di Carlo Bellieni da la Bussola Quotidiana
Caro dr Paolini,

complimenti per il suo spettacolo del 26 gennaio sull’Operazione T4 trasmesso su La7, bellissimo e geniale, che fa affiorare alla mente tanti pensieri e giudizi, e pagine di giornale, pagine di attualità.

L’Operazione T4 era il progetto sistematico con cui i medici tedeschi venivano arruolati per sterilizzare e poi eliminare “le bocche inutili”. E tutti sapevano e tutti tacevano; in fondo la propaganda e il pietismo con cui si mascherava il tutto avevano funzionato.

Roba di allora? Come Lei diceva, non il nazismo generò l’eugenetica, ma la cultura eugenetica generò il nazismo. Questo è fondamentale perché se il nazismo è fortunatamente morto, non è morta la memoria e l’azione eugenetica, con lo strascicare di parole “dolci” che mascherano verità atroci. “Vite non degne di esser vissute”, morte per pietà”.  Non c’entra ormai nulla col cadavere putrefatto del nazismo, e per questo la domanda più cocente non è un liberatorio “cosa avreste fatto voi allora?”, ma “Cosa fate voi oggi contro l’eugenetica?”.

Non credo che quella domanda fatta al termine della trasmissione sia stata ben impostata, perché l’eugenetica è ancora tra noi. Esistono certo categorie di persone che vengono emarginate in certi Paesi, come i Rom o gli emigrati, e questo dove succede è uno scandalo e una violenza; ma nessuno gli nega il diritto di essere chiamati persone. Come invece viene ancora negato ad altri, ma non se ne parla. Vediamo.

Come Lei ben sa, la parola “persona” è diventata una parola discriminatoria: viene usata per significare che esistono degli esseri umani che “sono persone” e altri che “non sono persone”; tra questi ultimi, molti filosofi contemporanei (non degli anni ’40!)  indicano i disabili mentali. Ma non per motivi di essere “peso allo Stato”, ma perché “mancano di autonomia”.

E’ facile fare una ricerca in un grande motore di ricerca medica come PubMed, per vedere cosa si intende oggi sotto il termine “eugenetica” e sotto il termine “persona”. Per Patricia Werhane “vari esseri umani, per esempio gli handicappati mentali, e le demenze senili non rientrano nella stretta classificazione di persone” (Theoretical Medicine, 1984) e per Len Doyal (Archives of Disease in Childhood, 1994) anche i bambini senza ritardo ma con grave dolore fisico tale da minarne la capacità di autonomia potrebbero non essere considerati persone; per lui (British Medical Journal, 1994) “i diritti umani dipendono dalla possibilità di esercitarli”.

Ecco che si apre alla “vita di serie B” e si arriva alla discriminazione della vita prenatale dove il bambino non ancora nato non è “una persona” e dove le diagnosi preimpianto vanno addirittura ad eliminare i piccoli embrioni con predisposizioni per malattie o semplicemente portatori di malattie, nemmeno malati. L’American Journal of Hospice and Palliative Care del settembre 2010 spiega che i tutori dei disabili mentali hanno diversi pareri sull’impatto della demenza sui  fattori che riguardano “l’essere persona”, cioè la dignità, il rispetto da parte degli altri e (eccoci!) “avere una vita che merita di essere vissuta”.

Altra cosa dal nazismo, certo; ma come non sentirsi una stretta al cuore?
L’eugenetica non è solo morte, ma mentalità: chi può negare che sia ormai purtroppo affermata l’idea che esista un tipo di persona che vale più delle altre: quella che ha certe caratteristiche; ognuno le adatta a sé, ma il criterio è valido per tutti: chi le ha vale; chi non le ha si accomodi e tolga il disturbo. E’ l’eugenetica di casa nostra, la mentalità dell’apparire, che arriva a isolare anche chi è obeso, e che scusa la figlia che “per pietà”ha ucciso il padre col Parkinson…

Roba antica, dei tempi della guerra? Come Lei ha ben spiegato, caro Paolini, l’eugenetica data da molto prima delle atrocità naziste, parte dalla Belle Epoque. Nella quale le sterilizzazioni prendevano il via culturalmente, si esponevano i soggetti “ritardati”, e nessuno si scandalizzava. Che sia uno specchio della belle époque di oggi?