di Paola Binetti
Tratto da cronache di Liberal del 6 maggio 2011

Il 28 aprile Veronesi, insieme al collega Ignazio Marino, ha consegnato al Presidente Fini una preoccupante nota di allarme, sottoscritta da 10. 000 persone, le cui firme sono state raccolte pressoché esclusivamente con la collaborazione della CGL e della FP CGL.

In questa nota medici, personale sanitario e privati cittadini sostengono che il ddl sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento presenta chiari segni di incostituzionalità. Il disegno di legge dovrebbe approdare nell’aula parlamentare della Camera il prossimo 18 maggio. I due senatori, memori della pesante sconfitta che la loro posizione ha subito due anni fa al Senato, cercano ora in tutti i modi di riproporne la bocciatura alla Camera utilizzando le stesse argomentazioni. Va in questa linea la lettera di Veronesi, pubblicata domenica sul Corriere. La “Lettera aperta su di una legge sbagliata” è rivolta al Presidente Berlusconi, che qualche giorno fa si era rivolto ai colleghi del Pdl per incoraggiarli a sostenere la legge, nonostante – diceva – lui stesso in altri tempi avrebbe preferito una linea diversa: per esempio quella della non-legge. Veronesi afferma che la maggioranza dei cittadini, accanto alla paura di morire, in questi ultimi tempi avrebbe sviluppato una nuova paura, ancor più drammatica: quella di vivere indefinitamente una vita artificiale, come vegetali, senza pensiero, senza coscienza, senza vista, senza udito, senza alcuna sensibilità al dolore. Veronesi compie con queste affermazioni una operazione di vera e propria manipolazione sull’opinione pubblica. Prima di tutto perché non dice che lui stesso è stato uno dei grandi registi di questa paura, che da diversi anni si sta cercando di istillare nella gente e poi omette di dire che i dati scientifici vanno in tutt’altra direzione. Quei pazienti sentono dolore, registrano sensazioni piacevoli e spiacevoli, in qualche modo mantengono un dialogo con chi li assiste, perché non sono affatto dei vegetali, ma delle persone disabili e a volte gravemente disabili, con uno stato di minima coscienza. Ce lo dicono tutti, ma proprio tutti, quelli che riscono ad uscire da questo stato: forse non sono molti quelli che ce la fanno, almeno per ora, ma tutti riferiscono di aver percepito assai di più di quanto non si rendessero conto coloro che li assistevano.

La secondo affermazione su cui Veronesi basa da tempo la sua posizione meriterebbe un approfondimento meno ideologico e più realistico, semplicemente più pragmatico. Si tratta del principio di autodeterminazione, che da un lato sollecita la più umana delle nostre passioni – quella per la libertà – ma dall’altro la enfatizza al punto da non far rilevare mai come la nostra libertà abbia dei confini e non può essere considerata come un assoluto. Ogni legge, in un modo o nell’altro, punta a mettere dei paletti alla nostra libertà per le ragioni più varie, spesso proprio per tutelare la nostra vita. Basta pensare ai limiti posti al fumo, all’uso di alcol e di droghe; i limiti di velocità e gli obblighi relativi all’uso del casco e delle cinture; tutto il complesso sistema delle regole per garantire sicurezza sui posti di lavoro; all’obbligo per le vaccinazioni… Tutti limiti che, in realtà, hanno come orizzonte di riferimento la tutela del diritto alla vita e alla salute. Né la nostra libertà può spingersi fino al suicidio, non perché la legge punisca il suicida, anche se davanti ad un suo auspicabile “insuccesso” cercherà sempre, nonostante l’esplicita volontà del soggetto, di “curarlo” nel migliore dei modi, ma perché la legge punisce l’istigazione al suicidio e l’omicidio del consenziente. Ossia l’aiuto prestato al suicida. Mentre da secoli siamo alla ricerca di modelli sociali impostati sulla solidarietà e sulla collaborazione, sull’aiuto alle persone più fragili e più sole, con un deciso superamento di una logica meramente individualistica. Veronesi dice che l’attuale ddl ci ricaccia indietro nel progresso della civilizzazione, lui dal canto suo lo avrebbe voluto diverso, ha cercato di migliorarlo senza riuscirci. Sembra che su questa falsariga ci stiano riprovando in quest’ultimo passaggio alla Camera gli oltre 1000 emendamenti tutti a firma radicale: in gran parte orientati a chiedere esplicitamente il riconoscimento dell’eutanasia, in tutti i modi possibili. Dal sospendere nutrizione e idratazione già dopo un anno di stato cosiddetto vegetativo, alla sospensione degli articoli del codice che per l’appunto proibiscono l’istigazione al suicidio e l’aiuto concreto al suicida. L’inno alla libertà che Veronesi propone come ideale di vita, sostenendo il suo modello di testamento biologico, ha un solo snodo cruciale: quello di autorizzare una persona a consumare tutta la sua libertà in un unico gesto liberatorio: darsi la morte, o per lo meno chiedere ad altri che gli diano la morte. Questa legge invece, mentre non obbliga a vivere oltre i confini naturali della nostra esistenza: la sua critica all’accanimento terapeutico è chiara e determinata, ribadisce, come fanno già la nostra Costituzione e il nostro Codice, che non si può accorciare la vita di una persona.

Non a caso questa legge che speriamo venga presto approvata dalla Camera, offre al paziente il più semplice dei livelli essenziali di cura e di assistenza: nutrizione e idratazione. Quanto basta per non far morire una persona di fame e di sete. Per il resto il soggetto, proprio alla luce di questa legge, avrà spazio e tempo per poter esprimere molti altri desideri, proprio come ricorda il nostro Codice deontologico e la stessa Convenzione di Oviedo. È la prima volta infatti che una legge mette in evidenza la necessità del consenso informato, come prerequisito essenziale per ogni atto medico, garantendo al paziente piena osservanza della sua volontà. Dispiace che si continui in una dialettica di disinformazione che presenta questa legge come una sorta di imposizione dei cattolici ai non credenti o ai diversamente credenti. Garantire il valore della vita a tutti, in qualsiasi condizione e circostanza si trovi, non ha nulla di clericale, ma significa ribadire il più laico di tutti i valori, quello su cui si innestano tutti gli altri valori, compresa la libertà. Posso esercitare la mia libertà perché sono vivo e la società ha il dovere, a norma di Costituzione, di migliorare il più possibile le condizioni di vita di un soggetto, non di aiutarlo a mettere fine alla sua vita perché le circostanze in cui vive non rispondono ai suoi desideri. Veronesi enfatizza una libertà sconfinata, ma priva di limiti e di contenuti, mentre l’esperienza ci mostra ogni giorno come la nostra libertà abbia sempre e in ogni circostanza i suoi limiti, a noi tocca riempirla di contenuto e di speranza.