La porta non l’ha chiusa definitivamente. «Potrei ripensarci solo se mi offrissero il titolo giusto nell’ambito di un progetto artistico serio» dice. Aggiungendo, però, che «per ora titoli e progetti all’orizzonte proprio non se ne vedono». José Carreras ha detto addio all’opera. Quella che negli anni Settanta e Ottanta lo ha visto trionfare nei teatri di tutto il mondo, conteso da direttori come Karajan e Abbado. E non se ne pente. «Perché, guardando indietro, posso dire di aver fatto molto di più di quello che progettavo all’inizio della mia carriera» confida il tenore spagnolo. Ma anche perché gli impegni musicali non gli mancano. L’altra sera era a Brescia. «Uno dei tanti recital che faccio in giro per il mondo per far conoscere e sostenere la mia Fondazione per la lotta alla leucemia».

Scusi, Carreras, ma chi glielo fa fare? A 63 anni, dopo tutti i successi raccolti, non avrebbe voglia di un po’ di riposo?
«Sento che devo assolvere a un dovere. Cantare, impegnarmi per raccogliere fondi da destinare alla ricerca è il mio modo per sdebitarmi. Per dire grazie alla vita. Per dare a chi oggi combatte contro la malattia quello che a suo tempo ho ricevuto gratuitamente. Una speranza. Il coraggio di andare avanti. Quando mi sono ammalato di leucemia, nel 1987, i medici mi avevano detto che avevo una possibilità su dieci di guarire. Mi crollò il mondo addosso. Roba da chiudersi in casa e non uscire più».

Invece cosa le ha dato la forza di non arrendersi?
«La famiglia e gli amici. Le tante persone che in molti modi mi facevano sentire il loro affetto, senza il quale non so davvero se ce l’avrei fatta. È stato fondamentale essere circondato da gente che era sicura che avrei sconfitto la leucemia. Mi ha dato la forza di lottare. Un’esperienza che cerco di trasmettere alle persone malate che incontro: se vi hanno detto che avete una possibilità su un milione dovete credere che quella sarà la vostra possibilità».

Detta così sembra facile.
«Naturalmente non ce l’avrei fatta senza la straordinaria équipe medica che mi ha seguito. Anche perché i momenti di sconforto sono stati tanti. Ma mi hanno temprato, hanno lasciato in me un segno indelebile. E mi hanno aiutato a trovare il lato positivo del dolore: ho modificato la scala delle priorità della mia vita, sono diventato più aperto al dialogo, alla comprensione, a sentimenti di solidarietà e di fratellanza».

Possiamo sintetizzare usando la parola fede?
«La malattia mi ha fatto riscoprire la dimensione spirituale dell’esistenza. Una presenza che da allora è diventata costante nella mia vita. Ogni anno con la mia Fondazione organizziamo un pellegrinaggio a Lourdes: una grande gioia per me, un’esperienza unica a contatto con la sofferenza e la fede».

E la musica l’ha aiutata? O in quei frangenti anche un musicista vorrebbe solo silenzio intorno a sé?
«Mi sono aggrappato in ogni istante alla musica. L’ho sempre considerata un conforto spirituale. E nella mia lotta contro la leucemia mi ha sostenuto il desiderio di poter un giorno tornare a cantare. Anche nei momenti peggiori non ho mai smesso di studiare musica. Ma soprattutto di ascoltarla. Le mie giornate avevano sempre la musica in sottofondo. E non era necessariamente classica. Anche se ascoltavo e riascoltavo il Concerto n.2 per pianoforte e orchestra di Rachmaninov. Non saprei dire il perché, ma avvertivo una malinconia, un misticismo che mi confortavano e mi davano speranza».

E oggi, in un mondo dove il dolore – quello provocato dalla malattia, ma anche dalle catastrofi naturali – mette molti alla prova, che speranza intravede?
«Nei momenti difficili ho sempre guardato ai più piccoli, ai bambini. Penso che dobbiamo combattere per loro, sforzarci di dialogare tra popoli di fedi e culture diverse, intraprendere la via della pace per garantire loro un futuro. Penso che la musica in questo possa giocare un ruolo fondamentale».

In che senso?
«Può essere uno strumento di dialogo che fa incontrare le persone. Può aiutare gli uomini a riflettere sulla vita. Anche per questo, quando canto, spero sempre di arrivare al cuore degli ascoltatori. Per comunicare emozioni. Per trasmettere quella speranza che per me è stata fondamentale».

Pierachille Dolfini da Avvenire