne voglio raccontare una con uno sfondo che richiama direttamente la possibilità di attualizzare la spiritualità e la pedagogia di don Bosco.<br />
Bobby lo conoscono tutti, qui, ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>La formazione alle virtù e il metodo preventivo di San Giovanni Bosco</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>di Maurizio Soldini</em></p>
<p style="text-align: justify;">ROMA, martedì, 31 gennaio 2012 (ZENIT.org) &#8211; Ci sono tante storie che ognuno di noi potrebbe raccontare riguardo i ragazzi. E oggi, che è il giorno in cui si ricorda la festività del Santo dei giovani, Giovanni Bosco, ne voglio raccontare una con uno sfondo che richiama direttamente la possibilità di attualizzare la spiritualità e la pedagogia di don Bosco.</p>
<p style="text-align: justify;">Bobby lo conoscono tutti, qui, nella zona nord di Roma. Ha 12 anni. La peluria gli copre le guance e il labbro superiore. È ben vestito, garbato, educato. È un Rom. Ha sempre un bicchiere di plastica tra le mani. Parla discretamente l’italiano. Sta sempre solo. Tutte le mattine alle 9 scende dall’autobus e inizia col suo sorriso la peregrinazione che lo porta qua e là da un negozio all’altro e da un marciapiede all’altro tra la gente in cerca di elemosina che dice serviranno a dare sostentamento alla nonna e a se stesso. Rimane in zona fino al primo pomeriggio. Poi fa ritorno chissà dove. Se provi a parlarci, e molti si intrattengono con lui, perché in fondo è simpatico e gentile, ti accorgi che ha anche studiato, ha ricevuto una discreta istruzione. Ed è così che molte persone qualche spicciolo per lui lo trovano sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho provato a parlarci. Chi sei? Che fai? Con chi vivi? Gli chiedo perché non continui ad andare a scuola, perché non giochi con i suoi coetanei. Mi dice che non può perché deve aiutare la nonna. Cerco di spiegargli quanto sia importante lo studio e il gioco per la sua età e cerco di dirgli che da grande potrebbe trovarsi un lavoro che gli consenta di vivere dignitosamente. Poi, tra tante altre cose mi garantisce di non avere mai rubato, che non ruberà mai. Gli credo. In fondo mi sembra proprio che sia un bravo ragazzo. Ma quando gli chiedo perché non ruba, mi risponde che non lo fa perché ha paura di andare in carcere.</p>
<p style="text-align: justify;">E quando gli chiedo che cosa farebbe se non ci fosse il carcere per chi ruba, non mi risponde, mi sorride furbetto e lascia intendere che forse sarebbe anche comodo poter rubare. Mi lascia un po’ di amarezza… Sarebbe il caso di continuare a parlare e incontrarlo nuovamente, forse una parola varrebbe più di uno spicciolo. Quando si parla di formazione, di educazione morale, di emergenza educativa&#8230; Quanti ragazzi e non solo Rom, non solo extracomunitari, ma anche i nostri ragazzi, avrebbero la necessità di una formazione…</p>
<p style="text-align: justify;">Questa storia è la realtà di tanti ragazzi, di tanti nostri giovani, e ci suggerisce quanto bisogno ci sia nella nostra società di “un impegno formativo globale” soprattutto nei confronti di giovani che non riuscendo a trovare il senso della vita camminano sui sentieri del nichilismo. Una delle cause di questa condizione risiede anche nel fatto che oggi stanno scemando da una parte valori e ideali di riferimento forti, dall’altra personalità esemplari che possano essere prese come modelli di virtù soprattutto tra gli educatori.</p>
<p style="text-align: justify;">Sta scemando anche la frequentazione degli oratori. Sta scemando anche una formazione in riguardo alle vecchie e mai superate virtù, di cui anche noi adulti abbiamo bisogno. L’urgenza è quella di una riscoperta delle virtù. E di esemplarità, come quella di Giovanni Bosco, che qui voglio ricordare, oggi a maggior ragione, perché diventato santo per tanti motivi, ma soprattutto per avere avuto a cuore la sorte di tanti giovani e di averli educati, così come oggi continuano a fare i Salesiani.</p>
<p style="text-align: justify;">Il metodo pedagogico di don Bosco è il <em>metodo preventivo</em> che con l’amorevolezza, la ragione e la religione educa alle virtù con l’intento di raggiungere il bene personale di ciascuno e di conseguenza il bene di tutta la comunità. In letizia, alla ricerca della vita buona. Che cosa dire, allora? Che cosa fare? Che cosa aspettarci? Se qualcuno (e questo qualcuno dovrebbe essere soprattutto un educatore <em>tout court</em>) parlasse un po’ di più con i tanti Bobby che ci sono tra i giovani e i meno giovani e prima di tutto ascoltasse e quindi spiegasse che non si ruba così come non si fanno tante altre azioni cattive non solo perché sono ingiuste, ma fondamentalmente perché non sono buone, spiegandone i valori di riferimento, forse ci sarebbe una consapevolezza morale maggiore e tante capacità insite nella nostra natura di persone umane sarebbero aiutate e incoraggiate e la giustizia sarebbe allora una fisiologica conseguenza della bontà e della verità.</p>
<p style="text-align: justify;">Una mentalità procedurale e legalistica (come quella di Bobby) e nichilistica (come quella di tanti giovani) potrebbero essere prevenute, così come potrebbero essere prevenute tante gesta di inciviltà. Inoltre se sapremo educare la nostra moralità badando non soltanto alla nostra intelligenza ma soprattutto alla nostra volontà, e pertanto ai nostri sentimenti, forse potremmo respirare una maggiore diffusa felicità. Non per niente un illustre filosofo contemporaneo, Alasdair MacIntyre, ha affermato in un suo libro divenuto ormai classico (<em>Dopo la virtù. Saggio di teoria morale</em>, Armando, 2007) che <em>l’educazione morale è un’educazione sentimentale</em>. Col risultato di una efficace attualizzazione del metodo preventivo di don Bosco.</p>
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		<title>Cl è una cosa. Formigoni un&#8217;altra</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 08:20:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo ha detto il capo Julian Carron. E lo ha ripetuto anche il cardinale di Milano, Scola • È la linea di don Giussani. Ma perché evidenziarla adesso?<br />
di Bonifacio Borruso<br />
Tratto da Italia Oggi<br />
L&#8217;aveva detto prima Julian Carron, il successore di don Luigi Giussani a capo di Comunione e liberazione, con un&#8217;intervista netta e dura al Corriere della Sera, quindici giorni fa. Ha poi rincarato la dose, il cardinale Angelo Scola, in un incontro coi giornalisti, sabato a ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Lo ha detto il capo Julian Carron. E lo ha ripetuto anche il cardinale di Milano, Scola • È la linea di don Giussani. Ma perché evidenziarla adesso?<br />
di <strong>Bonifacio Borruso</strong><br />
Tratto da Italia Oggi</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;aveva detto prima Julian Carron, il successore di don Luigi Giussani a capo di Comunione e liberazione, con un&#8217;intervista netta e dura al Corriere della Sera, quindici giorni fa. Ha poi rincarato la dose, il cardinale Angelo Scola, in un incontro coi giornalisti, sabato a Milano: «Comunione e liberazione non c&#8217;entra con Roberto Formigoni».</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente, né il sacerdote spagnolo che guida Cl né l&#8217;arcivescovo di Milano, che del fondatore, don Giussani, fu uno dei primissimi collaboratori, si sono espressi in maniera così tranchant (come si conviene a due navigati uomini di Chiesa), ma le loro parole, in molti ambienti politici ed ecclesiali, sono suonate esattamente in questo modo.</p>
<p style="text-align: justify;">Scola aveva parlato di sé prima ancora che di Cl. Esortando una platea di giornalisti a scegliere sempre il vero e non il verosimile, aveva usato un esempio singolare per chiarire il suo pensiero: «Scola è di Lecco come Formigoni, e come lui mi si è formato in Cl e sono stati amici per tanti anni. Possibile che Scola non c&#8217;entri nulla con quello che fa Formigoni?», si era chiesto retoricamente parlando di sé in terza persona, «Non c&#8217;entra: Scola e Formigoni da vent&#8217;anni si sono visti sì e no una volta l&#8217;anno a Natale».</p>
<p style="text-align: justify;">Carron, invece, aveva rilasciato ad Aldo Cazzullo un&#8217;intervista sul Corsera che aveva preceduto di poche ore l&#8217;arresto di un ciellino, il vicepresidente della Provincia di Monza, e contenente un passaggio perentorio: «Non ci sono politici di Cl. Questo, prima lo si capisce, e meglio è».</p>
<p style="text-align: justify;">Prese di distanza, secondo alcuni, legate all&#8217;inchiesta sul San Raffaele e sulla politica brianzola che hanno messo sotto la lente alcuni uomini considerati vicini al governatore. Ma, a ben vedere, entrambe le dichiarazioni non fanno altro che rinnovare i giudizi che erano propri dello stesso fondatore. Per quanto fosse accusato di integralismo e di quindi confondere volutamente il piano religioso e quello civile e politico, don Giussani aveva sempre tenuto a ribadire che la responsabilità di chi si impegnava nelle istituzioni e nei partiti era assolutamente personale e che, in quanto tali, non esistevano «politici del movimento».</p>
<p style="text-align: justify;">Distinguo che si rese necessario quando, alla fine degli anni 70, dopo aver sostenuto a lungo il senatore Andrea Borruso, dc varesotto che stava fra la corrente di Base e i sindacalisti di Forze Nuove, i ciellini cominciarono a mandare in campo (e in Parlamento) persone che provenivano dalle loro fila, fra cui lo stesso Formigoni, cooptato dalla Dc, con l&#8217;assemblea degli esterni del 1981, con cui il partito tentò di rifarsi una verginità cattolica.</p>
<p style="text-align: justify;">E a rafforzare la distinzione, negli stessi anni, fu creato il Movimento popolare, che permetteva ai ciellini più attivi in politica una libertà di azione e di giudizio non impegnando il movimento ecclesiale.</p>
<p style="text-align: justify;">Non che la gente di Cl rifuggisse la politica come accadeva, negli stessi anni, a quelli dell&#8217;Azione cattolica, che teorizzavano, con Alberto Monticone, la scelta religiosa che, tradotta in soldoni, voleva dire fine del collateralismo con la Dc. Anzi, nel 1987, all&#8217;assemblea della Dc lombarda ad Assago, lo stesso Giussani pronunciò un discorso molto alto, sulla necessità della politica di favorire una concezione autenticamente laica dello Stato. E tutta la sua lezione era imperniata sul cristianesimo come fatto, che abbracciava tutta la vita, inclusa quindi la politica. Ma sulla riduzione del movimento a corrente di partito, lo stesso fondatore non transigeva.</p>
<p style="text-align: justify;">Tanto che, archiviato Mp con la prima repubblica, fu l&#8217;ala imprenditrice della Compagnia delle opere a occuparsi di dare giudizi politici nel cui perimetro si poteva iscrivere questo o quel candidato. E che non esistessero «politici di Cl», fu particolarmente chiaro quando i voti cominciarono a indirizzarsi anche a sinistra.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal sostegno, a Roma, al democratico Raffaello Fellah, nelle europee del 1989, a quello al sindaco uscente di centrosinistra, Paolo Corsini, nelle comunali di Brescia del 2003, al voto, fra gli altri, al diessino Dario Nardella a Firenze, oggi vicesindaco, nelle amministrative del 2004.</p>
<p style="text-align: justify;">Semmai ci sono ciellini che fanno politica e che non mancano di mandare segnali di sintonia col movimento, come il vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi, che per il suo reclamizzatissimo libro ha voluto utilizzare (scippare secondo qualcuno) un vecchio slogan degli studenti universitari del movimento: La prima politica è vivere.</p>
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		<title>Don Bosco: una vita di amore, coraggio e umiltà</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 08:14:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Educazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Il fondatore dei Salesiani seppe dare dignità all&#8217;infanzia del suo tempo<br />
di Pietro Barbini<br />
Tratto dal sito ZENIT<br />
Oggi la Chiesa commemora San Giovanni Bosco, canonizzato da Pio XI nel 1934. Un Santo particolare, di grande umiltà e generosità, che svolse il suo ministero sacerdotale in un modo altrettanto particolare, che spese la sua vita al servizio dei bambini, e dunque, in difesa dei più deboli e indifesi.<br />
Don Bosco, così da tutti chiamato e conosciuto, visse un’infanzia difficile. Ultimo ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il fondatore dei Salesiani seppe dare dignità all&#8217;infanzia del suo tempo<br />
di <strong>Pietro Barbini</strong><br />
Tratto dal sito ZENIT</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi la Chiesa commemora San Giovanni Bosco, canonizzato da Pio XI nel 1934. Un Santo particolare, di grande umiltà e generosità, che svolse il suo ministero sacerdotale in un modo altrettanto particolare, che spese la sua vita al servizio dei bambini, e dunque, in difesa dei più deboli e indifesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Don Bosco, così da tutti chiamato e conosciuto, visse un’infanzia difficile. Ultimo di cinque figli, nacque a Castelnuovo d’Asti, nel 1815, da una famiglia di contadini e, a soli due anni perse il padre. Fu così cresciuto dalla mamma e dalla nonna paterna in una situazione familiare non facile.</p>
<p style="text-align: justify;">Fin dalla tenera età Giovanni si dimostrò un bambino intelligente, sveglio e volonteroso. Con un discernimento che andava al di là dei suoi anni, ebbe subito ben chiara quale fosse la sua vocazione, grazie anche ad un sogno premonitore, avuto all’età di 9 anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Il piccolo Giovanni fece veramente di tutto per riuscire ad entrare in seminario. Per potersi pagare gli studi svolse innumerevoli lavori, lottando ininterrottamente, e strenuamente, con tutte le sue forze senza mai arrendersi nonostante le innumerevoli difficoltà che incontrò nel lungo percorso verso il tanto desiderato sacerdozio.</p>
<p style="text-align: justify;">Da subito il suo ministero si caratterizzò per la cura e la difesa dei più piccoli, per i quali nutrì sempre un profondo amore. Si racconta, e lui stesso lo confermò nelle sue memorie, che per attirare i suoi coetanei alla preghiera, imparò giochi di prestigio, trucchi di magia e acrobazie da saltimbanco, organizzando dei piccoli spettacoli in parrocchia, naturalmente solo dopo aver recitato tutti assieme il rosario e aver ascoltato la lettura del vangelo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il sacerdote nel corso della sua vita salvò molti ragazzi dalla “strada”, orfani, ex detenuti e diseredati, difendendoli dallo sfruttamento minorile, molto diffuso in quegli anni, dando loro un “tetto”, un’istruzione, insegnando loro un mestiere ed avvicinandoli alla Chiesa. Con questo scopo, nel 1854 fondò la Società Salesiana e, nel 1872, con Santa Maria Domenica Mazzarello, le Figlie di Maria Ausiliatrice (dette anche Salesiane di don Bosco).</p>
<p style="text-align: justify;">Don Bosco può essere definito un eroe dei nostri tempi. La sua figura e il suo operato invita tutti ad una profonda riflessione sul tema sociale dei giovani, e la domanda che bisognerebbe porsi è una sola: cosa stiamo facendo veramente per il loro futuro? Ma non solo.</p>
<p style="text-align: justify;">Se in quegli anni il problema era la povertà e l’abbandono di questi “piccoli”, lasciati girovagare per le strade, abbandonati, maltrattati e sfruttati da dei veri e propri padroni-aguzzini, che approfittavano della loro situazione di povertà, debolezza e vulnerabilità (cosa che succede tuttora nei paesi del terzo mondo), oggi la più grande piaga che sta invadendo l’Occidente è l’abbandono, e l’assoluta omertà di fronte al fenomeno dei cosiddetti bambini non-nati, ossia l’aborto.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo giorno don Bosco con la sua opera ci ricorda quello che fu il messaggio di Cristo: “Qualunque cosa fate a uno di questi piccoli, l’avete fatta a me”, spronandoci tutti a lavorare per questi piccoli, in particolare, sostenendo quelle mamme che molto spesso si trovano in una situazione di disperazione tale da non vedere altra soluzione che quella di abortire.</p>
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