I congiunti di Stefano non condividono la tesi del pubblico ministero, che accusa della morte del ragazzo i medici del «Pertini» e non gli agenti che lo pestarono
di Luca Liverani
Tratto da Avvenire del 26 settembre 2010

La famiglia Cucchi «sta seria­mente pensando a non costi­tuirsi parte civile» nel proces­so per la morte di Stefano. La sorel­la Ilaria e i genitori non condivido­no affatto l’impostazione dell’ac­cusa, che indica solo nei medici del Pertini, e non anche negli agenti pe­nitenziari accusati solo di lesioni, i Stefano Cucchi responsabili della morte del giova­ne. «Stefano – ripete Ilaria Cucchi – se non fosse stato pestato da que­gli agenti penitenziari non sarebbe mai finito all’ospedale Pertini dove è stato lasciato morire da alcuni medici». La speranza di Ilaria Cuc­chi, ora, è che il gip – che il 26 otto­bre chiude le udienze preliminari ­chieda ai pm di rivedere le accuse. Ilaria Cucchi confessa il suo sconforto: «So che almeno uno de­gli agenti penitenziari chiederà il ri­to abbreviato. Andare al dibatti­mento con la sola accusa di ‘lesio­ni’, per loro, è un invito a nozze. Noi abbiamo visto il corpo di Stefano, sappiamo che non è morto di ma­­lattia». Allora perché imputare so­lo ai medici la morte del geometra romano? «Non riesco a capirlo. Chiedo ai pm che il capo di impu­tazione dei medici sia esteso anche agli agenti penitenziari».

La sorella del giovane ricorda tutte le contro-perizie che hanno con­fermato le gravi lesioni interne ed esterne subite dal giovane in ca­mera di sicurezza al tribunale di Piazzale Clodio. «Lo abbiamo do­cumentato: prima dell’arresto – di­ce Ilaria Cucchi – mio fratello stava bene. La mia famiglia ne ha sentite di tutti i colori: che Stefano era mor­to di morte naturale, che le frattu­re erano pregresse… Noi per primi ci siamo messi in discussione ed è stata una grande fatica e un grande dolore. Alla fine la dinamica è stata chiarita. Ma con un’accusa così non si arriverà alla verità». I colpevoli della morte di Stefano, ripete Ilaria, «sono gli agenti che l’hanno pesta­to. Senza di loro non sarebbe suc­cesso nulla, non sarebbe finito al Pertini dove, è vero, è stato lasciato morire. Trovarmi in tribunale da­vanti a quegli agenti che rischiano ben poco non mi va affatto».

Le prossime udienze del giudice per le indagini preliminari sono previ­ste per il 5, il 19 e il 26 ottobre. «Spe­ro davvero che in questa occasione il gip chieda ai pm di rivedere l’im­pianto accusatorio. Non sarebbero obbligati a farlo, ma sarebbe un pronunciamento importante». In­dicare solo nei medici, dice la fa­miglia, i responsabili della morte racconta solo metà della verità: «Lo sappiamo benissimo, il meccani­smo che ha innescato il processo che ha portato alla morte di Stefa­no – dice Ilaria – è stato il pestaggio. Mio fratello non è arrivato al Perti­ni per un intervento di chirurgia e­stetica. Se non si parte da qui, mai potrà essere fatta giustizia». Certo, dice la donna, «il ruolo dei medici è gravissimo. Non abbiamo nulla da obiettare alle accuse sul loro conto, l’avrebbero potuto salvare, rabbrividisco quando ci penso. Ma ci sono responsabilità altrettanto grandi da parte di altri».

Ilaria ripete la sua gratitudine a chi in questi mesi ha indagato. «Siamo grati ai pubblici ministeri – pun­tualizza – per il lavoro svolto. Guar­dando a casi analoghi ci rendiamo conto che non sempre è scontato arrivare a un processo. Penso a Lu­cia Uva, la sorella di Giuseppe, (uc­ciso a Varese in circostanze analo­ghe, ndr) che da due anni va chie­dendo giustizia. Noi, a un anno dal­la morte di Stefano, abbiamo già raggiunto un grande risultato. Ora dai pm mi aspetto che con la stes­sa serietà rivedano i capi di impu­tazione. Non si renderebbe giusti­zia e non si arriverebbe alla verità».