di Massimo Introvigne da La Bussola Quotidiana
Dopo settimane di veleni giornalistici su veri e presunti contrasti tra vescovi e cardinali, ci si attendeva dal Concistoro del 18 febbraio per la creazione di ventidue nuovi cardinali un forte intervento di Benedetto XVI che richiamasse ai fondamenti dell’autorità nella Chiesa. L’attesa non è andata delusa. In due magistrali interventi – l’allocuzione del 18 febbraio per il Concistoro e l’omelia della Messa del 19 febbraio concelebrata con i nuovi cardinali – Benedetto XVI ha prima mostrato i rischi della mondanizzazione e del carrierismo, quindi indicato nella scrupolosa fedeltà al Papa e al Magistero la stella polare per uscire dalla crisi.

Sabato il Pontefice ha commentato il brano del Vangelo di Marco che mostra come la tentazione del carrierismo sia sempre stata presente nella Chiesa, addirittura fra gli apostoli. Certo, nel Vangelo «Gesù si presenta come servo, offrendosi quale modello da imitare e da seguire». Ma subito da questo modello «si stacca con stridente contrasto la scena dei due figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni, che inseguono ancora sogni di gloria accanto a Gesù». Essi infatti gli chiedono: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra» (Mc 10,37). «Folgorante»  definisce il Papa la replica di Gesù e «inatteso il suo interrogativo»: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo?» (v. 38). «L’allusione è chiarissima: il calice è quello della passione, che Gesù accetta per attuare la volontà del Padre. Il servizio a Dio e ai fratelli, il dono di sé: questa è la logica che la fede autentica imprime e sviluppa nel nostro vissuto quotidiano e che non è invece lo stile mondano del potere e della gloria».

Dov’è l’errore? «Giacomo e Giovanni con la loro richiesta mostrano di non comprendere la logica di vita che Gesù testimonia, quella logica che – secondo il Maestro – deve caratterizzare il discepolo, nel suo spirito e nelle sue azioni». Né il Vangelo vuole semplicemente denunciare Giacomo e Giovanni come apostoli particolarmente fuorviati. Al contrario, spiega Benedetto XVI,  «la logica errata non abita solo nei due figli di Zebedeo perché, secondo l’evangelista, contagia anche “gli altri dieci” apostoli che “cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni” (v. 41). Si indignano, perché non è facile entrare nella logica del Vangelo e lasciare quella del potere e della gloria». La tradizione patristica ha visto qui le avvisaglie di un problema globale. Il Papa cita san Giovanni Crisostomo (349?-407), il quale «afferma che tutti gli apostoli erano ancora imperfetti, sia i due che vogliono innalzarsi sopra i dieci, sia gli altri che hanno invidia di loro (cfr Commento a Matteo, 65, 4: PG 58, 622)». E san Cirillo di Alessandria (370-444), il quale aggiunge: «I discepoli erano caduti nella debolezza umana e stavano discutendo l’un l’altro su chi fosse il capo e superiore agli altri … Questo è accaduto e ci è stato raccontato per il nostro vantaggio… Quanto è accaduto ai santi Apostoli può rivelarsi per noi un incentivo all’umiltà» (Commento a Luca, 12, 5, 24: PG 72, 912).

Gesù ne trae una morale rivolgendosi non soltanto a Giacomo e Giovanni, ma a tutti gli apostoli: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti» (Mc 10,42-44). Il Pontefice, con accenti che ricordano quelli del viaggio in Germania del 2011, applica la lezione ai successori degli apostoli di oggi, vescovi e cardinali. «Dominio e servizio, egoismo e altruismo, possesso e dono, interesse e gratuità: queste logiche profondamente contrastanti si confrontano in ogni tempo e in ogni luogo». E i rimproveri di Gesù, afferma il Papa, «rappresentano un invito e un richiamo, una consegna e un incoraggiamento specialmente per voi, cari e venerati Fratelli che state per essere annoverati nel Collegio Cardinalizio».

Al termine dell’allocuzione – secondo alcuni commentatori, anche a smentita di voci di possibili dimissioni – il Pontefice ha invitato anche a  pregare per il Papa, «affinché possa sempre offrire al Popolo di Dio la testimonianza della dottrina sicura e reggere con mite fermezza il timone della santa Chiesa». Nell’omelia del 19 febbraio Benedetto XVI ha proposto ai nuovi cardinali un criterio fondamentale per esercitare l’autorità nella Chiesa secondo il modello proposto dal Signore e senza cadere nelle tentazioni che contagiarono gli apostoli: la fedeltà indefettibile e continuamente verificata al Papa e al Magistero.

Il Papa parte da un altro brano molto noto del Vangelo, quello dove Gesù affida a Pietro la missione di «essere la “pietra”, la “roccia”, il fondamento visibile su cui è costruito l’intero edificio spirituale della Chiesa (cfr Mt 16,16-19)».  Non si tratta di un riconoscimento delle doti personali di Pietro. «Tale denominazione di “roccia-pietra” non fa riferimento al carattere della persona, ma va compresa solo a partire da un aspetto più profondo, dal mistero: attraverso l’incarico che Gesù gli conferisce, Simon Pietro diventerà ciò che egli non è attraverso “la carne e il sangue”». Il Pontefice cita gli studi del biblista Joachim  Jeremias (1900-1979) secondo cui la nozione di  «roccia santa» s’inserisce in una lunga tradizione ebraica. Da Jeremias, il Papa riprende la citazione di un testo rabbinico: «Il Signore disse: “Come posso creare il mondo, quando sorgeranno questi senza-Dio e mi si rivolteranno contro?”. Ma quando Dio vide che doveva nascere Abramo, disse: “Guarda, ho trovato una roccia, sulla quale posso costruire e fondare il mondo”. Perciò egli chiamò Abramo una roccia». E anche Isaia, nota il Pontefice, riprende per Abramo  l’immagine della roccia: «guardate alla roccia da cui siete stati tagliati… ad Abramo vostro padre» (51,1-2). E se «Abramo, il padre dei credenti, con la sua fede viene visto come la roccia che sostiene la creazione, Simone, che per primo ha confessato Gesù come il Cristo ed è stato il primo testimone della risurrezione, diventa ora, con la sua fede rinnovata, la roccia che si oppone alle forze distruttive del male» nella storia.

Con la sua nota sensibilità per l’arte, Benedetto XVI invita i cardinali a trovare riscontro del brano evangelico in un «conosciutissimo elemento artistico che impreziosisce questa Basilica Vaticana: l’altare della Cattedra. Quando si percorre la grandiosa navata centrale e, oltrepassato il transetto, si giunge all’abside, ci si trova davanti a un enorme trono di bronzo, che sembra librarsi, ma che in realtà è sostenuto dalle quattro statue di grandi Padri della Chiesa d’Oriente e d’Occidente. E sopra il trono, circondata da un trionfo di angeli sospesi nell’aria, risplende nella finestra ovale la gloria dello Spirito Santo».

Il Papa rende omaggio «al genio del Bernini» (Gian Lorenzo, 1598-1680), che ha saputo cogliere e proporci  «una visione dell’essenza della Chiesa e, all’interno di essa, del magistero petrino».
Benedetto XVI continua poi nella sua ricognizione, che non è solo artistica. «La grande cattedra di bronzo racchiude un seggio ligneo del IX secolo, che fu a lungo ritenuto la cattedra dell’apostolo Pietro e fu collocato proprio su questo altare monumentale a motivo del suo alto valore simbolico. Esso, infatti, esprime la presenza permanente dell’Apostolo nel magistero dei suoi successori. Il seggio di san Pietro, possiamo dire, è il trono della verità». A Pietro, al Papa, il Signore ha affidato il compito di «attirare gli uomini in un abbraccio eucaristico – l’abbraccio di Cristo -, che supera ogni barriera e ogni estraneità, e crea la comunione dalle molteplici differenze. Il ministero petrino è dunque primato nell’amore in senso eucaristico, ovvero sollecitudine per la comunione universale della Chiesa in Cristo. E l’Eucaristia è forma e misura di questa comunione, e garanzia che essa si mantenga fedele al criterio della tradizione della fede».

Come il Papa ha accennato, la Cattedra del Bernini è sostenuta da quattro Padri della Chiesa: due orientali,  san Giovanni Crisostomo e sant’Atanasio (ca. 295-373), e due occidentali, sant’Ambrogio (339 o 340-397) e sant’Agostino (354-430). Insieme, i quatto Padri «rappresentano la totalità della tradizione e, quindi, la ricchezza dell’espressione della vera fede nella santa e unica Chiesa». L’altare del Bernini, così, «ci dice che l’amore poggia sulla fede. Esso si sgretola se l’uomo non confida più in Dio e non obbedisce a Lui. Tutto nella Chiesa poggia sulla fede: i Sacramenti, la Liturgia, l’evangelizzazione, la carità. Anche il diritto, anche l’autorità nella Chiesa poggiano sulla fede. La Chiesa non si auto-regola, non dà a se stessa il proprio ordine, ma lo riceve dalla Parola di Dio, che ascolta nella fede e cerca di comprendere e di vivere».

Torna il tema dell’Anno della Fede. La fede non è un’emozione, un sentimento, qualche cosa che ognuno – fosse pure ogni vescovo – reinventa in funzione delle esigenze storiche. Ha un contenuto preciso. E «i Padri della Chiesa hanno nella comunità ecclesiale la funzione di garanti della fedeltà alla Sacra Scrittura. Essi assicurano un’esegesi affidabile, solida, capace di formare con la Cattedra di Pietro un complesso stabile e unitario. Le Sacre Scritture, interpretate autorevolmente dal Magistero alla luce dei Padri, illuminano il cammino della Chiesa nel tempo, assicurandole un fondamento stabile in mezzo ai mutamenti storici».

«Dopo aver considerato i diversi elementi dell’altare della Cattedra» Benedetto XVI  non rinuncia a proporne anche una lettura d’insieme, con questo mostrando in modo molto efficace come si possa evangelizzare attraverso l’arte, un tema caro a «La Bussola Quotidiana»: e certo anche i cardinali possono essere evangelizzati, dal Papa. Considerando l’altare nel suo complesso, spiega il Pontefice, «vediamo che è attraversato da un duplice movimento: di ascesa e di discesa». Il simbolo rimanda alla «reciprocità tra la fede e l’amore. La Cattedra è posta in grande risalto in questo luogo, poiché qui vi è la tomba dell’apostolo Pietro, ma anch’essa tende verso l’amore di Dio. In effetti, la fede è orientata all’amore. Una fede egoistica sarebbe una fede non vera».  «Dio non è solitudine, ma amore glorioso e gioioso, diffusivo e luminoso».

Guardando in alto sopra l’altare del Bernini, il Papa nota che «la finestra dell’abside apre la Chiesa verso l’esterno, verso l’intera creazione, mentre l’immagine della colomba dello Spirito Santo mostra Dio come la fonte della luce». «A quella finestra il trionfo degli angeli e le grandi raggiere dorate danno il massimo risalto, con un senso di pienezza traboccante che esprime la ricchezza della comunione con Dio».

La  Chiesa, spiega Benedetto XVI, è «come una finestra, il luogo in cui Dio si fa vicino, si fa incontro al nostro mondo. La Chiesa non esiste per se stessa, non è il punto d’arrivo, ma deve rinviare oltre sé, verso l’alto, al di sopra di noi. La Chiesa è veramente se stessa nella misura in cui lascia trasparire l’Altro – con la “A” maiuscola – da cui proviene e a cui conduce. La Chiesa è il luogo dove Dio “arriva” a noi, e dove noi “partiamo” verso di Lui; essa ha il compito di aprire oltre se stesso quel mondo che tende a chiudersi in se stesso e portargli la luce che viene dall’alto, senza la quale diventerebbe inabitabile».

Se qualcuno nella Chiesa non apre a Dio ma si chiude in se stesso e nelle sue beghe, tradisce la sua missione.