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	<title>Segni dei tempi &#187; Chiesa sofferente</title>
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	<description>C&#039;è un mistero, c&#039;è un contenuto nascosto nella storia (...) Il mistero è quello delle opere di Dio, che costituiscono nel tempo la realtà autentica, nascosta dietro le apparenze.  Card. Jean Danièlou</description>
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		<title>Le suore di clausura pregano per la Chiesa in Cina</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 10:09:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa sofferente]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
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		<description><![CDATA[L&#8217;iniziativa coinvolge i circa 530 conventi femminili di clausura presenti sul suolo italiano<br />
di Padre Piero Gheddo<br />
ROMA, domenica, 29 gennaio 2012 (ZENIT.org).- Le notizie che giungono dalla Cina sulla situazione in cui si trova la Chiesa sono preoccupanti. Due missionari del Pime, i padri Angelo Lazzarotto e Piero Gheddo, a nome del Pime (che lavora nell’”Impero di mezzo” dal 1858), hanno preso l’iniziativa di coinvolgere i circa 530 conventi femminili di clausura in Italia per una campagna di preghiere, ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;iniziativa coinvolge i circa 530 conventi femminili di clausura presenti sul suolo italiano</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>di Padre Piero Gheddo</em></p>
<p style="text-align: justify;">ROMA, domenica, 29 gennaio 2012 (ZENIT.org).- Le notizie che giungono dalla Cina sulla situazione in cui si trova la Chiesa sono preoccupanti. Due missionari del Pime, i padri Angelo Lazzarotto e Piero Gheddo, a nome del Pime (che lavora nell’”Impero di mezzo” dal 1858), hanno preso l’iniziativa di coinvolgere i circa 530 conventi femminili di clausura in Italia per una campagna di preghiere, mandando in omaggio il volume “Una vita per la Cina” (EMI 2011, pagg. 363) con le lettere del martire padre Cesare Mencattini (1910-1941) commentate da padre Lazzarotto e inviando due lettere che spiegano alle sorelle il perché di questa iniziativa.</p>
<p style="text-align: justify;">La Chiesa di Cina “oggi è una bella speranza per la Chiesa universale e soprattutto per la missione in Asia, il continente in cui vivono l’80-82% dei non cristiani di tutto il mondo!”, ma “attraversa il più difficile e decisivo momento della sua storia recente, perché corre il pericolo di dividersi e di cadere in uno scisma, una parola drammatica che ricorda altri tristi tempi nella storia millenaria della Chiesa di Cristo”, scrive padre Gheddo che da trenta e più anni manda ai conventi femminili di clausura i suoi libri sulle missioni e altri dell’Ufficio storico del Pime.</p>
<p style="text-align: justify;">Padre Angelo Lazzarotto, già missionario ad Hong Kong e profondo conoscitore della Chiesa di Cina attraverso decine di viaggi, illustra brevemente, secondo la sintesi di “Asia News”, una crisi “innescata il 20 novembre 2010 quando le autorità comuniste decisero di imporre una ordinazione episcopale nella città di Chengde (provincia Hebei) senza l&#8217;accordo del Papa”. “Nell&#8217;estate del 2011, il governo ha imposto due altre ordinazioni episcopali, il 29 giugno a Leshan (prov. Sichuan) e 14 luglio a Shantou (prov. Guangdong), anche se gli erano stati comunicati i motivi per cui il Papa non poteva dare la sua approvazione. Così la Santa Sede ha dovuto dichiarare che i due sacerdoti che accettarono di farsi ordinare vescovi contro le leggi della Chiesa sono incorsi automaticamente nella scomunica. La Cina ha protestato”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Purtroppo &#8211; osserva padre Lazzarotto &#8211; il governo comunista non esita ad usare le lusinghe e anche la violenza fisica per raggiungere i suoi scopi. Nell&#8217;ultimo anno ha mandato addirittura la polizia per costringere vari vescovi sia a partecipare all&#8217;Assemblea del dicembre 2010, che ad eseguire quelle Ordinazioni episcopali. Il governo ha creato per questo l&#8217;Associazione Patriottica dei cattolici, che finisce per emarginare i vescovi. Questo assurdo uso della forza per imporre specifiche scelte religiose disonora il prestigio della Nuova Cina di fronte al mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non pochi osservatori e studiosi dicono che ci sono fazioni di estrema sinistra che stanno tentando di prendere il sopravvento nell&#8217;apparato governativo: non dimentichiamo che si sta preparando un importante congresso del Partito comunista, che dovrà rinnovare i vertici del potere.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto alle prospettive per la Chiesa in Cina, “c&#8217;è bisogno, certo, di nuovi vescovi. Ma la Chiesa di Cina si trova in una vera emergenza perché per 30 anni, con la chiusura di tutti i seminari, non era stato ordinato alcun prete. Oggi i possibili candidati all&#8217;episcopato sono tutti giovani sui 35-40 anni, che mancano spesso di esperienza. Così, accanto a numerosi vescovi e altri delegati che hanno cercato in tutti i modi di rifiutare la partecipazione ai fatti sopra ricordati, non mancano di quelli che non hanno saputo opporre resistenza. E’ difficile sapere quanto spontaneamente lo abbiano fatto, perché spesso sono preoccupati di assicurare il funzionamento delle strutture indispensabili alla vita ecclesiale, dato che il controllo sulle finanze diocesane spesso è in mano ai membri dell&#8217;Associazione patriottica. E&#8217; noto che molto denaro fluisce attraverso l’Associazione a un numero crescente di diocesi, seminari e parrocchie, per cui chi non coopera col governo deve pagare un grosso costo finanziario. E, come sempre accade, accettare denaro significa una perdita di indipendenza”.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo quadro, “vari tentativi del passato di trovare un&#8217;intesa anche con le autorità della Cina comunista sono falliti per il sabotaggio di forze interessate a mantenere lo stato di conflittualità. Ma Benedetto XVI, come già i suoi predecessori, non perde occasione per esprimere la sua fiducia nella Chiesa che vive in Cina, come pure la grande stima che nutre per il popolo cinese e il suo rispetto per il governo che lo guida”. E “anche le autorità di Pechino non ignorano il notevole prestigio di cui gode sul piano internazionale la figura del Papa. Per cui anch&#8217;esse ripetono di essere disponibili a migliorare le relazioni col Vaticano”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Un dialogo costruttivo va cercato, a mio avviso, sul terreno pratico. Le comunità cattoliche desiderano collaborare alla pace sociale e prodigarsi per il bene comune. Ma bisogna che sia assicurata alla Chiesa la possibilità di operare secondo le proprie tradizioni. E nella scelta di candidati all’episcopato è indispensabile che si tratti di sacerdoti idonei sul piano dei requisiti personali ed ecclesiali; e non si può accettare che alcuni organismi, voluti dallo Stato ed estranei alla struttura della Chiesa, si pongano al di sopra dei vescovi stessi nella guida della comunità ecclesiale. Lo ha detto chiaramente anche Papa Benedetto XVI”.</p>
<p style="text-align: justify;">Per raggiungere un accordo valido e duraturo, a giudizio di padre Lazzarotto, “occorre, credo, un vero miracolo. C&#8217;è bisogno, quindi, di una crociata di preghiere, sapendo che ‘nulla è impossibile a Dio’. Per questo Papa Benedetto XVI ha chiesto più volte ai cattolici di tutto il mondo di unirsi all&#8217;invocazione dei loro fratelli e sorelle della Repubblica Popolare Cinese. Essi hanno una grande fiducia nella Vergine Maria, che venerano in molti santuari; specialmente a Sheshan (vicino a Shanghai) la invocano come Aiuto dei Cristiani. In particolare, il Papa raccomanda di chiedere che l&#8217;intercessione di Maria possa “illuminare quanti sono nel dubbio, richiamare quanti hanno sbagliato, consolare quanti soffrono, e dare forza a quanti sono attratti dalla lusinghe dell&#8217;opportunismo”.</p>
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		<title>Asia Bibi. Condannata a morte per un sorso d&#8217;acqua</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 09:06:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Domenico Bonvegna<br />
Da tempo è calata l&#8217;attenzione sulla povera donna pakistana Asia Bibi condannata a morte per blasfemia e da oltre due anni prigioniera in una cella del carcere di Sheikhupura in Pakistan, naturalmente questo non fa onore al nostro Occidente, in particolare a noi cristiani.<br />
Del resto non è una novità, nonostante Benedetto XVI spesso lanci appelli in difesa dei cristiani perseguitati, l&#8217;apatia cronica dei cristiani è ancora troppo forte di fronte a questo grave problema. Ci sono ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Domenico Bonvegna</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Da tempo è calata l&#8217;attenzione sulla povera donna pakistana <em>Asia Bibi</em> condannata a morte per blasfemia e da oltre due anni prigioniera in una cella del carcere di <em>Sheikhupura</em> in Pakistan, naturalmente questo non fa onore al nostro Occidente, in particolare a noi cristiani.</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto non è una novità, nonostante Benedetto XVI spesso lanci appelli in difesa dei cristiani perseguitati, l&#8217;apatia cronica dei cristiani è ancora troppo forte di fronte a questo grave problema. Ci sono Paesi come la Nigeria dove i cristiani pagano con la vita e rischiano continuamente di essere annientati da <em>pogrom</em> organizzati da bande islamiche come quelle di <em>Boko Haram</em>, i talebani nigeriani, che hanno l&#8217;obiettivo dichiarato di instaurare uno Stato islamico in Nigeria, fondato esclusivamente sulla legge coranica.</p>
<p style="text-align: justify;">Asia Bibi vive con il marito Ashiq e i cinque figli in un piccolo villaggio del Punjab, una ragione del Pakistan orientale. E&#8217; analfabeta e per dare un futuro migliore ai propri figli, accetta di svolgere lavori umili e pesanti, come custodire il bestiame di ricchi possidenti o partecipare a raccolte stagionali nei campi. Proprio qui accade l&#8217;episodio che sconvolgerà la propria esistenza e quella della sua famiglia. In un pomeriggio, sotto un sole rovente, Asia beve un bicchiere d&#8217;acqua proveniente da un pozzo dove bevevano anche le sue compagne musulmane, lei cristiana, ha contaminato l&#8217;acqua che spetta di diritto alle donne musulmane che per questo si scatenano contro.</p>
<p style="text-align: justify;">Le donne l&#8217;hanno denunciata alle autorità musulmane e così all&#8217;improvviso Asia Bibi diventa <strong>Blasfema</strong>, per aver offeso la religione musulmana. In Pakistan questa accusa significa morte certa. Così la povera donna il14 giugno 2009 viene buttata in una cella senza finestre, dove non può vedere né il sole, né le stelle, una vera e propria tomba, <em>&#8220;qua dentro ho imparato a morire restando viva&#8221;</em>. Dopo un mese Asia Bibi viene condannata dal tribunale all&#8217;impiccagione per aver offeso il profeta Maometto. Nello stesso tempo anche la sua stessa famiglia, minacciata dai fondamentalisti, è costretta a lasciare il villaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Asia Bibi attraverso un libro che in questi giorni mi è capitato leggere ha voluto spiegare, <em>gridare la verità</em>, <em>oggi sono in condizione di scrivervi, dalla cella in cui mi hanno sepolta viva. </em><em>Lo faccio per chiedervi di aiutarmi, di non abbandonarmi. </em> E così è nato libro curato da Anne-Isabelle Tollet, corrispondente di <em>France 24</em> in Pakistan. Il libro è uscito prima dell&#8217;estate del 2011 pubblicato da Mondadori, <strong>Blasfema. </strong> Condannata a morte per un sorso d&#8217;acqua. Il testo racconta la morte terribilmente lenta di Asia Bibi. <em>&#8220;Sono vittima di una crudele ingiustizia collettiva. Incarcerata, legata, incatenata da due anni, esiliata dal mondo, in attesa della morte (…) Condannata a morte perché avevo sete&#8221;. </em> Continua Asia: <em>&#8220;voglio che la mia povera voce, che da questa lurida prigione denuncia tanta ingiustizia e tanta barbarie, trovi ascolto&#8221;. </em> In attesa dell&#8217;appello, dopo la condanna a morte, Asia Bibi rischia ogni giorno la vita in carcere. Per evitare avvelenamenti si cucina da sola; diversi imam hanno offerto denaro per la sua morte; la sua cella è umida e fredda, così piccola che stendendo le braccia si tocca la parete contraria. Dappertutto c&#8217;è odore di grasso, sudore, urina, insopportabile anche per una donna cresciuta in campagna. Asia Bibi confessa ad Anne-Isabelle Tollet, che ha raccolto la sua testimonianza parlando con il marito e l&#8217;avvocato &#8211; gli unici ammessi a incontrarla &#8211; di aver pensato al suicidio, per salvare i suoi figli dalla vendetta.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La sola cosa che mi permette di resistere &#8211; conclude la martire pachistana &#8211; <em>malgrado tutte le privazioni, le vessazioni e questa angoscia che non mi da tregua, è la certezza della mia innocenza. La certezza di essere vittima di una ingiustizia. E la volontà di testimoniare, di fare in modo che la mia lotta possa aiutare altre persone. Vorrei tanto che i miei aguzzini aprissero gli occhi, che la situazione del mio paese cambiasse&#8230; fatelo sapere. credo che sia la mia unica speranza di non morire in fondo a questa fossa&#8221;. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Asia Bibi è stata sostenuta coraggiosamente dal governatore del Punjab, <strong>Salman Taseer</strong> e dal ministro cristiano per le Minoranze, <strong>Shahbaz Bhatti</strong>, che sono andati in carcere a visitarla. Entrambi si sono opposti pubblicamente alla legge antiquata della <em>blasfemia</em>, una legge che in sé è una bestemmia, visto che semina oppressione e morte in nome di Dio. Per aver denunciato tanta ingiustizia sia Taseer che Bhatti, due uomini coraggiosi, uno musulmano, l&#8217;altro cristiano, sono stati brutalmente assassinati in mezzo alla strada. <em>&#8220;Tutti e due sapevano che stavano rischiando la vita, perché i fanatici religiosi avevano minacciato di ucciderli. Malgrado ciò, questi uomini pieni di virtù e di umanità non hanno rinunciato a battersi per la libertà religiosa, affinché in terra islamica cristiani, musulmani e indù possano vivere in pace, mano nella mano&#8221;. </em> Come ha potuto <em>Famiglia Cristiana</em> proporre il presidente Napolitano <em>uomo dell&#8217;anno</em>, di fronte a due campioni di eroicità, strenui difensori dei diritti umani e morti proprio per questo, come questi due politici pakistani.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Un musulmano e un cristiano che versano il loro sangue per la stessa causa: forse in questo c&#8217;è un messaggio di speranza&#8221;. </em> Il libro della Mondadori vuole proporre questo messaggio di speranza, attraverso la storia di Asia Bibi, un simbolo, non solo per il Pakistan, ma per tutto il mondo intero, per tutti quelli che lottano contro la violenza esercitata in nome della religione.</p>
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		<title>35mila cristiani della Nigeria in fuga dal Nord</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 07:58:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa sofferente]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura e Società]]></category>
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ROMA, giovedì, 26 gennaio 2012 (ZENIT.org) &#8211; Oltre 35mila persone hanno abbandonato il nord della Nigeria in seguito agli attentati di venerdì scorso a Kano. E&#8217; quanto riportato da alcune fonti della Chiesa locale alla fondazione Aiuto alla Chiesa che Soffre, riferendo che «Gli abitanti fuggono verso le città che ritengono maggiormente sicure: soprattutto a Jos e nelle regioni più a Sud».<br />
«La popolazione è nel panico – ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Aiuto alla Chiesa che Soffre preoccupata per la situazione nella capitale africana</strong></p>
<p style="text-align: justify;">ROMA, giovedì, 26 gennaio 2012 (ZENIT.org) &#8211; Oltre 35mila persone hanno abbandonato il nord della Nigeria in seguito agli attentati di venerdì scorso a Kano. E&#8217; quanto riportato da alcune fonti della Chiesa locale alla fondazione Aiuto alla Chiesa che Soffre, riferendo che «Gli abitanti fuggono verso le città che ritengono maggiormente sicure: soprattutto a Jos e nelle regioni più a Sud».</p>
<p style="text-align: justify;">«La popolazione è nel panico – riferisce ancora la fonte – e sono in molti a scappare, lasciando il poco che possiedono. Non hanno il tempo di prendere nulla, perché nessuno può sapere quando scoppieranno altre violenze». Tra chi cerca di mettersi in salvo è altissimo il numero dei cattolici, nuovamente colpiti domenica scorsa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 22 gennaio, inoltre, nello stato di Bauchi due esplosioni hanno semidistrutto due Chiese della capitale mentre nella città a maggioranza musulmana di Tafawa Balewa, durante il coprifuoco indetto dal governo, alcuni uomini armati hanno ucciso dieci fedeli.</p>
<p style="text-align: justify;">In visita nella città di Kano – dove i recenti attentati ad opera dei Boko Haram hanno causato oltre 200 morti – il presidente nigeriano Jonathan Goodluck ha promesso di aumentare le misure di sicurezza. Secondo un recente rapporto dello Human Right Watch, sarebbero 550 le persone uccise nei 115 attacchi commessi dal gruppo estremista nel 2011. Lo stato maggiormente colpito è stato quello di Borno. E’ invece 935 il numero stimato delle vittime dei Boko Haram dal 2009 ad oggi. E nel 2012, in neanche un mese, si sono già registrati oltre 250 morti.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Aiuto alla Chiesa che Soffre” (ACS), Fondazione di diritto pontificio fondata nel 1947 da padre Werenfried van Straaten, si contraddistingue come l’unica organizzazione che realizza progetti per sostenere la pastorale della Chiesa laddove essa è perseguitata o priva di mezzi per adempiere la sua missione. Nel 2010 ha raccolto oltre 65 milioni di dollari nei 17 Paesi dove è presente con Sedi Nazionali e ha realizzato oltre 5.500 progetti in 153 nazioni.  </em></p>
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		<title>Orissa, si convertono i carnefici indù</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 07:26:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Segni dei tempi]]></category>
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di Anto Akkara da La Bussola Quotidiana<br />
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Tiangia, India – All’alba di questo 2012 Hippolitus Nayak, funzionario del governo oggi in pensione, cattolico, ha ricevuto gli  auguri per l’anno nuovo più belle di sempre. Il mattino del 1° gennaio, Lakhno Pradhan, uno dei capi dei fondamentalisti indù che aveva guidato gli attacchi di massa contro i cristiani e le loro chiese nei dintorni del villaggio di Tiangia, si è presentato alla sua porta offrendogli un fiore. «Ha ...]]></description>
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<div style="text-align: justify;"><strong><em>di Anto Akkara da La Bussola Quotidiana</em></strong></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
</div>
<p style="text-align: justify;">Tiangia, India – All’alba di questo 2012 Hippolitus Nayak, funzionario del governo oggi in pensione, cattolico, ha ricevuto gli  auguri per l’anno nuovo più belle di sempre. Il mattino del 1° gennaio, Lakhno Pradhan, uno dei capi dei fondamentalisti indù che aveva guidato gli attacchi di massa contro i cristiani e le loro chiese nei dintorni del villaggio di Tiangia, si è presentato alla sua porta offrendogli un fiore. «Ha chiesto scusa per quel che le bande indù avevano fatto contro i cristiani. Dio sta sciogliendo i cuori induriti del Kandhamal» (distretto dello Stato federato indiano dell’Orissa), ha commentato Nayak la cui casa è stata distrutta nel corso di uno dei peggiori episodi di persecuzione anticristiana dell’intera storia dell’India.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Accadde infatti che, dopo l’assassinio del <em>leader </em>nazionalista </strong>Swami Lakshmanananda Saraswati, avvenuto il 23 agosto 2008, i fondamentalisti indù cominciarono a gridare al “complotto cristiano”. E così, malgrado i ribelli maoisti avessero rivendicato l’omicidio, masse di indù presero a scatenare indiscriminatamente la rabbia contro i cristiani di quella regione spersa nella giungla. Nello scenario di violenza selvaggia che si protrasse indisturbatamente per settimane, furono dunque ammazzati più di 100 cristiani, e 300 chiese e quasi 6mila case abitate da cristiani vennero saccheggiate e incendiate, finendo per mettere in mezzo alla strada più di 54mila persone.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nayak sottolinea che oggi parecchi ex persecutori frequentano invece regolarmente la Messa </strong>domenicale in quella medesima chiesa cattolica di Tiangia dove sono stati brutalmente assassinati una mezza dozzina di credenti che si erano rifiutati di rinnegare la fede. «Entrare in questa chiesa mi rasserena lo spirito. Nulla può farsi cambiare decisione», ha aggiunto Jamboti Digal, una vedova, partecipando alla liturgia del primo dell’anno celebrata in quella martoriata parrocchia.<br />
Proprio così. In tutto il Kandhamal stanno oggi abbracciando le fede cristiana centinaia di indù, e addirittura alcuni di coloro che hanno cercato di costringere con la forza i cattolici della regione all’abiura si scusano ora delle brutalità commesse.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Don Prasanna Kumar Singh, vicario della parrocchia di Pobingia</strong>, ha riferito all’agenzia di stampa cattolica tedesca KNA, Katholische Nachrichten-Agentur, che uno dei capi dei fondamentalisti indù della regione si era del resto già per tempo “scusato” di avere severamente danneggiato una chiesa che poi è stata restaurata e riconsacrata solo nel 2011. «Ha persino preso parte alla liturgia Natale, mettendosi a servizio per portare i doni all’offertorio».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Don Prabodh Kumar Pradhan, vicario della parrocchia di Raikia</strong>, che, servendo 750 famiglie, è la maggiore del Kandhamal, conferma il desiderio espresso da molti indù di convertirsi al cristianesimo. Ma, dice il sacerdote, «dobbiamo fare attenzione giacché potremmo avere guai con la legge».<br />
In base allo Statuto sulla libertà religiosa dell’Orissa, infatti, coloro che cambiano fede e i capi religiosi che si convertono debbono prima ottenere il permesso dal funzionario governativo di più alto rango della zona. Don Pradhan, ex retore del seminario minore di san Paolo di Balliguda, commenta diretto: «Il Kandhamal sta di fatto dimostrando che Tertulliano aveva ragione». L’apologeta latino e storico della Chiesa Quinto Settimio Fiorente Tertulliano scrisse infatti che «il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La sublime testimonianza di fede e di fedeltà offerta dai cristiani perseguitati del Kandhamal</strong>, dove le scene di perdono dei persecutori si moltiplicano, ha infatti toccato, riferisce don Pradhan, il cuore di numerosi indù.<br />
Certo, malgrado questi segnali positivi, il Kandhamal è ancora lontano dall’essere completamente pacificato. Due pastori, Saulo Pradhan e Minoketon (Michael) Nayak, sono stati uccisi nel 2011 in circostanze ancora misteriose ma riconducibili comunque al fondamentalismo indù.<br />
E a Natale, di ritorno dalla Messa della mezzanotte cui aveva partecipato assieme alla moglie e al fratello minore, Dilip Mallick, un indù recentemente convertitosi al cattolicesimo, ha trovato la propria casa, costruita secondo tradizione con il legno, nel villaggio di Madinato, vicino a Balliguda, ridotta in cenere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>«Questo dimostra che diventare cristiano oggi nel Kandhamal è pericoloso»</strong>, commenta il padre monfortano K. J. Markose, già padrino di un convertito dall’induismo. Ma Mallick non si è fatto intimorire: «Resterò cristiano qualsiasi cosa succeda», ha riferito alla KNA.<br />
«Posso solo dire che sono gente di Dio», ha detto di questi convertiti mons. John Barwa, arcivescovo Cuttack Bhubaneswar, durante la sua recente visita pastorale nella regione. «I piani dell’Altissimo stanno oltre la nostra comprensione. Ciò che è avvenuto nel Kandhamal è stato molto doloroso. Ma non è stata una maledizione. Anzi, adesso si sta rivelando una benedizione».</p>
<p style="text-align: justify;" align="right"><em>Traduzione di Marco Respinti</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<table width="611" border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td height="10"></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>Nigeria, i talebani neri uccidono undici cristiani</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 07:41:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Gian Micalessin<br />
Tratto da Il Giornale<br />
Le cifre sono da mattatoio, le prospettive da incubo. Le quasi 200 vittime degli assalti di sabato nella città di Kano, gli undici cristiani ammazzati ieri a Bauchi, un&#8217;altra città del nord della Nigeria dove i Boko Haram, i talebani neri, hanno distrutto due chiese, potrebbero essere solo il prologo della catastrofe.<br />
Una catastrofe che &#8211; come il conflitto del Biafra costato 3 milioni di morti &#8211; rischia di dilaniare la Nigeria, trasformarla ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Gian Micalessin</strong><br />
Tratto da Il Giornale</p>
<p style="text-align: justify;">Le cifre sono da mattatoio, le prospettive da incubo. Le quasi 200 vittime degli assalti di sabato nella città di Kano, gli undici cristiani ammazzati ieri a Bauchi, un&#8217;altra città del nord della Nigeria dove i Boko Haram, i talebani neri, hanno distrutto due chiese, potrebbero essere solo il prologo della catastrofe.</p>
<p style="text-align: justify;">Una catastrofe che &#8211; come il conflitto del Biafra costato 3 milioni di morti &#8211; rischia di dilaniare la Nigeria, trasformarla nel teatro di una spietata guerra di religione.</p>
<p style="text-align: justify;">A far paura &#8211; 45 anni dopo &#8211; non è il sud, ma il nord musulmano lambito dalle pendici meridionali del Sahara. Lì i Boko Haram, i talebani neri, si sono trasformati da minuscola, fanatica setta in milizia organizzata capace di sfidare l&#8217;esercito e mettere a ferro e fuoco, com&#8217;è successo sabato, una città simbolo del nord musulmano. Prima della colonizzazione Kano era il cuore di un califfato islamico collegato al Nordafrica e ai paesi arabi. Strappare Kano al governo, massacrare e mettere in fuga i cristiani rientra nel disegno di chi punta ad un&#8217;egemonia islamica estesa dal Sahel alle coste occidentali della Nigeria e a quelle orientali della Somalia. L&#8217;oscuro demiurgo di questa strategia si nasconde dietro la sigla confusa e indistinta di Al Qaida Maghreb. Quella sigla, nata in Algeria dalle ceneri dei gruppi islamici protagonisti della guerra civile degli anni &#8217;90, rappresenta una multiforme galassia capace di unire le milizie tuareg, i guerriglieri fuoriusciti del Polisario, i trafficanti di armi del Sahel, le bande di contrabbandieri di droga e mercanti di uomini del Sahara. Penetrando e dirigendo questi diversi settori dell&#8217;illegalità il terrorismo islamista ha tessuto un&#8217;invisibile ragnatela su cui trasferire idee, armi e finanziamenti fino al terminale nigeriano dei Boko Haram. A garantire collegamenti e legami non è solo l&#8217;humus islamico del nord della Nigeria, ma anche l&#8217;immenso bacino del Sahara. Tra le sue sabbie armi e fanatismo si muovono incontrollati solcando le zone franche delle piste carovaniere che scendono fino alla Nigeria. Non a caso l&#8217;epopea crudele e sanguinaria dei Boko Haram inizia a Maiduguri, la capitale dello stato del Borno vivaio dell&#8217;Islam radical. Lì nel 2002 Mohammed Yusuf, un predicatore 32enne, insegna ai propri fedeli a rinnegare tutti gli insegnamenti occidentali non contemplati nel Corano di Maometto.</p>
<p style="text-align: justify;">Credere nella terra rotonda o confidare nell&#8217;evoluzionismo equivale ad abbracciare l&#8217;eresia e a meritarsi la condanna a morte. Non a caso i seguaci di Yusuf attaccano non solo gli infedeli, ma anche le mosche moderate e i simboli dell&#8217;amministrazione statale. La trasformazione da setta in movimento armato arriva dopo la cattura, nel luglio 2009, del predicatore Yusuf. Dopo la controversa uccisione in carcere del giovane leader la fazione più fanatica del movimento si lega alle cellule di «Al Qaida nel Maghreb» del Mali e del Niger e stringe contatti con gli sheebab della Somalia. Da quel momento nasce l&#8217;alleanza jihadista che minaccia di conquistare mezza Africa e di dilaniare uno stato di 170 milioni di abitanti, cuore pulsante della produzione petrolifera.</p>
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		<title>Bosnia-Erzegovina: cresce il fondamentalismo islamico</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 07:32:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A lanciare l&#8217;allarme è l&#8217;arcivescovo di Sarajevo, Vinko Puljic<br />
Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie il 21 gennaio 2012<br />
Le autorità della Bosnia-Erzegovina non stanno affrontando l’ascesa del radicalismo islamico.<br />
L’allarme arriva dal più importante vescovo cattolico del Paese. Lo scrivono John Newton e Eva-Maria Kolmann sul sito ACN News (19 gennaio), dell’associazione Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS).<br />
Il cardinale arcivescovo di Sarajevo, Vinko Puljic, 66 anni, ha chiamato l’attenzione sulla crescita dell’estremismo nel Paese dei Balcani durante ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">A lanciare l&#8217;allarme è l&#8217;arcivescovo di Sarajevo, Vinko Puljic<br />
Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie il 21 gennaio 2012</p>
<p style="text-align: justify;">Le autorità della Bosnia-Erzegovina non stanno affrontando l’ascesa del radicalismo islamico.</p>
<p style="text-align: justify;">L’allarme arriva dal più importante vescovo cattolico del Paese. Lo scrivono John Newton e Eva-Maria Kolmann sul sito ACN News (19 gennaio), dell’associazione Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS).</p>
<p style="text-align: justify;">Il cardinale arcivescovo di Sarajevo, Vinko Puljic, 66 anni, ha chiamato l’attenzione sulla crescita dell’estremismo nel Paese dei Balcani durante una visita al quartier generale della nota organizzazione caritatevole cattolica, con sede a Königstein, in Germania.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo il porporato, la crescente islamizzazione della Bosnia-Erzegovina viene finanziata dai radicali in Medio Oriente. “Centri islamici e moschee sono state costruite in molti luoghi con i petrodollari dall’Arabia Saudita”, ha detto Puljic.</p>
<p style="text-align: justify;">Durante l’intervista a Königstein, il porporato ha sottolineato la diffusione del wahhabismo, un movimento di riforma islamica, che è la religione ufficiale dell’Arabia Saudita. Il wahhabismo è stato collegato, da molti commentatori, a movimenti terroristici come Al Qaeda.</p>
<p style="text-align: justify;">L’arcivescovo di Sarajevo ha dichiarato che in Bosnia-Erzegovina ci sono già da 3.000 a 5.000 wahhabiti e che il gruppo sta cercando di aumentare la sua influenza nella società. “Nessuno nel governo ha il coraggio di fare qualcosa per impedire questo sviluppo”, ha dichiarato il cardinale Puljic.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo il rapporto di ACS Persecuted and Forgotten? sull’oppressione dei cristiani, più di 100mila giovani musulmani bosniaci sono venuti in contatto con l’islam wahhabita, attraverso organizzazioni come Active Islamic Youth, Furqan e il Muslim Youth Council. “Negli ultimi anni – ha proseguito Puljic &#8211; nella sola Sarajevo sono state costruite almeno 70 nuove moschee”.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo i rapporti, l’Arabia Saudita ha finanziato a Sarajevo la ricostruzione della moschea Husrev Begova, eliminando anche i mosaici interni, come richiede l’estetica wahhabita.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’altra nuova moschea, la “Re Fahd”, che è il più grande luogo di culto islamico di tutta la Bosnia-Erzegovina, è stata descritta in un rapporto come una “calamita” per fondamentalisti musulmani.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre le moschee sono state costruite o restaurate, il cardinale Puljic ha fatto notare che servono anni per ottenere un permesso per costruire chiese, aggiungendo che i beni della Chiesa confiscati durante il comunismo non sono ancora stati restituiti.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo Puljic, il governo “non ha alcun interesse a restituire alla Chiesa Cattolica la sua proprietà”, mentre, nella maggior parte dei casi, la proprietà musulmana è stata restituita.</p>
<p style="text-align: justify;">L’arcivescovo di Sarajevo ha aggiunto che “i cattolici sono sistematicamente svantaggiati” e ha chiesto parità di trattamento per i cattolici nel lavoro, nell’istruzione e negli altri settori della vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante questi problemi, il cardinale ha affermato che la Chiesa cattolica sta cercando maggiore cooperazione tra i diversi gruppi etnici e religiosi. “Noi siamo una minoranza, ma siamo una forza costruttiva che vuole contribuire al successo della società”, ha detto.</p>
<p style="text-align: justify;">Suor Ivanka Mihaljevic, superiore provinciale delle Suore Francescane di Cristo Re in Bosnia, ha dichiarato che la comunità ha lanciato un programma triennale chiamato Vi porgo la mia mano per una coesistenza pacifica.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’ambito del programma, cattolici, musulmani e serbo-ortodossi lavorano insieme per promuovere la tolleranza, la non violenza e il rispetto reciproco. “Questi sono piccoli passi di pace e buona volontà, ma vogliamo infondere coraggio nella gente”, ha detto la religiosa ad ACN News.</p>
<p style="text-align: justify;">I musulmani costituiscono circa il 40% della popolazione del Paese, i serbo-ortodossi il 31% e i cattolici il 10%. Dei circa 820.000 cattolici che vivevano in Bosnia-Erzegovina prima della guerra (1992-1995), ne sono rimasti solo 460.000 e l’emigrazione continua.</p>
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		<title>Bhatti (Pakistan): la Corte suprema si prepara a far fuori i cristiani</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 07:19:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Libertà religiosa]]></category>

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		<description><![CDATA[intervista a Paul Jacob Bhatti<br />
di Pietro Vernizzi<br />
Tratto da Il Sussidiario.net<br />
“Lo scontro frontale tra la Corte suprema e il presidente del Pakistan, Asif Ali Zardari, spiana la strada a una vittoria degli islamisti della Lega Musulmana, lo stesso partito che quando era al governo tentò di introdurre la sharia nel Paese”. E’ il commento di Paul Jacob Bhatti, fratello del ministro cristiano Shahbaz Bhatti ucciso il 2 marzo scorso da un commando di terroristi, sulla grave situazione di ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">intervista a Paul Jacob Bhatti<br />
di Pietro Vernizzi</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da Il Sussidiario.net</p>
<p style="text-align: justify;">“Lo scontro frontale tra la Corte suprema e il presidente del Pakistan, Asif Ali Zardari, spiana la strada a una vittoria degli islamisti della Lega Musulmana, lo stesso partito che quando era al governo tentò di introdurre la sharia nel Paese”. E’ il commento di Paul Jacob Bhatti, fratello del ministro cristiano Shahbaz Bhatti ucciso il 2 marzo scorso da un commando di terroristi, sulla grave situazione di tensione che sta vivendo il Pakistan in queste ore. Paul Jacob Bhatti, successore del fratello come presidente del partito Alleanza delle Minoranze, ci spiega da Islamabad il perché di questa drammatica svolta e la posta in gioco per i cristiani, che rappresentano una minoranza perseguitata nel Paese. Secondo un rapporto dell’Asian Human Rights Commission, nel 2011 sono state 1.800 le ragazze pakistane costrette a convertirsi all’Islam con il rapimento e lo stupro. Ora la situazione dei cristiani rischia di peggiorare ulteriormente. Zardari rappresenta infatti lo schieramento laico e liberale, aperto a un ruolo pubblico dei cristiani che la Lega Musulmana all’opposizione minaccia invece di voler schiacciare.</p>
<p style="text-align: justify;">Bhatti, com’è la situazione in Pakistan e che cosa si aspetta per il suo futuro?<br />
La situazione è abbastanza tesa e complicata per lo scontro tra il governo e la Corte suprema. L’unico sbocco possibile sono le elezioni parlamentari anticipate, che si terranno entro qualche settimana o al massimo pochi mesi. Gli screzi tra potere politico e giudiziario erano iniziati nel 2007 quando il magistrato della Corte suprema, Iftikhar Chaudhry, era stato sospeso dalle sue funzioni dall’allora presidente Pervez Musharraf. In seguito alle manifestazioni di piazza in suo favore, nel 2009 il magistrato è stato reintegrato nelle sue funzioni. Lo stesso conflitto si è ripetuto ora tra Chaudhry e l’attuale presidente Zardari, raggiungendo negli ultimi giorni un punto di non ritorno.</p>
<p style="text-align: justify;">In che senso?<br />
Purtroppo ritengo che ora il presidente Zardari e il primo ministro, Yousuf Raza Gilani, saranno costretti a rispondere delle accuse di fronte alla Corte suprema. L’obiettivo dei giudici è che Gilani riapra delle inchieste già archiviate, e il governo accetterà di farlo nonostante il Parlamento si sia già pronunciato affermando che l’esecutivo non è obbligato a cedere alle pressioni della magistratura. Il presidente Zardari è accusato di corruzione e di altri reati (per i quali ha già scontato 11 anni di carcere prima di ottenere l’amnistia nel 2007, Ndr). Secondo la legge però gode dell’immunità fino allo scadere del suo mandato. Ad aggravare la situazione, il fatto che la Corte suprema è appoggiata dai partiti d’opposizione e dai vari poteri forti presenti nel Paese. Mentre il Partito Popolare Pakistano di Zardari non gode della maggioranza assoluta in Parlamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Esiste il rischio di un colpo di Stato militare come conseguenza della crisi di governo?<br />
No, questo sono in grado di escluderlo al 100 per cento. Ma non posso che valutare negativamente il fatto che la Corte suprema stia costringendo l’attuale esecutivo a dimettersi. Il mio auspicio è che le elezioni anticipate servano quantomeno a uscire da questa situazione di incertezza e di instabilità politica. Il problema però è che non sappiamo quale sarà l’esito delle prossime votazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Che cosa ne pensa del modo in cui il governo Gilani finora ha difeso i cristiani?<br />
Sono soddisfatto, perché la concezione del Partito Popolare Pakistano, che sostiene il governo, è molto vicina alle minoranze presenti nel Paese. Al contrario dell’opposizione che è costituita essenzialmente da partiti islamisti, agli antipodi rispetto a un’idea laica e liberale dello Stato. Tra questi c’è la Lega Musulmana Pakistana (PMLN), che rivendica un’applicazione dei dettami del Corano nella vita politica nazionale e il fatto che i diritti dei musulmani vengano prima di quelli dei cristiani.</p>
<p style="text-align: justify;">In caso di elezioni anticipate, con chi si schiererà il suo partito?<br />
Con quello del premier Gilani. Dovendo scegliere tra i vari schieramenti presenti in Pakistan, l’attuale partito di governo è quello più vicino alla visione della politica sostenuta dai cristiani. Ci riconosciamo nel programma di Gilani, anche se non sempre è riuscito a difenderci come aveva promesso in quanto anche lui ha le mani legate. Ultimamente i risultati pratici sono stati insufficienti, e il motivo è che la vita nel Paese è influenzata da fattori come il terrorismo, il fanatismo religioso e la guerra nel vicino Afghanistan. L’estremismo religioso inoltre sta danneggiando gravemente la nostra economia, in quanto fa sì che gli investitori stranieri si allontanino dal Pakistan alimentando un circolo vizioso basato su povertà, analfabetismo e disoccupazione. E lo stesso governo non ha i mezzi per reagire a tutti questi problemi.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è il rischio che alle prossime elezioni vinca la Lega Musulmana?<br />
Sì. E spero che se ciò avverrà, il nuovo governo non decida di usare il suo potere per sopprimere le minoranze come i cristiani. Negli anni ’90, quando il PMLN era al governo, propose l’introduzione della sharia nel Paese. Per fortuna questo disegno di legge non fu approvato, ma avendolo già fatto una volta è altamente probabile che decidano di ripresentarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">I partiti laici riusciranno a frenare l’avanzata degli islamisti?<br />
I sondaggi in questo momento affermano che a essere in testa è un nuovo schieramento, il Movimento per la Giustizia fondato da Imran Khan, un ex campione di cricket. Il suo partito si batte soprattutto per l’uguaglianza sociale e per un futuro migliore per i giovani, e la crisi economica ha fatto crescere i suoi consensi nel Paese.</p>
<p style="text-align: justify;">A marzo intanto sono previste le elezioni per il Senato. Che cosa accadrà?<br />
Sarà una data storica. Per la prima volta oltre ai 100 seggi normali, ce ne saranno quattro riservati alle minoranze religiose. E questo grazie al 18esimo emendamento alla Costituzione, che è stato introdotto nel 2010 su proposta di mio fratello Shahbaz. Spero quindi che tutti i cristiani vadano a votare: posso garantire che le elezioni avverranno in modo trasparente.</p>
<p style="text-align: justify;">Un rapporto ha denunciato che 1. 800 ragazze sono state costrette a convertirsi all’Islam. Li ritiene dati attendibili?<br />
Il 70% di questi dati sono veritieri. Mentre in tre casi su dieci, avviene che delle donne cristiane si innamorino di un musulmano, e sappiamo tutti come vanno a finire queste storie. La legge in Pakistan prescrive che in caso di matrimonio misto, il partner cristiano si debba convertire all’Islam. E così, anche se la vicenda è iniziata con un innamoramento spontaneo, alla fine la ragazza cristiana è obbligata a diventare musulmana.</p>
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		<title>Pakistan: peggiora la situazione delle scuole cattoliche nel Punjab</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 08:58:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Punjab è la provincia con la più alta concentrazione di istituti cattolici<br />
ROMA, domenica, 15 gennaio 2012 (ZENIT.org) – Non c&#8217;è alcun miglioramento nelle relazioni tra l&#8217;insegnamento privato e l&#8217;amministrazione del Punjab, la provincia del Pakistan con la più alta concentrazione di scuole cattoliche del Paese a stragrande maggioranza musulmano. Lo rivela l&#8217;agenzia delle Missioni Estere di Parigi, Eglises d&#8217;Asie (12 gennaio).<br />
“Non riusciamo a cavarcela e dobbiamo continuamente chiedere aiuto al governo, da quando le scuole ci sono state restituite, ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Il Punjab è la provincia con la più alta concentrazione di istituti cattolici</strong></p>
<p style="text-align: justify;">ROMA, domenica, 15 gennaio 2012 (ZENIT.org) – Non c&#8217;è alcun miglioramento nelle relazioni tra l&#8217;insegnamento privato e l&#8217;amministrazione del Punjab, la provincia del Pakistan con la più alta concentrazione di scuole cattoliche del Paese a stragrande maggioranza musulmano. Lo rivela l&#8217;agenzia delle Missioni Estere di Parigi, <em>Eglises d&#8217;Asie </em>(12 gennaio).</p>
<p style="text-align: justify;">“Non riusciamo a cavarcela e dobbiamo continuamente chiedere aiuto al governo, da quando le scuole ci sono state restituite, specialmente gli istituti di insegnamento tecnico”, dice padre Paul Joseph Leonard, che si dedica da una vita all&#8217;educazione cattolica in Pakistan e ha svolto un ruolo essenziale nella restituzione delle scuole confiscate dallo Stato.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono anni ormai che le scuole sono state restituite alla Chiesa ma ciononostante – così rivela <em>Eglises d&#8217;Asie</em> &#8211; gli effetti della nazionalizzazione continuano a pesare negativamente sulla qualità dell&#8217;insegnamento. Ancora più preoccupante è il fatto che gli istituti privati, già costretti a sostenere delle spese considerevoli, devono oggi far fronte alle incessanti procedure e seccature burocratiche da parte del governo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1972, l&#8217;allora primo ministro Zulfiqar Ali Bhutto ordinò la nazionalizzazione di tutte le scuole e collegi gestiti dalla Chiesa nel Sindh e nel Punjab (l&#8217;ultima provincia accoglie circa l&#8217;80% della popolazione cristiana del Paese nonché la maggior parte degli istituti privati). A partire dagli anni &#8217;90, le scuole sono state gradualmente restituite, dopo lunghe e costose trattative, senza alcun compenso economico governativo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 2011, dopo ripetute richieste dei responsabili cristiani al governo del Punjab di compiere la sua promessa e di restituire le scuole, l&#8217;amministrazione locale si è impegnata a completare il processo di denazionalizzazione (37 istituti cattolici e 19 protestanti) ma in cambio del pagamento di cauzioni elevate. Nel 2004, i vescovi cattolici e protestanti del Punjab sono stati costretti a fare nuovi passi, questa volta presso il primo ministro pakistano Shaukat Aziz. Infatti, a dispetto dei versamenti cauzionali già versati, molti istituti cristiani erano ancora nelle mani delle autorità provinciali.</p>
<p style="text-align: justify;">All&#8217;inizio di questo nuovo anno, la Chiesa non ha potuto ancora recuperare alcune delle sue scuole, come a Lahore, dove il segretario esecutivo dell&#8217;Ufficio dell&#8217;Educazione Cattolica, Shanti Maxwell, lamenta il degrado di un istituto considerato prestigioso prima prima di essere nazionalizzato. “Oggi, l&#8217;intero edificio sta cadendo a pezzi. Cerchiamo di recuperare la struttura, ma il governo sostiene che non abbiamo i documenti necessari. I terreni adiacenti, non mantenuti, sono ugualmente in uno stato disastroso”.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo <em>Eglises d&#8217;Asie</em>, il panorama non cambia nella diocesi di Islamabad-Rawalpindi. “La qualità dell&#8217;educazione ha molto sofferto durante la nazionalizzazione e oggi in queste scuole che sono state abbandonate a se stesse, c&#8217;è anche poco coinvolgimento da parte sia dei docenti che degli studenti”, dice William John, segretario esecutivo.</p>
<p style="text-align: justify;">In fine, le scuole cattoliche restituite soffrono la mancanza di fondi governativi, creando timori di dover chiudere i battenti. Nel 2009, molte scuole hanno avuto grandi difficoltà per conformarsi alle nuove norme rilasciate dalle autorità del Punjab. A causa del deterioramento della sicurezza nel Paese, tutte le scuole &#8211; pubbliche e private &#8211; dovevano essere circondate da filo spinato, un muro alto due metri con le telecamere di sorveglianza, con guardie armate all&#8217;ingresso, detettori di metallo e scanner. Mentre la provincia ha pagato per le scuole pubbliche, quelle private non hanno beneficiato di alcun finanziamento, pur essendo costrette a rispettare le nuove linee guida, pena la chiusura.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre ai problemi finanziari, le scuole cristiane del Punjab devono affrontare delle discriminazioni a causa della progressiva islamizzazione. Nel 2005, il ministro dell&#8217;Educazione del Punjab, Imran Masood, aveva tuttavia detto ai responsabili dell&#8217;educazione cattolica di Lahore: “Noi non vi consideriamo degli stranieri. Le vostre scuole sono le nostre scuole (&#8230;) e noi crediamo che le minoranze debbano partecipare a pieno titolo alla formazione della nostra Nazione (&#8230;). Per favore, aprite scuole superiori ed università. Noi vi daremo molto volentieri tutti i permessi necessari e vi restituiremo tutte le scuole che ancora non lo sono ancora state”. Ma nel 2006, nonostante le sue promesse, il governo ha reso obbligatorio per gli istituti secondari del Paese “l&#8217;insegnamento dell&#8217;islam e dell&#8217;arabo (l&#8217;<em>islamiyat</em>) come materia principale, e della morale per i non musulmani”. Una misura rapidamente denunciata dalle minoranze come altamente discriminatoria.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 2009, una nuova riforma che mirava ad integrare le madrasa o scuole coraniche ha concluso il processo di islamizzazione del sistema educativo, rendendo obbligatoria l&#8217;istruzione dell&#8217;<em>islamiyat</em> a tutti i livelli scolastici di tutte le scuole. Da allora, la Chiesa cattolica, le organizzazioni in difesa dei diritti umani ed osservatori internazionali non hanno smesso di denunciare l&#8217;incostituzionalità di questi programmi e l&#8217;“intolleranza religiosa” promossa nei libri di testo.</p>
<p style="text-align: justify;">A queste discriminazioni si sono aggiunti dei sequestri fuori luogo da parte della Provincia del Punjab di immobili e strutture gestite dalla Chiesa. Martedì scorso, il governo ha fatto radere al suolo un complesso gestito congiuntamente dalla Chiesa cattolica e da <em>Caritas Pakistan</em> a Lahore (cfr. <a href="http://www.zenit.org/article-29230?l=italian">ZENIT</a>, 12 gennaio).</p>
<p style="text-align: justify;">Mercoledì 11 gennaio, migliaia di cristiani hanno protestato a Lahore, bloccando le strade che conducono al complesso, per denunciare le “manovre criminali” da parte delle autorità e le “violazioni dei diritti delle minoranze religiose”.</p>
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		<title>Pakistan: a Lahore il governo abbatte un istituto cattolico ed espropria i terreni</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 09:18:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Diritti umani]]></category>
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		<description><![CDATA[da RadioVaticana<br />
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Ira e sconcerto fra i cattolici del Punjab, per la decisione presa ieri dal governo locale di abbattere un edificio di proprietà della Chiesa – i documenti lo confermano – e sequestrare il terreno circostante. Durante la demolizione della struttura sono andate distrutte anche diverse copie della Bibbia e alcuni oggetti e immagini sacre. Questa mattina la comunità dei fedeli ha indetto una manifestazione di protesta, che si svolgerà nei pressi dell’area sequestrata; intanto i funzionari ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><strong>da RadioVaticana</strong></em><br />
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<img src="http://www.radiovaticana.org/img_common/x.gif" alt="" width="470" height="3" border="0" /><br />
<img src="http://media01.vatiradio.va/imm/1_0_553561.JPG" alt="" align="left" hspace="5" />Ira e sconcerto fra i cattolici del Punjab, per la decisione presa ieri dal governo locale di abbattere un edificio di proprietà della Chiesa – i documenti lo confermano – e sequestrare il terreno circostante. Durante la demolizione della struttura sono andate distrutte anche diverse copie della Bibbia e alcuni oggetti e immagini sacre. Questa mattina la comunità dei fedeli ha indetto una manifestazione di protesta, che si svolgerà nei pressi dell’area sequestrata; intanto i funzionari governativi hanno stanziato un reparto delle forze di polizia, per bloccare qualsiasi azione di rivendicazione da parte dei cristiani. Il centro di accoglienza “Gosha-e-Aman”, situato in Allama Iqbal Road, nel quartiere di Garhi Shahu, gestito da Caritas Pakistan e dalla Lahore Charitable Association, è stato demolito nella prima mattinata di ieri per ordine del governo provinciale. L’istituto, fondato nel 1887, è circondato da due acri di terreno, per un valore complessivo di miliardi di rupie. Al suo interno vi erano una casa di accoglienza per anziani, una scuola per ragazze, un convento e una cappella per la preghiera. La controversia relativa al possesso dell’edificio e dell’area circostante era da tempo al centro di una vertenza legale, tuttora pendente presso l’Alta corte di Lahore, sebbene la Chiesa posseggga tutta la documentazione. Pare che a innescare la vicenda sia stata una donna che in passato ha cercato ospitalità presso il centro. Dopo qualche tempo, essa si è convertita all’islam e ha rivendicato il diritto di proprietà sulle due stanze da lei occupate. Il caso sarebbe quindi servito al governo per requisire l’intera zona e abbattere l’istituto cattolico. Sotto la supervisione del più alto funzionario distrettuale e con la copertura fornita dagli agenti di polizia, grossi macchinari hanno provveduto a demolire le proprietà dei cattolici; l’operazione è stata preceduta dalla sgombero forzato di un paio di famiglie, che risiedevano da tempo nella struttura ormai distrutta. Per i vertici della polizia e i funzionari presenti sulla scena, ora la proprietà è passata “nelle mani del governo del Punjab”. Nel pomeriggio di ieri padre Emmanuel Yousaf ha tenuto una conferenza stampa, in rappresentanza dei vertici della Chiesa cattolica di Lahore. Egli ha condannato con forza il gesto e intimato all’esecutivo di “restituire l’area ai legittimi proprietari”, come dimostrato anche dai vari documenti, provvedendo inoltre a fornire un adeguato risarcimento per il danno inferto. Il sacerdote ha ricordato le violenze contro le comunità cristiane a Gojra e Shantinagar: anche gesti come la demolizione di un edificio e l’esproprio forzato, ha spiegato p. Emmanuel, seminano dolore e sconforto tra i fedeli, oltre che essere un chiaro segnale del mancato rispetto della libertà religiosa e dei diritti dei cristiani in Pakistan. (R.P.)</p>
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		<title>Boko Haram torna all&#8217;attacco</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 15:01:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa sofferente]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura e Società]]></category>
		<category><![CDATA[Cristianofobia]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
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		<description><![CDATA[di Anna Bono<br />
Tratto da La Bussola Quotidiana<br />
Scaduto l’ultimatum lanciato il 2 gennaio ai cristiani della Nigeria &#8211; tre giorni per lasciare gli Stati settentrionali a maggioranza islamica &#8211; i terroristi islamici Boko Haram hanno messo a segno una nuova serie di attentati, dopo quelli che hanno funestato il Natale.<br />
Il 5 gennaio un commando ha assaltato una caserma della polizia nello Stato settentrionale di Jigawa provocando la morte di una giovane donna. Nello stesso giorno sono stati compiuti ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Anna Bono</strong><br />
Tratto da La Bussola Quotidiana</p>
<p style="text-align: justify;">Scaduto l’ultimatum lanciato il 2 gennaio ai cristiani della Nigeria &#8211; tre giorni per lasciare gli Stati settentrionali a maggioranza islamica &#8211; i terroristi islamici Boko Haram hanno messo a segno una nuova serie di attentati, dopo quelli che hanno funestato il Natale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 5 gennaio un commando ha assaltato una caserma della polizia nello Stato settentrionale di Jigawa provocando la morte di una giovane donna. Nello stesso giorno sono stati compiuti tre attentati, per fortuna senza vittime, in due città del nord est: Damaturi e Maiduguri, quest’ultima una roccaforte di Boko Haram. Poche ore dopo la scadenza dell’ultimatum, un altro attacco, sferrato contro una chiesa a Gombe, nel nord est del paese, ha invece causato sei morti e 10 feriti. Sempre il 5 gennaio, cinque cristiani di etnia Igbo &#8211; la tribù predominante nel sudest del Paese &#8211; sono stati uccisi nel corso di un assalto a un albergo nella città di Mubi, nello Stato nordorientale di Adamawa. Il giorno successivo degli uomini armati hanno fatto irruzione nella casa in cui si stava svolgendo la veglia funebre per una delle vittime e hanno ucciso altre 17 persone. Infine, l’8 sono stati massacrati otto cristiani mentre partecipavano a una funzione religiosa in una chiesa di Yola, capitale dello stato di Adamawa, e altri tre sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco mentre giocavano a pocker a Biu, una città dello stato nordorientale di Borno.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcune autorevoli voci nel mondo cristiano tentano di sdrammatizzare pur senza negare la gravità della situazione. Monsignor Ignatius Ayau Kaigama, arcivescovo di Jos, la capitale dello Stato centrale di Plateau, conferma lo stato di paura che ormai nella sua città impedisce ai fedeli cristiani di condurre una vita normale e di svolgere le consuete devozioni «sia di giorno che di notte», ma ritiene che Boko Haram non trovi consenso tra la popolazione: «il dialogo continua &#8211; ha dichiarato durante un’intervista rilasciata a Radio Vaticana &#8211; i musulmani normali non vogliono ciò che sta accadendo». Il vescovo della capitale federale Abuja, monsignor John Olurunfemi Onaiyekan, si spinge oltre nel ridimensionare le minacce ai cristiani nigeriani: «musulmani e cristiani convivono perfettamente &#8211; ha assicurato il 5 gennaio alla Fondazione Aiuto alla Chiesa che soffre &#8211; la Nigeria viene presentata come un teatro di scontro aperto tra musulmani e cristiani, ma non è assolutamente vero».</p>
<p style="text-align: justify;">Si fa però fatica a credere alle sue parole. Sicuramente Boko Haram non gode del sostegno di tutta la popolazione islamica, ma in Nigeria le violenze religiose sono una realtà, a prescindere da Boko Haram. Ogni anno le vittime dei frequenti scontri tra comunità di cristiani e di islamici sono centinaia, talvolta migliaia, e nel nord a maggioranza islamica 12 stati, dal 2000, hanno adottato la legge coranica, violando la costituzione federale.</p>
<p style="text-align: justify;">Boko Haram vuole scatenare una guerra civile in tutto il Paese», sostiene il reverendo Ayo Oritsehjafor, presidente dell’Associazione cristiana della Nigeria, che usa il termine «pulizia religiosa», paragonando la situazione attuale a quella che negli anni 60 portò alla sanguinosa guerra civile innescata dal tentativo di secessione del Biafra. È stato lui a dire che se il governo continuerà a mostrarsi incapace di proteggere i cristiani e se gli attacchi continueranno ai cristiani non resterà altra scelta che «rispondere in modo appropriato».</p>
<p style="text-align: justify;">Su tutto però sono le dichiarazioni del presidente nigeriano Goodluck Jonathan a raggelare: «Ci dobbiamo confrontare con una situazione persino peggiore della guerra civile che abbiamo combattuto», ha detto il capo dello Stato federale l’8 gennaio presenziando a una funzione religiosa in una chiesa della capitale Abuja e riferendosi anche lui al conflitto che tra il 1967 e il 1970 ha ucciso più di un milione di persone. Jonathan ha poi spiegato che, pur lungi dall’aver causato un numero altrettanto elevato di vittime, a spaventare è la imprevedibilità e la diffusione della minaccia che Boko Haram rappresenta. I suoi membri e i suoi sostenitori, secondo il presidente Jonathan, sono dappertutto, in tutta la società, insospettati e pronti ad agire, e il movimento può contare su simpatizzanti all’interno del governo, dei servizi segreti, delle forze dell’ordine e della classe politica il che tra l’altro spiega in parte come mai il governo non riesca a difendere i cristiani residenti al nord.</p>
<p style="text-align: justify;">A peggiorare il quadro contribuisce lo stato di tensione derivante dalla sospensione dei sussidi statali ai prodotti petroliferi a partire dal 1° gennaio. L’iniziativa dovrebbe consentire di investire miliardi di dollari ogni anno in programmi di sviluppo e, al tempo stesso, mettere fine alle speculazioni e alla corruzione che i sussidi statali hanno alimentato per decenni. Ma per la popolazione nigeriana, nell’immediato, vuol dire far fronte a rincari inaccettabili. Le organizzazioni sindacali hanno indetto per la giornata del 9 gennaio un primo sciopero generale e manifestazioni di protesta sono già state organizzate in diverse città.</p>
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