Ratzinger drag queen? Denunciato GayStatale

Ratzinger drag queen? Denunciato GayStatale

di Gianfranco Amato da www.lanuovabq.it

GayStatale

Ci sono limiti alla decenza che quando vengono superati impongono una reazione per amore della dignità personale e della verità. Soprattutto quando l’indecenza travalica i limiti del codice penale.

Per queste ragioni i Giuristi per la Vita hanno deciso di sporgere denuncia alla Procura della Repubblica di Milano contro il vergognoso atto di vilipendio nei confronti di Benedetto XVI perpetrato dall’organizzazione studentesca Collettivo GayStatale dell’Università degli Studi di Milano.

Mediante organi di stampa nazionali e diversi siti internet, a partire da metà novembre 2013, è stata pubblicizzata la rassegna “Gay Statale Cineforum-omosessualità & religione”, promossa dallo stesso Collettivo GayStatale, la cui locandina nella quale venivano pubblicizzati gli eventi fissati per il mese di novembre del 2013 (proiezioni di film di contenuto fortemente anticattolico) effigiava il Papa Emerito Joseph Ratzinger, Benedetto XVI, truccato in versione “drag queen”, sfruttando la sua oltraggiosa immagine caricaturale per promuovere eventi anti-cattolici.

La macchietta del Papa “esibizionista-omosessuale” vista in sinergia e contestualità grafica con il titolo della locandina «omosessualità & religione», ha dimostrato come l’offesa al Papa fosse stata utilizzata precipuamente come un mezzo per offendere i cattolici, nonché i princìpi e i valori cristiani.

Il disprezzo, il vilipendio ed il dileggio operati nei confronti di un Pontefice e, con esso, nei confronti degli stessi cattolici, ha peraltro originato vibrate proteste da parte dei fedeli, riportate in alcuni quotidiani nazionali, ed un commento dell’agenzia SIR, legata alla Conferenza Episcopale Italiana.

Ancor più grave risulta il fatto che l’evento sia stato persino finanziato dalla Università statale di Milano con un contributo di 4.000,00 Euro, come si evince dal verbale del Consiglio di Amministrazione dell’Ateneo tenutosi il 26 settembre 2012.

L’inqualificabile ridicolizzazione del Pontefice, raffigurato come una macchietta omosessuale e truccato come un fenomeno da baraccone, ha indotto il 19 novembre 2013 la Commissione dell’Università degli Studi di Milano incaricata di selezionare e ammettere al finanziamento i progetti di attività culturali presentati dalle associazione studentesche, a decidere, con voto unanime, lo stralcio dal finanziamento erogato al Collettivo Gay Statale per l’anno accademico in corso, della parte destinata a coprire le spese sostenute per la realizzazione della locandina dedicata al “Gay Statale Cineforum-omosessualità & religione”.

Con una nota pubblicata in data 20 novembre 2013, i responsabili dello stesso Collettivo GayStatale, ha riconosciuto pubblicamente di aver commesso una grave offesa al sentimento religioso, dichiarando di «assumersi l’intera responsabilità» dell’increscioso accaduto.

I Giuristi per la Vita hanno, quindi, deciso di sporgere denuncia alla competente Autorità Giudiziaria per il reato di offese ad una confessione religiosa mediante vilipendio di persone, previsto e punito dall’art.403 del Codice Penale.

Gli studenti del Collettivo GayStatale impareranno, così, che per diventare adulti non basta dichiarare di «assumersi l’intera responsabilità» dei propri atti. Occorre anche pagarne concretamente le conseguenze.

Lefebvriani e Santa Sede: fine del dialogo

Lefebvriani e Santa Sede: fine del dialogo

di Matteo Matzuzzi da www.lanuovabq.it

Negoziato

Arriva da Kansas City, Stati Uniti, quella che con ogni probabilità sarà la conclusione negativa della lunga trattativa per riportare la Fraternità San Pio X (i lefebvriani) in piena comunione con Roma. È lì che, intervenendo nel corso di un’assemblea che si è tenuta nello scorso fine settimana, il superiore Bernard Fellay ha chiuso lo spiraglio del negoziato: «Abbiamo davanti a noi un vero modernista», ha detto riferendosi a Papa Francesco. È Bergoglio, infatti, l’oggetto della riflessione del successore di monsignor Marcel Lefebvre. Con lui, il gesuita “preso quasi alla fine del mondo”, non ci potrà essere dialogo. E i motivi sono tanti, troppi anche per i più ottimisti e fiduciosi sul fatto che il cammino intrapreso da Benedetto XVI possa concludersi con successo. «La situazione della Chiesa è un vero e proprio disastro, e questo Papa la sta rendendo diecimila volte peggio», ha tuonato Fellay. Rispetto a Ratzinger, il cambiamento è netto: «All’inizio del pontificato di Benedetto XVI avevo detto che la crisi della Chiesa sarebbe continuata, ma che il Papa stava cercando di metterci un freno. Francesco – dice il superiore della Fraternità lefebvriana, ha tagliato le corde del paracadute che il teologo bavarese aveva applicato alla Chiesa». Il futuro non può che essere nero, per Fellay: «Stiamo vivendo tempi spaventosi, se l’attuale Papa continuerà ad agire nel modo in cui ha iniziato, dividerà la chiesa. Sta esplodendo tutto. A quel punto, la gente dirà che è impossibile che lui sia il Papa, lo rifiuterà». Viene evocato, in modo esplicito, il rischio di uno scisma.

Oltre alle frasi di Francesco sul “Summorum Pontificum” (il motu proprio del 2007 con cui Benedetto XVI regolava la corretta celebrazione della messa tridentina secondo il messale di Giovanni XXIII), che risponderebbe solo all’esigenza di «aiutare alcune persone che hanno questa sensibilità», a finire nel mirino dei lefebvriani sono le frasi del Papa sulla coscienza contenute nell’intervista concessa a Eugenio Scalfari: «La coscienza deve essere sempre formata secondo la legge di Dio, il resto è spazzatura», ha chiarito Fellay, precisando che nelle parole di Jorge Mario Bergoglio si scorge solo “un relativismo assoluto”. È il suo adattamento al mondo a non piacere, l’uso che fa dell’accomodatio ignaziana. «Riflettendo su ciò che accade, ringraziamo Dio che lo scorso anno ci ha preservato da ogni tipo di accordo». Viene fatta risalire al settembre 2012, infatti, la vera interruzione dei contatti con Roma. In quelle settimane arrivava a Econe la lettera preparata dal Vaticano e sottoposta alla firma di Fellay. Un testo in cui Ratzinger poneva come condizione per la riconciliazione il pieno riconoscimento del Concilio Vaticano II. Una clausola irricevibile, per gli eredi di Marcel Lefebvre: «Quel giorno dissi che era impossibile sottoscrivere l’ermeneutica della continuità. Il Concilio non è in continuità con la Tradizione, è una cosa fuori dalla realtà».

Nei mesi scorsi, da più parti si segnalava come la mancata firma da parte della Fraternità scismatica fosse stata un’occasione mancata, probabilmente irripetibile alla luce del cambio della guardia sul Soglio di Pietro. Mai (si diceva) ci sarebbe stato un altro Pontefice così disponibile verso una ricomposizione come lo era stato Benedetto XVI, il quale si era spinto a garantire ampie concessioni alla piccola comunità tradizionalista pur di sanare la ferita, compresa la controversa remissione della scomunica ai quattro vescovi consacrati nel 1988 da Lefebvre senza l’autorizzazione della Santa Sede. Con Francesco, infatti, le distanze sembrarono ampie già dalla sera stessa dell’elezione. Il Papa neoeletto che rifiutava gli orpelli della Tradizione (a partire dalla mozzetta di velluto rosso, la croce pettorale d’oro e le scarpe rosse) e che si definiva semplicemente vescovo di Roma, capo della diocesi che presiede nella carità le altre chiese. Una vocazione all’ecumenismo destinata a diventare cifra saliente del pontificato, si disse allora. Proprio di quell’ecumenismo che secondo Bernard Fellay «tanti disastri ha arrecato alla chiesa».

Un segno di distensione poteva essere letto nella scelta di Bergoglio di nominare monsignor Guido Pozzo segretario della Pontificia commissione “Ecclesia Dei”, l’organismo creato da Giovanni Paolo II nel 1988 volto a favorire il rientro nella Chiesa cattolica dei lefebvriani. Pozzo, d’orientamento conservatore, era già stato segretario di quella commissione dal 2009 al 2012, quando Benedetto XVI lo aveva promosso Elemosiniere. Lo scorso agosto, però, il ritorno alle origini (seppur da arcivescovo titolare di Bagnoregio): dopo solo otto mesi, Francesco cambia l’Elemosiniere e rimanda mons. Pozzo all’Ecclesia Dei. Basta con gli elemosinieri “che firmano pergamene tutto il giorno” – così ha detto Francesco incontrando i familiari di Konrad Krajewski, il successore di Pozzo. Ma dopo un anno in cui tutto è rimasto fermo, la ricomposizione pare improbabile. Lo stesso Guido Pozzo ha sempre ricordato che l’elemento fondamentale per tornare a sedersi attorno a un tavolo è il pieno riconoscimento del Magistero dei papi dal Concilio in poi. Senza quel , ogni accordo è impossibile.

Benedetto XVI scrive a Odifreddi: «La teologia è scienza, l’ateismo è fantascienza»

Benedetto XVI scrive a Odifreddi: «La teologia è scienza, l’ateismo è fantascienza»

di Massimo Introvigne da www.lanuovabq.it

Papa scrive

A ciascuno la sua lettera. Se Eugenio Scalfari ha ricevuto posta da Papa Francesco, il matematico e propagandista dell’ateismo Piergiorgio Odifreddi, dopo avere pubblicato un libro intitolato «Caro Papa ti scrivo», si è visto arrivare una risposta dal Papa Emerito Benedetto XVI. Le undici pagine saranno pubblicate in integro da Mondadori in una nuova edizione del libro di Odifreddi: le leggeremo con interesse, non senza rilevare che il matematico diventerà il primo ateo che farà un po’ di soldi vendendo la lettera di un Papa. Ma intanto Odifreddi ha pubblicato un corposo estratto – non un riassunto, tutte le frasi sono di Papa Ratzinger –  sulla casa madre di tutti gli atei che si rispettino, Repubblica, che di questi tempi ogni tanto assomiglia all’Osservatore Romano.

Al di là del dato curioso, la lettera è una piccola lezione di apologetica. Benedetto XVI ringrazia Odifreddi per avere letto «fin nel dettaglio» i suoi libri su Gesù di Nazaret – non è poco, considerando quanti criticano senza leggere -, comunica al matematico che anche lui, Ratzinger, ha letto il suo testo, e gli confessa che  «il mio giudizio circa il Suo libro nel suo insieme è, però, in se stesso piuttosto contrastante. Ne ho letto alcune parti con godimento e profitto. In altre parti, invece, mi sono meravigliato di una certa aggressività e dell’avventatezza dell’argomentazione». Di questa sorta di recensione critica di Benedetto XVI al libro di Odifreddi, «Repubblica» pubblica quattro parti.

La prima attiene alla teologia, che per Odifreddi non sarebbe scienza ma fantascienza. Dopo un bonario commento ironico su perché mai, se si tratta di mera fantascienza, Odifreddi passa tanto tempo a occuparsene, il Papa emerito sviluppa la sua replica su due piani. Anzitutto, osserva che se pure
«è corretto affermare che “scienza” nel senso più stretto della parola lo è solo la matematica, mentre ho imparato da Lei che anche qui occorrerebbe distinguere ancora tra l’aritmetica e la geometria»,  in senso ampio parliamo di scienza per qualunque disciplina che «applichi un metodo verificabile, escluda l’arbitrio e garantisca la razionalità nelle rispettive diverse modalità». La teologia corrisponde a questi criteri, e dunque è scienza. Inoltre, ha contribuito in modo notevole alla cultura occidentale, e ha mantenuto vivo il dialogo fra fede e ragione. Questo dialogo è essenziale anche per i non credenti: «esistono patologie della religione e – non meno pericolose – patologie della ragione. Entrambe hanno bisogno l’una dell’altra, e tenerle continuamente connesse è un importante compito della teologia».

In secondo luogo, Papa Ratzinger osserva che «la fantascienza esiste, d’altronde, nell’ambito di molte scienze». Esiste «nel senso buono»: Benedetto XVI cita scienziati come Werner Heisenberg (1901-1976) e  Erwin Schrödinger (1887-1961) che hanno proposto «visioni ed anticipazioni», «immaginazioni con cui cerchiamo di avvicinarci alla realtà», una fantascienza che però è stata utile alla scienza. Ma gli scienziati, afferma il Papa emerito, producono talora «fantascienza in grande stile» in senso meno buono, per esempio «all’interno della teoria dell’evoluzione» usata per cercare di fornire un’impossibile prova scientifica dell’ateismo.

Con un po’ di malizia Papa Ratzinger cita le teorie del biologo e divulgatore scientifico Richard Dawkins, infaticabile propagandista dell’ateismo e amico di Odifreddi, come «un esempio classico di fantascienza» spacciata per scienza. Uno dei padri dell’evoluzionismo, Jacques Monod (1910-1976), nota ancora non senza umorismo Benedetto XVI, nel suo fin troppo famoso «Il caso e la necessità», «ha scritto delle frasi che egli stesso avrà inserito nella sua opera sicuramente solo come fantascienza». Papa Ratzinger ne cita una: «La comparsa dei Vertebrati tetrapodi… trae proprio origine dal fatto che un pesce primitivo “scelse” di andare ad esplorare la terra, sulla quale era però incapace di spostarsi se non saltellando in modo maldestro e creando così, come conseguenza di una modificazione di comportamento, la pressione selettiva grazie alla quale si sarebbero sviluppati gli arti robusti dei tetrapodi. Tra i discendenti di questo audace esploratore, di questo Magellano dell’evoluzione, alcuni possono correre a una velocità superiore ai 70 chilometri orari…». Non potendo dimostrare questa storiella, Monod, come tanti evoluzionisti, ha prodotto tecnicamente fantascienza, e neppure della migliore qualità.

Secondo capitolo della risposta di Benedetto XVI. Odifreddi insiste sui preti pedofili. È una tragedia che da Pontefice Ratzinger, dice, ha affrontato «con profonda costernazione. Mai ho cercato di mascherare queste cose. Che il potere del male penetri fino a tal punto nel mondo interiore della fede è per noi una sofferenza che, da una parte, dobbiamo sopportare, mentre, dall’altra, dobbiamo al tempo stesso, fare tutto il possibile affinché casi del genere non si ripetano». Per quanto questo non consoli né le vittime né il Papa emerito, questo fa però osservare a Odifreddi che «secondo le ricerche dei sociologi, la percentuale dei sacerdoti rei di questi crimini non è più alta di quella presente in altre categorie professionali assimilabili».

Dunque «non si dovrebbe presentare ostentatamente questa deviazione come se si trattasse di un sudiciume specifico del cattolicesimo». E, se «non è lecito tacere sul male nella Chiesa, non si deve però, tacere neppure della grande scia luminosa di bontà e di purezza, che la fede cristiana ha tracciato lungo i secoli» e continua a lasciare oggi. Basti pensare alle «grandi e nobili figure della Torino dell’Ottocento» che, insegnando a Torino, Odifreddi dovrebbe conoscere.

Terzo estratto: Papa Ratzinger bacchetta Odifreddi per «quanto dice sulla figura di Gesù [che] non è degno del Suo rango scientifico. Se Lei pone la questione come se di Gesù, in fondo, non si sapesse niente e di Lui, come figura storica, nulla fosse accertabile, allora posso soltanto invitarLa in modo deciso a rendersi un po’ più competente da un punto di vista storico». Benedetto XVI fornisce al matematico un po’ di bibliografia accademica, neppure cattolica, da cui Odifreddi potrà facilmente ricavare che «ciò che dice su Gesù è un parlare avventato che non dovrebbe ripetere».

Forse lo studioso ateo si è fatto fuorviare, insinua il Papa emerito, dalle «molte cose di scarsa serietà» pubblicate da esegeti progressisti, i quali – il Pontefice emerito cita un commento di Albert Schweitzer (1875-1965), che non fu solo un missionario protestante della carità ma anche un celebre teologo – confermano solo che spesso «il cosiddetto “Gesù storico” è per lo più lo specchio delle idee degli autori». Ma «tali forme mal riuscite di lavoro storico, però, non compromettono affatto l’importanza della ricerca storica seria, che ci ha portato a conoscenze vere e sicure circa l’annuncio e la figura di Gesù». E Odifreddi ha capito male Benedetto XVI se pensa che egli proponga un rifiuto del metodo storico-critico: al contrario, per il Papa emerito «l’esegesi storico-critica è necessaria per una fede che non propone miti con immagini storiche, ma reclama una storicità vera e perciò deve presentare la realtà storica delle sue affermazioni anche in modo scientifico».

Il quarto estratto va al cuore della visone del mondo atea. Per Odifreddi, come per Dawkins, non c’è bisogno di Dio perché tutto si spiega con la Natura. La risposta di Benedetto XVI è antica, ma sempre persuasiva: «Se Lei, però, vuole sostituire Dio con “La Natura”, resta la domanda, chi o che cosa sia questa natura. In nessun luogo Lei la definisce e appare quindi come una divinità irrazionale che non spiega nulla». Ma soprattutto nella religione atea di Odifreddi «tre temi fondamentali dell’esistenza umana restano non considerati: la libertà, l’amore e il male». Dell’amore e del male Odifreddi non parla, e la libertà è liquidata come un’illusione che sarebbe smascherata come tale dalla neurobiologia. Ma «qualunque cosa la neurobiologia dica o non dica sulla libertà, nel dramma reale della nostra storia essa è presente come realtà determinante e deve essere presa in considerazione». E un religione che rifiuta la libertà e non dà risposte sull’amore e sul male «resta vuota».

Interessa anche a pochi: le statistiche sociologiche confermano che Odifreddi potrà anche vendere tanti libri, ma queste vendite e tutto il foklore dei vari autobus atei non fanno aumentare il numero degli atei. A Odifreddi interessano solo i fatti misurabili. È un fatto misurabile che Papa Francesco, e anche Papa Benedetto, persuadono molte più persone degli atei militanti.

«Senza verità non esiste amore»

di Lorenzo Bertocchi da www.lanuovabq.it

Caffarra e Benedetto XVI

Nella lectio magistralis del Cardinale Carlo Caffarra, tenuta a Bologna all’apertura dell’anno formativo di educazione cattolica per insegnanti, c’è un passaggio chiave. I commentatori si sono soffermati sul passo mediaticamente più forte, vale a dire la netta contrarietà dell’Arcivescovo di Bologna alla sostituzione delle parole “padre” e “madre” con “genitore 1” e “genitore 2”, ma c’è un concetto che davvero merita molta attenzione. Anche rispetto alla recente polemica nata intorno alla lettera che Papa Francesco ha inviato al quotidiano Repubblica.

«Avete notato che mi sono ben guardato dall’usare la parola ‘amore’ – dice Caffarra – come mai? Perché è avvenuto come uno scippo. Una delle parole chiavi della proposta cristiana, appunto ‘amore’, è stata presa dalla cultura moderna ed è diventata un termine vuoto, una specie di recipiente dove ciascuno vi mette ciò che sente». Così – conclude il Cardinale – «la verità dell’amore è oggi difficilmente condivisibile».

L’affondo è di grande rilevanza, qui il Cardinale ricorda a tutti noi, in particolare a quelli che vorrebbero una verità liquida, che anche l’amore, la misericordia, ha una sua realtà ineludibile, una sua verità. Il riferimento era legato all’affettività umana, ma il Cardinale, per rafforzare ulteriormente il concetto, ha citato un passo dell’enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI, un passo molto chiaro: «Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo, l’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità».

Questa è la dottrina cattolica, quella stessa che il Santo Padre ha voluto arrischiare nel tentativo di dialogo con il non-credente Scalfari, un tentativo che, tra l’altro, ricorda all’interlocutore che la verità non è né variabile, né soggettiva. “Tutt’altro”, scrive Francesco.

Caffarra, che fu il primo preside dell’istituto Giovanni Paolo II per gli studi su matrimonio e famiglia, era già intervenuto sul tema delle unioni omosessuali lo scorso luglio, per rispondere ad una dichiarazione del sindaco di Bologna. In quell’occasione aveva espresso in modo efficace il rammarico di molti: «Affermare che omo ed etero sono coppie equivalenti, che per la società e per i figli non fa differenza, è negare un’evidenza che a doverla spiegare vien da piangere. Siamo giunti a un tale oscuramento della ragione, da pensare che siano le leggi a stabilire la verità delle cose».

Oggi riprende quel suo ragionamento e lo fa con una considerazione che, appunto, vien da piangere a doverla porre: il matrimonio omosessuale – riconosce lapalissianamente Caffarra – «è incapace di porre le condizioni del sorgere di una nuova vita umana». Eppure, aggiunge, diverse legislazioni che hanno riconosciuto una coniugalità omosessuale «hanno riconosciuto alla medesima il diritto all’adozione o al ricorso alla procreazione artificiale». Siamo già alla netta separazione tra coniugalità e procreazione, ormai è indifferente che la nuova vita sia generata o prodotta. Il tema dell’utero in affitto qui è sotto traccia, ma evidente.

Ma allora, conclude Caffarra, «che ne è della persona umana che entra nel mondo? (…) Ritenere che la coniugalità sia un termine vuoto di senso, al quale il consenso sociale può dare il significato che decide, è la devastazione del tessuto fondamentale del sociale umano: la genealogia della persona».

La via intrapresa, quella che fa dell’amore un concetto vuoto di verità e pieno solo di sensazioni soggettive, ci conduce verso questo baratro in cui anche la dimensione biologica come elemento costitutivo della genealogia scompare.

Ratzinger e le dimissioni: «Me l’ha detto Dio»

Ratzinger e le dimissioni: «Me l’ha detto Dio»

È questa la spiegazione che Benedetto XVI avrebbe dato nel corso di un colloquio privato: la rinuncia frutto di un’esperienza «mistica»

di Andrea Tornielli da Vatican Insider

Benedetto XVI

«Me l’ha detto Dio». Con queste parole il Papa emerito Benedetto XVI avrebbe spiegato la sua decisione di rinunciare al pontificato. La ricostruzione di un colloquio privato con una persona che ha visitato Ratzinger qualche settimana fa e ne ha riferito i contenuti scegliendo però di mantenere l’anonimato è stata rilanciata dall’agenzia cattolica «Zenit».

«Dopo circa sei mesi dall’annuncio che ha sconvolto il mondo – scrive Zenit – la decisione di Ratzinger di vivere nel nascondimento fa ancora riflettere e interrogare. Qualcuno ha avuto il privilegio di sentire dalle labbra del Papa emerito le motivazioni di questa scelta. Nonostante la vita di clausura, Ratzinger concede infatti – sporadicamente e solo in determinate occasioni – alcune visite privatissime» nell’ex convento Mater Ecclesiae in Vaticano, divenuto la sua dimora. Durante questi incontri, l’ex Pontefice «non commenta, non svela segreti, non si lascia andare a dichiarazioni che potrebbero pesare come “le parole dette dall’altro Papa”, ma mantiene la riservatezza che lo ha sempre caratterizzato. Al massimo osserva soddisfatto le meraviglie che lo Spirito Santo sta facendo con il suo successore, oppure parla di sé, di come questa scelta di dimettersi sia stata un’ispirazione ricevuta da Dio».

«Me l’ha detto Dio», è stata la risposta del Pontefice emerito alla domanda sul perché abbia rinunciato al soglio di Pietro. Ratzinger avrebbe poi subito precisato che «non si è trattato di alcun tipo di apparizione o fenomeno del genere; piuttosto è stata “un’esperienza mistica”‘ in cui il Signore ha fatto nascere nel suo cuore un “desiderio assoluto” di restare solo a solo con Lui, raccolto nella preghiera». Secondo la fonte l’esperienza mistica si sarebbe protratta lungo tutti questi mesi, «aumentando sempre di più quell’anelito di un rapporto unico e diretto con il Signore. Inoltre, il Papa emerito – scrive Zenit – ha rivelato che più osserva il “carisma” di Francesco, più capisce quanto questa sua scelta sia stata “volontà di Dio”».

Dunque non soltanto Ratzinger sarebbe più che mai convinto dell’opportunità della sua scelta, che tanto ha fatto discutere soprattutto tra i suoi più vicini collaboratori, ma sarebbe anche contento nel vedere ciò che il suo successore sta realizzando. In un precedente colloquio con un accademico tedesco Benedetto XVI aveva già parlato della sintonia dal punto di vista teologico con il suo successore Francesco. Quest’ultimo, del resto, non manca occasione di manifestare anche pubblicamente la venerazione per il suo predecessore, del cui consiglio ha detto di non volersi in alcun modo privare.

Un lampo di luce nelle tenebre del presente

Un lampo di luce nelle tenebre del presente

Ieri, mentre veniva presentata al mondo la nuova enciclica “Lumen fidei”, scritta a quattro mani da Benedetto XVI e da papa Francesco, i due uomini di Dio insieme hanno anche inaugurato, nei giardini vaticani, una statua di san Michele Arcangelo, consacrando la città vaticana a lui e a san Giuseppe.

Da tali fatti emerge non solo l’affetto fraterno che unisce Francesco e il predecessore, ma soprattutto la loro comunione di fede profonda. Questa unità, in un mondo segnato dal conflitto, è il miracolo della grazia, l’essenza del cristianesimo.

E va sottolineato anche perché i giornali tendono a parlare della Chiesa secondo i criteri di giudizio mondani. Senza vederne il miracolo.

Non  a caso, proprio ieri mattina, su “Repubblica”, un articoletto pretendeva di proclamare invece la radicale “discontinuità” fra Benedetto XVI e papa Francesco. Un’idea clamorosamente smentita dagli stessi eventi del giorno.

Del resto sempre ieri il papa ha pure firmato i decreti di canonizzazione di altri due papi, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. E ha voluto datare la sua enciclica così: “29 giugno, solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo”.

Dunque, con una straordinaria serie di gesti, in una stessa giornata, ha potentemente sottolineato la continuità e la grandezza del papato da san Pietro ai giorni nostri.

E ha offerto a noi l’occasione di abbracciare, con un solo sguardo, la “creatività” di Dio nel nostro tempo.

Egli infatti ha parlato al mondo di oggi attraverso la testimonianza potente e affascinante di papa Wojtyla, profeta di fede e di libertà; poi attraverso la sapienza profonda e l’umiltà di Benedetto XVI, che ha fatto brillare la ragionevolezza della fede davanti allo smarrimento dei moderni; infine alla nostra generazione Dio parla attraverso la paternità tenera e accorata di papa Francesco, grande abbraccio di misericordia su tutte le miserie e le ferite umane (la visita del Papa a Lampedusa, fra i disperati della terra – lunedì prossimo – ce lo mostra in modo commovente).

L’enciclica “Lumen fidei”, dicevo, è profondamente segnata da questa continuità del giudizio della Chiesa sul mondo moderno e dalla variegata ricchezza della sua testimonianza.

Costituisce del resto un evento memorabile: non è cosa di tutti i giorni che un’enciclica sia scritta a quattro mani, concordemente, da due papi.

Ma, portando la firma dell’unico pontefice in carica che umilmente riconosce nel corpo stesso dell’enciclica la paternità del predecessore per buona parte del documento (“nella fraternità di Cristo, assumo il suo prezioso lavoro, aggiungendo al testo alcuni ulteriori contributi”), con buona pace di “Repubblica”, mostra senza alcun dubbio possibile, che papa Francesco abbraccia e fa suo il magistero del predecessore.

Ovviamente lo fa donando alla vita della Chiesa di questi giorni e al mondo in rapida mutazione, ulteriori spunti di riflessione che tutti – quelli antichi di Benedetto e quelli nuovi – convergono sul volto di Gesù Cristo e la fede in Lui.

Alcuni rapidi flash. La fede è luce, mentre il mondo sprofonda sempre più nelle tenebre. E’ un giudizio sul momento presente. Il Papa contesta apertamente l’idea che lo spazio della fede si apra “lì dove la ragione non può illuminare”.

No. I secoli moderni – dai totalitarismi del Novecento alla confusione del presente – hanno dimostrato che le pretese assolute della ragione producono infelicità.

E la luce della fede non è un sentimento soggettivo, ma verità oggettiva: “quando la sua fiamma si spegne anche tutte le altre luci finiscono per perdere il loro vigore”. Essa dunque sa “illuminare tutta l’esistenza dell’uomo”.

E’ la prima contestazione della “dittatura del relativismo”.

Un secondo flash. Cosa è la fede? Una credenza? Una dottrina? Una morale? No. Sta tutta in questa frase: “riconosciamo che un grande Amore ci è stato offerto”.

Per questo l’enciclica usa l’espressione giussaniana “incontro che accade nella storia” e sottolinea che il Salvatore ci ha raggiunto attraverso una “catena umana” che ha attraversato i millenni, cioè la Chiesa, la tradizione.

Un altro prezioso spunto. Nella mentalità dominante si oppone di solito alla fede l’agnosticismo o l’ateismo. Invece la “Lumen fidei”, in base alla lezione biblica, oppone alla fede “l’idolatria”.

In effetti l’ateismo non esiste. Nessun uomo può vivere, anche un solo istante, senza affermare qualcosa o qualcuno. E’ ciò che la Sacra Scrittura chiama “idolo”.

Dunque l’unica grande opzione della vita sta in questo: fidarsi di Gesù Cristo o di qualche idolo. Non è possibile per nessuno sottrarsi a questa scelta. Chi è più affidabile? Chi merita veramente fiducia? Gesù di Nazaret, colui che è morto per me e per te, o un qualunque idolo?

Questa enciclica ci libera da tanti luoghi comuni. Per esempio la cultura dominante pensa Dio come qualcuno che “si trovi solo al di là”, quindi “incapace di agire nel mondo”, perciò “il suo amore non sarebbe veramente potente, capace di compiere la felicità che promette”. Così “credere o non credere in Lui sarebbe del tutto indifferente”.

Invece è vero il contrario. E sono i fatti – i concretissimi fatti – a gridarlo. E’ tutta una storia ricchissima di fatti a provarlo.

Del resto “quando l’uomo pensa che allontanandosi da Dio troverà se stesso, la sua esistenza fallisce”.

Ma come inizia la fede? Incontrando Gesù, oggi come duemila anni fa. In un incontro con i cristiani che sono una cosa sola con Lui. Chi non vorrebbe vedere gli occhi di Gesù?

Ebbene, citando Guardini, l’enciclica spiega che la Chiesa è la portatrice storica dello sguardo di Cristo sul mondo. In essa si sperimenta una vita comune. Così noi scopriamo che non siamo più soli.

Si aderisce a quello sguardo, fino a farlo nostro, dando credito a alla compagnia di Gesù e cominciando a seguirlo concretamente: “se non crederete non comprenderete”. Perciò “la fede non è un fatto privato, una concezione individualistica, un’opinione soggettiva”.

Questa è la profonda ragionevolezza della fede. Chi ritiene invece che essa sia “una bella fiaba” o “un bel sentimento”, indichi qualcuno che sia più credibile di Cristo da seguire.

La prova sperimentale – dice l’enciclica – mostra a ciascuno che l’amicizia di Cristo illumina la vita come nessuna cosa al mondo e apre il cuore umano all’amore che tutti desideriamo.

Per questo possiamo riconoscere che Egli è la verità: “richiamare la connessione della fede con la verità” dice l’enciclica “è oggi più che mai necessario proprio per la crisi di verità in cui viviamo” perché “nella cultura contemporanea si tende spesso ad accettare come verità solo quella della tecnologia” o “della scienza”.

Il cristiano non pretende con arroganza di essere il padrone della verità. Anzi “la verità lo fa umile” perché non è lui a esserne padrone, ma è la verità a possederlo. Infatti è compagno di cammino di tutti.

L’enciclica ha molti spunti antirelativisti. Per esempio sulla teologia (che è “al servizio della fede dei cristiani” e alla sequela del magistero). Sulla fede “fai-da-te” (la fede è una, non si può prendere una cosa e rifiutarne un’altra). Sulla rilevanza pubblica della fede cristiana. Sulla “fraternità” che non è possibile senza riconoscere un Padre di tutti.

La fede proclama il primato dell’uomo nell’universo e al tempo stesso “ci fa rispettare maggiormente la natura”. Con buona pace di “Repubblica” esalta il matrimonio come “unione stabile dell’uomo e della donna… capaci di generare una nuova vita”, riconoscendo “la bontà della differenza sessuale”.

E fa abbracciare tutte le sofferenze del mondo: “all’uomo che soffre Dio non dona un ragionamento che spieghi tutto”, ma offre la sua presenza che accompagna e che si carica di tutti i dolori umani.

La fede cristiana annuncia la “città di Dio” che ci è preparata per sempre. E si affida a colei che è “la Madre della nostra fede”.

Decisamente queste pagine sono una grande luce nelle tenebre del presente.

Antonio Socci da www.antoniosocci.com